venerdì 3 ottobre 2014

All’amore ci si affida, non si può possederlo.

Rito Romano – XXVII Domenica del Tempo Ordinario – Anno A – 5 ottobre 2014
Is 5,1-7; Sal 79; Fil 4,6-9; Mt 21,33-43

Rito Ambrosiano – VI Domenica dopo il martirio di San Giovanni il Precursore
Gb 1,13-21; Sal 16; 2Tm 2,6-15; Lc 17,7-10


  1) Frutti d’amore.
Il brano evangelico di oggi si apre con l’immagine della vigna, molto frequente nell'Antico Testamento per indicare, di volta in volta, il regno di Dio o il suo popolo o anche la donna amata. E’ evidente il nesso con la prima lettura, il “cantico della vigna” di Isaia (5, 1-7), che descrive poeticamente tutta la cura e l’attenzione che Dio ha per il suo popolo. Dal questo popolo tanto amato Dio si aspetta frutti che però il popolo non dà.
Comunque è bella questa immagine di Isaia di un Dio appassionato, che fa per ciascuno di noi ciò che nessuno farà mai; un Dio contadino che, come fa ogni contadino, dedica alla vigna più cuore e più cure che ad ogni altro campo. Dio ha per ciascuno di noi una passione che nessuna delusione spegne, che non è mai a corto di meraviglie, che ricomincia dopo ogni nostro rifiuto ad assediare il nostro cuore.
Dunque, prima di ogni altra cosa, prima di qualsiasi azione, sostiamo dentro questa esperienza: sentire di essere vigna amata, lasciarci amare da Dio. Ciascuno di noi non è altro che una vite piccolina, ma a ciascuno di noi, proprio a ciascuno di noi Dio non vuole rinunciare.
Il frutto che Dio attende è come quello della vite: se ogni albero si preoccupasse solo di se stesso, solo di riprodursi, basterebbero pochi semi ogni molti anni, un frutto solo. E invece, ad ogni autunno, è un'abbondanza di frutti, una generosità magnifica offerta a tutti, all'uomo, al piccolo insetto, alla terra nutrice: la generosità della natura è un modello per il cuore dell'uomo.
Isaia, in questo suo cantico, dice che è una storia che non può continuare all’infinito. E’ necessario un giudizio (Is 5,3). Dunque non resta che il castigo: la vigna cadrà in rovina, non sarà più coltivata e vi cresceranno rovi e pruni. Ma il castigo di Dio non è mai per sempre. Le minacce di Dio sono per convertire, non per distruggere.
Gesù, in questa sua parabola, riprende alcune frasi del “cantico della vigna” di Isaia, con il quale questo grande Profeta descrive in profondità la storia del popolo di Israele di cui Dio ha cura con amore fedele, e precisa che la questione principale non è la produzione di frutti più o meno buoni, ma la volontà dei vignaioli di voler togliere la vigna al Padrone. I contadini non vogliono riconoscere il padrone come tale. Questo è il loro peccato. Si comportano come se la vigna appartenesse a loro. E quando uccidono il Figlio1 del Padrone, lo dicono chiaramente: vogliono farsi eredi e padroni. Ma rifiutando la signoria di Dio, rifiutano la pietra angolare, l’unica che tiene il mondo in piedi. Senza il riconoscimento di Dio, il mondo non sta in piedi, la convivenza si frantuma.
Se ci mettessimo nella logica amara e violenta dei vignaioli, ne ripeteremmo le parole insensate e brutali: “Costui è l’erede, venite, uccidiamolo e avremo noi l'eredità”. Se dessimo ascolto a questa risposta rozza e brutale, faremmo continuare le vendemmie di sangue, che arrossano il mondo.
Se alla domanda di Cristo: “Che cosa farà il padrone della vigna dopo l’uccisione del figlio?”, la nostra risposta fosse analoga alla soluzione proposta dai giudei, avremmo una punizione esemplare, nuovi vignaioli, nuovi tributi, ma un mondo vecchio. Questa idea di giustizia riporterebbe le cose un passo indietro, a prima del delitto, mantenendo intatto il ciclo immutabile del dare e del prendere o, più precisamente, del pretendere.
Gesù dà una risposta che allarga il cuore alla speranza: l’esito della storia sarà buono, la vigna sarà generosa di frutti, il Padrone non sprecherà i giorni dell’eternità in vendette. Il regno di Dio sarà dato a un popolo che ne produca i frutti, che sono l’amore, e si pone come pietra angolare, garante di amore saldo.
Se come pietre vive siamo chiamati ad essere la Chiesa viva di Cristo. Come tralci dobbiamo aderire a Lui, che è la vite, così vivremo nell’amore e dell’amore, nell’essere amati e nell’amare il Signore.
Dio non si arrende e offre un nuovo modo per arrivare ad un amore libero, irrevocabile, al frutto di tale amore, alla vera uva: manda suo Figlio, che si fa uomo. Così Dio stesso diventa radice della vite, diventa la vite, e così la vite diviene indistruttibile. Questo popolo di Dio non può essere distrutto, perché Dio stesso vi è entrato, si è impiantato in questa terra. Il nuovo popolo di Dio è realmente fondato in Dio stesso, che si fa uomo e così ci chiama ad essere in Lui la nuova vite e ci chiama a stare, a rimanere in Lui.

