venerdì 28 dicembre 2018

Epifania: un bambino affidato da sua Madre al nostro amore

Riflessioni su tre feste: 
 
- La Santa Famiglia, (30 dicembre 2018)
- Maria, Madre di Dio e Regina della Pace, (1° gennaio 2019)
- Epifania, la manifestazione di un bambino affidato al nostro amore. (6 gennaio 2019)

1) Un famiglia esemplare, perché santa.
Con il Natale l’avvento è diventato un’avventura. Facendosi carne, il Verbo di Dio ha posto la sua dimora in mezzo a noi e noi, come Maria, Giuseppe, i pastori e i Re Magi ci siamo messi sulla strada dell’avventura cristiana, della missione cioè di comunicare ciò che ci è accaduto, ciò che abbiamo incontrato: il Verbo della vita, della pace e della gioia.
Comunicare ciò che ci è accaduto è rendere perciò comunione la nostra presenza, è rendere comunione le presenze in cui ci imbattiamo, rinnovare il miracolo della sua Presenza, rinnovare il suo avvenimento, rinnovare con gli altri l’avvenimento che Egli ha realizzato con noi, con gli altri e con le cose, con tutto: la pace. Dio è la pace ed è in coloro che portano la pace.
L’andare a Betlemme permise ai pastori ed ai Re Magi non solo di incontrare il Figlio di Dio ma di vivere una familiarità con Cristo, entrando in quella precaria casa della santa famiglia. Certo all’inizio sono rimasti sulla soglia di quella povera dimora, dove si trovava la Santa Famiglia, poi sono andati più vicini a Cristo. Io spero che l’abbiamo anche toccato, accarezzato e sono certo che Cristo ha preso dimora in loro. Poi, L’hanno portato nel mondo: il piccolo mondo dei pastori ed il gran mondo dei Re.
I pastori e i Re Magi hanno lasciato la Grotta non tanto perché dovevano ritornare concretamente alla vita quotidiana, banale o grande che sia, ma per continuare da missionari il santo viaggio, in cui chi calcolava le cose non erano più loro. Più o meno coscientemente si erano messi nella mani tese di un bambino, mani di una Altro, “mani” di Dio.
Per aderire a questo fatto, a questa Presenza occorre mettersi in viaggio. Partire da se stessi più che dalla propria casa e dai propri affetti. Radicarsi in Cristo per potere estenderci al mondo, come i rami fioriti di un albero, che più affonda le sue radici nella terra più si eleva nel cielo.
Mettersi in viaggio: perché? Non solo per tornare a casa o alle regge, ma per annunciare che l’incontro con Cristo è una crescita in umanità: il neonato, l’Uomo- Dio non distrugge nulla, non lascia fuori nessuna realtà, consacra tutto, rivela tutto, dà a tutti i sentimenti, a tutte le vocazioni una dimensione infinità, incredibile, imprevedibile, meravigliosa.
A questo riguardo ci è di esempio stupendo, ma semplice e imitabile la Santa Famiglia, che fu una comunità missionaria. In effetti la missione di Gesù Cristo divenne la vocazione missionaria di Maria e di Giuseppe, che misero la loro libertà a disposizione del Figlio. Questi due santi, uniti nel rispetto e nell’amore di una comunione pura e feconda, intrapresero il viaggio della vita con Cristo e per Cristo. Per Lui e con Lui andarono da Nazareth (che vuol dire Giardino) a Betlemme (che vuol dire Città del Pane), da Betlemme in Egitto, dall’Egitto a Nazareth: portarono Cristo sulle strade del mondo e furono i primi collaboratori della Redenzione.
La loro Santa Famiglia era l’Arca dell’Alleanza portata nell’esodo della vita, era ed è “una scuola del Vangelo, dove si impara ad osservare, ad ascoltare, a meditare, a penetrare il significato così profondo e così misterioso di questa manifestazione del Figlio di Dio tanto semplice, umile e bella.” (Paolo VI, Discorso a Nazareth, 5 gennaio 1964), per poi portarlo nel mondo come missionari di pace.

