domenica 27 novembre 2022

Avvento: tempo di attesa vigile e gioiosa.

I Domenica di Avvento – Anno A – 27 novembre 2022

Rito Romano

Is 2,1-5; Sal 121; Rm 13,11-14; Mt 24,37-44

 

 

Rito Ambrosiano

Is 35,1-10; Sal 84; Rm 11,25-36; Mt 11,2-15

III Domenica di Avvento (Anno A)

Le profezie adempiute

 

            1) La vigilanza ed altro.

            Oggi comincia l’Avvento[1], che prepara la festa per la nascita di Gesù a Betlemme. Questo breve periodo liturgico di poco meno di 30 giorni rappresenta la lunga distesa di secoli trascorsi nell’attesa del Redentore, giunto nella pienezza dei tempi.

            La liturgia ci aiuta a vivere questo tempo di grazia 

            con vigilanza, che è l’impegno intenso e fiducioso di chi confida nell’amore misericordioso di Dio e si  prepara all’incontro con Cristo Salvatore.

            Con la conversione del cuore, perché senza un cuore rivolto a Dio conversione non sono possibili l’attesa, la speranza e la gioia per la venuta del Messia.

            Con cuore di povero, cioè di chi non tanto è povero in senso economico, ma in senso biblico[2] di colui che si affida pienamente a Dio e si appoggia con fiducia in lui. 

            Con fede, virtù che ci è di sostegno per accogliere, come Maria, il Figlio di Dio fatto carne per la nostra salvezza. 

            Con speranza, che è fiduciosa attesa di un bene futuro assolutamente buono (cfr. San Tommaso d’Aquino, III Sent., d. 26, q. 2, a. 1, ad 3); 

            Con pietà che pratica la preghiera, che è – nell’Avvento - affettuosa invocazione all’Atteso: Vieni, Signore Gesù(Ap 22, 20).

            Con gioia, espressione di un’attesa lieta perché Chi è atteso, certamente verrà. Dio è fedele.

            Ho messo pe prima la vigilanza, l’attenzione -vale dire la tensione a presenza imminente di Cristo -, perché in questa I domenica di preparazione alla venuta del Figlio dell'Uomo nella nostra vita siamo invitati ad essere vigilanti. In effetti, la liturgia di oggi ci propone un brano del Vangelo, nel quale, Cristo ci chiede di essere attenti agli avvenimenti per scoprire in essi l’ora della venuta del Figlio dell’Uomo. Il Redentore, per illustrare come dobbiamo essere attenti agli avvenimenti, prima, ricorre all’episodio del diluvio universale al tempo di Noè e, poi, si paragona a un ladro che viene nella notte e a un padrone di casa che non sorveglia la sua abitazione.

            Il non conoscere il giorno e l’ora della venuta di Cristo deve convincerci della necessità di vigilare sempre, di star sempre “pronti”, perché tutta la vita sia tensione a quell’ora e a quel giorno. A questo incontro con il Redentore dobbiamo arrivare preparati, per non essere colti di sorpresa, ma pronti ad accogliere Dio che viene senza avvisare, che arriva quando meno ce l’aspettiamo.

            Dunque, la vigilanza è l’atteggiamento nel quale si deve vivere ogni frammento di vita personale e comune come fosse enormemente prezioso, anzi, il solo a disposizione, perché è l’attimo presente. Quando, mentre stava per morire, fu chiesto a santa Teresa del Bambino Gesù, se non aveva paura del ladro che stava per giungere, lei rispose che lo aspettava con desiderio e amore. Questa santa ci dà l’esempio di vigile serenità della carità, di grande apertura nei confronti di Dio, di intensa aspettativa e adesione a Lui. La preghiera d’inizio della Messa di oggi ben sintetizza tutto ciò: “O Dio, Padre misericordioso, che per riunire i popoli nel tuo regno hai inviato il tuo Figlio unigenito, maestro di verità e fonte di riconciliazione, risveglia in noi uno spirito vigilante, perché camminiamo sulle tue vie di libertà e di amore fino a contemplarti nell'eterna gloria. Per il nostro Signore Gesù Cristo” (Colletta della I Domenica di Avvento - Anno A).

 

 

            2) Conversione nella gioia.

            L’Avvento è il tempo in cui la Chiesa celebra la gioiosa attesa del Messia e la salda certezza sicura dell’Avvento del Regno di Dio che non è questione di mangiare o bere ma è giustizia, pace e gioia (cfr. Rm 14, 17). Ma solo ritornando al Signore con tutto il cuore nell’attesa della sua venuta e del suo ritorno questo Regno di pace, giustizia e gioia si instaurerà in noi e nel mondo.

            La vigilanza richiede la conversione per lottare contro il dormiveglia e la disattenzione e la dimenticanza.  Va però ricordato che la persona vigile, vigilante non indica, come invece abitualmente nel mondo greco, chi sta sveglio, raccogliendo tutte le proprie forze e trovando in se stesso tutto il coraggio possibile per affrontare la notte e l’eventuale nemico. Nel mondo biblico vigile è che è sta sveglio confidando in Dio e aggrappandosi a Lui, abbandonandosi a Lui. La parola vigilanza, quindi, non dica direttamente qualcosa da fare, ma un modo di vivere e di guardare.

            L’inno d’Avvento: “Innalzate nei cieli lo sguardo” ci fa cantare che “la salvezza di Dio è vicina” e ci comanda Risvegliate nel cuore l'attesa per accogliere il Re della gloria”. L'imperativo del guardare  con il cuore sveglio cioè con attenzione e lucidità implica la lucidità di non lasciarsi incantare dalle apparenze ma l’acutezza di una vista che ci permetterà di riconoscere in una grotta il Bambino, “messaggero di pace”, che “reca al mondo il sorriso di Dio”.

            Per essere biblicamente, cristianamente vigilanti è necessario quindi una conversione del cuore e dei “suoi occhi”. In effetti, senza una profonda conversione non è possibile l’attesa, la speranza e la gioia per la venuta del Signore. Lo spirito di conversione, proprio dell’Avvento, ha tonalità diverse da quelle richiamate dalla Quaresima, anche se in entrambi i due periodi liturgici siamo invitata a praticare più intensamente la preghiera, il digiuno e l’elemosina (=misericordia). La sostanza essenziale è sempre la stessa, ma, mentre la Quaresima è contrassegnata dall’austerità per la riparazione del peccato, l’Avvento è contrassegnato dalla gioia per la venuta del Signore.

 A questo riguardo Papa Francesco insegna: “L'Avvento è tempo di gioia perché fa rivivere l'attesa dell'evento più lieto nella storia: la nascita del Figlio di Dio dalla Vergine Maria. Sapere che Dio non è lontano, ma vicino, non indifferente, ma compassionevole, non estraneo, ma Padre misericordioso che ci segue amorevolmente nel rispetto della nostra libertà: tutto questo è motivo di una gioia profonda che le alterne vicende quotidiane non possono scalfire” (18 dicembre 2015).

            L’avvento è il tempo dell’attesa dell’eterno Dio che si fa presenza d’amore nel mondo. Proprio per questa ragione è, in modo particolare, il tempo della gioia, di una gioia interiorizzata, che nessuna sofferenza può cancellare. La gioia per il fatto che Dio si è fatto bambino. Questa gioia, invisibilmente presente in noi, ci incoraggia a continuare il nostro cammino con fiducia.

