venerdì 31 maggio 2019

“Per innalzare la nostra speranza al suo seguito, sollevò anzitutto la sua carne” (Sant’Agostino, Discorso 372)

Ascensione del Signore – Anno C – 2 giugno 2019



Rito romano

At 1,1-11; Sal 46; Eb 9,24-28; 10,19-23; Lc 24,46-53



Rito ambrosiano

At 1,6-13a; Sal 46, Ef 4,7-13; Lc 24,36b-53



1) La reggia della Croce.

Con la solennità dell’Ascensione celebriamo il fatto che Cristo è elevato sul trono della Croce. Risorgendo non solo è stato tolto fuori dal sepolcro ma è stato pure innalzato alla destra del Padre del cielo. La festa di oggi ci fa contemplare Gesù Cristo che ritorna al luogo della sua gloria: alla destra del Padre. Dunque la Croce è un trono la cui reggia è il Cielo.

Ci fa capire ciò anche il significato del verbo “elevare”, che è di origine veterotestamentaria ed è riferito all'insediamento nella regalità. L’Ascensione di Cristo significa dunque, in primo luogo, l'insediamento del Figlio dell'uomo crocifisso e risorto nella regalità di Dio sul mondo.

Cristo vi ritorna con le sue pieghe gloriose. Vi ritorna da vero Dio e da vero Uomo, con una vera carne d’uomo, anche se è una carne glorificata. Questa gloria del Figlio di Dio diventa ora, a pieno titolo, gloria del Figlio dell’uomo e quindi dell’uomo.

Contempliamo oggi il Signore, con il suo corpo risorto e glorificato, alla destra del Padre, ma che non ci ha abbandonati, perché da lì accompagna la sua Chiesa, intercedendo per noi il dono dello Spirito Santo, guadagnato con la sua Pasqua.

In questa prospettiva comprendiamo perché l’evangelista Luca affermi che, dopo l'Ascensione, i discepoli tornarono a Gerusalemme “pieni di gioia” (24,52). La causa della loro gioia sta nel fatto che quanto era accaduto non era stato in verità un distacco, un’assenza permanente del Signore: anzi essi avevano ormai la certezza che il Crocifisso- Risorto era vivo, ed in Lui erano state per sempre aperte all’umanità le porte di Dio, le porte della vita eterna. In altri termini, la sua Ascensione non ne comportava la temporanea assenza dal mondo, ma piuttosto inaugurava la nuova, definitiva ed insopprimibile forma della sua presenza, in virtù della sua partecipazione alla potenza regale di Dio. Toccherà proprio a loro, ai discepoli, resi arditi dalla potenza dello Spirito Santo, renderne percepibile la presenza con la testimonianza, la predicazione e l’impegno missionario.

Come loro, anche noi, accogliendo l’invito dei “due uomini in bianche vesti”, non dobbiamo rimanere a fissare il cielo, ma, sotto la guida dello Spirito Santo, dobbiamo andare dappertutto e proclamare l’annuncio liberante della morte e della risurrezione di Cristo.

Come i discepoli siamo inviati ogni giorno a “predicare” soprattutto con la vita la vittoria del Signore sulla morte, certi che in ogni circostanza Egli “confermerà” la nostra parola “con i prodigi che l’accompagneranno”. Sì fratelli, nella nostra vita tutto sarà trasformato in “un prodigio” dell’amore di Dio che testimonierà il destino celeste preparato per ogni uomo. 



2)Guardare al Redentore.

La festa dell’Ascensione di Cristo ci fa celebrare la manifestazione gioiosa e gloriosa del vero aspetto dell’Ecce Homo, che la passione aveva nascosto in modo drammatico. Poco più di una quarantina di giorni prima di questo evento di cielo, Pilato aveva mostrato Gesù, il Servo sofferente e insanguinato, alla folla riunita per condannare, rinviando in tal modo al volto oltraggiato e umiliato dell’uomo come tale.

Guardate, questo è l’uomo”, aveva detto il Procuratore romano. Ma la gente non si impietosì, e ne decretò la morte. Anche oggi, giornali, televisione, internet, cinema e teatro continuano a metterci davanti – talvolta con compassione, più spesso cinicamente e molte volte anche con il piacere masochistico dell’autodistruzione – l’uomo umiliato e sconfitto, in tutte le forme di orrore: questo è l’uomo, continuano a dirci. La scienza con l’evoluzionismo ci riporta al passato, ci mostra il risultato delle sue ricerche, l’argilla da cui è venuto l’uomo, e ci “assicura”: questo è l’uomo.

L’evento dell’Ascensione del Salvatore dice ai discepoli antichi e nuovi: l’affermazione di Pilato che mostra il Cristo flagellato, è un’affermazione vera a metà, o anche meno. Gesù non è solamente un uomo con il capo incoronato di spine ed il corpo infiacchito dalla flagellazione a sangue: Lui è il Signore, e il suo dominio, che ha la “violenza” dell’amore che si immola, restituisce all’uomo ed al mondo intero la sua bellezza originaria. Cristo salendo al cielo mostra di aver risollevato l’immagine di Adamo. Noi non siamo solo sporcizia e dolore; siamo in Cristo fino al cuore di Dio.

L’Ascensione di Cristo è la riabilitazione dell’uomo: non l’essere colpiti abbassa e umilia, ma il colpire; non l’essere oggetto di sputi abbassa e umilia , ma lo sputare addosso a qualcuno; non chi è offeso, ma chi offende è disonorato; non è la superbia che innalza l’uomo, ma l’umiltà; non è l’autoglorificazione a renderlo grande, ma la comunione con Dio, di cui egli è capace.” (Benedetto XVI, Immagini di speranza 2005).



3) Credere e celebrare l’Ascensione.

Che cosa significa credere che Gesù "è asceso al cielo"? La risposta la troviamo nel Credo: "È salito al cielo, siede alla destra del Padre". Che Cristo sia salito al cielo significa che "siede alla destra del Padre", cioè che, anche come uomo, egli è entrato nel mondo di Dio; che è stato costituito, come dice san Paolo nella seconda lettura, Signore e capo di tutte le cose. Quando si tratta di noi, "andare in cielo", o andare "in paradiso" significa andare a stare "con Cristo" (Fil 1,23). Il nostro vero cielo è il Cristo risorto con cui andremo a ricongiungerci e a fare "corpo" dopo la risurrezione della carne.

