venerdì 31 luglio 2020

Il pane benedetto e condiviso aumenta.

18ª Domenica del Tempo Ordinario – Anno A – 2 agosto 2020

Rito Romano
Is 55,1-3; Sal 144; Rm 8,33.37-39; Mt 14,13-21

Rito Ambrosiano
8ª Domenica dopo Pentecoste
1Sam 3,1-20; Sal 62; Ef 3,1-12; Mt 4,18-22


  1. Cinque pani benedetti sfamano cinquemila persone
Il Vangelo di questa domenica mostra la compassione attenta di Cristo verso l’umanità presentandoci il miracolo della moltiplicazione dei pani. Per essere precisi nel Vangelo oggi Cristo non parla di moltiplicazione, ma di divisione. Con due risultati diversi. Noi, essere umani, moltiplichiamo, aggiungiamo pane a pane ma saziamo misuratamente. Il Figlio di Dio spezza il pane e lo fa condividere e sazia oltre ogni misura. Stranamente o, meglio, miracolosamente, attraverso la divisione c’è un aumento che sazia in modo così abbondante che avanzano così tanti pezzi di pane da riempire dodici ceste.
Gesù compie questo gesto di carità verso una moltitudine di persone, che lo hanno seguito per ascoltarlo ed essere guarite da varie malattie (cfr Mt 14,14). Questo gesto espresso da questi verbi, cioè benedire, spezzare e dare, sono gesti che compie Gesù, che compie Dio con noi, ma è anche un gesto che tutti anche il più povero di questa terra può compiere. Anche il più povero può benedire, può spezzare quel poco, pochissimo che ha e può distribuire, può donare.
Prima di contemplare la scena evangelica di oggi, immedesimiamoci nei discepoli di Gesù lieti di camminare con Lui, che avanza sulle strade di Galilea portando il Vangelo e compiendo le opere del Regno, opere di misericordia fatte da un Re vicino al suo popolo. Gesù oggi mostra la sua regalità divina togliendo uno degli ostacoli che imprigionano l’uomo: la fame. E poiché uno dei segni del Regno dei Cieli è l’abbondanza, moltiplica i 5 pani in una quantità tale che ne avanzano 12 ceste colme.
Per comprendere meglio questa moltiplicazione dei pani e dei pesci occorre tenere presente anche un fatto a cui spesso non si fa attenzione. Il fatto che la parabola del seme della Parola (Mt 13, 1 – 23) e la moltiplicazione dei pani e dei pesci appartengono ad uno stesso contesto: Cristo “amministra” un duplice Pane: quello “fatto” di spirito, la Parola, e quello del corpo, fatto di grano.
E ora contempliamo la scena evangelica di oggi: siamo al tramonto di una giornata spesa da una moltitudine di persone a nutrirsi della parola di Cristo per curare il corpo e nutrire lo spirito, quindi i discepoli suggeriscono a Gesù di dire alla folla di andare in cerca di cibo per sfamare il corpo.
Il consiglio degli amici del Messia nasce dal buon senso umano e dall’attenzione alle necessità delle persone. Il Signore non contesta il suggerimento dei discepoli, ma dà loro un comando umanamente strano: “Voi stessi date loro da mangiare” (Mt 14,16).
Il buon senso umano spinge i discepoli ad obiettare a Gesù che non hanno “altro che cinque pani e due pesci”. Il Redentore allora compie un gesto che fa pensare al sacramento dell’Eucaristia: “Alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli, e i discepoli alla folla” (Mt 14,19). Il miracolo consiste nella condivisione fraterna di pochi pani che, affidati alla potenza di Dio, non solo bastano per tutti, ma addirittura avanzano, fino a riempire dodici ceste. Il Signore sollecita i discepoli affinché siano loro a distribuire il pane per la moltitudine; in questo modo li istruisce e li prepara alla futura missione apostolica: dovranno infatti portare a tutti il nutrimento della Parola di vita, del Pane di Vita eterna e di quella terrena.
In questo gesto prodigioso si intrecciano l’incarnazione di Dio e l’opera della redenzione. Gesù, infatti, “scende” dalla barca per incontrare gli uomini (cfr Mt 14,14). Il Signore ci offre qui un esempio eloquente della sua compassione verso la gente. Viene da pensare ai tanti fratelli e sorelle che, quotidianamente patiscono le drammatiche conseguenze della carestia, aggravate dalla guerra e dalla mancanza di solide e affidabili istituzioni. Cristo è attento al bisogno materiale, ma vuole donare di più, perché l’uomo è sempre “affamato di qualcosa di più, ha bisogno di qualcosa di più” (Benedetto XVI, Gesù di Nazaret, Milano 2007, 311). Nel pane di Cristo è presente l’amore di Dio; nell’incontro con Lui “ci nutriamo, per così dire, dello stesso Dio vivente, mangiamo davvero il “pane dal cielo” (ibid.).
“Nell’Eucaristia Gesù fa di noi testimoni della compassione di Dio per ogni fratello e sorella. Nasce così intorno al Mistero eucaristico il servizio della carità nei confronti del prossimo” (Esort. ap. Post-sin. Sacramentum caritatis, 88). Ce lo testimonia anche Sant’Ignazio di Loyola, fondatore della Compagnia di Gesù. Ignazio scelse, infatti, di vivere “ricercando Dio in tutte le cose, amando Lui in tutte le creature” (cfr Costituzioni della Compagnia di Gesù, III, 1, 26). Affidiamo alla Vergine Maria la nostra preghiera, perché apra il nostro cuore alla compassione verso il prossimo e alla condivisione fraterna. Chiediamo alla Nostra Madre celeste di essere sempre dei veri poveri di spirito, per ritrovare il sapore del pane.