            L'Avvento è per eccellenza il tempo della speranza, nel quale i credenti in Cristo sono invitati a restare in un'attesa vigilante ed operosa, alimentata dalla preghiera e dal fattivo e quotidiano impegno dell'amore. 

            Un esempio quotidiano di vivere l’attesa di Cristo con operosa carità ci viene dalla Vergini consacrate nel mondo. In ciò esse seguono l’invito che il Papa emerito Benedetto XVI :” 6. “La vostra vita sia una particolare testimonianza di carità e segno visibile del Regno futuro” (RCV, 30). Fate in modo che la vostra persona irradi sempre la dignità dell’essere sposa di Cristo, esprima la novità dell’esistenza cristiana e l’attesa serena della vita futura. Così, con la vostra vita retta, voi potrete essere stelle che orientano il cammino del mondo. La scelta della vita verginale, infatti, è un richiamo alla transitorietà delle realtà terrestri e anticipazione dei beni futuri. Siate testimoni dell’attesa vigilante e operosa, della gioia, della pace che è propria di chi si abbandona all’amore di Dio. Siate presenti nel mondo e tuttavia pellegrine verso il Regno. La vergine consacrata, infatti, si identifica con quella sposa che, insieme allo Spirito, invoca la venuta del Signore: “Lo Spirito e la sposa dicono ‘Vieni’” (Ap 22,17) (Discorso alle partecipanti al Congresso dell’ “ORDO VIRGINUM” sul tema “Verginità consacrata nel mondo: un dono per la Chiesa e nella Chiesa”,15 maggio 2008, n.6)

 

 

Lettura Patristica

Guerric d’Igny (ca 1070/1080 - 1157)

III serm. 1-2

 

 

Esser pronti all’incontro con il Signore

 

       "Tieniti pronto all’incontro col Signore, o Israele, poiché egli viene" (Am 4,12).

 

       E anche voi, fratelli, tenetevi pronti, perché "il Figlio dell’uomo verrà nell’ora che non pensate" (Lc 12,40).

 

       Nulla è più certo che egli verrà, ma nulla più incerto di quando egli verrà. Infatti, è così poco in nostro potere conoscere i tempi o i momenti che il Padre ha riservato alla sua scelta (Ac 1,7) che non è dato neppure agli angeli che lo assistono conoscere il giorno né l’ora (Mt 24,36). Anche il nostro ultimo giorno verrà, è certissimo; ma quando, dove o come sopraggiungerà, questo è molto incerto; noi sappiamo soltanto, come è stato detto prima di noi: per i vecchi, esso è alla porta, mentre per i giovani è in agguato. E almeno vegliassero su sé stessi coloro che vedono la morte pronta ad entrare anzi, che la vedono già entrare. Che non è forse già parzialmente entrata quando alcune parti del corpo sono già morte? E tuttavia in molti semimorti è dato vedere ancora viva la brama del mondo; le membra diventano fredde, e l’avarizia l’arde: la vita finisce, ma l’ambizione si prolunga. Visto che a noi pure, cui forse l’età o la salute sembrano promettere più lungo spazio, quanto meno la morte si profila all’orizzonte, tanto più allora, se noi siamo saggi, ci deve apparire piccola cosa. Affinché non accada che quel giorno ci sorprenda all’improvviso incauti e non preparati come un ladro nella notte (1Th 5,2). Poiché esso sta in agguato, tanto più va temuto quanto meno lo si può vedere o ci se ne può guardare. Per cui l’unica sicurezza è quella di non esser mai sicuri; giacché il timore, non tenendo all’erta, fa stare sempre pronti, finché la sicurezza prenda il posto del timore e non il timore quello della sicurezza...

 

       Com’è bello, fratelli, e quale beatitudine, non solo rimanere sicuri di fronte alla morte, ma altresì trionfare con gloria per la testimonianza della coscienza; ...aprire con gioia al Giudice che viene e che bussa alla porta. Allora invero si vedranno, ahimè, gli uomini come me tremare per la paura; chiedere una dilazione, e non ottenerla; voler comprare con lacrime di penitenza dell’olio per la coscienza e non averne il tempo; voler evitare quei vizi spettrali e non poterlo; volersi nascondere nel corpo davanti alla collera che tuona, ed essere costretti a uscirne. Esalerà, "esalerà il suo spirito", e il peccatore "ritornerà alla terra" donde venne: "In quel giorno svaniranno tutti i loro disegni" (Ps 145,4). So che è della condizione umana essere turbati al momento decisivo della partenza; quando anche i perfetti non vogliono essere spogliati, ma rivestire il loro vestito di gloria sull’altro, e coloro che non si sentono colpevoli, poiché non per questo si trovano giustificati, sono costretti a temere un giudizio di cui ignorano il contenuto. Ma che la mia anima sia turbata a motivo della sua condizione, o per mancanza di santità, o per timore del giudizio, dice il giusto: Tu, o Signore, ricordati della tua misericordia, invia la tua misericordia e la tua verità, e libera la mia anima dai lioncelli, e io che prima ero turbato, poi in pace mi corico e subito mi addormento (Ps 41,7)...

 

       Pertanto "tieniti pronto", o vero "Israele, per l’incontro col Signore", affinché non solo quando viene e bussa tu gli apra, ma quando ancora è lontano tu gli vada incontro allegramente e col cuore pieno di gioia, e avendo fiducia per il giorno del giudizio, tu preghi con tutta l’anima che venga il suo regno. Se dunque in quel momento vuoi essere trovato pronto, "prima del giudizio preparati la giustizia" (Si 18,19) secondo il consiglio del Saggio; sii pronto a compiere ogni opera buona e non meno pronto a sopportare qualsiasi male...

 

       Tu dunque "vieni incontro a me" (Ps 58,5-6), che ti vengo incontro; poiché io non posso elevarmi alla tua altezza, se tu chinandoti "all’opera delle tue mani non mi porgi la destra" (Jb 14,15). "Vienimi incontro e vedi se c’è via di menzogna in me" (Ps 58,6 Ps 138,24); e se trovi in me una "via di menzogna" che io ignoro, "allontanala" e avendo misericordia di me, con la tua legge guidami sulla via eterna (Ps 138,24) cioè Cristo, che è la via per la quale si va e l’eternità alla quale si perviene, la via immacolata, la beata dimora.

 

 

 

 



[1] L’avvento ha quattro domeniche per il rito romano e sei per quello ambrosiano. Quest’anno siamo nell’anno A - secondo il ciclo liturgico triennale – e saremo accompagnati in esso dal Vangelo di Matteo. Alcune caratteristiche di questo Vangelo sono: l'ampiezza con cui sono riportati gli insegnamenti di Gesù (i famosi discorsi, come quello della montagna), l'attenzione al rapporto Legge-Vangelo (il Vangelo è la “nuova Legge”). È considerato il Vangelo più “ecclesiastico” per il racconto del primato a Pietro e per l’uso del termine Chiesa, in greco “Ecclesia” (dal verbo ek-kalein che vuol dire convocare, il cui sostantivo è appunto ecclesia=convocazione, assemblea) che non si incontra negli altri tre Vangeli di Marco, Luca e Giovanni.