2) Una famiglia non normale come norma.
L’eccezionalità della Santa Famiglia (una madre Vergine, un padre adottivo e un figlio che è Dio) non deve sminuire il fatto che essa è e deve essere sempre più esempio di tutte le famiglie cristiane.
E’ evidente che non è una famiglia normale, ma è giustamente proposta come norma nella concretezza di una coppia che vede la propria vita ribaltata dall'azione di Dio e dal delirio degli uomini, nella loro capacità di mettersi da parte, sul serio, senza ricatti, senza patemi, per mettersi a servizio della missione di pace di Gesù, inserendosi un progetto più grande, quello che Dio ha sul mondo. 

Come ogni mamma, Maria stringe forte a sé il piccolo neonato, che sente il calore e l'odore della sua pelle. 

Nella grotta, Giuseppe, ora, è sereno, perché se è vero che fu testimone oculare di questa nascita, avvenuta in condizioni umanamente umilianti, primo annuncio di quella «spoliazione» (cfr. Fil 2,5-8), è pure vero che fu testimone dell'adorazione dei pastori, giunti sul luogo della nascita di Gesù dopo che l'angelo aveva recato loro questa grande, lieta notizia (cfr. Lc 2,15-16). Più tardi fu anche testimone dell'omaggio dei magi, venuti dall'Oriente (cfr. Mt 2,11). 

L'avventura di far nascere il Figlio di Maria, sua sposa, lontano da casa l'ha duramente provato ma ora, dopo quella tumultuosa notte piena di emozioni e di segni, quando l’Angelo gli apparve per dire di continuare ad accogliere Maria ed il frutto del di lei grembo, il giovane Giuseppe si sente pieno di fiducia per il futuro. Quello che Giuseppe ha visto e udito è grande e lo conforta nel suo compito di essere il custode paterno, a cui è confidata tutta la vita « privata » o « nascosta » di Gesù.
Dopo la lunga e dolorosa permanenza in Egitto, Maria e Giuseppe tornano a Nazareth, dove Gesù cresce. 
Ed è un Gesù adolescente che scappa dai genitori, per discutere con i dottori della Legge. Che tenerezza trovare due genitori in difficoltà con il figlio che nella logica umana diremmo che è in piena crisi adolescenziale, perché contesta l’autorità dei genitori. In realtà, il “ragazzo” Gesù affermava l’autorità del Padre e la sua appartenenza alla Famiglia divina.
Non ci resta che ammirare la fede grande che hanno avuto Giuseppe e Maria per riconoscere nel Bambino, che cresceva in casa e che era identico a tutti i bambini, il Figlio di Dio.
La festa della Santa Famiglia ci spinge a guardare ai cari della nostra famiglia con sguardo di fede e di luce, riconoscendo il Mistero nascosto nelle persone che quotidianamente vivono con noi. Esse ci in-segnano Dio e ci fanno capire che l’eroico è diventato quotidiano, perché il quotidiano diventi eroico.
Sia questa la nostra preghiera non solo di oggi ma di sempre, per noi e le famiglie di tutto il mondo: “O Dio, nostro creatore e Padre, tu hai voluto che il tuo Figlio, generato prima dell'aurora del mondo, divenisse membro dell'umana famiglia; ravviva in noi la venerazione per il dono e il mistero della vita, perché i genitori si sentano partecipi della fecondità del tuo amore, e i figli crescano in sapienza, età e grazia, rendendo lode al tuo santo nome” (Colletta della Domenica 30 dicembre 2012), e portando a tutti gli uomini il lieto annunzio: “È nato per noi un bambino,
un figlio ci è stato donato:
principe della pace sarà il suo nome”.
(Is 9,5).