2) Pane del cielo che, nell’Eucaristia, si fa pane degli uomini.
L'Ostia, al pari della Croce, sono braccia e cuori che s’incontrano.  Quando alzo il Pane, esalto la carità di Dio e la fatica dell'uomo: porto nel cuore del Signore, che le ricovera e le riposa, le opere del mio popolo laborioso. L'uomo s’è incontrato con Te nel pane, ancor prima che Tu lo facessi per noi Pane di Vita” (don Primo Mazzolari). 
Anche noi domandiamo che cosa dobbiamo fare per avere la vera vita. Gesù ci risponde: credete in me. La fede è la cosa fondamentale. Non si tratta di seguire un'idea, un progetto, ma di incontrare Gesù come una Persona viva, di lasciarsi coinvolgere totalmente da Lui e dal suo Vangelo. Dunque, Gesù invita a non fermarsi all'orizzonte umano e ad aprirsi all'orizzonte di Dio, all’orizzonte della fede. Egli esige un’unica opera: accogliere il piano di Dio, cioè credere a colui che egli ha mandato’. Mosè aveva dato ad Israele la manna, il pane dal cielo, con il quale Dio stesso aveva nutrito il suo popolo nel deserto. Gesù non dona qualcosa, dona Se stesso: è Lui il pane vero, disceso dal cielo’, Lui la parola vivente del Padre ed è nell’incontro con Lui che noi incontriamo il Dio vivente.
Ci vien voglia di domandare: “Che cosa dobbiamo fare perché il miracolo del pane continui?”
Ma non dimentichiamo che Gesù, vero pane di vita che sazia la nostra fame di senso, di verità, non può essere guadagnato’ con il lavoro umano; viene a noi soltanto come dono dell'amore di Dio, come opera di Dio da chiedere e accogliere.
Durante la settimana, le giornate sono cariche di occupazioni e di problemi, ma la domenica, giorno del Signore ed anche giorno di riposo e di distensione, il Signore ci invita a non dimenticare che se è necessario preoccuparci per il pane materiale e ritemprare le forze, ancora più fondamentale è far crescere il rapporto con Lui, rafforzare la nostra fede in Colui che è il pane di vita’, che riempie il nostro desiderio di verità e di amore.
Non ci resta che pregare la Madonna perché questo desiderio santo di vita buona si faccia in noi preghiera e lavoro.

3) La Verginità e Eucaristia: l’Amore appassionato.
Un modo molto bello e spiritualmente efficace di moltiplicare il pane è quello delle Vergini consacrate nel mondo.
Con il dono completo di se stesse a Dio, esse diventano come ostie1 per il mondo, con il quale vogliono condividere Cristo, Pane di vita, donato in abbondanza.
Immerse in un mondo spesso agitato e distratto, prese talvolta da compiti pesanti e non sempre piacevoli, le Vergini consacrate sono chiamate a testimoniare con gioia agli uomini ed alle donne del nostro tempo, nelle diverse situazioni, che il Signore è l’Amore capace di colmare il cuore della persona umana. Esse testimoniano che la croce da prendere su di sé ogni giorno per seguire Cristo non è fatta tanto dalle sofferenze e dalle contraddizioni della vita, quanto dall’amore appassionato di Cristo, amore vissuto come dono di sé al Redentore e come compassione e condivisione con i fratelli e le sorelle in umanità. In questo modo, queste donne realizzano la preghiera che il Vescovo fa su di loro nel giorno della consacrazione: “Che esse brucino di carità e non amino niente al di fuori di Te… Che ti temano con amore e per amore ti servano” (Rito della Consacrazione delle Vergini, n. 64) nella preghiera e nelle opere di misericordia. A questo riguardo, nell’Istruzione Ecclesiae Sponsae Imago (8 giugno 2018, la Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrate e le Società di Vita Apostolica, afferma: “ Al centro della loro esistenza le Vergini consacrate mettono l’Eucaristia, sacramento dell’Alleanza sponsale da cui sgorga la grazie delle loro consacrazione, Chiamate a vivere l’intimità con il Signore, l’identificazione e la conformazione a Lui, esse ricevono il Pane di vita della tavola della Parola di Dio e del Corpo di Cristo, nella partecipazione, se possibile quotidiana,, alla celebrazione eucaristica. Esse manifestano l’amore della Chiesa Sposa per l’Eucaristia nella preghiera di adorazione del Corpo eucaristico del Signore e vi attingono la carità attiva verso le membra del suo Corpo mistico” (n. 32).


1Ostia è parola che viene dalla parola latina “hostia”, che vuol dire vittima. Normalmente con la parola ‘ostia’ si intendeva, nell’epoca classica, l’offerta di animali domestici (per es. pecora, agnello) sacrificati agli dei come offerta di pace per allontanarne l’ira e renderli propizi, prima di marciare contro il nemico. Con la parola ‘vittima’ si intendeva un sacrificio per ringraziare, per esempio, per una vittoria e si usavano animali più grossi (bue, toro). Nel cristianesimo la parola “ostia” indica il pane consacrato durante la Messa. Ovviamente l’Ostia per eccellenza è il Cristo e, per analogia, chi a lui si conforma.




Lettura Patristica
Sant’Efrem
Diatessaron, 12, 1-4
L’Eucaristia, dono grande e gratuito

       Nel deserto, Nostro Signore moltiplicò il pane (Mt 14,13-21 Mt 15,32-38 Jn 6,1-13), e a Cana mutò l’acqua in vino (Jn 2,1-11). Abituò così la loro bocca al suo pane e al suo vino per il tempo in cui avrebbe dato loro il suo corpo e il suo sangue. Fece loro gustare un pane e un vino caduchi per suscitare in loro il desiderio del suo corpo e sangue che danno la vita. Diede loro con liberalità queste piccole cose perché sapessero che il suo dono supremo sarebbe stato gratuito. Le diede loro gratuitamente, sebbene avessero potuto acquistarle da lui, affinché sapessero che non sarebbe stato loro richiesto il pagamento di una cosa inestimabile; infatti, se potevano pagare il prezzo del pane e del vino, non avrebbero certamente potuto pagare il suo corpo e il suo sangue.