L’Ascensione non indica l’assenza di Gesù, ma ci dice che Egli è vivo in mezzo a noi in modo nuovo; non è più in un preciso posto del mondo come lo era prima dell’Ascensione; ora è nella signoria di Dio, presente in ogni spazio e tempo, vicino ad ognuno di noi (Papa Francesco, Udienza generale, 17 aprile 2013). Dunque con la festa dell’Ascensione celebriamo il fatto che il Paradiso si apre all’umanità con l’ingresso solenne e gioioso di Cristo in cielo alla destra de Padre. Nel suo “addio” Gesù lascia agli Apostoli la sua verità e la sua potenza, perché l’Ascensione non fu una partenza, ma un intensificare la sua presenza in tutti i punti dell’universo. Non era quindi un addio (nel senso corrente del termine “addio” esso vuol dire che non ci si rivedrà più se non in cielo), ma la promessa e la certezza di una costante presenza fino agli estremi confini del tempo e dello spazio: “Ecco che io sono con voi tutti i giorni fino alla fine dei secoli” (Mt 28 20). In effetti “addio” viene da “ad Deum”, verso Dio. Quando ci si saluta così ci si impegna in un cammino, in un esodo che vuole dire in un ritorno alla casa di Dio e nostra. La nostra vita è tutta protesa verso un evento, quello dell'incontro con Dio-Amore.

In attesa di realizzare questo incontro definitivo grazie al passaggio con il corpo nell’ultimo giorno, noi cristiani siamo chiamati a realizzarlo con il cuore, ogni giorno. Ma questo passaggio del cuore a ciò che è eterno e non passa, non distoglie il cristiano dai compiti storici che ha in questo mondo. La domanda che i due angeli in bianche vesti rivolsero agli apostoli: “Perché state a guardare il cielo?”, vale anche per noi.

Per “passare da questo mondo non passare con questo mondo” (Sant’Agostino), dobbiamo lavorare su di noi perché il cuore passi a ciò che è eterno, ogni giorno. Dobbiamo guardare al vero cielo, non quello atmosferico, ma quello di Dio, a cui anela il nostro cuore: “L’anima mia ha sete del Dio vivente”. E San Paolo completa dicendo: “La nostra patria è nei cieli e di là aspettiamo come Salvatore il Signore Gesù Cristo” (Fil 3, 20). Il cielo della fede cristiana è, in ultima analisi, una persona; è il Cristo risorto a cui siamo incorporati, con cui sia chiamati a a fare “corpo”. “Andare in cielo”, o andare “in paradiso” significa andare a stare “con Cristo” (Fil 1,23). “Vado a prepararvi un posto, ha detto Gesù, perché siate anche voi dove sono io” (Gv 14, 2-3). Dunque celebrare e vivere l’Ascensione è alimentare questo santo desiderio di Dio, di vita piena, ora e per l’eternità



4) Annunciare il vangelo è portare la benedizione di Dio.

Il brano del Vangelo di oggi (quello romano e quello ambrosiano hanno presso che i medesimi versetti) verso la fine dice che Gesù : Mentre li (gli apostoli) benediceva veniva portato verso il cielo”.

Ogni volta che andiamo a Messa, ogni volta che sperimentiamo la benedizione, potremo uscire di Chiesa e andare nel mondo come persone benedette e non come poveri esseri abbandonati.

Personalmente, non dimenticherò mai con quale devozione e con quale interiore dedizione mio padre e mia madre segnavano noi bambini con l'acqua benedetta, facendoci il segno della croce sulla fronte, sulla bocca e sul petto quando dovevamo partire. Questa benedizione era un gesto di accompagnamento, da cui noi ci sapevamo guidati: il farsi visibile della preghiera dei genitori che ci seguiva e la certezza che questa preghiera era sostenuta dalla benedizione del Redentore.

Penso che questo gesto del benedire, come piena e benevola espressione del sacerdozio universale di tutti i battezzati, debba tornare molto più fedelmente a far parte della vita quotidiana e abbeverarla con l'energia dell'amore che proviene dal Signore.” (Joseph Ratzinger, Introduzione allo spirito della liturgia”, Milano 2001).

Benedire è un gesto sacerdotale: in quel segno della croce noi percepivamo il sacerdozio dei genitori, la sua particolare dignità e la sua forza.

Le mani che benedicono sono anche mani che offrono e che pregano. A ciò sono chiamate in modo particolare le Vergini consacrate, che offrendosi pienamente a Cristo uniscono le loro mani a quelle di Cristo, che diventano come il tetto che ci copre. Con la benedizione del Vescovo la vita di consacrazione di queste Vergini è ricolmata dei beni della salvezza e della vita, è spesa nella preghiera di lode in ringraziamento dei beni ricevuti ed è offerta di intercessione per la Chiesa ed il mondo intero.

Le vergini consacrate si caratterizzano anche per la semplicità di cuore e di vita, ma è ai semplici che Cristo affida il compito di portare Lui e il suo messaggio a tutti. Più le persone sono irrilevanti di fronte alle grandi potenze del mondo, più sono adatte a portare il messaggio d’amore e di misericordia di Gesù in ogni angolo della terra” (cfr. Papa Francesco, 13 maggio 2018)



Breve spiegazione di alcune parole del Vangelo.

Il verbo anapherein (=salire; portato su nella nuova traduzione della Bibbia), che suggerisce un'azione progressiva, è al passivo (unica volta nel N.T.) e riferisce l'azione a Dio con un collegamento ai testi di rapimento nella Bibbia (per esempio per Enoch o Elia, vedi Gen 5,24; Sir 44,16; 49, 14; 1Re 2,9ss; Sir 48,9.14). Ma l'idea che l'evangelista vuole trasmettere è diversa: egli indica l'esaltazione del risorto alla destra di Dio, ben attestato nella predicazione apostolica (vedi Fil 2,9; 1Tm 3,16: 1Pt 3,22 ; At 2,33; 5,31).


Sebbene il luogo dell'Ascensione non sia citato direttamente nella Bibbia, dagli Atti degli Apostoli sembrerebbe essere l'Orto degli ulivi, poiché dopo l'ascensione i discepoli “ritornarono a Gerusalemme dal monte detto degli Ulivi , che è vicino a Gerusalemme quanto il cammino permesso in un sabato.” (At 1,12).

Il Getsemani (parola aramaica che significa "frantoio") è un non grande uliveto poco fuori la città vecchia di Gerusalemme ed ai piedi del Monte degli Ulivi, nel quale Gesù si ritirò dopo l'Ultima Cena prima di essere tradito da Giuda ed arrestato (Mt 26,36; Mc 14,32; Lc 22,39). Il luogo è noto anche come Orto degli ulivi.





