venerdì 31 ottobre 2014

I Santi e i nostri morti.

Rito Romano e Rito Ambrosiano – Commemorazione dei Defunti - Anno A – 2 novembre 2014




1)Affidati all’Amore.
Oggi la Liturgia della Chiesa ci fa ricordare tutti i fedeli defunti in una grande preghiera che li racchiude tutti nei nostri pensieri e nei nostri ricordi. Oggi la nostra preghiera deve rivolgersi al Signore perché accolga nel suo Regno di eterna gioia e pace quelli che hanno lasciato questo mondo e sono passati all'eternità. I nostri morti: parenti, amici, conoscenti, e i defunti di tutti i tempi che per noi non hanno nome ma che Dio conosce bene.
La preghiera per le anime sante del purgatorio, specialmente quelle più abbandonate e di cui non sappiamo neppure il nome e l'esistenza. I morti di tutte le guerre e di tutte le violenze, i morti del passato, come dell’oggi: i morti sulle strade, in mare, negli ospedali, nelle case, nelle piccole e grandi città, i morti naufraghi e a cause di epidemie, e, naturalmente quelli che negli ultimi giorni hanno lasciato profondamente addolorato il nostro cuore. Commemoriamo tutti i morti, senza esclusione di nessuno ed eleviamo per tutti loro la preghiera, perché il Signore doni loro il riposo eterno, la pace perfetta.
E se è naturale che il nostro ricordo vada oggi in particolare ai nostri cari defunti, che nel momento del distacco, noi abbiamo affidato all’amore e all'eternità del Signore, è pure “naturale” che riceviamo da loro l’insegnamento, che l’amore eterno di Dio conserva nel suo cuore chi ama, dopo averli accolti con il suo perdono. I nostri cari defunti ci ricordano che non è proprio il caso di sprecare tempo e fatica per ambizioni e cose effimere, perché tutto passa e solamente l’amore rimane.
Non dobbiamo dimenticare che il 2 novembre non è solo un giorno, in cui si impone alla nostra attenzione il carattere di fugacità e di brevità della vita che segna in maniera dolorosa la nostra vicenda umana. Si tratta di un giorno destinato alla celebrazione della nostra più grande speranza se davvero crediamo nella fede pasquale del Risorto. La giornata dedicata a tutti i defunti dunque non è una celebrazione luttuosa. Consideriamo l'onnipotenza del Dio Amore, che non lascia nelle tombe i morti, perché Lui stesso ha fatto morire la morte uscendo risorto e glorioso dal suo sepolcro. Il morire cristiano non è un semplice trapassare dell'anima da uno stato all'altro, ma realizza un incontro individuale con Dio amore che salva, apportando la fiducia e la speranza nella vita senza fine. Come dice il prefazio I della Messa dei Defunti: “La vita non ci è tolta, ma trasformata”, dal perdono, come è accaduto a Marmeladov, ubriacone descritto da Dostoevskij in “Delitto e Castigo”. Marmeladov è un poco di buono, un ubriacone che non ama lavorare. Il suo comportamento ha rovinato la sua famiglia e sua figlia, Sonia, è stata obbligata a prostituirsi. Quest’uomo vive dentro di sé un senso acuto di sconfitta e di colpa. E’ un perdente. Un giorno, nell’osteria, ubriaco fradicio, azzarda discorsi sconnessi e in una sorta di visione parla del Giudizio finale che sintetizzo così: “Dio chiama per primi, accanto a sé, coloro che hanno avuto vite irreprensibili, sante. Sono persone che meritano, almeno secondo un criterio umano, di vivere accanto a Dio. Poi convoca coloro che di bene ne hanno fatto poco, gli ubriaconi come lui e i drogati, coloro che noi, i benpensanti, osiamo definire “i cattivi”. “Allora convocherà noi. ‘Pure voi, fatevi avanti’, dirà, ‘fatevi avanti, ubriaconi, fatevi avanti voi deboli, fatevi avanti figli della vergogna!’. E noi tutti ci faremo avanti vergognosamente e ci terremo in piedi davanti a Lui. Ed Egli ci dirà: ‘Siete dei porci, fatti a immagine della Bestia e con il suo marchio; ma venite voi pure!’ E i saggi e le persone di buon senso diranno: ‘Signore, perché Tu accogli questi uomini?’ E Lui dirà: ‘ La ragione per la quale li accolgo, uomini benpensanti, è che nessuno di loro ha creduto di essere degno di questo’.”
È possibile tutto ciò, oppure è soltanto un parlare a vanvera tipico degli ubriachi? Non solo è possibile, e accade veramente come è accaduto all’adultera e alla Maddalena, a Zaccheo come a Pietro: tutti hanno consegnato a Cristo il loro dolore, ritenendosi indegni, e tutti sono stati perdonati. Come recita il salmo 36, il Signore “è la mia luce e la mia salvezza... è difesa della mia vita... A lui grido: abbi pietà di me. Il tuo volto, Signore io cerco.... Sono certo di contemplare la bontà del Signore nella terra dei viventi”. Perché Gesù ha vissuto un’agonia estrema, come molti malati che abbiamo visto, apparentemente senza alcuna speranza, sul letto di morte. Perché Egli è morto come l’uomo, a causa dell’uomo, per l’uomo, con l’uomo e davanti all’uomo. Questa fede si unisce alla speranza, che -come scrive Paolo ai cristiani di Roma - “non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato (Rm 5,5).


2) I Defunti e i Santi, persone che vivono nella verità dell’Amore.
La vicinanza di date fra la festa dei Santi (1° novembre) e la Commemorazione dei defunti (2 novembre) ci ricorda la verità misteriosa della vita eterna e il legame di fraternità tra noi e con i nostri cari, che sono passati all’altra riva.
Non è per nostalgia verso il passato che ci si reca al cimitero, ma perché speriamo in un futuro di gloria e di gioia. Quindi, mentre preghiamo in suffragio dei nostri defunti, loro ci tendono dal cielo le loro mani e ci assicurano una vicinanza intensa e quotidiana, perché anche noi camminiamo con costanza verso la vita che non ha fine.
E’ con speranza che il cristiano percepisce e accoglie la fine terrena, la morte. La sua fede in Gesù risorto gli dà la sicurezza che morire non è una sconfitta irreparabile, ma il drammatico passaggio alla condizione gloriosa con il suo Signore. “Chi viene a me, non lo respingerò”. Non siamo degli estranei per Dio, ma figli, eredi, destinati a condividere la risurrezione di Gesù.
Un inno delle Lodi fa cantare: “E noi che di notte vegliammo, attenti alla fede del mondo, protesi al ritorno di Cristo or verso la luce guardiamo”. Nella notte della morte in cui tutti affondano, ci è data una luce che illumina l’intangibile profondità del nostro cuore e nella fede possiamo fare un’esperienza religiosa nella quale si riverberi la risurrezione finale. Cristo abbraccia ogni istante della nostra vita e ci fa capire e vivere che in ogni momento c’è una ridondanza di eternità, ogni istante legato a Lui implica l’eterno.
A questo abbraccio si consegnano le Vergine consacrate nel mondo, a cui “è affidato il compito di additare il Figlio di Dio fatto uomo come il traguardo escatologico a cui tutto tende, lo splendore di fronte al quale ogni altra luce impallidisce, l’infinita bellezza che, sola, può appagare totalmente il cuore dell’uomo” (S. Giovanni Paolo II, Esortazione Apostolica Post sinodale Vita Consecrata, n. 16).
La scelta della vita verginale è un richiamo alla transitorietà delle realtà terrestri e anticipazione dei beni futuri. Essa ricorda a tutti i fedeli l’esigenza di camminare tra le vicende del mondo sempre orientati verso la città futura e contribuisce in modo esemplare a mettere in luce la genuina natura della vera Chiesa, che ha la caratteristica di essere nello stesso tempo umana e divina, visibile ma dotata di realtà invisibili, ardente nell'azione e dedita nella contemplazione, presente nel mondo e tuttavia pellegrina.
Al significato spirituale ed escatologico della condizione verginale si riferisce in maniera suggestiva e profonda l’antichissima preghiera romana di consacrazione del Pontificale Romano attribuita a san Leone Magno: “Tu…hai riservato ad alcune tue fedeli un dono particolare scaturito dalla fonte della tua misericordia. Alla luce dell’eterna sapienza hai fatto loro comprendere, che mentre rimaneva intatto il valore e l’onore delle nozze, santificate all’inizio dalla tua benedizione, secondo il tuo provvidenziale disegno, devono sorgere donne vergini che, pur rinunziando al matrimonio, aspirassero a possederne nell’intimo la realtà del mistero. Così le chiami a realizzare, al di là dell’unione coniugale, il vincolo sponsale con Cristo di cui le nozze sono immagine e segno. (n.38).
Dalla consacrazione verginale scaturisce la grazia ecclesiale specifica che rende operante il simbolismo originario di questo rito. Così il dono della verginità profetica ed escatologica acquista il valore di un ministero al servizio del popolo di Dio e inserisce le persone consacrate nel cuore della Chiesa e del mondo (Conc. Vat. II, Cost. dogm. sulla Chiesa, Lumen Gentium, n. 42) Questo atto pubblico e riconosciuto dell'alleanza fra il Cristo e la vergine consacrata, proclama di fronte al mondo il primato e la fecondità della totale e perpetua donazione di sé con la piena disponibilità alle esigenze della carità verso Dio e verso il prossimo.
Sull’esempio e sulla testimonianza di queste Vergini Consacrate, che vivono la loro fede con gioia e fatica, che ogni giorno vivono nell’amore, per amore, per amare, perseveriamo nel cammino di santità a cui tutti siamo chiamati.  In ciò ci siano di intercessione e di aiuto tutti i santi, che sono coloro che sono così affascinati dalla bellezza di Dio e dalla sua perfetta verità da lasciarsene trasformare. Per questa bellezza e verità e amore loro furono disposti a rinunciare a tutto, anche a se stessi, e vissero nella lode a Dio e nel servizio umile e disinteressato del prossimo.