[2] Questo povero o “anawim”, come lo chiama la Bibbia in ebraico, è il mite e l’umile, la cui disposizioni fondamentali sono l’umiltà, il timore di Dio, la fede.

 

sabato 19 novembre 2022

Cristo Re, la Verità incarnata che regna con l’amore

 

XXXIV Domenica del Tempo Ordinario – Solennità di Cristo Re – Anno C – 20 novembre 2022

Rito Romano

2Sam 5,1-3; Sal 121; Col 1,12-20; Lc 23,35-43

Nostro Signore Gesù Cristo Re dell'Universo


Rito Ambrosiano

Bar 4,36-5.9; Sal 99; Rm 15,1-13; Lc 3,1-18

II Domenica di Avvento (Anno A)

I figli del Regno


1) Regalità della Verità.

L’anno liturgico si chiude con la celebrazione di Cristo, Re dell’universo.

Grazie alla liturgia, abbiamo iniziato il nostro cammino del cuore a Nazareth con la Madonna che attendeva il Messia da lei atteso e a lei annunciato dall’Angelo, poi spiritualmente abbiamo percorso con il Salvatore le strade della Terra Santa. Alla fine dell’annuale cammino liturgico oggi arriviamo a Gerusalemme e siamo messi davanti alla Croce, sulla quale Cristo muore. 

Qualcuno può stupirsi che per festeggiare Cristo, re dell'universo, la Chiesa non ci proponga oggi il racconto di una teofania splendente: quella della Trasfigurazione, per esempio. La liturgia ci invita a contemplare Gesù in Croce. Su questo paradossale “trono”, il Re dei re esercita il potere salvando un ladro pentito.

Siamo invitati a capire che la regalità di Gesù Cristo ha come centro il mistero della sua morte e risurrezione. Quando Gesù è messo in croce, i capi dei Giudei lo deridono dicendo: “Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso” (Lc23, 37). In realtà, Gesù, il Figlio di Dio, si è consegnato liberamente alla sua passione, e la croce è il segno paradossale della sua regalità, che consiste nella vittoria della volontà d’amore di Dio Padre sulla disobbedienza del peccato. Da questo “trono” di semplice legno secco Cristo regna esercitando il suo potere di amore misericordioso. Dalla croce che regge il mondo, Lui regna e governa con l’amore misericordioso.

E’ proprio offrendo se stesso nel sacrificio di espiazione che Gesù diventa il Re universale, come, apparendo agli Apostoli dopo la risurrezione, Lui stesso dichiarerà: “A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra” (Mt 28,18). 

Ma in che cosa consiste la regalità di Gesù? Il suo regno è un “regno eterno e universale, regno di verità e di vita, di santità e di grazia, di amore e di pace” (Prefazio della Messa di Cristo Re). A questo regno noi avremo accesso, guardando Gesù in croce come ha fatto il ladrone pentito. Quest’uomo seppe riconoscere la verità di Dio in un uomo crocifisso e fu salvato per sempre: Cristo è Dio, è grazia, è misericordia, ed è morto perchè ciascuno di noi possa vivere.

E' importante capire che la regalità di Cristo risplende nella sua “ostinazione” ad amarci, nel suo rifiuto di usare la sua potenza per salvare se stesso, donando la vita e donandoci la vita vera. E’ ancora più importante capire che Gesù è re della verità. Lui è re dell’universo, perché è la Verità, fa entrare nella verità e le rende testimonianza (Gv 8,44-45).

Per Gesù, che si definì: Verità, Via e Vita (Gv 14, 16), la verità è la sola cosa conta, come rispose a Pilato: “Tu lo dici; io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce” (Gv 18,37). E questa affermazione non contraddice l’importanza dell’amore. Verità e amore non sono in contraddizione; piuttosto si esigono e alimentano vicendevolmente, poiché la verità senza l’amore può diventare brutale e l’amore senza verità può diventare banale.

“Proprio nel colloquio di Gesù con Pilato si rende evidente che non esiste alcuna rottura tra l’annuncio di Gesù in Galilea - il regno di Dio - e i suoi discorsi in Gerusalemme. Il centro del messaggio fino alla croce - fino all’iscrizione sulla croce - è il regno di Dio, la nuova regalità che Gesù rappresenta. Il centro di ciò è, però, la verità. La regalità annunciata da Gesù nelle parabole e, infine, in modo del tutto aperto davanti al giudice terreno è, appunto, la regalità della verità. L’erezione di questa regalità quale vera liberazione dell’uomo è ciò che interessa” (Joseph Ratzinger-Benedetto XVI, Gesù di Nazareth, Città del Vaticano 2011, p. 219).

2) Re vero di un mondo nuovo.

Il potere regale di Cristo non è come quello dei re e dei potenti di questo mondo. E’ il potere divino di dare la vita eterna, di liberare dal male, di sconfiggere il dominio della morte. E’ il potere dell’Amore, che per imporsi non ha bisogno della forza bruta ma di quella della tenerezza, che sa ricavare il bene dal male, intenerire un cuore indurito, portare pace nel conflitto più aspro, accendere la speranza nel buio più fitto. Questo Regno della Grazia non si impone mai, si propone e rispetta sempre la nostra libertà. Cristo è venuto a “rendere testimonianza alla verità” (Gv 18,37).

Davvero la regalità di Gesù ha nulla da condividere con il concetto di regalità che abbiamo noi uomini. Noi siamo abituati a chiamare ‘grandi’ quanti nella politica, nell'economia, nella vita sociale, sanno imporsi con ‘visibilità', che spesso sa di voglia di affermarsi, di stupire e di dominare.

Il Regno di Gesù non è di questo mondo. Perché? Perché la verità è che “Dio ha tanto amato il mondo da sacrificare il suo unico Figlio perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna” (Gv 3, 16).

Dunque l’importante è accettare la croce e riconoscerla come trono di verità e di compassione. Cristo patì con noi (ci compatì, nel senso letterale del termine: com-patire cioè patire, soffrire con) e la sua compassione non fu un’emozione che si espresse solo con le lacrime. Gesù non solo pianse sul nostro dolore e sul nostro peccato ma in maniera definitiva sulla croce, quando prese su di sé la colpa del mondo e come agnello, come capro espiatorio, la portò via, fece sua la nostra passione. Gesù è “Re ma la sua è la potenza di Dio, che affronta il male del mondo, il peccato che sfigura il volto dell'uomo. Gesù prende su di sé il male, la sporcizia, il peccato del mondo, anche il nostro peccato, e lo lava, lo lava con il suo sangue, con la misericordia, con l'amore di Dio” (Papa Francesco, Angelus del 14 novembre 2015)

L’immacolato Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo da perenne testimonianza alla verità. Alla verità dell’Amore divino.

Con la Croce il mondo che prende in giro Cristo: “Se sei re scendi dalla Croce, salvati”, è vinto. “Abbiate fiducia, io ho vinto il mondo” e perciò: “Sì, io sono re”. Ma non all’interno del mondo che è stato sconfitto, bensì dall’alto di un trono che sta innalzato al di sopra del mondo. Gesù introduce la Signoria di Dio nel mondo, al suo interno: nel cuore degli uomini: in particolare dei poveri, dei bambini, dei misericordiosi dei miti, dei perseguitati: nei cuori puri. Per mezzo suo l’amore di Dio è ora e stabilmente divenuto di casa sulla terra.