Lettura Patristica

Sant’Agostino d’Ippona

DISCORSO 262

ASCENSIONE DEL SIGNORE
DISCORSO TENUTO NELLA BASILICA DI S. LEONZIO




1. 1. Il Signore Gesù, unigenito del Padre e coeterno a colui che lo genera, ugualmente invisibile, ugualmente immutabile, ugualmente onnipotente, ugualmente Dio, per noi, come sapete e avete ricevuto e credete, è divenuto uomo, assumendo la natura umana senza perdere quella divina: nascondendo la sua potenza si è manifestato nella debolezza. Come sapete è nato perché noi potessimo rinascere, è morto perché potessimo non morire in eterno. Subito dopo, cioè al terzo giorno, egli risuscitò promettendo a noi, per la fine dei tempi, la risurrezione della carne. Si manifestò ai suoi discepoli facendosi vedere con gli occhi e toccare con le mani; convincendoli di ciò che era diventato senza lasciare ciò che era da sempre. Rimase con loro quaranta giorni, come avete ascoltato, entrando e uscendo, mangiando e bevendo; non già per necessità ma tutto per potenza. E manifestando ad essi la realtà del suo corpo, nella croce ne fece vedere la debolezza, risorgendo dal sepolcro l'immortalità acquistata.

2. 2. Oggi celebriamo il giorno della sua ascensione al cielo. Oggi ricorre anche un'altra festa, propria di questa chiesa: la sepoltura di S. Leonzio, fondatore di questa basilica. Ma la stella lasci che venga oscurata dal sole. Perciò continuiamo a parlare piuttosto del Signore come avevamo iniziato. Il servo buono gioisce quando viene lodato il suo Signore.

3. 3. In questo giorno dunque, cioè nel quarantesimo dopo la sua risurrezione, il Signore ascese al cielo. Noi non abbiamo visto il fatto, però crediamoci ugualmente. Coloro che lo videro predicarono e riempirono tutta la terra [della loro predicazione]. Sapete chi sono coloro che lo videro e che ce lo hanno trasmesso; chi sono coloro dei quali fu predetto: Non è racconto, non è linguaggio, non è voce che non possa essere intesa. Per ogni terra ne corre la voce, ne giunge l'eco ai confini del mondo. Vennero anche da noi e ci svegliarono dal sonno. Ed ecco che questo giorno vien celebrato in tutto il mondo.

4. 4. Richiamate alla mente il Salmo. A chi fu detto: Innalzati sopra i cieli, Dio ? A chi fu detto? Si potrebbe dire: Innalzati a Dio Padre, che mai si è abbassato? Innalzati tu [o Cristo]; tu che fosti chiuso nel grembo di una madre; tu che sei stato formato in colei che tu stesso hai fatto; tu che sei stato adagiato in una greppia; tu che hai succhiato dal suo seno come un qualunque bambino; tu che, mentre reggi il mondo, eri sorretto da tua madre; tu di cui il vecchio Simeone vide la piccolezza ma lodò la potenza ; tu che la vedova Anna vide poppante e riconobbe onnipotente ; tu che hai avuto fame per noi , hai avuto sete per noi , ti sei stancato nel cammino per noi, (ma può il pane aver fame, la fonte aver sete, la via  stancarsi?); tu che tutto questo hai sopportato per noi, tu che hai dormito e tuttavia non ti addormenti, custode d'Israele ; tu infine che Giuda vendette, i Giudei comprarono ma non possedettero; tu che sei stato preso, legato, flagellato, coronato di spine, sospeso alla croce, trafitto dalla lancia; tu che sei morto e sei stato seppellito: Innalzati sopra i cieli, Dio.

5. 4. Innalzati - dice il Salmo - innalzati sopra i cieli, perché sei Dio. Ora siedi in cielo tu che sei stato appeso alla croce. Ora sei atteso come giudice venturo, tu che dopo essere stato atteso fosti giudicato. Chi crederebbe a queste cose se non le avesse fatte colui che rialza il misero dalla terra e dal letame solleva il povero? Lui stesso rialza il suo corpo misero e lo colloca con i principi del suo popolo, con i quali giudicherà i vivi e i morti. Ha collocato questo misero corpo vicino a coloro ai quali disse: Sederete sopra dodici troni per giudicare le dodici tribù d'Israele.

6. 5. Innalzati perciò sopra i cieli, Dio. Già questo è accaduto, già si è adempiuto. Ma noi diciamo: Come è stato predetto che si sarebbero avverate le parole innalzati sopra i cieli, Dio - noi non lo abbiamo visto ma lo crediamo -, così è davanti ai nostri occhi quel che segue a quelle parole: Innalzati sopra i cieli, Dio e su tutta la terra la tua gloria. Chi non vede realizzata la seconda parte (del versetto) può anche non credere alla prima. Che cosa significa infatti: e su tutta la terra la tua gloria se non: su tutta la terra la tua Chiesa, su tutta la terra la tua signora, su tutta la terra la tua fidanzata, la tua diletta, la tua colomba, la tua sposa? La Chiesa è la tua gloria. L'uomo - dice l'Apostolo - non deve coprirsi la testa, perché è immagine e gloria di Dio, mentre la donna è gloria dell'uomo. Come la donna è gloria dell'uomo, così la Chiesa è gloria di Cristo.

venerdì 24 maggio 2019

Ascoltare, accogliere, amare.

Rito romano
VI Domenica di Pasqua – Anno C – 26 maggio 2019
At 15, 1-2.22-29; Sal 144 (145); Ap 21,10-14.22-23; Gv 14,23-29

Rito ambrosiano
At 21,40b-22,22; Sal 66; Eb 7,17-26; Gv 16,12-22


1) Una Presenza da ascoltare e da accogliere: da amare.
All’apostolo Giuda Taddeo (non l’Iscariota), che chiedeva di capire meglio come Gesù si sarebbe manifestato ai suoi e non al mondo (Gv 14,22), Gesù risponde : Se uno mi ama, osserverà la mia parola, e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui” (Gv 14, 23) . Il verbo greco utilizzato in questa frase per dire “amare” è agapao, che esprime ‘'amore che rimane fedele, l'amore caratteristico di Dio. Chi ama Gesù di questo amore fedele si riconosce perché osserverà la Parola di Gesù Cristo.
Questo osservare significa anche custodire, mantenere questa parola. Questo verbo ci suggerisce lo stile con cui dobbiamo trattare la Parola: non è solo tenerla sottochiave come un tesoro prezioso, ma guardarla spesso, rimirarla, soppesarla nel proprio cuore. E' un dono di Colui che amiamo e non possiamo mai stancarci di guardarla e di ascoltarla, di meditarla, di soppesarla.
Chi si dedica a questo amore di Gesù e alla custodia della sua parola, sarà amato dal Padre. Questo avviene non tanto perché il Padre non ami anche gli altri, anzi il suo amore in ogni caso è precedente a quello dell'uomo e non si fa condizionare da esso in nessun senso. Chi ama il Figlio verrà amato dal Padre nel senso che nell’ascolto della parola e nel desiderio di essere unito a Dio, si renderà conto di questo amore che viene riversato su di lui e non potrà che gioirne. Il suo amore lo rende accogliente. Lui apre il cuore al Padre e al Figlio che possono prendere dimora presso di lui.
Questo aspetto della dimora era molto importante per il popolo di Israele. Il Signore più volte aveva promesso che sarebbe venuto ad abitare in mezzo a loro (Cfr. Ez 37,26-27; Zc 2,14) e Salomone stesso si stupiva come Dio avesse accettato di prendere dimora nel Tempio di Gerusalemme (1Re 8,27). Ora, grazie all'incarnazione, il cuore dell'uomo è capace di accogliere Dio (2Cor 6,16; Ef 3,17).
Inoltre, amare Gesù significa vivere come lui, nell’amore del Padre e dei fratelli. Andandosene da noi Gesù non ci lascia orfani: ci manda il suo Spirito, che ci permette di amare come lui. Se prima era con noi e presso di noi, d'ora in poi sarà in noi. Chi ama è dimora dell’amato: lo porta nel cuore, come sua vita. Noi da sempre siamo in Dio, che ci ama di amore eterno; se lo amiamo, anche lui è in noi come noi in lui.