       Non soltanto ci ha colmato gratuitamente dei suoi doni, ma ancor più ci ha vezzeggiati affettuosamente. Infatti, ci ha donato queste piccole cose gratuitamente per attirarci, affinché andassimo e ricevessimo gratuitamente quella cosa sì grande che è l’Eucaristia. Quegli acconti di pane e di vino che ci ha dato erano dolci alla bocca, ma il dono del suo corpo e del suo sangue è utile allo spirito. Egli ci ha attirati con quelle cose gradevoli al palato per trascinarci verso colui che dà la vita alle anime. Ha nascosto la dolcezza nel vino da lui fatto, per indicare ai convitati quale tesoro magnifico è nascosto nel suo sangue vivificante.

       Come primo segno, fece un vino che dà allegria ai convitati per mostrare che il suo sangue avrebbe dato allegria a tutte le genti. Il vino è parte in tutte le gioie immaginabili e parimenti ogni liberazione si riconnette al mistero del suo sangue. Diede ai convitati un vino eccellente che trasformò il loro spirito per far sapere loro che la dottrina con cui li abbeverava avrebbe trasformato i loro cuori. Ciò che all’inizio non era che acqua fu mutato in vino nelle anfore; era il simbolo del primo comandamento portato a perfezione; l’acqua trasformata era la legge perfezionata. I convitati bevevano ciò che era stato acqua, ma senza gustare l’acqua. Parimenti, quando udiamo gli antichi comandamenti, li gustiamo nel loro sapore nuovo. Al precetto: Schiaffo per schiaffo (cf. Ex 21,24 Lv 24,20 Dt 19,21) è stata sostituita la perfezione: "Se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l’altra" (Mt 5,39).

       L’opera del Signore ottiene tutto; in un baleno, egli ha moltiplicato un po’ di pane. Ciò che gli uomini fanno e trasformano in dieci mesi di lavoro, le sue dieci dita l’hanno compiuto in un istante. Le sue mani furono come una terra sotto il pane; e la sua parola come il tuono al di sopra di lui; il sussurro delle sue labbra si sparse su di lui come una rugiada e l’alito della sua bocca fu come il sole; in un brevissimo istante egli ha portato a termine quanto richiede di norma un lungo lasso di tempo. Dalla piccola quantità di pane è sorta una moltitudine di pani; come all’epoca della prima benedizione: "Siate fecondi e moltiplicatevi" (Gn 1,28). I pezzi di pane, prima sterili e insignificanti, grazie alla benedizione di Gesù - quasi seno fecondo di donna - hanno dato frutto da cui sono sopravanzati molteplici frammenti.

       Il Signore ha mostrato il vigore penetrante della sua parola a quelli che l’ascoltavano, e ha mostrato la rapidità con la quale egli elargiva i suoi doni a quelli che ne beneficiavano. Non ha moltiplicato il pane al punto che avrebbe potuto, ma fino alla quantità sufficiente per i convitati. Il miracolo non fu su misura della sua potenza, bensì della fame degli affamati. Se, infatti, il miracolo fosse stato misurato sulla sua potenza, riuscirebbe impossibile valutare la vittoria di quella. Commisurato alla fame di migliaia di persone, il miracolo ha superato le dodici ceste (Mt 14,20). In tutti gli artigiani, la potenza è inferiore alla richiesta dei clienti; essi non possono fare tutto quanto gli domandano i clienti. Le realizzazioni di Dio, invece, superano i desideri. E: "Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto" (Gv 6,12) e non si pensi che il Signore abbia agito solo per fantasia. Ma, quando i resti saranno stati conservati un giorno o due, crederanno che il Signore ha agito in verità, e che non si trattò di un fantasma inconsistente.

venerdì 24 luglio 2020

La gioia è la forza per decidere.

17ª Domenica del Tempo Ordinario – Anno A – 26 luglio 2020


Rito Romano
1 Re 3,5.7-12; Sal 118; Rm 8,28-30; Mt 13,44-52

Rito Ambrosiano
7ª Domenica dopo Pentecoste
Gs 4,1-9; Sal 77; Rm 3,29-31; Lc 13,22-30


1) Dio e il suo Regno.
Anche in questa domenica Cristo ci parla attraverso alcune parabole, in cui il Regno di Dio è paragonato a un tesoro nascosto nel campo (Mt 13,44), al mercante in cerca di perle preziose (Ibid. 13,45), ad una rete gettata nel mare (Ibid 13,47) della vita. Queste tre brevi narrazioni rivelano il desiderio di Dio: che l’uomo accolga questo Regno, che è giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo (Rm 14,17) e lo faccia proprio, assumendosi però la responsabilità che la grandezza del dono che il Regno comporta.
I temi delle tre parabole sono interessanti. Le prime due sono centrate sul tesoro e sulla perla preziosa: il grande sogno dell’uomo è trovare qualcosa di prezioso che dia senso alla vita. C’è un cercare, oppure anche un non cercare, un imbattersi non previsto in qualcosa che ha un valore molto grande. Cè, comunque, un trovare, però l’accento delle parabole è su un altro punto: sulla decisione. In effetti, sia chi cerca, perché il mercante cerca e trova, sia chi non cerca – il contadino non sta cercando il tesoro, sta solo lavorando il campo e lo trova - tutte e due sono chiamati a una decisione per quello che hanno trovato. E questa decisione è dettata dalla gioia. La gioia è la forza del decidere.
Oltre che essere paragonato a un seme che ha in sé la forza per crescere dove trova fertile terreno (Vangelo di domenica scorsa), il Regno di Dio è presentato con l’immagine di un tesoro nascosto in un campo e di una perla di grande valore,” per i quali con gioia vale la pena di privarsi di tutto per farseli propri. In queste parabole di Gesù troviamo ben indicati i due “estremi” da tenere insieme ed entro i quali prendere le nostre decisioni più importanti, perché rendono davvero evangelica la nostra vita: la grazia e la responsabilità. La grazia sta nel fatto che il tesoro e la perla preziosa esistono ed è donata la possibilità di trovarli, così che la loro ricerca non risulta vana. La responsabilità sta nel fatto che il dono “acquistato” va custodito e condiviso.
Ed è della responsabilità che la terza parabola di oggi parla. Vediamola più da vicino. Il Regno è paragonabile a una rete: si tratta di una rete grande che si getta nel mare e che si tira. E questa rete pesca. Ora il pesce pescato dall’acqua muore, l’uomo pescato dall’acqua vive. Ogni uomo è raccolto in questa rete che, in fondo, è l’annuncio della Parola di Dio proposta a tutti, ed è la Chiesa, dove si accoglie tutti in questa rete e non si sta a vedere se uno è buono o cattivo: la salvezza è per tutti.
Questa rete che pesca gli uomini vuol dire che il Regno dei cieli è la salvezza misericordiosamente offerta ad ogni uomo. Ma occorre “usare” questa misericordia in modo responsabile. La rete accoglie tutti, la comunità ecclesiale accoglie tutti. Se non accogliamo tutti, buttiamo fuori noi stessi.
Questa parabola è un richiamo alla responsabilità a vivere la misericordia. E qui teniamo presente che vivere la misericordia è un impegno più grande che vivere la giustizia e non trascura la giustizia.
Dio è misericordia, e ciò che conta è la misericordia. Appunto per questo, se non abbiamo misericordia, non siamo veri cristiani, perchè Cristo, tesoro incalcolabile e perla preziosa, è Re di Misericordia.
In effetti il Regno di Dio, sorgente di pace, di verità e di amore, consiste nella carità, pace, armonia, gioia e salvezza donate da Dio agli uomini, nel suo Figlio, Gesù Cristo Signore di misericordia. E’ un’assoluta novità nella nostra vicenda storica e a questa novità – indicata nel messaggio delle prime due parabole “gemelle” del tesoro e della perla - occorre decidersi con prontezza e radicalità. Si pensi per esempio a Zaccheo, che “subito scese dalle piante, andò a casa sua e vi accolse Gesù pieno di gioia offrendoGli la metà dei suoi beni per i poveri” (cfr. Lc 19, 6-8) o alla Samaritana, che nella gioia subito “lasciò la brocca, andò in città e disse alla gente: ‘Ho incontrato il Salvatore (cf Gv 4, 28-29).