2) La gioia dell’amore.
Qual è lo scopo della vite? Quello di dare frutto, di dare il dono prezioso dell’uva, del vino buono.
Il vino è simbolo, è espressione della gioia dell’amore. Il Signore si è scelto il suo popolo per avere la risposta del suo amore e così questa immagine della vite, della vigna, ha un significato sponsale. La vite è espressione del fatto che Dio cerca l’amore della sua creatura, vuole entrare in una relazione d’amore, in una relazione sponsale con il mondo tramite il popolo da lui eletto.
Purtroppo la storia di di questo popolo di Dio è una storia di infedeltà: invece di uva preziosa, vengono prodotte solo piccole “cose immangiabili”. Invece di “rimanere” nella comunione dell’amore, l’uomo si ritira nel suo egoismo, vuole avere se stesso solo per sé, vuole avere Dio per sé, vuole avere il mondo per sé. E così, la vigna viene devastata, il cinghiale del bosco, tutti i nemici vengono, e la vigna diventa un deserto.
La Volontà di Dio non è quella di un padrone che vuole gli sia pagato l’affitto, che esige la condanna a morte di chi ha ucciso suo Figlio. Non vuole una vigna che maturi grappoli rossi di sangue e amari di lacrime, ma grappoli di amore maturati al sole della sua verità e gonfi della luce del suo amore, che sgorga dal cuore del Figlio. Questo Figlio, morto sulla croce, da “pietra scartata dai costruttori” diventa “pietra angolare”, il fondamento di tutto.
Che poteva fare di più il Signore? Dio ha amato fino al segno estremo: Dio ha tanto amato il mondo da mandare Suo Figlio, consegnandolo alla morte di croce. Come dice S. Paolo, sulla croce Gesù "mi ha amato e ha dato tutto se stesso per me". Questa è l'opera mirabile del Signore. La risurrezione di Cristo diventa il fondamento e l'inizio di ogni vita nuova. E' la rivincita, la vittoria dell'amore.
Per capire questa logica divina, dobbiamo piangere non tanto sull’infruttuosità di noi tralci staccati dalla vite, ma sul ricordo dell’amore divino che noi tradiamo. Le tenerezze di Dio, le sue dolci cure di divino Innamorato sono la sorgente della nostra vera gioia.
A lui che disse: “Io sono la vite e voi i tralci che rendo fecondi” diciamo grazie dal più profondo del cuore, e umilmente domandiamo che ci conceda la grazia di rimanere sempre uniti a lui
 nell’eterno mistero 
del morire e del risorgere, dell’offerta di sé al Padre.
Le Vergini consacrate nel mondo hanno offerto e rinnovano l’offerta di se stesse “come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio” (Rm 12,1). Mediante questa offerta esse si ineriscono a Cristo come tralci alla vite e il loro essere con Cristo è il segreto della loro fecondità spirituale.