       2) Obbedire è ascoltare l’Amato e osservare la sua parola.
Papa Francesco insegna: “Cosa significa obbedire a Dio? Significa che noi dobbiamo essere come schiavi, tutti legati? No, perché proprio chi obbedisce a Dio è libero, non è schiavo! E come si fa questo? Io obbedisco, non faccio la mia volontà e sono libero? Sembra una contraddizione. E non è una contraddizione». Infatti «obbedire viene dal latino, e significa ascoltare, sentire l’altro. Obbedire a Dio è ascoltare Dio, avere il cuore aperto per andare sulla strada che Dio ci indica. L’obbedienza a Dio è ascoltare Dio. E questo ci fa liberi” (11 aprile 2013).
Nel brano romano del Vangelo di questa VI Domenica di Pasqua, Gesù collega l'amore verso di Lui con l'osservanza della sua parola: “Se uno mi ama, osserverà la mia parola” (Osservare qui significa sia custodire che mettere in pratica).
Ma perché è così importante obbedire a Dio? Perché Dio ci tiene tanto a essere obbedito? Non certo per il gusto di comandare. Lui è un Padre che vuole dei figli e non degli schiavi. Questi figli sono chiamati ad amarlo mediante l’obbedienza, perché l'amore è realmente un'affermazione dell'altro, di un Altro: è obbedienza, praticata come l'affermazione di una presenza quale criterio e comportamento di vita.
L’obbedienza a Dio è importante perché, obbedendo a Lui, noi facciamo la Sua volontà di bontà e perfezione, vogliamo le stesse cose che Lui vuole, e così realizziamo la nostra vocazione originaria che è di essere “a sua immagine e somiglianza”. Siamo nella verità, nella luce e di conseguenza nella pace, come il corpo che ha raggiunto il suo punto di quiete. Dante Alighieri ha racchiuso tutto ciò in un verso tra i più belli di tutta la Divina Commedia: “e ’n la sua volontate è nostra pace” (Dante Alighieri, Paradiso, 3,85).
Per capire che la parola di Cristo non è un comando d’imposizione ma una legge di libertà amorosa, dobbiamo chiedere al Signore di farci capire che l'amore non è dare ciò che si ha, ma ciò che si è; allora si vuole anche ciò che gli altri sono, non le loro cose. Non il dono delle proprie cose è amore, ma il dono di sé. Non per nulla nella Sacra Scrittura l'amore è identificato all'obbedienza, perché l'obbedienza è il dono di sé. Se mi amate, osservate i miei comandamenti… Chi osserva i miei comandamenti, quello è colui che mi ama, dice Gesù nell'Ultima Cena.1
L'obbedienza cristiana è prima di tutto atteggiamento d’amore. È quel particolare tipo d'ascolto che c’è tra amici veri, perché illuminato dalla certezza che l’amico, che dà la vita per l’amico, ha solo cose buone da dire e da dare all’amico: un ascolto intriso di quella fiducia che ci fa accoglienti della volontà di Cristo, sicuro che essa sarà per il bene.
L'obbedienza a Dio è cammino di crescita e, perciò, di libertà della persona perché consente di accogliere un progetto o una volontà diversa dalla propria che non solo non mortifica o diminuisce, ma fonda la dignità umana.

      3) Obbedire è vivere nella libertà.
Finché non c’è amore si obbedisce “costretti” da varie regole più o meno rigide e più o meno numerose. Nell’amore si ascolta la volontà dell’amato e si è lieti di metterla in pratica. L’obbedienza cristiana è libera e liberante e questa obbedienza a Dio coincide anche con “il vero bene dell’Uomo”, di ogni uomo. Per il cristiano, l'amare Dio implica ovviamente l'obbedienza alla Sua volontà in vista di un sommo bene: la pace e l'amicizia con Dio e con gli uomini. (si pensi alla “legge delle Beatitudini” data da Gesù durante il suo Discorso della Montagna).
La Madonna è, dopo Cristo, l’esempio più alto di obbedienza, di amore e di libertà. La Vergine Maria ha accolto con libertà suprema il Verbo di Dio. Lei ha “osservato” (=custodito e messo in pratica) fedelmente il dono dell’Amore di Dio, che grazie al suo sì obbediente si è fatto carne e ha posto la sua dimora in noi e tra noi. Lei ha obbedito alla suprema legge dell’amore. Con il suo libero sì, ha fatto sì che la verità e l’amore di Dio entrasse nel cuore di lei e di ogni essere umano, che come lei dice sì al dono di Dio. Allora Dio pone nel cuore umano la sua fissa dimora.
Non è un Dio qualsiasi: è il Dio vivo, che è amore, che crea a sua immagine le libertà, che libera dalla morte con la croce di Pasqua, che apre all'uomo, nello Spirito Santo, lo spazio infinito della vera libertà.
Credere in questo Dio non è aderire ad una teoria, non è avere un’opinione sul divino e sull’umano. Credere è riconoscere una Presenza che ci ama. In effetti “la fede nasce dall’impatto dell’amore di Gesù con il cuore dell’uomo. La fede è l’iniziativa dell’amore di Gesù Cristo sul suo cuore.”(Benedetto XVI).