2) Preziosità e gioia del Regno
Due sono le caratteristiche del Regno che l’evangelista sottolinea oggi: la preziosità (“il Regno dei Cieli è simile a un tesoro...; il Regno dei cieli è simile a un mercante che va in cerca di perle preziose") e la gioia (“l’uomo...va, pieno di gioia,...e compra quel campo”) per il bene supremo trovato, anche se non lo si cercava espressamente.
In effetti il contadino e il mercante trovano tesori in modi diversi. Il primo lo trova per caso, tra rovi e sassi, in un campo non suo, è folgorato dalla sorpresa. Il secondo trova la perla perché è un intenditore appassionato e sa bene quello che cerca. In ogni caso, è possibile a tutti incontrare Dio o essere incontrati da Dio.
Trovato il tesoro, l’uomo pieno di gioia va, vende tutti i suoi averi e compra quel campo. La gioia è il primo tesoro che il tesoro regala. Dio ci seduce ancora perché parla il linguaggio della gioia, che muove, mette fretta, fa decidere: “Ogni uomo segue quella strada dove il suo cuore gli dice che troverà la felicità” (Sant’Agostino). La gioia duratura è il segno che stai camminando bene, sulla strada giusta.
Noi avanziamo nella vita non a colpi di volontà, ma per una passione, per scoperta di tesori (dov’è il tuo tesoro, là corre felice il tuo cuore: cfr. Sant’Agostino); avanziamo per innamoramenti e per la gioia che accendono. Vive chi avanza verso ciò che ama, verso chi si ama: Cristo Gesù.
Il ritrovamento del tesoro o della perla fa di noi contadini o mercanti fortunati. Di ciò non dobbiamo vantarci, perché, in ultima analisi, è un dono gratuito di Dio. Un dono deve essere fonte di non vanto, ma di gratitudine e di responsabilità. Dobbiamo dire grazie a Colui che ci ha fatto “inciampare” in un tesoro, anzi in molti tesori, lungo molte strade, in molti giorni della nostra vita. Se guardiamo alla nostra vita, una cosa ci è chiara: abbiamo tanto cercato, in tanti libri, tra tante persone, abbiamo tanto cercato ma di meglio non abbiamo trovato. Di meglio del Vangelo e della Chiesa proprio non si trova. Vendere tutto per Cristo è l’affare più bello della nostra vita. Perché l’ha fatta diventare una vita intensa, vibrante, appassionata, gioiosa e pacificata, e spero anche, almeno un po’, qualcosa che serva a qualcuno. Abbiamo capito che rinunciare per Cristo è uguale a fiorire. Scegliere Cristo non è un puro e semplice dovere, è scegliere un tesoro che è pienezza d’umano, pace e forza, sorpresa, incanto e risurrezione. Dio non è un obbligo è una Perla.
Siamo grati al Signore, perché con lui la vita non è mai qualunque, mai banale, con Lui la vita è stupore, amore, pace, letizia.

3) Per Cristo noi siamo il tesoro e la perla.
Credo di non distorcere il significato delle parabole di oggi se affermo che per Cristo siamo noi il tesoro e la perla, che ci ricompera con la “moneta” della sua vita offerta totalmente per noi.
Lui è il mercante e il contadino, che tira fuori dal campo della nostra vita: per ciascuno di noi, per tutti i nostri fratelli e sorelle. Lui rinnova il nostro cuore e da cuore di pietra lo trasforma in cuore di carne, un cuore buono, un cuore attento. È il nostro campo che matura tesori,  in noi e per gli altri, che fa fiorire la rosa del mondo.
La terza parabola parla della rete che raccoglie tutto e poi dei pescatori che si siedono a scegliere il pesce. Essa ci ricorda che anche noi tutti siamo come pescatori, che nella vita, nel cuore, abbiamo raccolto di tutto, abbiamo tirato su cose buone e cose che non valevano niente.
Ora è il tempo dell’intelligenza del cuore, il momento di discernere, di conservare e anche di liberarsi da ciò che fa male.
Ora è il tempo di fare come l’ultima immagine del Vangelo oggi suggerisce: di fare come lo scriba diventato discepolo che trae fuori dal suo tesoro cose antiche e cose nuove.
Oggi ci è data questa bella notizia: ogni discepolo ha un tesoro, nessuno ne è privo. Quindi siamo invitati fortemente a guardare dentro di noi, nei nostri archivi interiori così ricchi di eventi, di parole, di incontri e felicità, di persone come tesori, di esperienze che dimentichiamo, non sappiamo gustare, che sprechiamo e non sappiamo accrescere.
Come a Messa osiamo dire il “Padre nostro”, oggi osiamo ancora chiedere a Dio Padre immeritati tesori. Ce ne ha già dati tanti. ChiediamoGli in dono anche occhi profondi, da scriba attento. Occhi che sappiano vedere impigliati nella nostra rete i tesori raccolti nella nostra vita, breve o lunga che sia, i talenti ricevuti, le persone incontrate.
Questo cuore, diventato buono della bontà di Cristo, sia in noi riconoscente come il cuore di un bambino.