3) Dio è in coloro che portano la pace: è la pace.
La pace, anche se offesa e aggredita di continuo e forse proprio per questo, è desiderio comune perché la pace è vita. Per questa ragione, credo, Paolo VI volle che la pace fosse celebrata con una Giornata Mondiale. Era il 1° gennaio 1967, giorno che la liturgia dedica alla celebrazione della Madonna come Madre di Dio e madre degli uomini.
La pace, in senso biblico, è il dono messianico per eccellenza, è la salvezza portata da Gesù, è la nostra riconciliazione e pacificazione con Dio. La pace è anche un valore umano da realizzare sul piano sociale e politico, ma affonda le sue radici nel mistero di Cristo (cfr Gaudium et Spes, cap. V), che è «autore della salvezza e principio di unità e di pace» (Lumen Gentium, n. 9). Dunque è evidente che il cristiano debba partecipare agli sforzi della umanità per la pace del mondo.
Il primo modo di essere portatori di pace è il sacrificio, il cui frutto sulla terra è la pace. Dunque cerchiamo di fare dei sacrifici e di educare al sacrificio. Sono sicuro che almeno i miei coetanei e coetanee si ricordano di quanto le nostre mamme o il prete dell’oratorio ci insegnavano a fare per tutti i giorni di avvento un “fioretto”, un piccolo sacrificio (è importante capire che il sacrificio è un fiore) da portare al Bambino Gesù perchè Lui potesse essere più comodo visto che la mangiatoia aveva della paglia rigida, così avremmo alleggerito la sua sofferenza. Le nostre mamme ed il prete , forse in un modo un po’ ingenuo, ci insegnavano che il vero senso della nascita di Dio nel mondo era la pacificazione della terra mediante il sacrificio.
La storia del Bambino di Betlemme è una storia di sacrificio, fino a quello della Croce: sigillo di pace.
La pace realizzata dal sacrificio è la manifestazione (=epifania) evidente di quel progetto di Dio che è la perfetta comunicazione di ciò che egli è: Amore che si dona.

3) Epifania di pace.
Di per sé, l’Epifania celebra tre manifestazioni divine: la manifestazione ai Magi, quella sulle rive del Giordano per il Battesimo di Gesù e quella delle nozze di Cana.
Oggi la manifestazione del Salvatore ai pagani, nella persona dei Magi, prende il sopravvento: essi rappresentano la vocazione nostra alla luce del Vangelo, che loro fissavano fino a far lacrimare gli occhi del cuore, e il trionfo della fede generosa e dicono: “Abbiamo veduto la Sua stella e siamo venuti...”. Lasciando i loro regge e le loro certezze, questi uomini saggi seguirono la “certezza” della stella di Cristo, e poterono arrivare al Bambino che portava l’eterno Amore nel mondo, per sempre. Non solo sono arrivati a Cristo, ma in Cristo.
Quando i Re Magi, pellegrini del Cielo, arrivarono alla grotta presero coscienza che la loro ricerca era finita. Cominciava la loro missione.
Cosa videro di così stupefacente da dare loro una missione nuova?
Un Bambino in braccio alla Madre, che con il suo sì ha messo Dio alla nostra portata: il “velo” dell'umanità impedisce al fulgore infinito e abbagliante della divinità di accecarci. Questa manifestazione di Dio all'umanità è un mistero di misericordia, che umanamente nessuno poteva concepire.
Con l’aiuto della liturgia bizantina continuo dicendo che Videro la Vergine Maria qualerondine spirituale che porta la primavera della carità che deve dissipare l’inverno ateo, la nube luminosa che reca la pioggia spirituale che deve rinfrescare la terra bruciata. Il suo grembo è come un paradiso spirituale in cui cresce il piano divino”.
Videro Gesù la cui: “invisibile natura, nascendo dalla Vergine Figlia di Dio, divenendo simile a noi, si rende visibile per noi. Portato sulle ali dei cherubini, viene ad abitare tra di noi. In un modo che sorpassa ogni immaginazione, il Signore vivificante viene secondo la carne per salvare la nostra razza. Il sole senza tramonto viene da una tenera Vergine per illuminare tutto ciò che si trova sotto il sole”.
Videro Giuseppe quale paterno custode di: “Colui che è fasciato come un bambino, tiene nelle sue mani l’universo”; “È posto in una mangiatoia, ma essa è come il trono incandescente del Verbo che appare sotto la forma di bambino”.
Dopo aver visto, adorato e offerto i doni, questi Re lasciarono la Grotta, ma il loro non fu un semplice ritorno a casa. La Luce, che avevano contemplata, era nel loro cuore e la portarono nel mondo.
Oggi, tramite i cristiani la luce di Betlemme continua a risplendere in tutto il mondo. A quanti l’hanno accolta Sant’Agostino ricorda: “Anche noi, riconoscendo Cristo nostro re e sacerdote morto per noi, lo abbiamo onorato come se avessimo offerto oro, incenso e mirra; ci manca soltanto di testimoniarlo prendendo una via diversa da quella per la quale siamo venuti” (Sermo 202. In Epiphania Domini, 3,4).
Una via di giustizia e di pace perché manifesta la luce di un Dio che ci mostra il suo volto, che ci appare nella mangiatoia di Betlemme. Solo lui può rendere il cuore umano aperto alla pace e operatore di pace.
Naturalmente questo vale in modo particolare per le Vergini consacrate. L’Epifania, celebrazione della manifestazione del Signore, richiama ciascuna di loro a vivere la vocazione, realizzando precisamente l'impegno che hanno assunto in forza della consacrazione. La loro consacrazione di fatto non le mette immediatamente a servizio di alcune opere particolari, ma esige da loro una testimonianza di vita perfetta, esige da loro una testimonianza che le renda, secondo le parole stesse della formula della Consacrazione, rivelatrici del Padre, che “le chiama a stare alla Sua presenza come angeli davanti al Suo volto” (Rituale della Consacrazione delle Vergini, n. 64), come i Re Magi davanti a Gesù, che la Vergine Madre confidò al loro amore.
Che Dio, velato agli occhi degli uomini, si disveli, appaia, manifesti nella santità di vita delle Sue serve consacrate.