      4) Amore è felicità.
Un monaco agostiniano, che è rimasto anonimo, ha lasciato scritto: «L’amicizia è una virtù, ma l’essere amati non è una virtù, è la felicità». Prima bisogna essere amati, poi si può amare. Prima bisogna essere contenti di essere amati, poi si comunica questo amore pieno di gioia agli altri, osservando il comando dell’amore.
L'amore per Cristo è la risposta libera e totale alla scelta originaria che Lui ha fatto di noi, una risposta che non può essere vago sentimento, ma passa attraverso l'ascolto attento della parola di verità che Cristo ci ha annunciato, parola di vita, parola che salva, parola accolta, coltivata nel cuore e poi vissuta.
Chi ama veramente il Signore Lo ascolta, Lo segue, si lascia guidare da Lui, perché sa che obbedirgli non è cosa gravosa, ma è segno di amore che dice desiderio, affetto, amicizia, appartenenza. Di più, nel breve passo del Vangelo romano che oggi ci è proposto, l'amore è anche il luogo dell'incontro col Padre, il luogo in cui il Padre e il Figlio Gesù pongono la loro dimora: “Se uno mi ama, osserverà la mia parola; il Padre mio lo amerà, e noi verremo da lui e faremo dimora presso di lui”. Il Vangelo di carità chiede di costruire case di carità, comunità di carità vissuta, che siano segno tangibile della novità di Cristo nella storia, lievito umile, ma fecondo, nella società individualista e conflittuale. Il cuore di queste comunità sono le Vergini consacrate. Questa donne testimoniano che l’amore è il dono di sé, e il dono di sé a un certo momento ha una sua riprova in questo: tu non puoi possedere più nulla dal momento che non possiedi te stesso. Lietamente hanno donato tutto all’Amore e diffondono questo Amore, lietamente.
Inoltre le Vergini consacrate mostrano con la loro esistenza donata interamente a Dio, che la profonda verità di questa affermazione di Cristo: “Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui” (Gv 14, 21).
 Come diceva sant’Ambrogio: “Le vergini consacrate sono nel mondo segno di vera bellezza”. La bellezza della vita consacrata è anche il tema di fondo dell’esortazione postsinodale Vita consecrata, sviluppato ampiamente partendo dall’icona della Trasfigurazione. “Come è bello restare con te, Signore, dedicarci a te, concentrare in modo esclusivo la nostra esistenza su di te!”. In effetti, chi ha ricevuto la grazia di questa speciale comunione di amore con Cristo, si sente come rapito dal suo fulgore: egli è “il più bello tra i figli dell’uomo” (Sal 45 [44], 3)» (n. 15).

1 Ecco il contesto : 
Il brano di questa domenica è la parte finale del discorso di addio rivolto da Gesù ai suoi discepoli durante l'Ultima Cena, che occupa tutto il capitolo 14 del vangelo di Giovanni. L'inizio di tale discorso è nel capitolo precedente (13,33) di cui abbiamo ascoltato una parte la scorsa domenica, e un suo ampliamento nei capitoli 15-17. Gesù saluta i suoi prima della sua passione, ma indica loro anche ciò che devono fare in attesa del suo ritorno; le sue parole non sono solo per i dodici ma anche per i discepoli di tutti i tempi. Anche questa volta il contesto è importante, suggerisco quindi di collocarlo all'interno del capitolo 14 che ha questa struttura: 
prima parte: La via per giungere al Padre (14,1-14) 
seconda parte: La comunione tra Gesù e la sua comunità (14,15-26) 
terza parte: la partenza di Gesù e il dono della pace (14,27-31.



Questa domenica consiglio due testi di San Tommaso, quindi si tratta di due scritti “quasi” patristici.

Preghiera per l’obbedienza di San Tommaso d'Aquino

Rendimi, Signore mio Dio,
obbediente senza ripugnanza,
povero senza rammarico, casto senza presunzione,
paziente senza mormorazione, umile senza finzione,
giocondo senza dissipazione, austero senza tristezza,
prudente senza fastidio, pronto senza vanità,
timoroso senza sfiducia, veritiero senza doppiezza,
benefico senza arroganza,
così che io senza superbia corregga i miei fratelli
e senza simulazione li edifichi con la parola e con l'esempio.
Donami, o Signore, un cuore vigile
che nessun pensiero facile allontani da te,
un cuore nobile che nessun attaccamento ambiguo degradi,
un cuore retto che nessuna intenzione equivoca possa sviare,
un cuore fermo che resista ad ogni avversità,
un cuore libero che nessuna violenza possa soggiogare.
Concedimi, Signore mio Dio,
un'intelligenza che ti conosca,
una volontà che ti cerchi,
una sapienza che ti trovi,
una vita che ti piaccia,
una perseveranza che ti attenda con fiducia,
una fiducia che, alla fine, ti possegga.”

Lettura (quasi) Patristica
Dagli Opuscoli teologici di San Tommaso d’Aquino

La Legge della divina carità
“E’ evidente che non tutti possono dedicarsi a fondo alla scienza; e perciò Cristo ha emanato una legge breve e incisiva che tutti possano cono­scere e dalla cui osservanza. nessuno per ignoranza possa ritenersi scusato. E questa è la legge della divina carità. Ad essa accenna l’Apostolo con quelle parole: “Il Signore pronunzierà sulla terra una parola breve” (Rm 9, 28). 
Questa legge deve costituire la norma di tutti gli atti umani. Come infatti vediamo nelle cose artificiali che ogni lavoro si dice buono e retto se viene compiuto secondo le dovute regole, così anche si riconosce come retta e virtuosa la azione dell’uomo, quando essa è conforme alla re­gola della divina carità. Quando invece è in con­trasto con questa norma, non è né buona, né retta, né perfetta. 
Questa legge dell’amore divino produce nel­l’uomo quattro effetti molto desiderabili. In primo luogo genera in lui la vita spirituale. E’ noto in­fatti che per sua natura l’amato è nell’amante. E perciò chi ama Dio, lo possiede in sé medesimo: “Chi sta nell’amore sta in Dio e Dio sta in lui” (1 Gv 4, 16). E’ pure la legge dell’amore, che l’aman­te venga trasformato nell’amato. Se amiamo il Si­gnore, diventiamo anche noi divini: “Chi si unisce al Signore, diventa un solo spirito con lui ” (1 Cor 6, 17). A detta di sant’Agostino, “come l’anima è la vita del corpo, così Dio è la vita dell’anima ”. L’anima perciò agisce in maniera virtuosa e per­fetta quando opera per mezzo della carità, me­diante la quale Dio dimora in essa. Senza la carità, in verità l’anima non agisce: “Chi non ama rimane nella morte” (1 Gv 3, 14). Se perciò qualcuno pos­sedesse tutti i doni dello Spirito Santo, ma non avesse la carità, non avrebbe in sé la vita. Si tratti pure del dono delle lingue o del dono della fede o di qualsiasi altro dono: senza la carità essi non conferiscono la vita. Come avviene di un cadavere rivestito di oggetti d’oro o di pietre preziose: resta sempre un corpo senza vita. 
Secondo effetto della carità è promuovere la osservanza dei comandamenti divini: “L’amore di Dio non è mai ozioso — dice san Gregorio Magno —quando c’è, produce grandi cose; se si rifiuta di essere fattivo, non è vero amore”. Vediamo infatti che l’amante intraprende cose grandi e difficili per 1’amato: “Se uno mi ama osserva la mia parola”(Gv 14, 25). Chi dunque osserva il comandamento e la legge dell’amore divino, adempie tutta la legge. 
Il terzo effetto della carità è di costituire un aiuto contro le avversità. Chi possiede la carità non sarà danneggiato da alcuna avversità: “Ogni cosa concorre al bene di coloro che amano Dio ”(Rm 8, 28); anzi è dato di esperienza che anche le cose avverse e difficili appaiono soavi a colui che ama. 
Il quarto effetto della carità è di condurre alla felicità. La felicità eterna è promessa infatti soltanto a coloro che possiedono la carità, senza la quale tutte le altre cose sono insufficienti. Ed è da tenere ben presente che solo secondo il diverso grado di carità posseduto si misura il diverso grado di felicità, e non secondo qualche altra virtù. Molti infatti furono più mortificati degli Apostoli; ma questi sorpassano nella beatitudine tutti gli altri proprio per il possesso di un più eccellente grado di carità. E così si vede come la carità ot­tenga in noi questo quadruplice risultato. 
Ma essa produce anche altri effetti che non vanno dimenticati: quali, la remissione dei peccati, l’illuminazione del cuore, la gioia perfetta, la pace, la libertà dei figli di Dio e l’amicizia con Dio."
   