4) Delle perle che hanno dato tutto per la Perla.
L’offerta di se stessi a Dio, riconosciuto come Perla, riguarda ogni cristiano, perché tutti siamo consacrati a Lui mediante il Battesimo. Tutti siamo chiamati ad offrirci al Padre con Gesù e come Gesù, facendo della nostra vita un dono generoso, nella famiglia, nel lavoro, nel servizio alla Chiesa, nelle opere di misericordia. Tuttavia, questa consacrazione è vissuta in modo particolare dai religiosi, dai monaci, alle donne consacrate nel mondo che hanno scelto di appartenere a Dio in modo pieno ed esclusivo. Totalmente consacrate a Dio, queste donne sono totalmente consegnate alle sorelle e ai fratelli, per portare la luce di Cristo nel mondo e per diffondere la sua speranza nei cuori sfiduciati. Il segno particolare che indica questo tipo di consacrazione è il velo, che il Vescovo mette sul loro capo dicendo: “Ricevi questo velo segno della tua consacrazione; non dimenticare mai che sei votata al servizio di cristo e del suo Corpo la Chiesa” (Rito di Consacrazione delle Vergini, n. 25)
Così intesa e vissuta, la vita consacrata appare proprio come essa è realmente: è un dono di Dio, un dono di Dio alla Chiesa, un dono di Dio al suo Popolo! Ogni persona consacrata è un dono per il Popolo di Dio in cammino.
In un certo senso, la vita consacrata porta in superficie ciò che è di tutti, facendosi al tempo stesso memoria e profezia, attesa e anticipo già ora di ciò che verrà. È in questo modo che la vita consacrata svolge il suo più importante servizio: farsi trasparenza del Vangelo - della radice del vangelo- interpellando così ogni cristiano, qualsiasi scelta abbia fatto.


Lettura Patristica
San Giovanni Crisostomo
Omelia sul Vangelo di Matteo,   47,2

       "Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto in un campo: l’uomo che l’ha trovato, lo nasconde di nuovo e, fuor di sé dalla gioia, va, vende tutto quanto possiede, e compra quel campo. Inoltre il regno dei cieli è simile a un mercante che va in cerca di perle preziose; e trovata una perla di gran valore, va, vende tutto ciò che possiede e la compra" (Mt 13,44-46). Come le due parabole del granello di senape e del lievito non differiscono molto tra di loro, così anche le parabole del tesoro e della perla si assomigliano: sia l’una che l’altra fanno intendere che dobbiamo preferire e stimare il Vangelo al di sopra di tutto. Le parabole del lievito e del chicco di senape si riferiscono alla forza del Vangelo e mostrano che esso vincerà totalmente il mondo. Le due ultime parabole, invece, pongono in risalto il suo valore e il suo prezzo. Il Vangelo cresce infatti e si dilata come l’albero di senape ed ha il sopravvento sul mondo come il lievito sulla farina; d’altra parte, il Vangelo è prezioso come una perla, e procura vantaggi e gloria senza fine come un tesoro.

       Con queste due ultime parabole noi apprendiamo non solo che è necessario spogliarci di tutti gli altri beni per abbracciare il Vangelo, ma che dobbiamo fare questo atto con gioia. Chi rinunzia a quanto possiede, deve essere persuaso che questo è un affare, non una perdita. Vedi come il Vangelo è nascosto nel mondo, al pari di un tesoro, e come esso racchiude in sé tutti i beni? Se non vendi tutto, non puoi acquistarlo e, se non hai un’anima che lo cerca con la stessa sollecitudine e con lo stesso ardore con cui si cerca un tesoro, non puoi trovarlo. Due condizioni sono assolutamente necessarie: tenersi lontani da tutto ciò che è terreno ed essere vigilanti. "Il regno dei cieli" - dice Gesù -"è simile a un mercante che va in cerca di perle preziose; e trovata una perla di gran valore, va, vende tutto ciò che possiede e la compra" (Mt 13,45-46). Una sola, infatti, è la verità e non è possibile dividerla in molte parti. E come chi possiede la perla sa di essere ricco, ma spesso la sua ricchezza sfugge agli occhi degli altri, perché egli la tiene nella mano, - non si tratta qui di peso e di grandezza materiale, - la stessa cosa accade del Vangelo: coloro che lo posseggono sanno di essere ricchi, mentre chi non crede, non conoscendo questo tesoro, ignora anche la nostra ricchezza.

       A questo punto, tuttavia, per evitare che gli uomini confidino soltanto nella predicazione evangelica e credano che la sola fede basti a salvarli, il Signore aggiunge un’altra parabola piena di terrore. Quale? La parabola della rete. "Parimenti il regno dei cieli è simile a una rete che, gettata nel mare, raccoglie ogni sorta di pesci. Quando è piena, i pescatori la tirano a riva e, sedutisi, ripongono in ceste i buoni, buttando via i cattivi" (Mt 13,47-48). In che cosa differisce questa parabola da quella della zizzania? In realtà anche là alcuni uomini si salvano, mentre altri si dannano. Nella parabola della zizzania, tuttavia, gli uomini si perdono perché seguono dottrine eretiche e, ancor prima di questo, perché non ascoltano la parola di Dio; mentre coloro che sono raffigurati nei pesci cattivi si dannano per la malvagità della loro vita. Costoro sono senza dubbio i più miserabili di tutti, perché, dopo aver conosciuto la verità ed essere stati presi da questa rete spirituale, non hanno saputo neppure in tal modo salvarsi.

venerdì 17 luglio 2020

Il Regno dei Cieli è seminato in noi dall’amore di Cristo.