Come consigli “pratici” propongo una breve esortazione di San Beda il Venerabile e la preghiera di San Francesco per la pace.

Amiamo il Cristo e osserviamo con perseveranza i suoi comandamenti che abbiamo cominciato a seguire. Più lo ameremo, più ci meriteremo di essere amati dal Padre, ed egli stesso ci accorderà la grazia del suo amore immenso nell’eternità. Ora, ci concede di credere e di sperare; allora noi lo vedremo faccia a faccia e si manifesterà a noi nella gloria che già aveva presso il Padre prima che il mondo fosse.” (San Beda il Venerabile, Omelia 12).



Preghiera per la pace

Signore,
fammi strumento della tua pace:
dov'è odio, ch'io porti amore,
dov'è offesa, ch'io porti il perdono,
dov'è discordia, ch'io porti l'unione,
dov'è dubbio, ch'io porti la fede,
dov'è errore, ch'io porti la verità,
dov'è disperazione, ch'io porti la speranza,
dove sono le tenebre, ch'io porti la luce.
Signore,
fa che io cerchi
di consolare più che di essere consolato,
di comprendere più che di essere compreso,
di amare più che di essere amato,
poiché dando si riceve,
perdonando si è perdonati,
morendo si resuscita a vita nuova.
                                         (S. Francesco)

giovedì 20 dicembre 2018

Dall’avvento all’avventura.