Dagli “Opuscoli teologici ” di san Tommaso d’Aquino, sacerdote; in Opuscula theologica, II, nn. 1137-1154,

venerdì 17 maggio 2019

Un comando nuovo per un amore nuovo.

V Domenica di Pasqua – Anno C – 19 maggio 2019
Rito romano
At 14-21b-27; Sal 144(145); Ap 21,1-5a; Gv 13,31-33a.34-35.

Rito ambrosiano
At 4,32-37; Sal 132; 1Cor 12,31-13,8a; Gv 13,31b-35



1)Un comandamento nuovo. Perché?
    Come mai si definisce "nuovo" un comandamento che era noto già fin dall'Antico Testamento (cfr. Lv 19, 18)? A questo riguardo è utile la distinzione tra vecchio ed antico. “Nuovo” non si oppone, in questo caso, ad “antico”, ma a "vecchio". Lo stesso evangelista Giovanni in un altro passo scrive: “Carissimi, non vi scrivo un comandamento nuovo, ma un comandamento antico...E tuttavia è un comandamento nuovo quello di cui vi scrivo” (1 Gv 2, 7-8). Insomma, si tratta di un comandamento nuovo o di un comandamento antico? L’una e l’altra cosa. E’ antico secondo la lettera, perché era stato dato da tempo; è nuovo secondo lo Spirito, perché solo con Cristo è data anche la forza di metterlo in pratica. Nuovo non si oppone, nel Vangelo di oggi ad antico, ma a vecchio. Quello di amare il prossimo “come se stessi” era diventato un comandamento "vecchio", cioè debole e consunto, a forza di essere trasgredito, perché la Legge imponeva sì l'obbligo di amare, ma non dava la forza per farlo.
     Il comando di amare come Cristo ci ha dato non è una legge nuova perché ci è chiesto qualcosa di più difficile di quelle precedenti. La legge dell’amore che il Redentore ci dona, è nuova perché è l’indicazione per una vita vissuta come dono, per un’esistenza da vivere nella condivisione piena di amorosa fiducia, di totale abbandono al tenera misericordia di Dio.
    Il comandamento, che Cristo ci dona, è nuovo perché mentre la legge umana obbliga dall’esterno, quella cristiana è un invito che fa fiorire il cuore umano e lo rende capace di dono a Dio e al prossimo.
     In effetti il comandamento nuovo chiede l’amore dell’uno per l’altro e non è semplice filantropia. Il comandamento è nuovo se uno ama come il Redentore lo ama: “Come io ho amato voi. “Come, Signore?” È questo “come” che fa la differenza. Come? Amando così come siamo, senza pretendere, senza reagire, sempre e per sempre, fino a dare la vita e non solo per gli amici, ma soprattutto per i nemici. Come ha fatto Cristo, amandoci da morire,
In effetti, non è quando - durante la sua vita - Gesù formula questo comandamento dell’amore che esso diventa nuovo. E’ quando, morendo sulla croce e dandoci lo Spirito Santo, che Cristo ci rende, di fatto, capaci di amarci gli uni gli altri, infondendo in noi l'amore che Lui stesso ha per ognuno.
  Inoltre il comandamento di Gesù è un comandamento nuovo in senso attivo e dinamico: perché “rinnova”, fa nuovi, trasforma tutto. “E’ questo amore che ci rinnova, rendendoci uomini nuovi, eredi del Testamento nuovo, cantori del cantico nuovo” (Sant’Agostino d’Ippona).


2) Il dono di un comando nuovo: la legge della carità.
    “Amate”: questo comando, che Cristo ci ha dato, è la “Magna Carta” del Popolo che, nato dal Suo costato trafitto è trasformato santamente per mezzo dell'Amore. La carità di Cristo spinge non solo a gesti d’amore ma anche ad una vita di carità in Lui.
Purtroppo, nel parlare o scrivere ordinario il significato della parola “amore”, che dà la vita, è ridotto a sentimento di bontà dolce oppure a passione spesso sensuale. Nel Vangelo la parola “amore” è sempre contrassegnata dalla croce, che indica una bontà appassionata, il cui fine non è il “possesso” dell’altro ma il dono di sé all’altro. Quando Cristo dice: “Vi amo”, la croce è inclusa, egli intende la croce, cioè l’appassionato dono di sé. E in questo modo ci mostra che l’amore puro, sincero è l’amore che si dona liberamente.
    Cristo rivela il suo amore in modo appassionato: con la sua Passione e Morte in Croce. L'amore, che Cristo rivela e propone con un “comando”, è detto con parole delicate e con il gesto dell’andare in Croce, dopo avercene dato prova con la lavanda dei piedi, con l’istituzione dell’Eucaristia, che fortifica e rende stabili l’amore, e con molti fraterni insegnamenti.
    Molte volte abbiamo letto o ascoltato la frase di Gesù che il Vangelo romano di oggi ci propone: “Vi do un comandamento nuovo: amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi” (Gv 13, 33). Per aiutare la nostra meditazione propongo –come premessa- la spiegazione sintetica di termini.
  Prima di tutto bisogna ricordare che per l’Evangelista e Apostolo Giovanni il termine “comandamento” significa la parola che rivela l'amore di Dio Padre. In effetti, nel testo greco egli usa il termine “entolè”, che ha il significato di precetto, consiglio, istruzione, prescrizione. E' un po’ come la ricetta di un dottore che prescrive una determinata cura per il nostro bene. Sta poi al paziente seguire o no ciò che è stato prescritto. Comandamento in questo caso quindi non è un ordine perentorio, qualcosa di obbligatorio così come lo intendiamo noi nel significato corrente. La controprova che questo è il significato che Giovanni voleva dare al termine comandamento lo ritroviamo nel suo Vangelo dove il medesimo Apostolo per definire il comandamento di Mosè non usa più entolè ma “nomos”.
Nel servire e seguire Cristo dunque, non abbiamo bisogno tanto di nomos. Il nostro rapporto con Dio è molto più che un seguire delle regole per eccellenti che siano. Dio ci dà dei comandi (entolè) che ci guidano, ci formano, ci conducono sul Suo sentiero. In breve, indicazioni che ci manifestano la sua volontà di salvezza.
    In effetti, il termine greco usato da Giovanni è in relazione non solo all’ambito della legalità ma anche a quello della responsabilità. Gesù quindi non comunica tanto una regola, ma rivela una missione di salvezza e chiama ad una responsabilità. La traduzione latina è corretta e mette “mandatum novum” che viene da mittere=inviare. Quindi Gesù invita i suoi discepoli di allora e di oggi a mettere in essere questo mandato, a “creare” questa carità reciproca ed Egli aggiunge: «Il mondo vedrà che siete miei discepoli». Il mondo capirà che il Vangelo è vivo e in “vigore” (si dice anche della legge che è in vigore), se noi saremo amici, fratelli e sorelle tra noi.  Si rinnoverà così il miracolo dei primi secoli dell’era cristiana, come lo attesta Tertulliano (n.155 – m. 230) che parla di come la gente pagana fosse stupita e dicesse: “Ma guarda, come si vogliono bene; ma guarda come c'è amore tra di loro” (Apol. 19).
Questo amore “comandato” da Cristo ha poi due caratteristiche indicate da “nuovo” e “come”.
    Il comando dell'amore reciproco, fraterno è da Gesù definito «nuovo». Non si tratta di una novità puramente cronologica, ma di una novità qualitativa. Il comando dell'amore è nuovo come è nuovo Gesù, il nuovo Mosè che scrive la legge dell’amore non su tavole di pietra ma sul nostro cuore. L'amore reciproco, fraterno e gratuito è la novità della vita di Dio che irrompe nel nostro vecchio mondo, rigenerandolo. Ed è l'anticipo della vita eterna, definitiva e stabile cui aspiriamo.