16ª Domenica del Tempo Ordinario – Anno A – 19 luglio 2020

Rito Romano
Sap 12,13.16-19; Sal 85; Rm 8,26-27; Mt 13,24-43

Rito Ambrosiano
6ª Domenica dopo Pentecoste
Es 33,18-34,10; Sal 76 (77); 1Cor 3,5-11; Lc 6,20-31

1) Il Regno governato dall’amore di Dio potente e provvidente.
Il brano preso dal libro della Sapienza (12,13.16-19) e proposto come prima Lettura della Messa di oggi ricorda la potenza provvidente di Dio-Amore. Questi esercita il Suo potere con la paziente mitezza, unendola alla clemenza indulgente, delicata e lenta all’ira. Grazie a questa “lentezza” Dio si distingue da tutte le altre divinità antiche ed anche dai potenti di questo mondo, che esercitano il loro potere senza la “moderazione” dell’amore, ma con la violenza della forza e non con quella dell’amore vero, che è sempre delicato. Inoltre, secondo l’autore del libro della Sapienza, il popolo di Dio dovrebbe comportarsi come il suo Dio, mostrandosi amico degli uomini. Inoltre dovrebbe sempre ricordare che per quanto peccatori, si può contare anche ogni giorno sulla misericordia divina.
Nella Seconda Lettura presa dalla lettera di S. Paolo Apostolo ai Romani (8,26-27), ci viene ricordato che da soli e senza la preghiera siamo incapaci di raggiungere la salvezza offertaci dalla misericordia. Ora lo Spirito, che è in noi mediante il battesimo, ci aiuta a formulare quella giusta preghiera che è secondo Dio, cioè secondo il suo piano di salvezza e che ha come oggetto la nostra stessa salvezza.
La parabola del buon grano e della zizzania1, come pure quella del granellino di senape e quella del lievito nella pasta, che leggiamo nel Vangelo di oggi (Mt 13,24-43) ci parlano del Regno governato dalla potenza paziente e amorosa di Dio. Il Regno dei cieli significa la signoria di Dio, e ciò implica che la sua volontà dev’essere assunta come il criterio-guida della nostra esistenza.
Il filo rosso delle tre parabole di oggi è il Regno dei cieli. E qui, come negli altri momenti in cui Cristo usa la parola “cieli”, questa parola non indica soltanto l’altezza che ci sovrasta, ma indica quegli spazi infiniti tipici dell’interiorità dell’uomo. Inoltre, il Redentore parla del Regno dei cieli come di un campo di grano, per insegnarci che in noi è seminato qualcosa di piccolo e nascosto, che, tuttavia, possiede un’insopprimibile forza vitale. Se accolto con amore, il seme si svilupperà nonostante le difficoltà, e porterà molto frutto.
Questo frutto sarà buono solamente se il terreno della vita sarà stato coltivato secondo la volontà divina. Per questo, nella parabola del buon grano e della zizzania (Mt 13,24-30), Gesù ci avverte che, dopo la semina fatta dal padrone, “mentre tutti dormivano” è intervenuto “il suo nemico”, che ha seminato l’erba cattiva. Questo significa che dobbiamo essere pronti a custodire la grazia ricevuta il giorno del Battesimo, continuando ad alimentare la fede nel Signore, che impedisce al male di mettere radici. Sant’Agostino, commentando questa parabola, osserva che “molti prima sono zizzania e poi diventano buon grano” e aggiunge: “se costoro, quando sono cattivi, non venissero tollerati con pazienza, non giungerebbero al lodevole cambiamento” (Quaest. septend. in Ev. sec. Matth., 12, 4: PL 35, 1371).
La presenza della zizzania nel campo di grano – anche se i servi mostrano di esserne sorpresi – non è ancora in realtà il tratto più imprevisto e sorprendente della parabola della zizzania. Tant’è vero che ai servi che gli chiedono spiegazioni, il padrone risponde semplicemente: “Il nemico ha fatto questo”. E neppure è inattesa l’affermazione che al tempo della mietitura grano e zizzania saranno accuratamente separati: il grano raccolto nel granaio e la zizzania buttata nel fuoco. Lo stupore dell’ascoltatore - stupore che, come spesso succede, indica il punto su cui concentrarsi – sta nel fatto che ora la zizzania non debba essere strappata, ma piuttosto lasciata crescere insieme al grano fino al tempo della messe: altrimenti c'è il rischio – aggiunge ironicamente il padrone – di strappare il grano e di lasciare la zizzania.
Gesù non si separa dai peccatori ma va da loro (da noi), non li (ci) abbandona ma li (ci) perdona. Accogliamo Lui, Bontà infinita, e prima di cercare di estirpare la zizzania negli altri sforziamoci di toglierla dal nostro cuore, “approfittando” della pazienza di Dio.
In effetti, nella parabola del grano e della zizzania, Gesù denuncia la nostra fretta epurativa. Il buon grano e la zizzania crescono insieme. Che deve fare il contadino? Separare il grano dalla zizzania prima della mietitura? No, risponde il Signore,. Quando giungerà il tempo opportuno (il kairòs), il grano buono sarà separato dalla zizzania cattiva. Il fatto è che noi facciamo fatica ad accettare la saggezza paziente di Dio. Siamo impazienti. Vorremmo subito mettere da una parte i buoni, dall'altra i cattivi, il nostro posto essendo – secondo noi evidentemente - tra i primi.