1) Il natale del Precursore.
Nel vangelo di domenica 23 dicembre 2012, ascoltiamo, fra l’altro, la domanda di Elisabetta alla Madonna: “A che devo che la madre del mio Signore venga a me?” (Lc 1,43). E mentre la madre di Gesù, il Salvatore, rispondeva al saluto della madre di Giovanni il Precursore, Giovanni, esultando nel grembo della madre, salutava Gesù: tutti e due non apparivano nella carne, e tutti e due erano fonte di gioia. Cristo era ospite del grembo di Maria, lieta di portare questa presenza, Giovanni era portato dal seno di Elisabetta, lieta di non essere più sterile. Come non applicare al Precursore le parole del profeta Geremia: “Prima di formarti nel grembo, ti conoscevo, prima che uscissi dal ventre, ti avevo santificato; ti ho stabilito profeta delle nazioni(1,5).
In effetti, fin dall'inizio della vita di Gesù c’è il profeta Giovanni Battista, che svolge appunto il ruolo di precursore. Dobbiamo tener presente che Giovanni, in quanto figlio di Zaccaria e di Elisabetta, entrambi di famiglie sacerdotali, non solo è l'ultimo dei profeti, ma rappresenta anche l'intero sacerdozio dell'Antica Alleanza e perciò prepara gli uomini al culto spirituale della Nuova Alleanza, inaugurato da Gesù (cfr Benedetto XVI, L’infanzia di Gesù, pp 27-28). Il natale del Precursore ci invita ad essere gli uni per gli altri segno di grazia e salvezza, in-segnando vale a dire indicando Cristo come l’Eterno fiorito nel tempo, indicando a tutti –come da grande farà il Battista- l’Agnello innocente che toglie i peccati del mondo.
E’ importante, poi, sottolineare che Elisabetta e Maria sono donne contente perché sono diventate madri di santi. La sterile nella sua vecchiaia ha messo al mondo Giovanni il Battista, la Vergine ha partorito Gesù, il cui nome vuole dire: “Dio salva”. Maria è benedetta tra tutte le donne e tutte le donne in lei sono benedette. Con questa benedizione tutte le donne possono essere madri di santi.
Questa vale veramente per tutte le donne sia che siano consacrate nel matrimonio o con il voto di castità.
La verginità e il celibato per il regno di Dio non solo non contraddicono la dignità del matrimonio, ma la presuppongono e la confermano. Il matrimonio e la verginità sono i due modi di esprimere e di vivere l’unico mistero dell’alleanza di Dio con il suo popolo. Quando non si ha stima del matrimonio, non può esistere neppure la verginità consacrata; quando la sessualità umana non è ritenuta un grande valore donato dal Creatore, perde significato il rinunciarvi per il regno dei cieli.
Rendendo libero in modo speciale il cuore dell’uomo, «così da accenderlo maggiormente di carità verso Dio e verso tutti gli uomini», la verginità testimonia che il regno di Dio e la sua giustizia sono quella perla preziosa che va preferita a ogni altro valore sia pure grande, e va anzi cercato come l’unico valore definitivo. È per questo che la chiesa, durante tutta la sua storia, ha sempre difeso la superiorità di questo carisma nei confronti di quello del matrimonio, in ragione del legame del tutto singolare che esso ha con il regno di Dio. Pur avendo rinunciato alla fecondità fisica, la persona vergine diviene spiritualmente feconda, padre e madre di molti, cooperando alla realizzazione della famiglia secondo il disegno di Dio.
Gli sposi cristiani hanno perciò il diritto di aspettarsi dalle persone vergini il buon esempio e la testimonianza della fedeltà alla loro vocazione fino alla morte. Come per gli sposi la fedeltà diventa talvolta difficile ed esige sacrificio, mortificazione e rinnegamento di sé, così può avvenire anche per le persone vergini. La fedeltà di queste, anche nella prova eventuale, deve edificare la fedeltà di quelli. (Cfr Giovanni Paolo II, Familiaris Consortio, nn. 11 e 16).
 
      
2) Il Natale del Salvatore.
La notte tra il 24 ed il 25 dicembre, celebriamo la nascita di Gesù Cristo. E ne siamo profondamente contenti. Non solo perché è la festa del Figlio di Maria, ma è la festa di noi, figli di Maria, ai quali è concesso di incontrare il Figlio di Dio, il Fratello nostro. Se un incontro, ogni vero incontro cambia la vita, quello con Dio la cambia rinnovandola.
Ce ne danno l’esempio i Pastori.
La notte in cui nacque Gesù, l’atteso delle genti, l'angelo apparve ai pastori dell’area di Betlemme e disse: «Non temete, ecco vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia» (Lc 2, 10-12). E quando i pastori arrivarono alla Grotta, si inginocchiarono e adorarono in silenzio il mistero dell’Amore di Dio fatto carne. Questi poveri uomini stettero in silenzio davanti a Dio e misero la loro speranza in Lui. Confidarono nel Signore, cercarono la gioia in Dio loro salvatore, e i desideri del loro cuore furono esauditi (cfr Sal 36 (37), 2-3.7).
Con i canti e le parole angeliche e con la luce splendente nel cielo, Dio non solo invita i pastori ma li attira alla grotta dove il Figlio Gesù è nato. Quella povera gente si mosse e vide qualcosa di meraviglioso: il corpo di un bambino, che irradiava l’Eterna Verità e Bellezza: La verità quando si esprime diventa amore e l’amore quando fiorisce diventa bellezza” (p. Pavel Florenskij).
Noi dovremmo vivere davanti a Dio come i pastori. Nella notte santa, il cielo esultava di gioia, ma quando hanno veduto, Gesù, Figlio di Dio, hanno veduto un bambino in una mangiatoia, deposto in una mangiatoia in una povera grotta. “Tutto il cielo gioiva, ma esultava per questa umiltà senza limiti di un Dio che si era spogliato di tutto per donare tutto agli uomini che Egli amava.
 Rimanere dinanzi al Bambino Gesù ecco quello che io credo sarebbe opportuno per noi, per imparare come si vive, per imparare come si ama. Che il Signore ci doni una umiltà vera, che ci doni l'amore all'umiltà, che il Signore ci faccia comprendere che non c'è altro cammino per giungere a Lui che quello di spogliarci sempre di più di tutto perché Lui solo rimanga per noi”. (Divo Barsotti), il Verbo della Vita, il Verbo che si fa carne, il Verbo che si fa bellezza da contemplare e da vivere.
Il Natale di Cristo, nato poveramente, non è un racconto di cui emozionarsi, è l’annuncio di una presenza scomoda ma lieta. E’ sconvolgente questa “povertà” di Dio ed è pure sconvolgente il fatto che dei pastori, poveri, e dei Re Magi ricchi sono andati ad una grotta e si sono messi in ginocchio davanti a un bambino povero, deposto in una mangiatoia povera.
Cosa li ha spinti a lasciare la tranquillità dell’ovile o della reggia per andare a Betlemme? La loro natura umana? Secondo me no. Fu la grazia che diede loro l’audacia di intraprendere la strada, che era indicata dalla luce degli angeli per i pastori e della stella per i Re Magi.