Lettura Patristica
Sant’Ambrogio di Milano
La fede nella Risurrezione dei morti

Dal libro «Sulla morte del fratello Satiro» 

(Lib. 2, 40.41.46.47.132.133; CSEL 73, 270-274, 323-324)



Moriamo insieme a Cristo, per vivere con lui
Dobbiamo riconoscere che anche la morte può essere un guadagno e la vita un castigo. Perciò anche san Paolo dice: «Per me il vivere è Cristo e il morire un guadagno» (Fil 1,21). E come ci si può trasformare completamente nel Cristo, che è spirito di vita, se non dopo la morte corporale?
Esercitiamoci, perciò, quotidianamente a morire e alimentiamo in noi una sincera disponibilità alla morte. Sarà per l'anima un utile allenamento alla liberazione dalle cupidigie sensuali, sarà un librarsi verso posizioni inaccessibili alle basse voglie animalesche, che tendono sempre a invischiare lo spirito. Così, accettando di esprimere già ora nella nostra vita il simbolo della morte, non subiremo poi la morte quale castigo. Infatti la legge della carne lotta contro la legge dello spirito e consegna l'anima stessa alla legge del peccato. Ma quale sarà il rimedio? Lo domandava già san Paolo, dandone anche la risposta: «Chi mi libererà da questo corpo votato alla morte?» (Rm 7,24). La grazia di Dio per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore (cfr. Rm 7,25 ss.).
Abbiamo il medico, accettiamo la medicina. La nostra medicina è la grazia di Cristo, e il corpo mortale è il corpo nostro. Dunque andiamo esuli dal corpo per non andare esuli dal Cristo. Anche se siamo nel corpo cerchiamo di non seguire le voglie del corpo.
Non dobbiamo, è vero, rinnegare i legittimi diritti della natura, ma dobbiamo però dar sempre la preferenza ai doni della grazia.
Il mondo è stato redento con la morte di uno solo. Se Cristo non avesse voluto morire, poteva farlo. Invece egli non ritenne di dover fuggire la morte quasi fosse una debolezza, né ci avrebbe salvati meglio che con la morte. Pertanto la sua morte è la vita di tutti. Noi portiamo il sigillo della sua morte, quando preghiamo la annunziamo; offrendo il sacrificio la proclamiamo; la sua morte è vittoria, la sua morte è sacramento, la sua morte è l'annuale solennità del mondo.
E che cosa dire ancora della sua morte, mentre possiamo dimostrare con l'esempio divino che la morte sola ha conseguito l'immortalità e che la morte stessa si è redenta da sé? La morte allora, causa di salvezza universale, non è da piangere. La morte che il Figlio di Dio non disdegnò e non fuggì, non è da schivare.
A dire il vero, la morte non era insita nella natura, ma divenne connaturale solo dopo. Dio infatti non ha stabilito la morte da principio, ma la diede come rimedio. Fu per la condanna del primo peccato che cominciò la condizione miseranda del genere umano nella fatica continua, fra dolori e avversità. Ma si doveva porre fine a questi mali perché la morte restituisse quello che la vita aveva perduto, altrimenti, senza la grazia, l'immortalità sarebbe stata più di peso che di vantaggio.
L'anima nostra dovrà uscire dalle strettezze di questa vita, liberarsi delle pesantezze della materia e muovere verso le assemblee eterne.
Arrivarvi è proprio dei santi. Là canteremo a Dio quella lode che, come ci dice la lettura profetica, cantano i celesti sonatori d'arpa: «Grandi e mirabili sono le tue opere, o Signore Dio onnipotente; giuste e veraci le tue vie, o Re delle genti. Chi non temerà, o Signore, e non glorificherà il tuo nome? Poiché tu solo sei santo. Tutte le genti verranno e si prostreranno dinanzi a te» (Ap 15,3-4).
L'anima dovrà uscire anche per contemplare le tue nozze, o Gesù, nelle quali, al canto gioioso di tutti, la sposa è accompagnata dalla terra al cielo, non più soggetta al mondo, ma unita allo spirito: «A te viene ogni mortale» (Sal 64,3).
Davide santo sospirò, più di ogni altro, di contemplare e vedere questo giorno. Infatti disse: «Una cosa ho chiesto al Signore, questa sola io cerco: abitare nella casa del Signore tutti i giorni della mia vita, per gustare la dolcezza del Signore» (Sal 26,4).



 

venerdì 24 ottobre 2014

L’Amore comanda di amare.

Rito Romano – XXX Domenica del Tempo Ordinario -  Anno A – 26 ottobre 2014
Es 22,21-27; Sal 17; 1Ts 1,5-10; Mt 22,34-40


Rito Ambrosiano - Domenica dopo la Dedicazione ‘Il mandato missionario’
At 10,34-48a; Sal 95; 1Cor 1,17b-24; Lc 24,44-49a

1)L’Amore totale.
Gesù è stato tra gli uomini e Lui, l’Emmanuele, vi resta perché ci ama. Per accorgerci di questo amore e viverne dobbiamo prima di tutto essere semplici. I semplici, come i bambini, sentono “d’istinto” chi li ama, gli credono, e sono felici quando arriva - anche il viso diventa subito un altro - e il loro volto si intristisce quando riparte. Questi semplici, questi poveri ascoltano Cristo perché capiscono che è venuto apposta per loro, per annunziare loro la buona e lieta novità dell’Amore di Dio. Nessuno aveva parlato di loro come Lui. Nessuno aveva mostrato di amarli tanto.
Quando Gesù aveva finito di parlare si accorgevano che gli anziani, i farisei, gli uomini che sapevano leggere e guadagnare, scuotevano la testa in atto di malaugurio, e si alzavano storcendo la bocca e ammiccando tra loro, fra dispettosi e scandalizzati, borbottando una cauta disapprovazione.
Ma nessuno rideva, per paura degli ultimi: i Poveri, i Pastori, i Contadini, gli Ortolani, i Fabbri, i Pescatori, i Lebbrosi, insomma i Rifiutati. Questi non potevano staccare gli occhi da Gesù. Avrebbero voluto che continuasse ancora a parlare, perché un sollievo di luce veniva (e viene) dalle sue parole di sapiente amore.
Queste parole d’amore Gesù le dice pure per chi lo interroga, anche se lo fa per metterlo alla prova. Al dottore della Legge che Gli chiede: “Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento1?” Gesù dà una risposta semplice ed efficace e cita due versetti della Torah che racchiudono l’esperienza di Israele, ricordandoci che solo amando Dio con tutto noi stessi saremo in grado di amare veramente il prossimo, perché lo ameremo con lo stesso amore di Dio. Cristo ribadisce che tutto il cuore, l’anima, la mente sono attratti dall'amore eterno di Dio, e ci dice anche che dei due comandi, antichi e noti, il secondo è simile al primo. Il prossimo allora diventa simile a Dio, e ha voce e cuore “simili” a Dio. Dio non riserva lo spazio del nostro cuore solo per Lui, ma lo amplifica e ci rende capaci di amare di un amore pieno il prossimo: la moglie, il marito, i figli, gli amici, i fratelli e le sorelle della comunità.
Al sapiente della Legge Gesù risponde da Sapiente del cuore. Lui sa che la creatura ha bisogno di molto amore per vivere bene. E offre il suo Vangelo come via per la pienezza e la felicità di questa vita. “Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente” (Mt 22, 37). Per tre volte nel vangelo di Matteo, quattro volte in quello di Marco che aggiunge “con tutte le tue forze” (Mc 12, 30), Gesù ripete che l’unica misura dell’amore è amare senza misura.. Se amiamo Dio senza mezze misure, il cuore è capace di amare i tuoi familiari, gli amici, noi stessi, Dio non è geloso, non ruba il cuore: lo moltiplica. Totalità non significa esclusività, dunque:
Ama Dio
- con tutto il cuore: Gesù non parla di “cuore” col significato che oggi daremmo noi a questa parola. Egli la usa in senso biblico, come termine che esprime la realtà più profonda della persona umana. “Amare Dio con tutto il cuore” vuol dire allora voltare tutto il proprio essere e il proprio agire verso Dio, in uno slancio di amore.
-“Con tutta l'anima”, che vuol dire la vita, il nostro “spazio intimo” abitato da Dio.“L'amore è l’ala, che Dio ha dato all’anima per salire sino a lui” (Michelangelo Buonarroti). Chi ama con l’anima vede meglio che con gli occhi e il suo amore è puro.
- Con tutta la mente, la quale racchiude il pensiero e l’intelligenza. L’amore rende intelligenti, fa capire prima, andare più a fondo e più lontano.
- Con tutte le forze, che vuole dire l’insieme di tutte le energie. L’amore rende forti, capaci di affrontare qualsiasi ostacolo e fatica.