2) Pazienza, fedeltà, fiducia.
Dunque, il centro della parabola è qui, in questa pazienza misericordiosa di Dio, in questa sua – strana per noi - politica di attesa. Però questo brano del Vangelo non è solamente un invito alla pazienza è anche un invito alla fedeltà. Il Cristo spiega in modo chiaro che la vera giustizia arriverà alla fine dei tempi. Fino ad allora dobbiamo convivere con la zizzania evitando che il buon grano possa essere danneggiato in qualche modo. Se questo indica la fedeltà a quel buon grano che ci alimenta, la pazienza è indicata dal fatto che chi rappresenta la zizzania fino alla fine deve essere tollerato sperando che si converta. Lasciamo giudicare a Dio alla fine. Adesso, a noi non spetta fare giustizia, ma testimoniare nella carità, pregando che venga aumentata la nostra fede.
E’ la nostra fede che deve continuamente confermarsi e accrescersi. Ogni indecisione può essere rischiosa e consentire al nemico di gettare il seme cattivo anche nel campo meglio coltivato. Il Signore stesso ci avverte: “mentre tutti gli uomini dormivano (...)”. Questo è un avvertimento per tutti e non solamente per coloro che devono vigilare sull’integrità del campo. Vigilare anche quando non sembrano esserci pericoli. La zizzania, infatti, appare solo dopo che è cresciuta e quando estirparla può essere pericoloso per lo stesso grano. Si tratta di chiaro invito alla saggezza previdente.
Inoltre, la parabola della zizzania è un messaggio di fiducia per i discepoli di allora e di oggi. Anche se nel mondo vi è la presenza del male, Dio già sta attuando la sua opera di salvezza. Attraverso la predicazione di Gesù, Dio sparge e fa crescere nei cuori di tutti gli uomini il seme buono, fino alla fine del mondo, quando Dio separerà i giusti dai malvagi. Il tempo in cui la Parola sembra soffocare dall'azione del nemico è il tempo della pazienza salvifica di Dio.
Soltanto Dio giudica: noi credenti dobbiamo imitare la bontà del Salvatore, e pregare, perché il peccatore si converta. Pregare significa domandare nella carità la mietitura finale, in cui il bene trionferà definitivamente sul male. Pregare è unirsi al Dio, ricco di misericordia, che cerca di riportare nell'ovile la pecorella smarrita. Pregare in Dio è aver fiducia nell'annuncio della Parola che persiste nel male del mondo. Pregare, infine, è lasciarsi penetrare dallo Spirito “che viene in aiuto alle nostre debolezze”(Rm 8,26).
Anche nella seconda parabola del Vangelo di oggi (Mt 13,31-32), Gesù ci invita fortemente ad aver fiducia nella sua attività: Egli ha vinto la morte e il peccato, e instaurando il regno con la Sua predicazione e con la Sua presenza: ci rende partecipi della vita divina.
La terza parabola (13,33) è simile alla seconda. In essa Gesù sottolinea la sproporzione fra il pizzico di lievito con il quale la donna impasta la farina, e la quantità enorme di pasta lievitata che ne deriva. Tale paragone spiega l’attività del Figlio di Dio, che agli occhi umani di allora come a quelli di oggi appare irrilevante, e la forza silenziosa e spettacolare con cui Dio trasforma il mondo e salva l’uomo. Il lievito, dunque, rappresenta la forza del Vangelo, che, anche se nascosta e silenziosa agli occhi della storia, fermenta nei cuori dei credenti fino alla fine dei secoli.
Perché la Parola di Gesù possa fermentare nei nostri cuori, dobbiamo essere disponibili al Suo ascolto: meditare quotidianamente la Sacra Scrittura e partecipare assiduamente ai sacramenti. Insomma dobbiamo lasciare entrare il Salvatore nella casa, vale a dire, nel “campo” della nostra anima.

3) La terra del nostro cuore.
Il nostro cuore è un piccolo grumo di terra, dove è stato seminato il buon seme, ma che è assediato dalla zizzania.
Con il nostro modo poco benevolo verso gli altri e anche verso noi stessi vorremmo strappare subito tutto ciò che è immaturo, sbagliato, puerile, cattivo. Il Signore dice: abbiate pazienza, non agite con violenza, perché il vostro cuore è capace di grandi cose solo se è mite e umile, non se ha grandi reazioni immediate.
Mettiamoci sulla strada su cui Dio agisce e adottiamo il suo modo di agire: per vincere la notte Lui accende il mattino, per far fiorire il campo getta infiniti semi di vita, per far lievitare la farina immobile immette un pizzico di lievito. E’ il Seminatore dell’amore che assume su di sè il peccato per trasfigurare il peccatore e non distrugge l’uomo vecchio per costruire l’uomo nuovo: lo redime.
Le Vergini consacrate nel mondo mostrano che l’importante è guardare la vita come la guarda Dio. I servi vedono soprattutto le erbacce, il negativo, il pericolo. Cristo e le persone consacrate fissano il loro sguardo sul buon grano, la zizzania è secondaria. Con la loro dedizione a Cristo mostrano che noi non siamo creati a immagine del Nemico e della sua notte, ma a immagine del Creatore e del suo giorno. Nessun essere umano coincide con il suo peccato o con le sue ombre. Ma se non vediamo la luce in noi, non la vedremo in nessuno. Queste donne non si preoccupano prima di tutto della zizzania, dei difetti, delle debolezze, ma di coltivare una venerazione profonda per le forze di bontà, di generosità, di attenzione, di accoglienza, di libertà che Dio loro consegna mediante la vocazione. Esse, secondo me, incarnano è il messaggio della parabola di oggi: venerano la vita che Dio ha posto in loro, la proteggono in sé e negli altri. Con la preghiera costante pensano al buon grano, amano i germi di vita donati da Dio, custodiscono ogni germoglio buono, sono indulgenti con tutte le creature. E anche con se stesse. Prediamole come esempio e tutto il nostro essere fiorirà nella luce.

1 Nella parabola della zizzania troviamo sostanzialmente lo stesso schema della parabola del seminatore. Vi è descritta la sorte del seme (Parola di Gesù e Gesù che è la Parola), la cui crescita nel mondo è vincolata dall’azione del nemico, che semina la zizzania, un’erbaccia che si avvinghia al frumento. Perché il buon seme venisse preservato, la zizzania non veniva estirpata prima della mietitura. Solo allora era possibile dividere il seme buono dalla zizzania.