3) Il dono di un comando che invita ad amare senza misura.
    L'avverbio greco cathos usato nel vangelo romano odierno viene tradotto con il termine come: "Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri". Come intendere questo “come”? Forse i discepoli dovranno imitare il comportamento del proprio Maestro? Questo risulta riduttivo, si finirebbe per fare di Gesù un personaggio del passato, dal quale si ereditano delle consegne da applicare, di modo che l'azione dei discepoli perpetui nel tempo quella di Gesù. 
Al contrario è possibile un'interpretazione più profonda. Kathos qui, come in altri testi, non ha il senso di una similitudine, ma quello di un'origine. Si può tradurre: Con l'amore con cui vi ho amato, amatevi gli uni gli altri, versione più vicina al significato del testo. L'amore del Figlio per i suoi discepoli genera il loro movimento di carità: è il suo amore, l'amore di Gesù, che passa in loro quando amano i fratelli e ne sono riamati.
   E' l'amore con il quale Gesù ama ogni uomo che rende possibile la fraternità e impegna in questo senso ogni comunità cristiana. Un amore sempre nuovo, sempre gratuito e profondo, come l'alleanza che Dio rivela amando l'umanità e il mondo (cfr. Gv 3,6; Ez 34-37; Ger 31,31).
    Amarci gli uni gli altri con il cuore di Cristo ecco il comando nuovo. Ma se la misura della carità del nostro Redentore è “amare senza misura” (cfr. S. Bernardo di Chiaravalle (De diligendo Deo, 16), come possiamo essere all’altezza dell’amore di Cristo. E’ un compito impari. Gesù ha amato perdutamente, fino a perdere la sua stessa vita. Come possiamo fare altrettanto? Lui ha dato la propria vita per il suo prossimo, tutti noi, ed ha avuto come primo compagno in paradiso un condannato a morte: il buon ladrone. L’amore di Cristo è un amore dove prima dell’io c’è l’altro.
    Come è possibile avere e vivere questo amore? Arrendendosi a questo amore. Se accetteremo di essere sua proprietà, come già aveva intuito il profeta Geremia: “Signore tu mi ha sedotto ed io mi sono lasciato sedurre”, saremo suoi figli per sempre. L’Amore che ci ha scelto fin dal momento in cui le sue mani plasmarono il nostro corpo, ci chiama ad essere come tralci che aderiscono alla vite e che producono frutti di vita vera per gli altri.
    In questo ci sono di esempio le Vergini consacrate che, con la loro piena risposta all’offerta di se stesse a Dio nella castità, mostrano che la legge del cielo è scesa sulla terra, perché l’amore di Dio rende possibile il santo amore per il prossimo, nella condivisione della fede e della reciproca e servizievole carità.
   La credibilità, l'affidabilità della vita consacrata, al contrario, emerge quando i consacrati e le consacrate fanno ciò che dicono, quando ciò che trasmettono come parola annunciata è da loro vissuto: evangelizzano perché sono evangelizzati, trasmettono la fede perché sono credenti, diffondono la carità perché vivono il comandamento nuovo.
   In questo senso, a queste consacrate è richiesta la capacità di costante riferimento a Gesù Cristo, alla sua vita quale esegesi (interpretazione) del Dio che è Carità. Infatti, solo se la vita consacrata è memoria viva dell’esistenza, dell’azione e dello stile di Gesù, essa svolge il suo compito: le vergini consacrate sono presenti nella Chiesa per incarnare, vivere e ricordare a tutti i gesti e i comportamenti vissuti da Gesù nella sua vita umana e nella sua missione. In sintesi, nell’assumere la “forma della vita di Gesù” le consacrate sono segno, sono memoria vivente del Vangelo dell’Amore.