2) Due caratteristiche dell’amore vero: grato e gratuito.
Nel Vangelo di Matteo, che la Liturgia ci propone oggi, ritroviamo Gesù alle prese con i farisei, che vivevano nella tentazione di ridurre la morale a una serie di norme esteriori preoccupandosi solo dell'apparenza.
La risposta del Messia è semplice ed efficace e cita due versetti della Legge dell’Antico Testamento, la Torah, che racchiudono l’esperienza di Israele, ricordandoci che solo amando Dio con tutto noi stessi saremo in grado d'amare veramente il prossimo, perché lo ameremo con lo stesso amore di Dio.
Da dove cominciare per amare? Dal lasciarsi amare da Lui, che entra, dilata, allarga le pareti di questo piccolo vaso che è ciascuno di noi. Noi siamo degli amati che diventano amanti di Cristo. La conseguenza, come la si vede in una coppia di innamorati in cui uno ama ciò che l’altro ama, è che dobbiamo amare quello che Cristo ama. E non solo: dobbiamo amare come Lui ama.
Dunque dobbiamo vivere Cristo come ideale della nostra vita. E cosa vuol dire che Cristo è l’ideale della nostra vita? E’ l’ideale per il modo con cui trattiamo le persone, per il modo con cui viviamo l’affetto, con cui concepiamo la vita e guardiamo alle cose e alle persone. Con cui viviamo i rapporti in famiglia, in parrocchia, in comunità sul posto di lavoro. Cristo quale ideale della vita pone due caratteristiche, non sono le sole ma oggi sottolineo queste: la gratitudine e la gratuità.
Un cuore grato è sempre un cuore fedele e la capacità di essere grati, di dire: “grazie”, è il segno –secondo me- della maturità cristiana.
Ci sono momenti nella vita - credo valga per tutti- in cui si sperimenta, già qui sulla terra, il ‘paradiso’, la vera grandezza e bellezza dell’uomo, ed è stato quando ci si è sentiti amati da qualcuno (mamma, papà, fidanzato/a, moglie, marito). Un’esperienza di amore, quello vero, quello del cuore, che non ho dubbi di poterla paragonare ad un ‘assaggio’ di Paradiso e di dire che il modo migliore di gustarla è quella di dire : “Grazie”, riconoscendo che non ci facciamo da noi, che tutto ci è donato. La gratitudine poi innesta in noi la gratuità: ami senza pensare di essere amato. Guardi all’Altro e all’altro, come la Madonna guarda a Cristo: non perché è suo, ma perché c’è.
Questa è la purezza assoluta. Facciamo umilmente lo sforzo di immedesimarci in questa assolutezza della purezza. Una purezza di gratuità che rende la vita incorruttibile: Nella gratuità il rapporto umano non è caduco, perché con Cristo e in Cristo non si sta insieme per un interesse, per un calcolo, per un tornaconto, ma per fede e per amore.
Certo, l’amore per Dio è il più grande e il primo: il primato di Dio è affermato senza esitazione. L’amore per l’uomo viene per secondo. Dicendo però che “il secondo è simile al primo”, Gesù afferma che tra i due comandamenti c’è un legame molto stretto.
Certo è diversa la misura: l’amore per Dio è “con tutto il cuore, con tutta l'anima, con tutta la mente”. L'amore per l’uomo è “come se stessi”. La totalità appartiene solo al Signore: Lui solo deve essere adorato. Ma l’appartenenza al Signore non può essere senza l’amore per l'uomo. Non si tratta di due comandamenti paralleli, semplicemente accostati. E neppure basta dire che il secondo si fonda sul primo. Molto di più: il secondo concretizza il primo.
Un esempio di come vivere questi due comandamenti lo possiamo vedere nelle Vergini consacrate nel mondo. Il loro stile di vita e il loro modo di essere è quello di partire dalla loro consacrazione a Dio e parlare sempre di Dio soprattutto con la testimonianza della vita. Queste donne mostrano che Dio va sempre messo al primo posto e che l’essere umano è fatto per Dio: ecco ciò che non va mai dimenticato, neppure là dove la povertà e l’ingiustizia sono grandi, là dove la società tende a costruirsi senza Dio e ciò è sempre contro l’uomo. Queste consacrate vivono la vita come missione e con la grazia di Dio mostrano che è possibile amare castamente, perdonare completamente, servire gratuitamente e gioiosamente. In loro il cuore ha preso il comando, ma è il Cuore di Cristo.
1 E’ utile ricordare che i rabbini avevano ricavato dalla Torah ben 613 precetti, così da applicare a tutte le situazioni possibili della vita le norme sempre prioritarie dei 10 comandamenti. Ovviamente anche il giudeo più rigorosamente osservante doveva smarrirsi in quella selva di prescrizioni e quindi i maestri ebrei cercavano di individuare una gerarchia, opportune distinzioni e soprattutto un principio unificatore di tanti dettami; di qui la domanda a Gesù.

Lettura Patristica
Sant’Agostino d’Ippona (+ 430)
Sermo 34, 7-8


       Bene, fratelli miei, interrogate voi stessi, scuotete le celle interiori: osservate, e vedete bene se avete un po’ di carità, e quel tanto che avrete trovato accrescete. Fate attenzione ad un tale tesoro, perché siate ricchi dentro. Certamente, le altre cose che hanno un grande valore, vengono definite «care»; e non invano. Esaminate la consuetudine del vostro linguaggio: questa cosa è più cara di quella. Che vuol dire è più cara, se non che è più preziosa? Se si dice più cara, cos’è più prezioso; cos’è più caro della carità stessa, fratelli miei? Qual è, riteniamo, il suo valore? Da dove deriva il suo valore? Il valore del frumento: il tuo danaro, il valore di un fondo: il tuo argento; il valore di una gemma: il tuo oro; il valore della carità sei tu stesso. Tu chiedi peraltro di sapere come possedere il fondo, la gemma, il frumento; come comprare e tenere presso di te il fondo. Ma se vuoi avere la carità, cerca te e trova te. Hai paura infatti di darti per non consumarti? Anzi, se non ti doni, ti perdi. La stessa carità parla per bocca della Sapienza, e ti dice qualcosa perché non ti spaventi quanto vien detto: Dona te stesso. Se uno infatti ti vuol vendere un fondo, ti dirà: Dammi il tuo oro; e chi ti vuol vendere qualcos’altro: Dammi il tuo danaro, o dammi il tuo argento. Ascolta ciò che ti dice la carità per bocca della Sapienza: "Dammi il tuo cuore, figlio mio" (Pr 23,26). «Dammi», dice: cosa? «Il tuo cuore, figlio mio». Era male quando era da te, quando ti apparteneva: infatti eri portato alle futilità ed agli amori lascivi e perniciosi. Toglilo di là. Dove lo porti? Dammi, egli dice, il tuo cuore. Sia per me, e non si perda per te. Osserva, infatti, cosa ti dice, allorché vuole rimettere in te qualcosa, perché tu ami soprattutto te stesso: "Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua mente" (Mt 23,37 Dt 6,5). Cosa rimane del tuo cuore, per amare te stesso? Cosa della tua anima? E cosa della tua mente? Con tutto, egli dice. Tutto te stesso esige, colui che ti ha fatto.

       Però, non esser triste quasi non ti resti nulla di che rallegrarti in te stesso. "Gioisca Israele", non in sè, "bensì in colui che lo ha fatto" (Ps 149,2)

       "Il prossimo quanto deve essere amato?" Risponderei e direi: Se nulla mi è rimasto, come mi amerò; poiché mi si ordina di amare con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutta la mente colui che mi ha fatto, in che modo mi si ordina il secondo precetto di amare il prossimo come me stesso? Il che è più che il dire di amare il prossimo con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutta la mente. In che modo? "Ama il prossimo tuo come te stesso" (Mt 22,37 Mt 22,39). Dio con tutto me stesso: il prossimo come me. Come me, così te? Vuoi sentire come ti ami? Per questo ti ami, poiché ami Dio con tutto te stesso. Ritieni infatti di avanzare con Dio, perché ami Dio? E poiché ami Dio, si aggiunga qualcosa a Dio? E se non ami, avrai di meno? Quando ami, tu progredisci: lì tu sarai dove non perirai. Ma mi risponderai e dirai: Quando infatti non mi sono amato? Non ti amavi affatto, quando non amavi Dio che ti ha fatto. Anzi quando ti odiavi credevi di amarti. "Chi infatti ama l’iniquità, odia la sua anima" (Ps 10,6).




venerdì 17 ottobre 2014

Dio e la sua immagine.

Rito Romano – XXIX Domenica del Tempo Ordinario – Anno A – 19 ottobre 2014.
Is 45,1.4-6 Sal 95 1Ts 1,1-5b Mt 22,15-21

Rito Ambrosiano – Solennità del Signore
Bar 3,24-38;oppure Ap 1,10;21,2-5; Sal 86; 2Tm 2,19-22; Mt 21,10-17

1) Cesare e Dio.
Nel Vangelo di oggi viene riportata la nota frase di Cristo: “Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio”. Frase questa ripetuta a proposito e a sproposito, quando si parla del rapporto tra il cristianesimo e le istituzioni, il potere politico.
Per offrire una meditazione evangelica che non sia ridotta ad una anche se breve lezione sui rapporti Stato-Chiesa, ritengo importante spiegare il contesto in cui questa frase è pronunciata da Gesù.
Poichè hanno visioni diverse dell’occupazione romana ai tempi della vita terrena di Cristo, i Farisei e gli Erodiani vogliono tendere un tranello a Gesù. Quando un profeta diventa scomodo, bisogna in qualche misura coglierlo in errore, dimostrare che si contraddice. La domanda “Di’ a noi il tuo parere: è lecito o no, pagare il tributo a Cesare?”.
Se a questa domanda circa la liceità per gli Ebrei di pagare le tasse a Roma, Gesù avesse risposto di no lo avrebbero accusato proprio presso i Romani di essere loro nemico e ribelle; nel caso avesse risposto di sì, avrebbero avuto buon gioco nel denunciarlo davanti a tutti come traditore del suo stesso popolo.
Gesù non cade nel tranello, prende un’altra strada non prevista dai farisei ed erodiani, che avevano fatto una domanda ambigua e invita i suoi interlocutori a prendere la moneta del tributo. Essi mostrano la moneta con l'immagine di Tiberio Cesare. A quel punto, Lui prima domanda se tale immagine è di Cesare, poi fa l’affermazione che ho citato all’inizio.
L’insegnamento che se ne ricava, abitualmente e abbastanza giustamente, è quello di ribadire la distinzione tra Stato e Chiesa e di affermare che è essenziale saper distinguere tra ciò che è di Cesare e ciò che è di Dio, e che comunque il primato di ogni realtà è sempre legato a Dio.
Il cristiano è colui che è chiamato a vivere da cittadino nella propria patria, rispettando le leggi del suo Stato. Paga la tasse, interviene nelle assemblee, partecipa da credente alla vita politica, ma sa che ogni realtà può e deve essere riferita solamente a Dio.