Questo donne consacrate nel mondo sono, insieme con Cristo, accanto ai fratelli e sorelle in umanità. L’umanità è il campo a cui Gesù ci invia, destinate come lui ad “essere nelle cose del Padre”2.
Queste donne sono chiamate a testimoniare in modo particolare la ricchezza di frutti che produce l’essere con Gesù e come lui nelle cose del Padre, nella sua volontà, nel suo disegno salvifico di amore. Vivendo e lavorando nel mondo, sono chiamate a vivere e testimoniare l’armonia tra interiorità e vita. La consuetudine di vita con il Signore le porta ad andare oltre quello che sono per aprirsi alla dimensione dell’amore. Le commoventi parole di Gesù: “Rimanete in me… rimanete nel mio amore!” (Gv 15, 7.9.), sono la chiave per costruire una autentica spiritualità della donna consacrata: dall’Amore che ricevono all’amore che donano.
Con la chiamata alla verginità, il Signore non le toglie a nessuno: più cresce la loro unione con Lui, più crescono le risorse per il dono di sè ai fratelli. Risorse di un amore che raggiunge le persone pure attraverso le vie misteriose dello spirito.
L'appartenenza a Dio si fa sempre dono al prossimo.
La verginità, inoltre, non priva la donna delle sue prerogative di sposa e di madre.
E’ con cuore di sposa che la donna donatasi a Cristo si rivolge ai fratelli. Se non fosse così sarebbe come tralcio staccato dalla vite. Dice Paolo, “la nostra capacità viene da Dio” (2 Cor 3,5).
E’ con cuore di madre che la donna consacrata vive la maternità spirituale in molteplici forme. Nella sua vita consacrata la donna, secondo le capacità sue proprie, esprime una materna “sollecitudine per gli essere umani, specialmente per i più bisognosi: gli ammalati, i portatori di handicap, gli abbandonati, gli orfani, gli anziani, i bambini, la gioventù, i carcerati e, in genere, gli emarginati. Una donna consacrata ritrova in tal modo lo Sposo, diverso e unico in tutti e in ciascuno, secondo le sue stesse parole:‘Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi (…), l’avete fatto a me’ (Mt 25,40)”. (San Giovanni Paolo II, Mulieris dignitatem, 21).
Una maternità che, come è stato per Maria, viene a noi come dono e dà inizio a qualcosa di nuovo. E’ la risposta di Dio a una gratuità d’amore che egli stesso ha suscitato “per non lasciar mancare a questo mondo un raggio della divina bellezza che illumini il cammino dell’esistenza umana” (Vita Consacrata, 109).