Lettura Patristica
SANT’AGOSTINO D’IPPONA
DISCORSO 332
Perché i martiri sono amici di Cristo. L'amore reciproco in vista del regno dei cieli.
1. Quando veneriamo i martiri, rendiamo onore ad amici di Dio. Volete sapere che cosa ha fatto di loro degli amici di Dio? Lo indica Cristo stesso; afferma infatti: Questo è il mio comandamento, che vi amiate a vicenda 1. Si amano a vicenda quelli che intervengono insieme agli spettacoli degli istrioni; si amano a vicenda quelli che si trovano insieme a ubriacarsi nelle bettole; si amano a vicenda quelli che accomuna una cattiva coscienza. Cristo dovette fare perciò una distinzione nell'amore quando ebbe a dire: Questo è il mio comandamento, che vi amiate a vicenda. In realtà, la fece; ascoltate. Dopo aver detto: Questo è il mio comandamento, che vi amiate a vicenda, subito aggiunse: come io vi ho amato 2. Amatevi a vicenda così, per il regno di Dio, per la vita eterna. Siate insieme ad amare, amate me, però. Vi amerete reciprocamente se vi unisce l'amore per un istrione; sarà maggiore il vostro amore reciproco se vi unisce l'amore per colui che non può farvi scontenti, il Salvatore.
Fino a che punto ci dobbiamo amore reciproco.
2. Il Signore proseguì ancora e continuò a istruire, quasi gli avessimo chiesto: E in che modo ci hai amati, per sapere come dobbiamo amarci tra noi? Ascoltate: Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici 3. Amatevi a vicenda in modo da offrire ciascuno la vita per gli altri. I martiri infatti misero in pratica questo di cui parla anche l'evangelista Giovanni nella sua lettera: Come Cristo ha dato la sua vita per noi, così anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli 4. Accostatevi alla mensa del Potente: voi fedeli ben sapete a quale mensa vi accostate; richiamate alla memoria le parole della Scrittura: Quando siedi davanti alla mensa di un potente, considera che tu devi preparare altrettanto 5. A quale mensa di potente ti accosti? A quella in cui egli ti porge se stesso, non a mensa imbandita dalla perizia di cuochi. Cristo ti porge il suo cibo, vale a dire, se stesso. Accostati a tale mensa e saziati. Sii povero e ti sazierai. I poveri mangeranno e si sazieranno 6. Considera che tu devi preparare altrettanto. Per capire, segui il commento di Giovanni. Forse infatti ignoravi che significa: Quando siedi alla mensa di un potente, considera che tu devi preparare altrettanto 7. Ascolta il commento dell'Evangelista: Come Cristo ha dato la vita per noi, così anche noi dobbiamo preparare altrettanto. Che vuol dire 'preparare altrettanto'? Dare la vita per i fratelli 8.
La carità è dono di Dio.
3. Per saziarti, ti sei accostato povero; come ti procurerai l'altrettanto da preparare? Fanne richiesta proprio a chi ti ha invitato, per avere di che dargli in cibo. Niente avrai se non te l'avrà dato egli stesso. Ma possiedi già un po' di carità? Non attribuirla a te stesso: Che cosa mai possiedi che tu non abbia ricevuto? 9 Possiedi già un po' di carità? Chiedi che si accresca, chiedi che giunga a perfezione, fin quando tu non pervenga a quella mensa di cui non si trova una più lauta in questa vita. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici 10. Ti sei accostato povero, torni indietro ricco: anzi, tu non ti allontani e, restandovi, sarai ricco. Da lui i martiri ricevettero di che soffrire per lui: siatene certi, lo ebbero da lui. Fu il padre di famiglia a porgere loro di che offrirgli in cibo. Possediamo lui, chiediamo a lui. E, se siamo manchevoli quanto all'esserne degni, presentiamo la nostra domanda per mezzo dei suoi amici, gli amici di lui, i quali gli avevano offerto a mensa quanto egli aveva loro donato. Preghino, quelli, per noi, così che il Padre di famiglia lo accordi anche a noi. E per avere il di più, riceviamo dal cielo. Ascolta Giovanni che egli ebbe precursore: Nessuno può prendersi qualcosa se non gli è stato dato dal cielo 11. Ne segue che riceviamo dal cielo anche quanto abbiamo; quindi riceviamo dal cielo di avere il di più.
I fornicatori non entreranno nella Città di Dio.
4. È proprio la città quella che discende dal cielo: vediamo di essere tali da meritare di entrarvi. Avete infatti ascoltato quali vi entrano e quali ne sono esclusi. Non siate di quelli che, come avete ascoltato, sono gli esclusi, specialmente i fornicatori. Alla lettura del passo in cui la Scrittura ha indicato quelli che non entreranno, dove sono citati anche gli omicidi, voi non vi siete sgomentati. Ha citato i fornicatori 12, e l'effetto è giunto al mio orecchio, perché vi siete battuti il petto. Io l'ho udito, personalmente l'ho udito, l'ho visto io; e di quel che non ho veduto nei vostri letti mi sono accorto al rimbombo, l'ho visto sui vostri petti, mentre siete stati a batterli. Cacciate via di là il peccato: battersi il petto, infatti, e continuare a fare queste medesime cose, nient'altro è che indurire i peccati quasi pavimento. Fratelli miei, figli miei, siate casti, amate la castità, tenetevi stretti alla castità, amate la pudicizia: Dio è l'autore della pudicizia nel suo tempio, che siete voi, la cerca; caccia via dal tempio gli impudichi. Contentatevi delle vostre mogli, dal momento che volete che le vostre mogli si contentino di voi. Come tu non vuoi che tua moglie abbia occasioni in cui vieni soppiantato, non averne da parte tua nei suoi confronti. Tu sei il signore, quella la serva: Dio ha creato entrambi. Sara - dice la Scrittura - aveva rispetto per Abramo, che chiamava signore 13. È vero; questi contratti sono a firma del vescovo: le vostre mogli sono vostre serve, voi, i padroni delle vostre mogli. Ma in riferimento al rapporto dove i sessi, che sono distinti, si uniscono, la moglie non è arbitra del proprio corpo, ma lo è il marito 14. Ecco, te ne stavi rallegrando, te ne sentivi orgoglioso, ti vantavi: "Ha detto bene l'Apostolo, il Vaso di elezione ha avuto un'affermazione della massima chiarezza: La moglie non è arbitra del proprio corpo, ma lo è il marito. Dunque, il padrone sono io". L'elogio l'hai fatto: ascolta quel che vien dopo, sta' a sentire quel che non vuoi: io prego perché diventi tuo volere. Di che si tratta? Ascolta: Allo stesso modo anche il marito - quello che è il padrone - allo stesso modo anche il marito non è arbitro del proprio corpo, ma la moglie. Ascolta questo con buone disposizioni. Ti si toglie di mezzo il vizio, non l'autorità, ti vengono proibiti gli adulteri, non si riconosce superiorità alla donna. Tu sei uomo, rivelati tale: "virilità", infatti, deriva da "virtù", o invertendo, "virtù" da "virilità". Perciò, possiedi la virtù? Vinci la libidine. Capo della moglie - dice l'Apostolo - è l'uomo 15. In quanto capo, sii la guida in modo che ti segua: ma fa' attenzione dove tu conduci. Tu sei il capo, conduci dove ti deve seguire: evita, però, di andare dove non vuoi che ti segua. Per non correre il rischio di finire in un precipizio, bada di fare un percorso rettilineo. Disponetevi in tal modo a recarvi dalla sposa novella, la cui bellezza, i cui ornamenti - non di gioielli ma di virtù - sono per suo marito. Se, quindi, lo avrete fatto da uomini casti e morigerati e giusti, anche voi farete parte delle membra di quella novella Sposa, che è la beata e gloriosa celeste Gerusalemme.