2) Dio e la sua immagine.
“Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel ch’è di Dio”. Queste parole in genere vengono interpretate nel senso della distinzione tra Stato e Chiesa. Ed è certamente lecito fare ciò. Tuttavia questa frase ci spinge più lontano e richiama una verità più profonda sull’uomo. Perché se sulla moneta è impressa l’immagine di Cesare, su di noi è “impressa” l’immagine di Dio o, meglio, noi siamo fatti a immagine e somiglianza di Dio.
Alla domanda di Gesù di chi siano sulla moneta il ritratto e il titolo che l’individua, Gli rispondono: “di Cesare”. E Gesù replica: “Restituite dunque a Cesare quel ch'è di Cesare e a Dio quel ch’è di Dio”. La risposta sconcerta gli ascoltatori. In ogni caso dobbiamo chiederci cosa sia di Cesare e cosa di Dio. Nella risposta di Gesù è chiaro cosa appartiene a Cesare: solo quella moneta della zecca di Roma su cui è incisa l'immagine” dell'imperatore. Questa pertanto andava restituita al proprietario. Il Vangelo va oltre e dice di dare a Dio quello che è di Dio. Ma cosa è di Dio? Il termine “immagine”, usato da Gesù per la moneta, rimanda alla frase biblica posta proprio all'inizio della Bibbia: “Dio creò l'uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò” (Gn 1, 27). Ciò vuol dire che oggi, come ai tempi della vita terrena di Gesù resta vero quello che iniziò con la creazione dell’uomo. All’inizio della storia del mondo, Adamo ed Eva sono frutto di un atto di amore di Dio, fatti a sua immagine e somiglianza, e la loro vita e il loro rapporto con il Creatore coincidevano.
Già nel IV secolo, un Autore anonimo scriveva: “L’immagine di Dio non è impressa sull’oro, ma sul genere umano. La moneta di Cesare è oro, quella di Dio è l’umanità … Pertanto da’ la tua ricchezza materiale a Cesare, ma serba per Dio l’innocenza unica della tua coscienza, dove Dio è contemplato … Cesare, infatti, ha richiesto la sua immagine su ogni moneta, ma Dio ha scelto l’uomo, che egli ha creato, per riflettere la sua gloria” (Anonimo, Opera incompleta su Matteo, Omelia 42). E Sant’Agostino ha utilizzato più volte questo riferimento nelle sue omelie: “Se Cesare reclama la propria immagine impressa sulla moneta - afferma -, non esigerà Dio dall’uomo l’immagine divina scolpita in lui?” (En. in Ps., Salmo 94, 2). E ancora: “Come si ridà a Cesare la moneta, così si ridà a Dio l’anima illuminata e impressa dalla luce del suo volto … Cristo infatti abita nell’uomo interiore” (Ibid, Salmo 4, 8).
Quindi questa indicazione di Gesù non può essere ridotta al solo ambito politico. Il compito della Chiesa in questo caso non è quello di limitarsi a ricordare agli uomini la giusta distinzione tra la sfera di autorità di Cesare e quella di Dio, tra l’ambito politico e quello religioso. Il compito della Chiesa, che prosegue la missione di Gesù, è essenzialmente parlare di Dio, fare memoria della sua sovranità di Padre, richiamare a tutti, specialmente ai cristiani che hanno smarrito la propria identità, il diritto di Dio su ciò che gli appartiene, cioè la nostra vita che in Lui diventa santa, vera. La verità di noi, come di tutti gli esseri umani, sta nel fatto che siamo anzitutto figli di Dio. E che a Dio apparteniamo. Questa è la radice della libertà e della dignità dell’uomo, che vanno difese, curate e restituite a ciascuno. Si tratta cioè di far emergere sempre più chiara quell’impronta di Dio che è stata plasmata nel più profondo di ogni essere umano e che lo rende santo.
In effetti, c’è una “santità” che appartiene ad ogni persona umana, non per suo merito ma per dono, perché ognuno di noi è stato creato a immagine di Dio. Sant’Ireneo scrisse che il Verbo e lo Spirito sono le due mani con cui l’uomo fu plasmato all'inizio e con cui viene plasmato oggi secondo l’immagine di Dio.
Sempre, ma specialmente all’inizio di questa vita di santità, ogni credente non ha altro dovere che la docilità all’azione dello Spirito. Ma come riconoscere l’azione dello Spirito Santo e farle spazio nella nostra vita? Tenendo vivo in noi il santo desiderio di Dio e vivendo la perseveranza, mediante la domanda di Cristo in ogni istante della nostra vita. Diceva Suor Elisabetta della Trinità: “Com’è serio ogni istante! Costa il Sangue di Cristo!”. Ogni istante costa Dio stesso, perché il prezzo del tempo è Dio: in ogni istante lo riceviamo, dobbiamo riceverlo. In ogni istante, purtroppo, possiamo anche chiuderci a Lui e rifiutarLo, e Lo rifiutiamo nella misura che non ci abbandoniamo a questa grazia. Lo rifiutiamo e ci chiudiamo a Lui nella misura in cui non siamo docili a Lui, non Lo ascoltiamo o non Lo accogliamo in noi, discepoli suoi.
Come discepoli di Gesù dobbiamo operare perché in ogni uomo risplenda quell’icona (immagine) di Dio che gli è impressa nel cuore.
Non solo noi dobbiamo adorare Dio che è presente nell’anima nostra, non soltanto dobbiamo renderci conto che siamo tempio vivente di Dio. Dobbiamo anche renderci conto che tutto quello che abbiamo ricevuto da Lui deve essere istante per istante da Lui mosso, da Lui usato, da Lui adoperato.
Dobbiamo essere non soltanto il tempio di Dio, ma lo strumento della sua azione, perché Dio non abita in noi statico, fermo; non abita in noi solamente perché lo adoriamo. Egli abita in noi per agire, soprattutto per trasformarci e renderci simili a Lui, di cui noi siamo immagine.
Siamo invitati a domandare con la preghiera e l’azione di essere fatti conformi all’immagine del Figlio di Dio. Spesso questa immagine è deturpata, offesa, umiliata, frantumata, per colpe personali o per opera altrui. Deturpando noi stessi o gli altri, deturpiamo l’immagine di Dio che è in noi, sfiguriamo l’immagine che le “due mani” creative di Dio hanno realizzato. Oggi, Gesù ci esorta a “restituire” a Dio quello che a Lui appartiene: tutto e tutti: noi stessi insieme tutta l’umanità e la creazione.
Però non dobbiamo dimenticare che, rispetto a tutte le altre creature, l’uomo è l’unico che Dio ha voluto per sé (Gaudium et spes 12; Catechismo della Chiesa Cattolica 356); ovvero non è una cosa fra le cose, ma è un essere capace di autocoscienza e decisione libera. È una persona, capace di relazione con Dio e con le altre persone. In questo sta l’immagine-somiglianza con Dio: non siamo una cosa inglobata nelle leggi del cosmo (pensate all’evoluzione che porta alla presenza dell’uomo: gli scienziati dicono circa 3 miliardi di anni), ma abbiamo coscienza, libertà, possiamo interpretare questo nostro essere al mondo dandogli un senso.1
L’uomo così appare come il vertice della creazione, il punto in cui il creato diventa cosciente e capace di risposta libera a Dio, capace di relazione2.
Un Ordine di persone che vive questa relazione di comunione sponsale con Dio e fraterna con gli uomini è quello delle Vergini Consacrate nel mondo.
Mediante la loro consacrazione, queste donne testimoniano alla Chiesa e al mondo, che l’essere umano è riflesso dell’amore Dio e che è chiamato a essere nel mondo visibile un portavoce della gloria di Dio, e, in un certo senso, una parola della sua Gloria.
Le vergini manifestano e rendono pubblica la perfetta verginità della stessa loro Madre la Chiesa, e la santità dei loro vincoli strettissimi con Cristo. Queste donne inoltre offrono un segno mirabile della fiorente santità e di quella spirituale fecondità propria della Chiesa. A questo proposito sono magnifiche le espressioni di san Cipriano: “La verginità è un fiore che germoglia dalla Chiesa, decoro e ornamento della grazia spirituale, gioia della natura, capolavoro di lode e di gloria, immagine di Dio che riverbera la santità del Signore, porzione più eletta del gregge di Cristo. Se ne rallegra la chiesa, la cui gloriosa fecondità in esse abbondantemente fiorisce: e quanto più cresce la schiera delle vergini tanto più grande è la gioia della Madre” (Cipriano, De habitu virginum, 3: PL 4, 443).
A ciò con saggezza si ispirano le espressioni del Celebrante nel rito della consacrazione delle vergini e nelle preghiere rivolte al Signore: “Affinché vi siano anime più sublimi che, disdegnando nel matrimonio i piaceri della carne, ne cerchino il significato recondito, e invece di imitare ciò che si fa nel matrimonio, amino quanto in esso è simboleggiato”.(Pontificale Romano, Consacrazione delle Vergini).


1 Nel secondo racconto biblico della creazione (Gen 2,4a-25) l’uomo (adam) è tratto dalla polvere (adamah), in cui Dio soffia il suo alito di vita (neshamah), che lo rende un essere vivente (nefesh). Ciò che fa la differenza tra noi e le altre creature è lo spirito, la capacità di essere liberi, di attribuire un significato al fatto che siamo qualcosa.