3) Perché Gesù scelse Betlemme e non Nazareth o Gerusalemme o Roma?
Perché per nascere, per far apparire la bontà di Dio e il suo amore per gli uomini (cfr Tt 3.4), Gesù non solo scelse una città piccola, la più piccola tra le città di Giuda, ma volle nascere in una grotta? La riposta alla seconda domanda è abbastanza facile. Il Vangelo dice: “perché non c'era posto per loro (Giuseppe e Maria) nell'albergo”. Ma credo di non tradire l’insegnamento teologico se scrivo che Gesù sta ancora cercando alloggio nel cuore nostro e dell’intera umanità. Inoltre non va dimenticato che Dio si propone, non si impone, quindi si rivela nell'umiltà, si rivela nella povertà, si rivela nella semplicità della vita. E venne di notte, perché Lui è la Luce che rischiare le tenebre del nostro cuore.
Per rispondere alla domanda “Perché Betlemme?” mi faccio aiutare dal profeta Michea e da San Tommaso d’Aquino.
Nella prima lettura della IV Domenica di Avvento il brano preso dal libro del profeta
 Michea annuncia che il “liberatore” di Israele uscirà da Betlemme ma che “le sue origini sono dall'antichità, dai giorni più remoti”. Dopo che “Dio li metterà in potere altrui”, pur non avendo mai abbandonato il suo popolo, egli interverrà per liberarlo. Ciò avverrà “quando colei che deve partorire partorirà”. Betlemme, piccola e oscura città della Giudea, è il terreno fertile in cui germoglia e si sviluppa l'opera divina. Lo stesso connotato di piccolezza, tanto caro al Figlio di Dio si trasferisce a sua madre, che Lui ha guardato ammirandone l'umiltà, grazie alla quale la Madonna è lieta di essere a servizio di Dio.
Nella Summa Teologica San Tommaso d’Aquino risponde così:
Cristo volle nascere a Betlemme per due ragioni.
Primo, perché egli, come dice S. Paolo, secondo la carne “è nato dalla stirpe di David”; e a David era stata fatta speciale promessa del Cristo, secondo le parole del Libro dei Re: “Così parlò (David) l'uomo a cui fu fatta la promessa del Cristo del Dio di Giacobbe”. Perciò egli volle nascere a Betlemme dov'era nato David, affinché dallo stesso luogo di nascita fosse manifesto l'adempimento della promessa. È quanto vuol dire l'Evangelista quando scrive: “Perché egli era della casa e della famiglia di David”.

Secondo, perché, come nota S. Gregorio, “Betlemme significa casa del pane. E Cristo disse di sé: Io sono il pane vivo, disceso dal cielo.” (San Tommaso d’Aquino, Summa Teologica, III, q. 35, a. 7).

ll grande Santo domenicano prosegue:

David nacque a Betlemme, ma scelse Gerusalemme come sede del suo regno, per costruirvi il tempio di Dio e fare di Gerusalemme una città regale e sacerdotale insieme. Ebbene, il sacerdozio di Cristo e il suo regno furono attuati soprattutto con la sua passione. Ecco perché egli scelse Betlemme come luogo di nascita e Gerusalemme per la sua passione.
In questo modo egli volle anche confondere la gloria degli uomini, i quali si vantano di essere nati in illustri città; e in esse bramano essere particolarmente onorati. Cristo al contrario volle nascere in una città umile ed essere oltraggiato in una città nobile.