3) Un messaggio troppo alto e lontano?

Questo messaggio di Cristo re che serve la verità e l’amore mediante il dono totale di sé, può essere avvertito come qualcosa di così lontano e di così alto che noi poveri esseri umani non possiamo afferrarlo. Il Cristianesimo sembra essere una dottrina non realistica, non adatta a questo mondo. Ma il Redentore ha detto: “Sono venuto nel mondo per rendere testimonianza alla verità e ognuno che è dalla verità ascolta la mia voce”. Ognuno. Non solamente chi ha studiato teologia o il catechismo. Cristo Re ha un modo di rendersi comprensibile a chiunque: facendosi incontro a ciascun essere umano, purché il suo cuore –anche se in modo inconsapevole - aneli a Lui. Ognuno può incontrarlo ed ascoltare la sua voce. I cristiani non ne hanno il monopolio, hanno il compito di continuare a portare avanti nel mondo -in modo esplicito e consapevole- la testimonianza della verità e dell’amore che hanno sperimentato in sé.

Un modo particolare di rendere questa testimonianza è quello delle vergini consacrate nel mondo. Con il dono totale di se stesse vissuto nel mondo, queste donne testimoniano che il regno di Cristo comincia nel più profondo della coscienza dei cristiani, e per essere autentico deve, per mezzo di un movimento verso l'esterno, investire la vita quotidiana con tutte le sue attività piccole e grandi che esso implica. La dimensione spirituale, interiore non si opporne al fare. La prima richiama necessariamente la seconda.

Queste consacrate, amanti della vita spirituale, testimoniano l'efficacia temporale dell'unione con Dio, cioè del regno di Cristo al quale si aderisce interiormente, ma al quale si deve lavorare nel mondo. La preghiera non è tempo buttato via e i problemi della vita quotidiana non si risolvono risparmiando il tempo e lo sforzo consacrati alla preghiera. La grazia necessaria alla realizzazione di questi obiettivi sociali, che richiedono tanti sforzi e sacrifici, non potrebbe essere completamente indipendente dalla fede in Gesù Cristo, Re dell’universo.

Consacrandosi hanno scelto definitivamente ed esclusivamente Cristo, Sposo e verità della loro vita. Questa scelta non garantisce il successo secondo i criteri del mondo, ma assicura quella pace e quella gioia che solo Lui può dare. Lo dimostra l’esperienza di queste donne che, in nome di Cristo, in nome della verità e della giustizia, hanno saputo opporsi alle lusinghe dei poteri terreni con le loro diverse maschere, sino a sigillare con il dono totale di se stesse questa loro fedeltà per collaborare alla costruzione del regno di verità e di amore del loro Sposo.


Lettura Patristica

San Giovanni Crisostomo

Hom. de cruce et latrone, 2 s.

Il paradiso aperto a un ladro

       Vuoi vedere un’altra sua opera meravigliosa? Oggi ci ha aperto il paradiso, ch’era chiuso da più di cinquemila anni. In un giorno e in un’ora come questa, vi portò un ladro e così fece due cose insieme: aprì il paradiso e v’introdusse un ladro. In questo giorno ci ha ridato la nostra vera patria e l’ha fatta casa di tutto il genere umano, poiché dice: "Oggi sarai con me in paradiso" (Lc 23,43). Che cosa dici? Sei crocifisso, hai le mani inchiodate e prometti il paradiso? Certo, dice, perché tu possa capire chi sono, anche sulla croce. Perché tu non ti fermassi a guardare la croce e potessi capire chi era il Crocifisso, fece queste meraviglie sulla croce. Non mentre risuscita un morto, o quando comanda ai venti e al mare, o quando scaccia i demoni, ma mentre è in croce, inchiodato, coperto di sputi e d’insulti, riesce a cambiar l’animo d’un ladro, perché tu possa scoprire la sua potenza. Ha spezzato le pietre e ha attirato l’anima d’un ladro, più dura della pietra e l’ha onorata, perché dice: "Oggi sarai con me in paradiso". Sì, c’eran dei Cherubini a custodia del paradiso; ma qui c’è il Signore dei Cherubini. Sì, c’era una spada fiammeggiante, ma questi è il padrone della vita e della morte. Sì, nessun re condurrebbe mai con sé in città un ladro o un servo. L’ha fatto Cristo, tornando nella sua patria, v’introduce un ladro, ma senza offesa del paradiso, senza deturparlo con i piedi d’un ladro, accrescendone anzi l’onore; è onore, infatti, del paradiso avere un tale padrone, che possa fare anche un ladro degno della gioia del paradiso. Quando infatti egli introduceva pubblicani e meretrici nel regno dei cieli, ciò non era a disonore, ma a grande onore, perché dimostrava che il padrone del paradiso era un così gran Signore, che poteva far di pubblicani e meretrici persone così rispettabili, da meritare l’onore del paradiso. Come, infatti, ammiriamo maggiormente un medico, quando lo vediamo guarire le più gravi e incurabili malattie, cosi è giusto ammirare Gesù Cristo, quando guarisce le piaghe e fa degni del cielo pubblicani e meretrici. Che cosa mai fece questo ladro, dirai, da meritar dopo la croce il paradiso? Te lo dico subito. Mentre per terra Pietro lo rinnegava, lui in alto lo proclamava Signore. Non lo dico, per carità, per accusare Pietro; ma voglio rilevare la magnanimità del ladro. Il discepolo non seppe sostenere la minaccia d’una servetta; il ladro tra tutto un popolo che lo circondava e gridava e imprecava, non ne tenne conto, non si fermò alla vile apparenza d’un crocifisso, superò tutto con gli occhi della fede, riconobbe il Re del cielo e con l’animo proteso innanzi a lui disse: "Signore, ricordati di me, quando sarai nel tuo regno" (Lc 23,42). Per favore, non sottovalutiamo questo ladro e non abbiamo vergogna di prendere per maestro colui che il Signore non ebbe vergogna di introdurre, prima di tutti, in paradiso; non abbiamo vergogna di prender per maestro colui che innanzi a tutto il creato fu ritenuto degno di quella conversazione che è nei cieli; ma riflettiamo attentamente su tutto, perché possiamo penetrare la potenza della croce. A lui Cristo non disse, come a Pietro: "Vieni e ti farò pescatore d’uomini" (Mt 4,19), non gli disse, come ai Dodici: "Sederete sopra dodici troni per giudicare le dodici tribù d’Israele" (Mt 19,28). Anzi neanche lo degnò d’una parola, non gli mostrò un miracolo; lui non vide un morto risuscitato, non demoni espulsi, non il mare domato; eppure lui innanzi a tutti lo proclamò Signore e proprio mentre l’altro ladro lo insultava...