2 La relazione non è un’appendice della natura umana, ma l’espressione più piena dell’essere persona.


Lettura Patristica
Sant’Ambrogio di Milano (340 -397)
Exp. Ev. sec. Luc. 9, 34-36

       "Di chi è l’immagine e l’iscrizione?" (Lc 20,24). In questo passo Egli c’insegna che dobbiamo essere cauti nel respingere le accuse degli eretici oppure dei Giudei. In un altro punto ha detto: "Siate astuti come i serpenti". Questo, diversi lo interpretano così: poiché la croce di Cristo fu preannunciata nel serpente levato in alto, affinché venisse distrutto il veleno serpigno degli spiriti del male, parrebbe che si debba essere accorti come il Cristo, e semplici come lo Spirito. Ecco dunque chi è il serpente che tiene sempre protetto il capo, ed evita così le ferite mortali. Quando i Giudei gli chiedevano se avesse ricevuto dal Cielo la sua autorità, Egli rispose: "Il battesimo di Giovanni di dov’era, dal Cielo o dagli uomini?" (Mt 20,4). E lo scopo era che essi, non osando negare che era dal Cielo, si convincessero da soli della propria demenza nel negare che Colui che lo dava era dal Cielo. Egli chiede un didramma e domanda di chi è l’effigie: infatti diversa è l’effigie di Dio, diversa l’effigie del mondo. Per questo anche colui ci ammonisce: "E come abbiamo portato l’immagine dell’uomo terreno, così portiamo l’immagine dell’uomo celeste" (1Co 15,49).

       Cristo non ha l’immagine di Cesare, perché Egli è "l’immagine di Dio". Pietro non ha l’immagine di Cesare, perché ha detto: Noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito" (Mt 19,27). Non si trova l’immagine di Cesare in Giacomo o in Giovanni, perché sono i figli del tuono, ma essa si trova nel mare, dove vi sono sulle acque quei mostri dalle teste fracassate, e lo stesso mostro principale, col capo mozzo, vien dato come cibo ai popoli degli Etiopi. Ma se non aveva l’immagine di Cesare, perché mai ha pagato il tributo? Non l’ha pagato del suo, ma ha restituito al mondo ciò che apparteneva al mondo. E se anche tu non vuoi esser tributario di Cesare, non possedere le proprietà del mondo. Però hai le ricchezze: e allora sei tributario di Cesare. Se non vuoi esser assolutamente debitore del re della terra, abbandona ogni tua cosa e segui Cristo.

       E giustamente Egli ordina di dare prima a Cesare ciò che è di Cesare, perché nessuno può appartenere al Signore, se prima non ha rinunziato al mondo. Tutti, certo, rinunziamo a parole, ma non rinunziamo col cuore; infatti, quando riceviamo i sacramenti, facciamo la rinunzia. Che pesante responsabilità è promettere a Dio, e poi non soddisfare il debito! "È meglio non fare voti", sta scritto, "piuttosto che farne e non mantenerli" (Qo 5,4). L’obbligo della fede è più forte di quello pecuniario. Rendi quanto hai promesso, finché sei in questo corpo, prima che giunga l’esecutore "e questi ti getti in prigione. In verità ti dico che non ne uscirai prima di aver pagato fino all’ultimo spicciolo";(Lc 12,58 Mt 5,25s).


venerdì 10 ottobre 2014

L’invito alle nozze è un invito a vivere non solo a mangiare.

Rito Romano – XXVIII Domenica del Tempo Ordinario – Anno A – 12 ottobre 2014
Is 25,6-10; Sal 22; Fil 4,12-14.19-20; Mt 22,1-14

Rito Ambrosiano – VII Domenica dopo il martirio di San Giovanni il Precursore
Is 65,8-12; Sal 80; 1Cor 9,7-12; Mt 13,3b-23

1) Invito costante a fare festa, cioè a vivere la vita come celebrazione di gioia.
Fra le parabole narrate da Gesù c'è quella che parla di un re che offre un pranzo di nozze al quale gli invitati aventi diritto non vogliono partecipare. Questo rifiuto spinge il re ad ampliare l’invito a tutti. Gesù ci presenta il Padre come colui che “invita il mondo intero alle nozze di suo Figlio”.
Credo sia corretto affermare che l’occupazione principale di questo Re è quella di condividere la gioia per le nozze di suo Figlio con quanti sono chiamati, cioè tutti. Infatti se leggiamo la parabola accanto al passo di Isaia (25, 6-10 – Prima lettura) lo spunto da sottolineare è l’invito universale alla familiarità gioiosa con Dio. Questo grande profeta parla di un grande raduno di tutti i popoli. Se l’immagine è quella del banchetto: “Un convito di carni grasse e di vini pregiati”, la nota più sottolineata è l’universalità: “per tutti i popoli”. Si tratta di un convito di pace e libertà, in cui “il canto dei tiranni si affievolisce” e si celebra la vittoria dell’Amore. Questa grandiosa speranza di Isaia non poggia sull’uomo, ma unicamente su Dio. È la solidità della sua Parola (“una roccia perpetua”: 26,4), che autorizza a sperare anche in tempi di disperazione. E queste pagine di Isaia furono infatti scritte in tempo di disperazione.
La Parola fatta carne, nel vangelo di oggi, mostra che la salvezza viene dall’accoglimento dell’invito a partecipare alla festa dell’Amore nuziale, ad accogliere la verità della vita. Cristo attira l’attenzione che su quello che è un paradosso: il popolo di Dio rifiuta il Messia e il Suo Vangelo, mentre gli altri, i lontani, lo cercano e lo accolgono. Questo paradosso racchiude (ed è così che noi oggi lo dobbiamo leggere) un severo e pressante avvertimento per noi cristiani: l’appartenenza alla Chiesa non ci pone al sicuro. Può accadere anche oggi che i vicini rifiutino Cristo, mentre i lontani lo cerchino. Può succedere anche oggi che quelli che sono stati chiamati per primi, con il loro rifiuto, non vogliono assurdamente partecipare alla gioia. Allora Lui offre il posto a tutti gli altri.
Oggi, dunque, il messaggio principale è che il Dio della gioia si qualifica per il suo continuo “chiamare”: Dio è Colui che ama e chiama. L'uso ripetuto del verbo non lascia spazio a dubbi: Dio “chiama” continuamente alla sua festa. Il bello è che non si arrende quando i “chiamati” declinano il suo invito. Dio riparte alla carica e “chiama” altri, cattivi e buoni, pur di raggiungere l’obiettivo di avere invitati alla festa.
Il Re dei re non cede, non desiste: continua ad invitare, a mandare messaggeri ai crocicchi delle strade. Stupenda questa espressione: siamo mandati, noi credenti in Cristo, agli incroci delle strade. Là dove si incontrano i punti cardinali, là dove s’intersecano le culture e i popoli sconfinano: l’invito a nozze è per tutti, in ogni crocevia del tempo e dello spazio, in ogni periferia geografica ed esistenziale. Usciamo dalle nostre chiese con il desiderio di abitare i crocicchi delle strade, di intersecarci con le questioni di questo mondo, di lottare perché ai crocevia della vita nessuno si perda.
2) Due domande con una sola risposta.
Alla luce di quanto stiamo meditando nascono due domande.
La prima: perché rifiutare l’invito a partecipare alla festa che celebra l’Amore come, purtroppo, hanno fatto i primi invitati?
La seconda: perché partecipare alla festa, senza condividere pienamente la gioia del re, cioè senza indossare l’abito nuziale, il vestito della festa?
La risposta a tutte e due le domande è una sola: perché il cuore nostro è duro e fa resistenza alla conversione. In effetti, il Re di questa parabola se la prende con chi, anche se ha risposto positivamente al suo invito, ma non ha messo l’abito nuziale, perché non è cambiato. Non si è vestito con “la veste di lino che sono le opere giuste dei santi” (Ap 5,7), vale a dire non ha cambiato il cuore con l’impegno concreto per una vita fraterna, per sentieri di giustizia e di pace. Cambiarsi d’abito, mettere l'abito nuziale, significa cambiare vita, rivoltare i propri stili di vivere ed indossare il nostro abito, Cristo stesso.
La parte della parabola che parla dell’"abito nuziale” è un avvertimento per i cristiani che possono anche loro essere puniti per indegno comportamento (mancano dell'abito nuziale), come i primi che hanno rifiutato l’invito alla gioia. La vocazione cristiana non comporta automaticamente, per se stessa la salvezza finale e non è per i credenti una garanzia magica di partecipazione al Regno.
Non possiamo vivere il nostro banchetto nuziale senza un riscontro nel nostro modo di essere, nel nostro vivere virtuoso. Come nel giorno del nostro battesimo abbiamo ricevuto una veste bianca, così ogni giorno dobbiamo rivestirci di Cristo, accogliendo l’invito dell’Apostolo Paolo: “Spogliatevi dell'uomo vecchio e rivestitevi dell’uomo nuovo”, cioè di Cristo. Se ci rivestiamo di Lui, impariamo ad amare come Lui, a guardare come lui.
Il giorno del nostro battesimo fu messa su ciascuno di noi una piccola veste bianca. Questo gesto era (ed è ancor oggi) accompagnato con le parole:“Ora sei rivestito di Cristo, questa veste bianca sia segno della tua nuova dignità”. Da allora il nostro abito della festa che non finisce mai è Cristo. Dunque dobbiamo passare la vita a rivestirci di Lui, a fare nostri i Suoi gesti, le Sue parole, il Suo sguardo, le Sue mani, i Suoi sentimenti; a preferire coloro che egli preferiva.
L'abito nuziale è come quello indossato dalla Donna dell'Apocalisse: vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e sul capo una corona di stelle, che indossa l’abito dato da Dio, l’abito da festa del creato, che è la luce, il primo di tutti i simboli di Dio. Sotto il manto della Madonna c’è posto per ciascuno di noi, cercatore di quella luce che vince le paure e le ombre che invecchiano il cuore.
La parabola ci invita a convertirci a Lui, che amandoci ci chiama. Noi lo pensiamo come un Re che ci chiama a servirlo e invece è Lui che ci serve e mette a disposizione la Sua casa per la festa. Noi Lo temiamo come il Dio dei sacrifici e Lui è il Dio cui sta a cuore la nostra gioia. Lui ci offre il pane di vita e il calice della carità, noi accostiamoci alla sua mensa con umiltà, purezza e semplicità.
Noi Lo pensiamo come un Dio lontano, separato, invece Lui è dentro la sala della vita, la sala del mondo vero, come una promessa di felicità, una scala di luce posata sul cuore e che sale verso il cielo.
Accettando l’invito di Dio, il regalo della sua gioia, evitiamo di cadere nell’errore di quelli che non hanno risposto alla Sua chiamata, perché oltre ad aver perso la gioia del cuore, la cercano dietro le cose da possedere e gli affari da fare. Convertiamoci a questo Dio che, quando è rifiutato, invece di abbassare le attese le alza: “Chiamate tutti”; e dai molti invitati passa a tutti invitati: tutti quelli che troverete, cattivi o buoni, fateli entrare. Notate: prima i cattivi e poi i buoni... Noi non siamo chiamati perché siamo buoni e ce lo meritiamo, ma perché diventiamo buoni, lasciandoci incontrare e incantare da una proposta di vita bella, buona e felice da parte di Dio.
In ciò guardiamo l’esempio delle Vergini consacrate. Le persone consacrate nel mondo si sforzano ci “conciliare armoniosamente la vita interiore e il lavoro nell’impegno evangelico della conversione morale e nella pratica assidua della meditazione della Parola, della vita liturgia e della preghiera” (cfr Giovanni Paolo II, Esort. Ap. Post-sinodale, Vita consecrata, 25 marzo 1996, n.6).
La loro consacrazione è una forma stabile di conversione verso il Padre, con il desiderio di cercare filialmente la sua volontà in una conversione continua, dove l’obbedienza è la fonte della libertà, dove la castità esprime la tensione di un cuore che nessun amore finito può soddisfare, dove lo spirito di povertà nutre la fame e sete di giustizia che Dio ha promesso di colmare (cf. Mt 5, 6).
La loro consacrazione è pure volgersi stabilmente verso il Figlio, con il quale tendono a vivere una comunione di vita intima, profonda e gioiosa. Infine è un volgersi verso lo Spirito Santo, che “consacra il loro cuore e le anima della sua forza per il servizio di Dio e della Chiesa” (Rituale di consacrazione delle Vergini, n. 37).
Lettura Patristica
Sant’Agostino (+ 430)