1 Non deve stupire questo modo di procedere che riproduce una situazione realistica e frequente ai tempi di Gesù e anche dopo, fino agli anni 70 circa. La zona collinosa della Galilea era costituita in gran parte di latifondi, acquistati da proprietari stranieri, che li davano in affitto a singoli o anche a gruppi organizzati di affittuari. Questi ultimi, come da contratto, dovevano consegnare una determinata parte del raccolto al padrone, che, vivendo lontano, normalmente inviava suoi fiduciari per l’incasso. Succedeva anche che, approfittando dell’assenza del proprietario, i contadini si ribellassero, rifiutando di onorare il contratto; non solo, ma si poteva giungere addirittura ad atti di violenza nei confronti degli amministratori inviati da signori molto potenti, ma anche molto lontani. Nel racconto di Gesù, visti i fallimenti degli inviati precedenti, il padrone arriva a mandare il proprio figlio, suo erede, confidando nella sua autorità; ma i vignaioli agiscono ancora più malvagiamente, uccidendolo. Anche qui c'è uno sfondo veritiero: secondo il diritto del tempo, un podere, alla morte del proprietario senza eredi, passava nelle mani del primo occupante.

2 Un’espressione che traduce alla lettera il testo greco del noto versetto di Luca: «Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?» (Lc 2,49).




Lettura Patristica
Sant’Ambrogio di Milano
Commento al Vangelo di Luca (In Luc. 9, 23-30.33)


1. Parabola dei vignaioli omicidi

       "Un uomo piantò una vigna" (Lc 20,9). Parecchi deducono diversi significati dal nome della vigna, ma è evidente che Isaia ha ricordato come la vigna del Signore di Sabaoth sia la casa d’Israele (Is 5,7). Chi altro mai, se non Dio, ha creato questa vigna? È dunque Lui che la diede in affitto e partì per andare lontano, non nel senso che il Signore si sia trasferito da un luogo all’altro, dato che Egli è sempre dappertutto, ma perché è più vicino a chi lo ama, ma sta lontano da chi lo trascura. Egli fu assente per lunghe stagioni, per evitare che la riscossione sembrasse prematura. Quanto più longanime la benevolenza, tanto più inescusabile la ostinatezza.

       Per cui, secondo Matteo, giustamente trovi che "la circondò anche di una siepe" (Mt 21,33 Is 5,2), cioè la recinse munendola della protezione divina, affinché non fosse facilmente esposta agli assalti delle belve spirituali.

       E al tempo dei frutti mandò i suoi poveri servi. È giusto che abbia indicato il tempo dei frutti, non il raccolto, infatti dai Giudei non si ebbe alcun frutto, questa vigna non ha dato alcun raccolto, poiché di essa il Signore dice: "Attendevo che producesse uve, ma essa diede spine" (Is 5,2). Perciò i torchi traboccarono non di vino che rallegra, non di mosto spirituale, ma del sangue rosseggiante dei profeti. Del resto Geremia fu gettato in una cisterna (Jr 38,6), di questa specie erano ormai i torchi dei Giudei, pieni non di vino ma di melma. E sebbene, come sembra, questa sia un’allusione generale ai profeti, tuttavia il passo ci permette di pensare che si tratti di quel ben noto Nabot (cf. 1R 21,1-14), il quale fu lapidato: sebbene di lui non ci sia stata tramandata nessuna parola profetica, ci è stata però tramandata la sua storia profetica, poiché preannunziò col proprio sangue che molti sarebbero stati i martiri a favore di questa vigna. E chi è colui che viene colpito al capo? È certamente Isaia, a cui una sega poté più facilmente tagliare in due le membra del corpo che non far vacillare la fede, o sminuir la costanza, o troncare il vigore dell’anima.

       E ciò avvenne perché, quando ormai aveva designato tanti altri estranei, che i Giudei cacciarono senza onore e senza risultati, non essendo riusciti a cavarne nulla, per ultimo mandò anche il Figlio unigenito, e quei perfidi, mossi dalla bramosia di eliminarlo perché era l’erede, l’uccisero (cf. Lc 20,13ss) crocifiggendolo, lo respinsero rinnegandolo.

       Quante cose, e quanto importanti, in così brevi tratti! Anzitutto questo: che la bontà è una dote di natura, e il più delle volte si fida di chi non lo merita; inoltre, che Cristo è venuto come estremo rimedio delle perversità; infine, che chi rinnega l’Erede, dispera del Creatore. E Cristo (He 1,2) è al tempo stesso erede e testatore; erede, perché sopravvive alla propria morte e raccoglie nei progressi che facciamo direi come i frutti ereditari dei testamenti, ch’Egli stesso ha stabilito.

       È però opportuno che faccia domande agli interlocutori, affinché emettano da sé stessi la sentenza della propria condanna. E afferma che alla fine giungerà il padrone della vigna (Lc 20,16), perché nel Figlio è anche presente la maestà del Padre, o anche perché negli ultimi tempi, più da vicino influirà dolcemente sugli affetti umani. Quindi coloro pronunciano contro sé stessi la sentenza, affermando che i cattivi devono andare in rovina e la vigna passare ad altri coloni ("ibid."). Consideriamo allora chi siano i coloni, e che cosa sia la vigna.