       Hai visto la fiducia del ladro? La sua fiducia sulla croce? La sua filosofia nel supplizio e la pietà nei tormenti? Chi non si meraviglierebbe che, trafitto dai chiodi, non fosse uscito di mente? Invece non solo conservò il suo senno, ma abbandonate tutte le cose sue, pensò agli altri e, fattosi maestro, rimproverò il suo compagno: "Neanche tu temi Dio?" (Lc 23,40). Non pensare, gli dice, a questo tribunale terreno; c’è un altro giudice invisibile e un tribunale incorruttibile. Non t’affannare d’essere stato condannato quaggiù; lassù non è la stessa cosa. In questo tribunale i giusti a volte son condannati e i malvagi sfuggono la pena; i rei vengono prosciolti e gl’innocenti vengono giustiziati. Infatti i giudici, volenti o nolenti, spesso sbagliano; poiché per ignoranza o inganno o per corruzione possono tradire la verità. Lassù è un’altra cosa. Dio è giudice giusto e il suo giudizio verrà fuori come la luce, senza tenebre e senza ignoranza...

       Vedi che gran cosa è questa proclamazione del ladro? Proclamò Cristo Signore e aprì il paradiso; e acquistò tanta fiducia, che da un podio di ladro osò chiedere un regno. Vedi di quali beni la croce è sorgente? Chiedi un regno? Ma che cosa vedi che te lo faccia pensare? In faccia hai una croce e dei chiodi, ma la croce, egli dice, è simbolo di regno. Invoco il Re, perché vedo il Crocifisso; è proprio del re morire per i suoi sudditi. Questo stesso disse: "Il buon pastore dà la vita per le sue pecore" (Jn 10,11). Dunque, anche un buon re dà la vita per i sudditi. Poiché dunque diede la sua vita, lo chiamo Re. "Signore, ricordati di me, quando sarai nel tuo regno".


sabato 12 novembre 2022

Meditare sulla fine per capire il fine.

 

XXXIII Domenica del Tempo Ordinario – Anno C 

– 13 novembre 2022

Rito Romano

Ml 3,19-20; Sal 97; 2Ts 3,7-12; Lc 21,5-19



Rito Ambrosiano

Is 51, 4-8; Sal 49; 2Ts 2,1-14; Mt 24,1-31

I Domenica di Avvento (Anno A)

La venuta del Signore

 


1) Riflettere sulla fine del mondo per conoscere il fine (scopo) del mondo.

In quest’ultima domenica dell’anno liturgico, che scandisce la nostra vita, la Chiesa ci fa meditare sulla fine di tutto, per dare inizio al Tutto, che è la Vita eterna.

La Parola di Dio ci invita oggi a meditare sulle realtà ultime, per poter conoscere e comprendere segni dei tempi con uno sguardo di fede sul mondo e sulla nostra vita e prepararci con fiducia all’incontro finale con l’amore di Dio. In effetti, chi ha una confidenza amorosa in Dio è capace di perseverare e merita la vita per sempre.


Nel brano del Vangelo di oggi il Messia ci insegna a vivere con fiducia e con testimonianza perseveranti, maturando nella consapevolezza che “ciò che non abbiamo potuto ricevere a causa della nostra debolezza, possiamo riceverlo con la nostra perseveranza” (cfr S. Efrem il Siro (306 – 373), dal Diatessaron, IV sec.).

Parlando di guerre, rivoluzioni, carestie, persecuzioni e altri avvenimenti tristi, Cristo non intende spaventare i discepoli di allora e di oggi, ma insegnare che le difficoltà della vita, piccole o grandi che siano, sono occasioni per diventare più forti nella fede e più saldi nella speranza.

Da una parte, il perseverare saldi nell’attesa di Cristo, che è il nostro Fine, è la modalità grazie alla quale l’Atteso è accolto e pone la sua dimora in mezzo a noi: Lui è l’Emmanuele, il Dio con noi – sempre. Dall’altra parte, il tempo che ci separa dalla fine per stare sempre con il Fine è il tempo della testimonianza, in cui sperimentiamo la vicinanza di Dio e il suo amore, che non abbandona i suoi discepoli, ma è loro accanto anche suggerire loro le parole di fronte ai persecutori (cfr. Lc 21,15).

Gesù ci incoraggia a rimanere fedeli a lui fino alla fine. Perseveriamo saldamente nell’attesa e l’incontro con Lui trasformerà le nostre difficoltà, le nostre paure e angosce, persino quelle della morte, in una risurrezione gloriosa.


2) Due testimoni di perseveranza e di testimonianza.

Tra i numerosissimi santi, che sono esempio di perseveranza e di testimonianza di vera attesa, ne scelgo due: San Giovanni, il precursore, e la Madonna, perché sono come i due pilastri che stanno accanto al portale che Cristo ha attraversato per entrare nella nostra storia.

Tutti e due non aspettavano qualcosa, ma Qualcuno. Non cercavano di discernere dei fatti più o meno apocalittici per decidere cosa fare nel futuro più o meno immediato: loro aspettavano nientemeno che Dio. Non attendevano tempi migliori, né una vaga utopia, né un eroe, ma aspettavano davvero Dio.

San Giovanni Battista attendeva semplicemente Dio, il Dio che veniva a mettere ordine, a giudicare e a salvare. Il Precursore era uno deciso a tutto fino all’ultimo. Non ebbe scrupoli a chiamare i capi del popolo “razza di vipere” e a rinfacciare al re Erode tutti i misfatti da lui compiuti. Non ebbe nessuna paura della prigione e della decapitazione. Perseverò nell’essere “semplicemente” voce che risuona nel deserto e attraverso ogni cosa, anche attraverso le orecchie tappate. Lui fu un vero, perseverante testimone che indicò la presenza dell’Agnello di Dio e suggellò questa indicazione con il dono della vita. Lui mostra come si debba essere testimoni, cioè martiri. Lui è modello per tutti i cristiani (laici, religiosi/e, preti e vescovi) di come si debba essere missionari di Cristo: nessuno deve annunciare se stesso, né sostituire la Parola con delle chiacchiere, tutti dobbiamo essere solamente voce di Colui che sta crescendo in mezzo a noi, che è sempre più grande di noi.

Anche la Madonna attendeva Dio. Lei sapeva che l’angelo le aveva detto: “Il Santo che porti in grembo sarà chiamato Figlio di Dio, figlio dell’altissimo e il suo regno non avrà fine” (Lc 1, 31 ss). Però, Lei non attendeva come invece il Battista attendeva un Inimmaginabile, che veniva avanti con il fuoco, la scure e il ventilabro. Lei aspettava un piccolo bambino. Ma per una mamma un bambino che è Dio non è forse ancora più inimmaginabile? Quel bambino non verrà forse a “gettare fuoco sulla terra”? E una spada non dovrà trapassare il cuore della madre? Ma la Vergine Maria perseverò nell’attesa, accolse in sé e donò all’umanità (a ciascuno di noi) Uno che è “mite e umile di cuore” e che non “strepita nelle piazze e non spegne il lucignolo fumigante” (Mt 11, 29, 12, 19 s). La Madonna perseverò anche nel cammino con Cristo, da Nazareth dove lo concepì per opera dello Spirito Santo a Gerusalemme dove Cristo emise lo Spirito e ricreò il mondo.

La nostra Madre celeste ci è dunque eminente modello di come possiamo e dobbiamo essere testimoni.

I tempi ultimi e i segni tremendi che li indicano ci atterriscono, e ciò non solo perché sono terrificanti ma perché ci indicano il definitivo che inesorabilmente viene.