DISCORSO 90, 1 5-6, PL 38, 559 561-562.

SULLE NOZZE DEL FIGLIO DEL RE (Mt 22, 1-14)

Il banchetto del Signore sulla terra e in cielo.
Tutti i fedeli conoscono le nozze del figlio del re e il banchetto apprestato da lui; la tavola del Signore è preparata per tutti coloro che vogliano prendervi parte. È però importante sapere chi vi si accosta, dato che non gli viene proibito d'accostarvisi. Le Sacre Scritture infatti c'insegnano ch'esistono due banchetti del Signore: l'uno è quello al quale partecipano i buoni e i cattivi, l'altro è quello dal quale sono esclusi i cattivi. Ecco perché il banchetto del Signore, di cui abbiamo sentito parlare durante la lettura del Vangelo, comprende precisamente buoni e cattivi. Tutti coloro che si scusarono dal partecipare a quel banchetto sono i cattivi; ma non tutti quelli che vi presero parte sono i buoni. Mi rivolgo dunque a voi che siete buoni e state a tavola in questo banchetto, a tutti voi che riflettete a ciò ch'è detto: Chi mangia il corpo del Signore e beve il suo sangue in modo indegno, mangia e beve la propria condanna 1. Ammonisco tutti voi che siete buoni a non cercare i buoni fuori di questo banchetto e a tollerare i cattivi che sono dentro.
Qual è l'abito di nozze.
Di che si tratta dunque? Desidero che voi tutti i quali vi accostate alla mensa del Signore, che si trova qui, non siate con quelli che saranno cacciati fuori, ma con i pochi che saranno salvati. Come potrete ottenere ciò? Prendete l' abito di nozze. "Spiegaci - mi si dirà - che cos'è l'abito di nozze". Esso è senza dubbio l'abito che hanno solo i buoni, che saranno lasciati nel banchetto e saranno riservati per il banchetto, al quale non accederà nessun cattivo, e vi saranno condotti per grazia di Dio; sono essi che hanno l'abito di nozze. Esaminiamo dunque, fratelli miei, tra i fedeli quelli che hanno qualche virtù propria di cui sono privi i cattivi, e quella sarà l'abito di nozze. Se parliamo di sacramenti, voi vedete come sono comuni ai cattivi e ai buoni. È forse il battesimo? Senza il battesimo nessuno per verità arriva a Dio; ma non tutti quelli che hanno il battesimo arrivano a Dio. Non posso quindi prendere il battesimo come l'abito di nozze, cioè il sacramento da solo, poiché tale abito lo vedo nei buoni ma anche nei cattivi. Forse è l'altare o ciò che si riceve dall'altare. Noi vediamo che molti mangiano, ma essi mangiano e bevono la propria condanna. Che cos'è dunque? È forse far digiuno? Fanno digiuno anche i cattivi. È forse frequentare la chiesa? Ma la frequentano anche i cattivi. Infine è forse fare miracoli? Ma questi li fanno non solo i buoni e i cattivi, ma talora i buoni non li fanno. Ecco, a proposito dell'antico popolo israelitico facevano miracoli i maghi del faraone e non li facevano gl'israeliti; tra gl'israeliti li facevano solo Mosè e Aronne, mentre tutti gli altri non li facevano, ma li vedevano, temevano e credevano. Erano forse migliori i maghi del faraone i quali facevano miracoli che il popolo d'Israele non era capace di fare, e tuttavia era il popolo che apparteneva a Dio? A proposito della stessa Chiesa, ascolta l'Apostolo che dice: Sono forse tutti profeti? Hanno forse tutti il dono di compiere guarigioni? Sanno forse parlare in tutte le lingue conosciute?
L'abito di nozze è la carità.
Qual è dunque l'abito di nozze? Il fine del precetto - dice l'Apostolo - è la carità che sgorga da un cuore puro, da una buona coscienza e da una fede sincera. Questo è l'abito di nozze. Non si tratta però d'una carità qualsiasi, poiché spesso sembra che si amino tra loro anche individui che hanno in comune una cattiva coscienza. Coloro che compiono insieme rapine e delitti, che sono tifosi degl'istrioni, che insieme incitano con urla i guidatori dei cocchi in lizza e i cacciatori del circo, per lo più si amano tra loro, ma non hanno la carità che sgorga da un cuore puro, da una buona coscienza e da una fede sincera. È siffatta carità l'abito di nozze. Se io sapessi parlare le lingue degli uomini e degli angeli, ma non possedessi la carità, sarei - dice l'Apostolo - come una campana che suona o un tamburo che rimbomba. Sono arrivati al banchetto individui parlanti solo le lingue ma loro vien detto: "Perché siete entrati senza aver l'abito di nozze?". Se avessi - dice ancora - il dono della profezia e quello di svelare tutti i segreti, se avessi il dono di tutta la scienza, e avessi tanta fede da smuovere i monti, ma non avessi la carità, non varrei nulla. Ecco qui i miracoli delle persone che per lo più non hanno l'abito di nozze. "Se avessi tutti questi doni - dice l'Apostolo - e non avessi Cristo, non varrei nulla". Non varrei nulla, dice. La profezia, dunque, non vale nulla? La conoscenza dei segreti dunque non vale nulla? "No, non sono questi doni che non valgono nulla, ma sono io che non varrei nulla, se li possedessi ma non avessi la carità". Quanti beni non giovano a nulla se ne manca uno solo! "Se non avrò la carità, anche se distribuirò elemosine ai poveri e se, per rendere testimonianza al nome di Cristo, arriverò fino al sangue, arriverò fino a farmi bruciare, queste azioni possono farsi anche per amore della gloria e allora sono inutili". Poiché dunque queste azioni possono diventare anche inutili, se fatte per amore della gloria, e non in virtù della carità fecondissima d'amore verso Dio, l'Apostolo ricorda anche queste stesse azioni; ascoltale: Se distribuirò tutti i miei beni ai poveri e lascerò bruciare il mio corpo, ma non avrò la carità, non mi gioverà a nulla. Ecco l'abito delle nozze! Esaminate voi stessi: se lo avete, voi starete sicuri al banchetto del Signore. In un unico individuo esistono due impulsi dell'anima: la carità e la cupidigia. Nasca in te la carità, se non è ancora nata, e se già è nata, venga allevata, venga nutrita e cresca. Per quanto riguarda la cupidigia, al contrario, in questa vita non può essere eliminata del tutto - poiché se diremo di non avere peccati, inganniamo noi stessi e in noi non c'è la verità-; ma noi commettiamo dei peccati nella misura in cui abbiamo la cupidigia; facciamo sì che cresca la carità e diminuisca la cupidigia affinché quella, cioè la carità, venga portata un giorno alla perfezione, e la cupidigia venga ridotta all'estinzione. Indossate l'abito delle nozze; rivolgo quest'esortazione a voi che non l'avete ancora. Voi siete già dentro la Chiesa, vi siete già accostati al convito, ma non avete ancora l'abito da indossare in onore dello sposo, poiché andate ancora in cerca dei vostri interessi, non di quelli di Cristo. L'abito di nozze infatti s'indossa in onore dei coniugi, cioè dello sposo e della sposa. Voi conoscete lo sposo: è Cristo; conoscete la sposa: è la Chiesa. Recate onore allo sposo e alla sposa. Se onorerete come si deve gli sposi, voi ne sarete figli. Fate quindi progressi a questo riguardo. Amate il Signore e con questo sentimento imparate ad amarvi tra voi; in tal modo quando vi amerete tra voi amando il Signore, amerete sicuramente il prossimo come voi stessi. Quando infatti non trovo uno che ami se stesso, in qual modo gli potrò affidare il prossimo perché lo ami come se stesso? "E chi è - domanderà qualcuno - che non ami se stesso?". Ecco chi è: Chi ama l'iniquità, odia l'anima propria. Ama forse se stesso chi ama la propria carne e odia la propria anima con suo danno e con danno della propria anima e della propria carne? Chi è colui che ama la propria anima? Colui che ama Dio con tutto il cuore e con tutta la sua anima. A una persona di tal genere posso dunque affidare il prossimo. Amate il prossimo come voi stessi.

venerdì 3 ottobre 2014

All’amore ci si affida, non si può possederlo.