LETTURA PATRISTICA
San Giovanni Crisostomo
In Matth. 46, 1

1. La vigilanza continua

       Anche questo è proprio del sistema diabolico, che consiste nel mescolare l’errore e la menzogna alla verità, in modo che, sotto la maschera ben colorata della verosimiglianza, l’errore possa apparire verità e possa facilmente sorprendere e ingannare coloro che non sanno resistere alla seduzione, o non comprendono l’insidia. Ecco perché Gesù chiama il seme del demonio «zizzania» e non con altro nome, poiché quest’erba è assai simile, in apparenza, al frumento. E subito dopo ci indica il modo in cui il diavolo attua i suoi tranelli e coglie le anime di sorpresa.

       “Or mentre gli uomini dormivano” (Mt 13,25): queste parole mostrano il pericolo cui sono esposti coloro che hanno la responsabilità delle anime, ai quali in particolare è affidata la difesa del campo; non solo però costoro, ma anche i fedeli. Cristo precisa inoltre che l’errore appare dopo lo stabilirsi della verità, come anche l’esperienza dei fatti può testimoniare. Dopo i profeti sono apparsi gli pseudoprofeti, dopo gli apostoli i falsi apostoli, e dopo Cristo l’anticristo. Se il demonio non vede che cosa deve imitare, o a chi deve tendere le sue insidie, non saprebbe in qual modo nuocerci. Ma ora che ha visto la divina seminagione di Gesù fruttificare nelle anime il cento, il sessanta e il trenta per uno intraprende un’altra strada; poiché si è reso conto che non può strappare ciò che ha radici ben profonde, né può soffocarlo e neppure bruciarlo, allora tende un altro insidioso inganno, spargendo la sua semente.

       Ma quale differenza vi è - mi chiederete - tra coloro che in questa parabola «dormono» e coloro che, nella parabola precedente sono raffigurati nella «via»? Nel caso di coloro che sono simboleggiati nella «via» il seme è portato via immediatamente dal maligno, che non gli dà il tempo di mettere radici; mentre in quelli che «dormono» il grano ha messo radici e allora il demonio deve intervenire con una più elaborata macchinazione. Cristo dice ciò per insegnarci a vigilare continuamente, perché - egli ci avverte - quand’anche riusciste a evitare quei danni cui è sottoposta la semente, non sareste ancora al sicuro da altri pericolosi assalti. Come là il seme si perde «lungo la via», o «sul suolo roccioso», o «tra gli spini», così anche qui la rovina può derivare dal sonno; perciò siamo obbligati a una vigilanza continua. Infatti Gesù ha detto pure che si salverà chi avrà perseverato sino alla fine (Mc 4,33)...

       Ma voi osserverete: Com’è possibile fare a meno di dormire? Certo non è possibile, se ci si riferisce al sonno del corpo: ma è possibile non cadere nel sonno della volontà. Per questo anche Paolo diceva: "Vigilate e restate costanti nella fede" (1Co 16,13) ...

       Considerate, invece, l’affettuoso interessamento dei servitori verso il loro padrone. Essi si sarebbero già levati per andare a sradicare la zizzania, anche se in tal modo non avrebbero agito in modo discreto e opportuno. Questo tuttavia mostra la loro cura per il buon seme e testimonia che il loro unico scopo non sta nel punire il nemico - non è questa la necessità più urgente - ma nel salvare il grano seminato. Essi perciò cercano il mezzo per rimediare rapidamente al male fatto dal diavolo. E neppure questo vogliono fare a caso, non s’arrogano infatti questo diritto, ma attendono il parere e l’ordine del padrone. "Vuoi, dunque, che andiamo a raccoglierla?" (Mt 13,28) - gli chiedono. Cosa risponde il padrone? Egli vieta loro di farlo, dicendo che c’è pericolo, nel raccogliere la zizzania, di sradicare anche il grano. Parla così per impedire le guerre, le uccisioni, lo spargimento di sangue.

      
2. Il Logos ha seminato il buon grano

       Ma, mentre dormono coloro che non praticano il comando di Gesù che dice: "Vegliate e pregate, per non entrare in tentazione" (Mt 26,41 Mc 14,38 Lc 22,40), il diavolo, che fa la posta (1P 5,8), semina quella che viene detta la zizzania, le dottrine perverse, al di sopra di ciò che alcuni chiamano i pensieri naturali, e al di sopra dei buoni semi venuti dal Logos. Secondo tale interpretazione, il campo designerebbe il mondo intero e non solamente la Chiesa di Dio; infatti è nel mondo intero che il Figlio di Dio ha seminato il buon seme e il cattivo la zizzania (Mt 13,37-38), cioè le dottrine perverse che, per la loro nocività, sono «figlie del maligno». Ma ci sarà necessariamente, alla fine del mondo, che vien detta «la consumazione del secolo», una mietitura, perché gli angeli di Dio preposti a tale compito raccolgano le cattive dottrine che si saranno sviluppate nell’anima e le consegnino alla distruzione, gettandole, perché brucino, in quello che viene definito fuoco (Mt 13,40). E così, «gli angeli», servitori del Logos, raduneranno «in tutto il regno» di Cristo, «tutti gli scandali» presenti nelle anime e i ragionamenti «che producono l’empietà», e li distruggeranno gettandoli nella «fornace di fuoco», quella che consuma (Mt 13,41-42) così del pari coloro che prenderanno coscienza che, poiché hanno dormito, hanno accolto in sé stessi i semi del cattivo, piangeranno e saranno, per così dire, in collera con sé stessi. Sta in ciò, in effetti, "lo stridor di denti" (Mt 13,42), ed è anche per questo che è detto nei Salmi: "Hanno digrignato i denti contro di me" (Ps 35,16). È soprattutto allora che "i giusti brilleranno", non tanto in modo diverso, come agli inizi, bensì tutti alla maniera di un unico "sole, nel regno del Padre loro" (Mt 13,43).

       Origene, In Matth. 10, 2