Che fare? “Convertirsi e fare penitenza” ci dice Giovanni il Battista. “Portare Cristo in noi per gli altri” ci dice la Madre di Dio. Dobbiamo passare dall’io al tu, a Dio. Dallo sterile ed egoistico essere per se stessi al fecondo e amoroso essere per gli altri, seguendo Cristo, l’Emmanuele con noi e per voi.

3) L’esempio delle vergini consacrate nel mondo.

Ed ora una breve riflessione sul come le vergini consacrate nel mondo ci possono essere di esempio per seguire San Giovanni il Battista e la Madonna.

Alla scuola del Battista queste donne consacrate imparano non a parlare di Cristo ma a indicarlo mettendo in pratica quotidianamente la frase: “Occorre che io diminuisca perché Lui cresca”. Le vergini consacrate mostrano che il Precursore non invita solo ad una sobrietà dello stile di vita, ma anche ad un cambiamento interiore, grazie al quale si accoglie la luce di Colui che è “il più Grande” e si è fatto piccolo, “il più Forte” e si è fatto debole.

Alla scuola di Maria questa consacrate imparano a vivere la verginità come intensità di desiderio e di vita fecondo. Grazie alla loro consacrazione riaccade il miracolo della maternità verginale della Madre di Dio.

Dall’incarnazione di Dio e dalla grazia del Battesimo fiorisce quella progenie santa di cui nella consacrazione delle vergini del Pontificale Romano la Chiesa dice: “Pur nella salvaguardia della benedizione nuziale che scende sullo stato matrimoniale, ci devono essere anime più nobile che sacrificano la comunità fisica dell’uomo e della donna e che tendono al mistero che il matrimonio contiene. Donando tutto il loro amore al mistero indicato dal matrimonio, si consacrano a Colui che è sposo e figlio della verginità eterna”.

Ma questo è il grande mistero della Chiesa: l’unione tra divinità e umanità nel seno della Vergine. Per questo la Chiesa benedice le vergini nella preghiera di consacrazione con queste parole: “Vi benedica il Creatore del cielo e della terra, che si è degnato di scegliervi per la comunione con la beata Maria, Madre del nostro Signore Gesù Cristo”. La sua vita è semplicemente un prototipo. “Immagine della verginità si apre voi la vita di Maria, da cui come da uno specchio si riflette la bellezza della castità e la norma di ogni virtù” (Sant’Ambrogio, De Virginibus, II, 2, 6, PL 16, 108). Se la Chiesa vuole restare quella che è, “Vergine è e vergine sia” (Sant’Agostino, Discorso 1,8). Ci devono essere queste “anime nobili, che imitano nel loro corpo quello che avvenne in Maria e anticipano ciò che la Chiesa salvata riceverà nella gloria.


Lettura Patristica

San Gregorio Magno

Sermo 1, 1-3


La fine del mondo segna il trionfo di Gesù Cristo e il premio degli eletti.


       Fratelli carissimi, il nostro Signore e Redentore, volendoci trovare preparati e per allontanarci dall’amore del mondo, ci dice quali mali ne accompagnino la fine. Ci scopre quali colpi ne indichino la fine, in modo che se non temiamo Dio nella tranquillità, il terrore di quei colpi ci faccia temere l’imminenza del suo giudizio. Infatti alla pagina del santo Vangelo che avete ora sentito, il Signore poco prima ha premesso: "Si leverà popolo contro popolo e regno contro regno; vi saranno terremoti, pestilenze e carestie dappertutto" (Lc 21,10-11); e poi ancora: "Ci saranno anche cose nuove nel sole, nella luna e nelle stelle; sulla terra le genti saranno prese da angoscia e spavento per il fragore del mare in tempesta" (Lc 21,25); dalle cui parole vediamo che alcune cose già sono avvenute e tremiamo per quelle che devono ancora arrivare. Che le genti si levino contro altre genti e che la loro angoscia si sia diffusa sulla terra l’abbiam visto più ai nostri tempi che non sia avvenuto nel passato. Che il terremoto abbia sconquassato innumerevoli città, sapete quante volte l’abbiam letto. Di pestilenze ne abbiamo senza fine. Di fatti nuovi nel sole, nella luna e nelle stelle, apertamente per ora non ne abbiam visto nulla, ma che non siano lontani ce ne dà un segno il cambiamento dell’aria. Tuttavia prima che l’Italia cadesse sotto la spada dei pagani, vedemmo in cielo eserciti di fuoco, cioè proprio quel sangue rosseggiante del genere umano, che poi fu sparso. Di notevoli confusioni di onde e di mare non ne abbiamo ancora avute, ma poiché molte delle cose predette già si sono avverate, non c’è dubbio che avvengano anche le poche, che ancora non si sono avverate; il passato è garanzia del futuro.


       Queste cose, fratelli carissimi, le andiamo dicendo, perché le vostre menti stiano vigilanti nell’attesa, non s’intorpidiscano nella sicurezza, non s’addormentino nell’ignoranza e vi stimoli alle opere buone il pensiero del Redentore che dice: "Gli abitanti della terra moriranno per la paura e per il presentimento delle cose che devono avvenire. Infatti le forze del cielo saranno sconvolte" (Lc 21,26). Che cosa il Signore intende per forze dei cieli, se non gli angeli, arcangeli, troni, dominazioni, principati e potestà, che appariranno visibilmente all’arrivo del giudice severo, perché severamente esigano da noi ciò che oggi l’invisibile Creatore tollera pazientemente? Ivi stesso si aggiunge: "E allora vedranno venire il Figlio dell’uomo sulle nubi con gran potenza e maestà". Come se volesse dire: Vedranno in maestà e potenza colui che non vollero sentire nell’umiltà, perché ne sentano tanto più severamente la forza, quanto meno oggi piegano l’orgoglio del loro cuore innanzi a lui.


       Ma poiché queste cose sono state dette contro i malvagi, ecco ora la consolazione degli eletti. Difatti viene soggiunto: “All’inizio di questi avvenimenti, guardate e sollevate le vostre teste, perché s’avvicina il vostro riscatto”. È la Verità che avverte i suoi eletti dicendo: Mentre s’addensano le piaghe del mondo, quando il terrore del giudizio si fa palese per lo sconvolgimento di tutte le cose, alzate la testa, cioè prendete animo, perché, se finisce il mondo, di cui non siete amici, si compie il riscatto che aspettate. Spesso nella Scrittura il capo sta per la mente, perché come le membra son guidate dal capo, così i pensieri sono ordinati dalla mente. Sollevare la testa, quindi, vuol dire innalzare le menti alla felicità della patria celeste. Coloro, dunque, che amano Dio sono invitati a rallegrarsi per la fine del mondo, perché presto incontreranno colui che amano, mentre se ne va colui ch’essi non amavano. Non sia mai che un fedele che aspetta di vedere Dio, s’abbia a rattristare per la fine del mondo. Sta scritto infatti: "Chi vorrà essere amico di questo mondo, diventerà nemico di Dio" (Jc 4,4). Colui che, allora, avvicinandosi la fine del mondo, non si rallegra, si dimostra amico del mondo e nemico di Dio. Ma non può essere questo per un fedele, che crede che c’è un’altra vita e l’ama nelle sue opere. Si può dispiacere della fine di questo mondo, chi ha posto in esso le radici del suo cuore, chi non tende a una vita futura, chi neanche sospetta che ci sia. Ma noi che sappiamo dell’eterna felicità della patria, dobbiamo affrettarne il conseguimento. Dobbiamo desiderare d’andarvi al più presto possibile per la via più breve. Quali mali non ha il mondo? Quale tristezza e angustia vi manca? Che cosa è la vita mortale, se non una via? E giudicate voi stessi, fratelli, che significherebbe stancarsi nel cammino d’un viaggio e tuttavia non desiderare ch’esso sia finito.

sabato 5 novembre 2022

La Vita dopo la vita

 

XXXII Domenica del Tempo Ordinario – Anno C – 6 novembre 2022

Rito Romano

2Mac 7,1-2.9-14; Sal 16; 2Ts 2,16-3,5; Lc 20,27-38


Rito Ambrosiano

Dn 7,9-10.13-14; Sal 109; 1Cor 15,20-26.28; Mt 25,31-46

Ultima Domenica dell’Anno Liturgico Ambrosiano

Solennità di Nostro Signore Gesù Cristo Re dell’Universo.