Rito Romano – XXVII Domenica del Tempo Ordinario – Anno A – 5 ottobre 2014
Is 5,1-7; Sal 79; Fil 4,6-9; Mt 21,33-43

Rito Ambrosiano – VI Domenica dopo il martirio di San Giovanni il Precursore
Gb 1,13-21; Sal 16; 2Tm 2,6-15; Lc 17,7-10


  1) Frutti d’amore.
Il brano evangelico di oggi si apre con l’immagine della vigna, molto frequente nell'Antico Testamento per indicare, di volta in volta, il regno di Dio o il suo popolo o anche la donna amata. E’ evidente il nesso con la prima lettura, il “cantico della vigna” di Isaia (5, 1-7), che descrive poeticamente tutta la cura e l’attenzione che Dio ha per il suo popolo. Dal questo popolo tanto amato Dio si aspetta frutti che però il popolo non dà.
Comunque è bella questa immagine di Isaia di un Dio appassionato, che fa per ciascuno di noi ciò che nessuno farà mai; un Dio contadino che, come fa ogni contadino, dedica alla vigna più cuore e più cure che ad ogni altro campo. Dio ha per ciascuno di noi una passione che nessuna delusione spegne, che non è mai a corto di meraviglie, che ricomincia dopo ogni nostro rifiuto ad assediare il nostro cuore.
Dunque, prima di ogni altra cosa, prima di qualsiasi azione, sostiamo dentro questa esperienza: sentire di essere vigna amata, lasciarci amare da Dio. Ciascuno di noi non è altro che una vite piccolina, ma a ciascuno di noi, proprio a ciascuno di noi Dio non vuole rinunciare.
Il frutto che Dio attende è come quello della vite: se ogni albero si preoccupasse solo di se stesso, solo di riprodursi, basterebbero pochi semi ogni molti anni, un frutto solo. E invece, ad ogni autunno, è un'abbondanza di frutti, una generosità magnifica offerta a tutti, all'uomo, al piccolo insetto, alla terra nutrice: la generosità della natura è un modello per il cuore dell'uomo.
Isaia, in questo suo cantico, dice che è una storia che non può continuare all’infinito. E’ necessario un giudizio (Is 5,3). Dunque non resta che il castigo: la vigna cadrà in rovina, non sarà più coltivata e vi cresceranno rovi e pruni. Ma il castigo di Dio non è mai per sempre. Le minacce di Dio sono per convertire, non per distruggere.
Gesù, in questa sua parabola, riprende alcune frasi del “cantico della vigna” di Isaia, con il quale questo grande Profeta descrive in profondità la storia del popolo di Israele di cui Dio ha cura con amore fedele, e precisa che la questione principale non è la produzione di frutti più o meno buoni, ma la volontà dei vignaioli di voler togliere la vigna al Padrone. I contadini non vogliono riconoscere il padrone come tale. Questo è il loro peccato. Si comportano come se la vigna appartenesse a loro. E quando uccidono il Figlio1 del Padrone, lo dicono chiaramente: vogliono farsi eredi e padroni. Ma rifiutando la signoria di Dio, rifiutano la pietra angolare, l’unica che tiene il mondo in piedi. Senza il riconoscimento di Dio, il mondo non sta in piedi, la convivenza si frantuma.
Se ci mettessimo nella logica amara e violenta dei vignaioli, ne ripeteremmo le parole insensate e brutali: “Costui è l’erede, venite, uccidiamolo e avremo noi l'eredità”. Se dessimo ascolto a questa risposta rozza e brutale, faremmo continuare le vendemmie di sangue, che arrossano il mondo.
Se alla domanda di Cristo: “Che cosa farà il padrone della vigna dopo l’uccisione del figlio?”, la nostra risposta fosse analoga alla soluzione proposta dai giudei, avremmo una punizione esemplare, nuovi vignaioli, nuovi tributi, ma un mondo vecchio. Questa idea di giustizia riporterebbe le cose un passo indietro, a prima del delitto, mantenendo intatto il ciclo immutabile del dare e del prendere o, più precisamente, del pretendere.
Gesù dà una risposta che allarga il cuore alla speranza: l’esito della storia sarà buono, la vigna sarà generosa di frutti, il Padrone non sprecherà i giorni dell’eternità in vendette. Il regno di Dio sarà dato a un popolo che ne produca i frutti, che sono l’amore, e si pone come pietra angolare, garante di amore saldo.
Se come pietre vive siamo chiamati ad essere la Chiesa viva di Cristo. Come tralci dobbiamo aderire a Lui, che è la vite, così vivremo nell’amore e dell’amore, nell’essere amati e nell’amare il Signore.
Dio non si arrende e offre un nuovo modo per arrivare ad un amore libero, irrevocabile, al frutto di tale amore, alla vera uva: manda suo Figlio, che si fa uomo. Così Dio stesso diventa radice della vite, diventa la vite, e così la vite diviene indistruttibile. Questo popolo di Dio non può essere distrutto, perché Dio stesso vi è entrato, si è impiantato in questa terra. Il nuovo popolo di Dio è realmente fondato in Dio stesso, che si fa uomo e così ci chiama ad essere in Lui la nuova vite e ci chiama a stare, a rimanere in Lui.

2) La gioia dell’amore.
Qual è lo scopo della vite? Quello di dare frutto, di dare il dono prezioso dell’uva, del vino buono.
Il vino è simbolo, è espressione della gioia dell’amore. Il Signore si è scelto il suo popolo per avere la risposta del suo amore e così questa immagine della vite, della vigna, ha un significato sponsale. La vite è espressione del fatto che Dio cerca l’amore della sua creatura, vuole entrare in una relazione d’amore, in una relazione sponsale con il mondo tramite il popolo da lui eletto.
Purtroppo la storia di di questo popolo di Dio è una storia di infedeltà: invece di uva preziosa, vengono prodotte solo piccole “cose immangiabili”. Invece di “rimanere” nella comunione dell’amore, l’uomo si ritira nel suo egoismo, vuole avere se stesso solo per sé, vuole avere Dio per sé, vuole avere il mondo per sé. E così, la vigna viene devastata, il cinghiale del bosco, tutti i nemici vengono, e la vigna diventa un deserto.
La Volontà di Dio non è quella di un padrone che vuole gli sia pagato l’affitto, che esige la condanna a morte di chi ha ucciso suo Figlio. Non vuole una vigna che maturi grappoli rossi di sangue e amari di lacrime, ma grappoli di amore maturati al sole della sua verità e gonfi della luce del suo amore, che sgorga dal cuore del Figlio. Questo Figlio, morto sulla croce, da “pietra scartata dai costruttori” diventa “pietra angolare”, il fondamento di tutto.
Che poteva fare di più il Signore? Dio ha amato fino al segno estremo: Dio ha tanto amato il mondo da mandare Suo Figlio, consegnandolo alla morte di croce. Come dice S. Paolo, sulla croce Gesù "mi ha amato e ha dato tutto se stesso per me". Questa è l'opera mirabile del Signore. La risurrezione di Cristo diventa il fondamento e l'inizio di ogni vita nuova. E' la rivincita, la vittoria dell'amore.
Per capire questa logica divina, dobbiamo piangere non tanto sull’infruttuosità di noi tralci staccati dalla vite, ma sul ricordo dell’amore divino che noi tradiamo. Le tenerezze di Dio, le sue dolci cure di divino Innamorato sono la sorgente della nostra vera gioia.
A lui che disse: “Io sono la vite e voi i tralci che rendo fecondi” diciamo grazie dal più profondo del cuore, e umilmente domandiamo che ci conceda la grazia di rimanere sempre uniti a lui
 nell’eterno mistero 
del morire e del risorgere, dell’offerta di sé al Padre.
Le Vergini consacrate nel mondo hanno offerto e rinnovano l’offerta di se stesse “come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio” (Rm 12,1). Mediante questa offerta esse si ineriscono a Cristo come tralci alla vite e il loro essere con Cristo è il segreto della loro fecondità spirituale.
Questo donne consacrate nel mondo sono, insieme con Cristo, accanto ai fratelli e sorelle in umanità. L’umanità è il campo a cui Gesù ci invia, destinate come lui ad “essere nelle cose del Padre”2.
Queste donne sono chiamate a testimoniare in modo particolare la ricchezza di frutti che produce l’essere con Gesù e come lui nelle cose del Padre, nella sua volontà, nel suo disegno salvifico di amore. Vivendo e lavorando nel mondo, sono chiamate a vivere e testimoniare l’armonia tra interiorità e vita. La consuetudine di vita con il Signore le porta ad andare oltre quello che sono per aprirsi alla dimensione dell’amore. Le commoventi parole di Gesù: “Rimanete in me… rimanete nel mio amore!” (Gv 15, 7.9.), sono la chiave per costruire una autentica spiritualità della donna consacrata: dall’Amore che ricevono all’amore che donano.
Con la chiamata alla verginità, il Signore non le toglie a nessuno: più cresce la loro unione con Lui, più crescono le risorse per il dono di sè ai fratelli. Risorse di un amore che raggiunge le persone pure attraverso le vie misteriose dello spirito.
L'appartenenza a Dio si fa sempre dono al prossimo.
La verginità, inoltre, non priva la donna delle sue prerogative di sposa e di madre.
E’ con cuore di sposa che la donna donatasi a Cristo si rivolge ai fratelli. Se non fosse così sarebbe come tralcio staccato dalla vite. Dice Paolo, “la nostra capacità viene da Dio” (2 Cor 3,5).
E’ con cuore di madre che la donna consacrata vive la maternità spirituale in molteplici forme. Nella sua vita consacrata la donna, secondo le capacità sue proprie, esprime una materna “sollecitudine per gli essere umani, specialmente per i più bisognosi: gli ammalati, i portatori di handicap, gli abbandonati, gli orfani, gli anziani, i bambini, la gioventù, i carcerati e, in genere, gli emarginati. Una donna consacrata ritrova in tal modo lo Sposo, diverso e unico in tutti e in ciascuno, secondo le sue stesse parole:‘Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi (…), l’avete fatto a me’ (Mt 25,40)”. (San Giovanni Paolo II, Mulieris dignitatem, 21).
Una maternità che, come è stato per Maria, viene a noi come dono e dà inizio a qualcosa di nuovo. E’ la risposta di Dio a una gratuità d’amore che egli stesso ha suscitato “per non lasciar mancare a questo mondo un raggio della divina bellezza che illumini il cammino dell’esistenza umana” (Vita Consacrata, 109).