       La vigna prefigura noi: il popolo di Dio, stabilito sulla radice della vite eterna (Jn 15,1-6), sovrasta la terra e formando l’ornamento del suolo meschino, ora comincia a far sbocciare fiori splendenti come gemme, ora si riveste dei verdi germogli che l’avvolgono, ora accoglie su di sé un mite giogo (Mt 11,29), quando è ormai cresciuto estendendo i suoi bracci ben cresciuti come tralci di una vite feconda. Il vignaiolo è senza alcun dubbio il Padre (Jn 15,1) onnipotente, la vite è Cristo, e noi siamo i tralci (Jn 15,5): ma se non portiamo frutto in Cristo veniamo recisi (Jn 15,2) dalla falce del coltivatore eterno. Perciò è esatto che il popolo sia chiamato la vigna di Cristo, sia perché sulla sua fronte vien posto come ornamento il segno della croce, sia perché si raccoglie il suo frutto durante l’ultima stagione dell’anno, sia perché allo stesso modo che avviene per tutti i filari della vigna, così nella Chiesa di Dio uguale è la misura, e non vi è alcuna differenza tra poveri e ricchi, tra umili e potenti, tra schiavi e padroni (Col 3,25 Ep 6,8). Come la vite si sposa agli alberi, così il corpo si congiunge all’anima, e anche l’anima al corpo. Come il vigneto sta ritto quand’è legato insieme, e, se viene potato, non s’impoverisce ma diventa più rigoglioso, così la santa plebe quand’è legata è resa libera, quand’è umiliata si innalza, quand’è recisa riceve la corona. E, persino, come il tenero virgulto staccato dall’antico albero viene innestato nella fecondità di una nuova radice, così questo popolo santo, quando ha rimarginato i tagli dell’antico virgulto, si sviluppa perché è tenuto al sicuro dentro quel legno della croce come nel grembo di una madre affettuosa; e lo Spirito Santo, come se discendesse giù nelle buche profonde del terreno, riversandosi nel carcere di questo corpo, lava via il fetidume con la corrente dell’acqua che salva, e solleva le abitudini delle nostre membra all’altezza della disciplina celeste.

       Questa è la vigna che il premuroso vignaiolo è solito zappare aggiogare insieme, potare; egli, sgombrando i pesanti mucchi di terra, ora espone al sole cocente, ora fa intridere alla pioggia le miserie nascoste del nostro corpo, e suole sbarazzare dagli sterpi il terreno coltivabile per evitare che le gemme siano guaste dai rovi, o l’ombra del fogliame lussureggiante sia troppo densa o lo sfoggio infecondo delle parole, aduggiando le virtù, impedisca che la caratteristica della sua natura giunga a maturazione. Ma guardiamoci bene dal temere qualsiasi danno a questa vigna, che il custode sempre desto del Salvatore ha circondato col muro della vita eterna contro tutte le lusinghe della malizia mondana.

       Salve, vigna meritevole di un custode così grande: ti ha consacrato non il sangue del solo Nabot (cf. 1R 21,13) ma quello di innumerevoli profeti, e anzi quello, tanto più prezioso, versato dal Signore. È bensì vero che colui, senza farsi atterrire dalle minacce di un re, non soffocò la costanza con la paura né, allettato da ricchissime ricompense, barattò il suo sentimento religioso ma, opponendosi al desiderio del tiranno, perché l’erba della malva non si seminasse nei suoi orticelli al posto delle viti recise, contenne col proprio sangue, non potendo fare altro, le fiamme preparate per le proprie viti; ma egli difendeva pur sempre una vigna (cf. 1R 21,2) materiale; invece tu per noi sei stata piantata per l’eternità con lo sterminio di tanti martiri, e la croce degli apostoli, emulando la passione del Signore, ti ha diffusa fino ai confini del mondo.


Nessun commento:

Posta un commento