 

  1) Il Dio dei viventi.

Il brano del Vangelo di questa domenica ci parla della vita oltre la morte, raccontandoci una domanda sorprendente che i Sadducei1 fanno a Gesù e la sua risposta ancor più sorprendente.

Per fare dire a Cristo qualcosa che permetta loro se non di condannarlo, almeno di metterlo in imbarazzo, alcuni sadducei si avvicinano al Messia nel Tempio e gli domandano: “Se c’è la resurrezione, come la mettiamo in un caso del genere?”. Gli presentano un caso ipotetico e inverosimile, in cui si parla di sette fratelli che, uno dopo la morte dell’altro, sposano la stessa donna, per seguire la legge del levirato2 che prescriveva di prendere in moglie la donna del fratello se questi fosse morto senza figli.

Con questo improbabile caso i Sadducei cercavano di mostrare che l’idea della risurrezione3 era assurda ed estranea alla Scrittura. Presentando l’ipotesi paradossale della donna sposata sette volte, era come se dicessero che l’esistenza della risurrezione portava a complicazioni inammissibili. Quindi, erano certi di poter gettare il ridicolo su ogni eventuale risposta di Gesù, se Lui avesse sostenuto l’esistenza della resurrezione, che per loro era un’idea ridicola ed estranea alla Scrittura: era una specie di superstizione popolare.

Alla domanda dei Sadducei Gesù risponde: “I figli di questo mondo prendono moglie e prendono marito; ma quelli che sono giudicati degni della vita futura e della risurrezione dai morti, non prendono né moglie né marito: infatti non possono più morire, perché sono uguali agli angeli e, poiché sono figli della risurrezione, sono figli di Dio. Che poi i morti risorgano, lo ha indicato anche Mosè a proposito del roveto, quando dice: Il Signore è il Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe. Dio non è dei morti, ma dei viventi; perché tutti vivono per lui” (Lc 20, 34 - 38).

Per capire bene la risposta di Gesù è utile ricordare che nell'Antico Testamento la certezza di una vita futura, che superi la soglia della morte e assicuri un destino felice e luminoso all'uomo, non aveva ancora raggiunto la maturità e la forza che avrà nel Nuovo Testamento. Nel Vangelo, ciò diventa chiaro grazie alla rivelazione del Cristo, confortata dalla sua stessa resurrezione, tre giorni dopo la morte in Croce.

Gesù parla di una vita oltre la morte, una vita in cui il giusto entra in comunione piena con Dio, quel Dio dei vivi di cui già aveva parlato Mosè (cfr. Es 3,6). Questo versetto dell’Esodo, che fa parte del Pentateuco ed era riconosciuto dai Sadducei come libro ispirato, non parla direttamente della risurrezione ma del Signore quale Dio dei viventi. Ciò facendo, Gesù conduce il discorso alla radice, vale a dire sulla concezione del Dio vivente e sulla sua fedeltà: se Dio ama l'uomo, non può abbandonarlo in potere della morte.

  Il potere dell’uomo sull’uomo è dominio che spesso dà la morte ai vivi, quello di Dio è servizio, che sempre dà la vita anche ai morti. Gesù insegna che i risorti sono figli di Dio, i quali partecipano pienamente della vita divina. Come questa vita sia per noi inimmaginabile, tuttavia è certo che sarà una vita piena, nella gioia dell’amore corrisposto. Il nostro non è un Dio dei morti, ma dei viventi. Lui è a servizio della vita, è la vita. La morte non è la parola definitiva su tutto e tutti, e Dio è un Padre che ama e ai suoi figli dà la vita per sempre. Lui non uccide i suoi figli. Li ama al punto tale che per dare loro la vita ha mandato il Figlio Gesù che ha dato la vita per loro.

2) Un vita e un amore da condividere per l’eternità.

Purtroppo non solo i Sadducei non credono nella resurrezione. Oggi come allora, molti, cristiani e non, si chiedono che senso abbia la resurrezione. Come i non credenti, noi cristiani spesso diciamo: “L’importante è la salute”. L’importante è prolungare la vita nel modo più decoroso possibile. E invece di porci il problema di una vita buona, discutiamo sulla buona morte (in effetti “eutanasia” vuol dire buona morte.

Evidentemente in questa prospettiva dove la morte è un fatto da affrontare il meno dolorosamente possibile, è molto difficile accettare la rivelazione della resurrezione. Invece la risurrezione è tema fondamentale. La resurrezione è il principio della vita cristiana. Tant’è vero che gli Apostoli quando dovettero scegliere uno da mettere al posto di Giuda Iscariota dissero: “Scegliamo uno che sia con noi testimone della resurrezione”. E nella I lettera ai Corinti San Paolo scrive: “Se Cristo non è risorto vana è la nostra fede, vuota la predicazione” (cap. 15, 17). Senza la risurrezione il Cristianesimo non vale nulla. Quindi con la resurrezione, la resurrezione del carne4 (Il termine “carne” designa l’uomo nella sua condizione di debolezza e di mortalità, cfr Gn 6,3; Sal 56,5; Is 40,6), sta o crolla tutto il Cristianesimo, al di là di tutte le sdolcinature sulla bontà e sull’amore.

Le parole di Cristo ai sadducei sono chiare: Che poi i morti risorgano, lo ha indicato anche Mosè a proposito del roveto, quando dice: Il Signore è il Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe. Dio non è dei morti, ma dei viventi; perché tutti vivono per lui” (Lc 20, 37-38) e quindi questi non sono morti. Se sono di Dio: sono vivi.

Dio è Vita, è il Dio che dà la vita, è il Dio amante della vita, e il Figlio di Dio ci dice con chiarezza che la vita viene da Dio: “tutti vivono per lui”. Non è innanzitutto per paura della morte che noi credenti in Cristo “aspettiamo la vita eterna”. La aspettiamo perché abbiamo imparato da Gesù che la vita nasce da Dio, che il vivere è da lui offerto e donato. Abbiamo capito che Dio non sarà assente nel momento della nostra morte, perché Lui è all’origine della nostra nascita come di quella di ogni nuovo bambino.

Colui che ha voluto Abramo, Isacco, Giacobbe, e ciascuno di noi, non può averci messi alla luce per mandarci nelle tenebre della morte. Non ci ha fatti nascere per farci morire. Lui è il Dio dei viventi, non dei figli morti.