1 Non deve stupire questo modo di procedere che riproduce una situazione realistica e frequente ai tempi di Gesù e anche dopo, fino agli anni 70 circa. La zona collinosa della Galilea era costituita in gran parte di latifondi, acquistati da proprietari stranieri, che li davano in affitto a singoli o anche a gruppi organizzati di affittuari. Questi ultimi, come da contratto, dovevano consegnare una determinata parte del raccolto al padrone, che, vivendo lontano, normalmente inviava suoi fiduciari per l’incasso. Succedeva anche che, approfittando dell’assenza del proprietario, i contadini si ribellassero, rifiutando di onorare il contratto; non solo, ma si poteva giungere addirittura ad atti di violenza nei confronti degli amministratori inviati da signori molto potenti, ma anche molto lontani. Nel racconto di Gesù, visti i fallimenti degli inviati precedenti, il padrone arriva a mandare il proprio figlio, suo erede, confidando nella sua autorità; ma i vignaioli agiscono ancora più malvagiamente, uccidendolo. Anche qui c'è uno sfondo veritiero: secondo il diritto del tempo, un podere, alla morte del proprietario senza eredi, passava nelle mani del primo occupante.

2 Un’espressione che traduce alla lettera il testo greco del noto versetto di Luca: «Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?» (Lc 2,49).




Lettura Patristica
Sant’Ambrogio di Milano
Commento al Vangelo di Luca (In Luc. 9, 23-30.33)


1. Parabola dei vignaioli omicidi

       "Un uomo piantò una vigna" (Lc 20,9). Parecchi deducono diversi significati dal nome della vigna, ma è evidente che Isaia ha ricordato come la vigna del Signore di Sabaoth sia la casa d’Israele (Is 5,7). Chi altro mai, se non Dio, ha creato questa vigna? È dunque Lui che la diede in affitto e partì per andare lontano, non nel senso che il Signore si sia trasferito da un luogo all’altro, dato che Egli è sempre dappertutto, ma perché è più vicino a chi lo ama, ma sta lontano da chi lo trascura. Egli fu assente per lunghe stagioni, per evitare che la riscossione sembrasse prematura. Quanto più longanime la benevolenza, tanto più inescusabile la ostinatezza.

       Per cui, secondo Matteo, giustamente trovi che "la circondò anche di una siepe" (Mt 21,33 Is 5,2), cioè la recinse munendola della protezione divina, affinché non fosse facilmente esposta agli assalti delle belve spirituali.

       E al tempo dei frutti mandò i suoi poveri servi. È giusto che abbia indicato il tempo dei frutti, non il raccolto, infatti dai Giudei non si ebbe alcun frutto, questa vigna non ha dato alcun raccolto, poiché di essa il Signore dice: "Attendevo che producesse uve, ma essa diede spine" (Is 5,2). Perciò i torchi traboccarono non di vino che rallegra, non di mosto spirituale, ma del sangue rosseggiante dei profeti. Del resto Geremia fu gettato in una cisterna (Jr 38,6), di questa specie erano ormai i torchi dei Giudei, pieni non di vino ma di melma. E sebbene, come sembra, questa sia un’allusione generale ai profeti, tuttavia il passo ci permette di pensare che si tratti di quel ben noto Nabot (cf. 1R 21,1-14), il quale fu lapidato: sebbene di lui non ci sia stata tramandata nessuna parola profetica, ci è stata però tramandata la sua storia profetica, poiché preannunziò col proprio sangue che molti sarebbero stati i martiri a favore di questa vigna. E chi è colui che viene colpito al capo? È certamente Isaia, a cui una sega poté più facilmente tagliare in due le membra del corpo che non far vacillare la fede, o sminuir la costanza, o troncare il vigore dell’anima.

       E ciò avvenne perché, quando ormai aveva designato tanti altri estranei, che i Giudei cacciarono senza onore e senza risultati, non essendo riusciti a cavarne nulla, per ultimo mandò anche il Figlio unigenito, e quei perfidi, mossi dalla bramosia di eliminarlo perché era l’erede, l’uccisero (cf. Lc 20,13ss) crocifiggendolo, lo respinsero rinnegandolo.

       Quante cose, e quanto importanti, in così brevi tratti! Anzitutto questo: che la bontà è una dote di natura, e il più delle volte si fida di chi non lo merita; inoltre, che Cristo è venuto come estremo rimedio delle perversità; infine, che chi rinnega l’Erede, dispera del Creatore. E Cristo (He 1,2) è al tempo stesso erede e testatore; erede, perché sopravvive alla propria morte e raccoglie nei progressi che facciamo direi come i frutti ereditari dei testamenti, ch’Egli stesso ha stabilito.

       È però opportuno che faccia domande agli interlocutori, affinché emettano da sé stessi la sentenza della propria condanna. E afferma che alla fine giungerà il padrone della vigna (Lc 20,16), perché nel Figlio è anche presente la maestà del Padre, o anche perché negli ultimi tempi, più da vicino influirà dolcemente sugli affetti umani. Quindi coloro pronunciano contro sé stessi la sentenza, affermando che i cattivi devono andare in rovina e la vigna passare ad altri coloni ("ibid."). Consideriamo allora chi siano i coloni, e che cosa sia la vigna.

       La vigna prefigura noi: il popolo di Dio, stabilito sulla radice della vite eterna (Jn 15,1-6), sovrasta la terra e formando l’ornamento del suolo meschino, ora comincia a far sbocciare fiori splendenti come gemme, ora si riveste dei verdi germogli che l’avvolgono, ora accoglie su di sé un mite giogo (Mt 11,29), quando è ormai cresciuto estendendo i suoi bracci ben cresciuti come tralci di una vite feconda. Il vignaiolo è senza alcun dubbio il Padre (Jn 15,1) onnipotente, la vite è Cristo, e noi siamo i tralci (Jn 15,5): ma se non portiamo frutto in Cristo veniamo recisi (Jn 15,2) dalla falce del coltivatore eterno. Perciò è esatto che il popolo sia chiamato la vigna di Cristo, sia perché sulla sua fronte vien posto come ornamento il segno della croce, sia perché si raccoglie il suo frutto durante l’ultima stagione dell’anno, sia perché allo stesso modo che avviene per tutti i filari della vigna, così nella Chiesa di Dio uguale è la misura, e non vi è alcuna differenza tra poveri e ricchi, tra umili e potenti, tra schiavi e padroni (Col 3,25 Ep 6,8). Come la vite si sposa agli alberi, così il corpo si congiunge all’anima, e anche l’anima al corpo. Come il vigneto sta ritto quand’è legato insieme, e, se viene potato, non s’impoverisce ma diventa più rigoglioso, così la santa plebe quand’è legata è resa libera, quand’è umiliata si innalza, quand’è recisa riceve la corona. E, persino, come il tenero virgulto staccato dall’antico albero viene innestato nella fecondità di una nuova radice, così questo popolo santo, quando ha rimarginato i tagli dell’antico virgulto, si sviluppa perché è tenuto al sicuro dentro quel legno della croce come nel grembo di una madre affettuosa; e lo Spirito Santo, come se discendesse giù nelle buche profonde del terreno, riversandosi nel carcere di questo corpo, lava via il fetidume con la corrente dell’acqua che salva, e solleva le abitudini delle nostre membra all’altezza della disciplina celeste.

       Questa è la vigna che il premuroso vignaiolo è solito zappare aggiogare insieme, potare; egli, sgombrando i pesanti mucchi di terra, ora espone al sole cocente, ora fa intridere alla pioggia le miserie nascoste del nostro corpo, e suole sbarazzare dagli sterpi il terreno coltivabile per evitare che le gemme siano guaste dai rovi, o l’ombra del fogliame lussureggiante sia troppo densa o lo sfoggio infecondo delle parole, aduggiando le virtù, impedisca che la caratteristica della sua natura giunga a maturazione. Ma guardiamoci bene dal temere qualsiasi danno a questa vigna, che il custode sempre desto del Salvatore ha circondato col muro della vita eterna contro tutte le lusinghe della malizia mondana.

       Salve, vigna meritevole di un custode così grande: ti ha consacrato non il sangue del solo Nabot (cf. 1R 21,13) ma quello di innumerevoli profeti, e anzi quello, tanto più prezioso, versato dal Signore. È bensì vero che colui, senza farsi atterrire dalle minacce di un re, non soffocò la costanza con la paura né, allettato da ricchissime ricompense, barattò il suo sentimento religioso ma, opponendosi al desiderio del tiranno, perché l’erba della malva non si seminasse nei suoi orticelli al posto delle viti recise, contenne col proprio sangue, non potendo fare altro, le fiamme preparate per le proprie viti; ma egli difendeva pur sempre una vigna (cf. 1R 21,2) materiale; invece tu per noi sei stata piantata per l’eternità con lo sterminio di tanti martiri, e la croce degli apostoli, emulando la passione del Signore, ti ha diffusa fino ai confini del mondo.