3) Risurrezione e verginità.

A conclusione di queste riflessioni sull’incontro dei Sadducei con Cristo, vorrei sottolineare che il dibattito di Gesù con questi ebrei mette a tema la risurrezione, ma ci offre pure un insegnamento sulla verginità.

Il Messia insegna che i risorti non prendono moglie né marito. Ciò implica che lo stato finale dell’umanità sia quello verginale, nel senso che il rapporto esclusivo tra un uomo e una donna, con i suoi significati di unità e di fecondità, non ha più ragione di esistere in una fase conclusiva della storia. Quando “Dio sarà tutto in tutti” (cfr. 1 Cor 15,28), ci sarà un solo amore e sarà quello trinitario. Cessato il rapporto esclusivo tra un uomo e una donna, questo amore trinitario che i risorti sperimenteranno sarà di tipo verginale.

Allora si capisce meglio il valore della vita delle Vergini consacrate nel mondo: queste donne sono un “segno” che indica come in Cielo sarà la vita di tutti.

Questa donne consacrate testimoniano che accogliere Cristo come Signore in modo pieno ed esclusivo vuol dire testimoniare concretamente la verità del prologo di San Giovanni: "a coloro che lo hanno accolto (Gesù) ha dato il potere di divenire figli di Dio",  "figli della risurrezione" nel Figlio che ha vinto la morte. Queste donne mostrano in modo speciale che i cristiani partecipano ormai della natura e della vita divina, e sono qui in questo tempo e in questo mondo “giudicate degne di un altro mondo e della risurrezione dai morti”. Esse vivono ogni relazione in modo diverso, celeste perché “sono uguali agli angeli”. Nella Chiesa, che è il mondo redento, le vergini rappresentano la testimonianza e il segno dello stato della risurrezione finale, dove non si prende né moglie né marito, così come gli sposati sono il segno di Cristo Sposo della Chiesa e i sacerdoti sono segno della presenza efficace del Cristo Pastore.

1 Il partito dei sadducei si richiamava a Sadoc, i cui discendenti erano gli unici riconosciuti come sacerdoti legittimi (cf. Ez 44,15). Concentravano la propria azione nel tempio e nella politica e godevano di poca considerazione presso il popolo (al contrario dei farisei). In teologia erano conservatori: non accettavano la tradizione orale e si sottomettevano letteralmente all'autorità del Pentateuco (letteralmente: 5 libri, che sono attribuiti a Mosé: Genesi, Esodo, Numeri, Levitico e Deuteronomio). Poiché questi 5 libri non parlano di risurrezione, i sadducei la contestavano. Scomparvero dalla storia d'Israele quando fu distrutto il Tempio di Gerusalemme (70 d.C.).

2 I sadducei ricordano l'istituto del levirato, previsto da Dt 25,5-10. Era una prassi comune ad altri popoli dell'Antico Oriente (Assiri, Ittiti) ed era poi entrata a far parte anche della legge di Israele. La troviamo applicata in Gn 38,8 e Dt 3,9; 4,12. Alla base di questa legge si scorge il forte desiderio di sopravvivere nei figli e di dare una continuità alla famiglia e alla stirpe. Da notare l'importanza e la validità riconosciuta a questa genealogia surrogata: il figlio nato dall'unione con la cognata vedova è giuridicamente considerato il figlio del defunto e non del padre carnale.

3 La questione di una risurrezione era di attualità. Infatti solo a partire dal II secolo avanti Cristo (con i fatti narrati nei libri dei Maccabei), si diffuse in Israele la fede nella risurrezione personale.

4 La “risurrezione della carne” significa che, dopo la morte, non ci sarà soltanto la vita dell'anima immortale, ma che anche i nostri “corpi mortali” (Rm 8,11) riprenderanno vita (Catechismo della Chiesa Cattolica, n 990)

Lettura patristica

Paciano di Barcellona

Sermo de Baptismo, 6 s.

       "Come abbiamo portato l’immagine dell’uomo terreno, così portiamo anche l’immagine dell’uomo che viene dal cielo; poiché il primo uomo, che vien dalla terra, è terreno; l’altro che vien dal cielo, celeste" (1Co 15,49). Se faremo questo, carissimi, non morremo più. Anche se questo corpo si corromperà vivremo in Cristo, come dice egli stesso: "Chi crede in me, anche se muore vivrà" (Jn 11,25). Siam dunque certi, sulla parola del Signore che Abramo, Isacco e Giacobbe e tutti gli altri santi, sono vivi. Di questi stessi dice il Signore: "Son tutti vivi; Dio è Signore dei vivi, non dei morti" (Lc 20,38). E Paolo dice di se stesso: "Cristo è la mia vita, e il morire è un guadagno: vorrei morire e stare con Cristo" (Ph 1,21). E anche: "Nel tempo che stiamo nel corpo, camminiamo lontani dal Signore. Ci guida la fede, non vediamo direttamente" (2Co 5,6).

       Questa è la nostra fede, fratelli. D’altra parte, "se riponiamo la nostra speranza in questo mondo, siamo più infelici di tutti gli uomini" (1Co 15,19). La vita del mondo, come vedete da voi, o è come quella delle pecore, delle fiere, degli uccelli, o anche più corta. È invece proprio dell’uomo ciò che Cristo gli ha dato, attraverso il suo Spirito, cioè, la vita eterna; ma se non si pecca più. Perché come la morte la si acquista col delitto, la si evita con la virtù; così la vita la si perde col delitto, la si conserva con la virtù. "Mercede del peccato è la morte; dono di Dio è la vita eterna per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore" (Rm 6,23). Prima di tutto ritenetevi, o figli, gente data un giorno in potere delle tenebre, ma ora liberata per la potenza di Gesù Cristo. È lui che ci redime "perdonando tutti i peccati e distruggendo la sentenza pronunziata contro di noi per la nostra disobbedienza; l’affisse alla croce; morendo ha trascinato le potenze avverse nel suo trionfo" (Col 2,13-15). Sciolse i prigionieri e spezzò le nostre catene, come dice David: "Il Signore innalza gli sconfitti, scioglie i prigionieri, illumina i ciechi" (Ps 145,7). E anche: "Hai spezzato le mie catene, ti benedirò" (Ps 115,16). Liberati dunque dalle catene, per il Battesimo, rinunziamo al diavolo, al quale avevamo servito; perché, una volta liberati dal sangue di Cristo, non serviamo più al diavolo. Che se qualcuno, dimenticando la sua redenzione, tornasse al servizio del diavolo e alle debolezze del mondo, sarà di nuovo legato con le antiche catene e le sue condizioni saranno peggiori di prima (Lc 11,26) perché il diavolo lo legherà più strettamente... Dunque, carissimi, una volta sola ci laviamo, una volta sola siamo liberati, una volta sola entriamo nel regno immortale; una volta sola "son felici coloro i cui peccati furono perdonati" (Ps 31,1). Stringete forte ciò che avete avuto, conservatelo bene, non peccate più. Conservatevi puri dal peccato e immacolati per il giorno del Signore. Son grandi e immensi i premi preparati per chi è fedele; premi che "né occhio mai vide, né orecchio udì, né mai alcuno ha immaginato" (1Co 2,9). Aspirate a questi premi con azioni di giustizia e con desideri spirituali. Amen.