Cristo volle fiorire per la santità. della vita, e non per l'origine carnale. Ecco perché volle esser nutrito ed educato nella città di Nazareth. Mentre a Betlemme volle nascere come un forestiero; perché, come dice S. Gregorio, ‘per l'umanità che aveva presa, nacque come in casa d'altri; uniformandosi ad essi non nella potenza, ma nella natura’. Inoltre, come afferma S. Beda, ‘col rendersi bisognoso di un ricetto, preparò a noi molte mansioni nella casa del Padre suo’.

Come si legge in un sermone del Concilio di Efeso, ‘se (Cristo) avesse scelto Roma, la città più potente, si sarebbe potuto pensare che avrebbe cambiato il mondo per il potere dei concittadini. Se fosse stato figlio dell'Imperatore, la sua riuscita sarebbe stata attribuita al potere (imperiale). Ma per mostrare che il mondo sarebbe stato trasformato dalla sua divinità, si scelse una madre povera e una patria ancora più povera’.
Ora, come afferma S. Paolo, ‘Dio ha scelto le cose deboli del mondo per confondere i forti’. Perciò, per manifestare meglio la sua potenza, stabilì a Roma, capitale del mondo, il centro della sua Chiesa, come segno di completa vittoria, affinché di là la fede si diffondesse su tutta la terra, secondo la profezia di Isaia:‘Umilierà la città sublime e la calpesteranno i piedi dei poveri’, cioè dei poveri di Cristo, vale a dire i piedi degli Apostoli Pietro e Paolo.” (Ibid.).
Egli viene. 
E con Lui che viene,
viene la gioia.
Se lo vuoi ti è vicino.
Anche se non lo vuoi ti è vicino.
Ti parla anche se non gli parli.
Se non l’ami, egli ti ama ancora di più.
Se ti perdi, viene a cercarti.
Se non sai camminare, ti porta e ti salva: per questo è nato, per vivere con noi e per noi un’ umana avventura e darci la vita in pienezza.

***

Consiglio per questi giorni la preghiera tratta da un Inno (VII e VIII strofa) di S.Efrem il Siro, uno dei più grandi scrittori cristiani del IV secolo (306 – 373), amico tra l'altro di Ambrogio di Milano. E una preghiera da rileggere con pazienza e da meditare, lasciando che le riflessioni di un grande cristiano di tanti secoli fa susciti nel vostro cuore lo stupore, la gioia, la meraviglia di un Dio che, per venire a confortarci e riaprire i nostri cuori alla speranza, ha fatto quello che ha fatto in Maria e attraverso di Lei.

Signore Gesù Cristo,
tua Madre è causa di stupore:

è entrato in Lei il Signore
 ed è divenuto un servo;

è entrato Colui che è la Parola
 ed è divenuto silenzioso;

è entrato in Lei il tuono che scuote la foresta
 ed è nato nel silenzio della notte;

è entrato il Pastore di tutti 
ed è diventato l'Agnello che toglie il peccato del mondo.


Tua Madre ha stravolto l'ordine delle cose:

il Creatore di tutto è entrato nella sua proprietà,
ma è uscito povero;
l'Altissimo è entrato in Lei
ma è uscito umile;

lo Splendore è entrato in Lei,
ma è uscito rivestito di debole luce.
Il Potente è entrato
 e ha assunto insicurezza e timore;

Colui che nutre ogni cosa è entrato 
e ha provato la fame;

Egli, che tutti disseta,
 è entrato e ha provato la sete;
nudo e spogliato, ecco, viene fuori da lei
 Colui che veste ogni cosa!”


Lettura patristica
Esichio di Gerusalemme
Sermo IV, de sancta Maria Deipara



 Questo giorno di festa che stiamo ora celebrando, supera ogni gloria, in quanto contiene la solennità della Vergine che tutte sovrasta in prestigio; in esso invero ella ha ricevuto lo stesso Verbo Dio, quando egli volle; lui che ella stessa contiene al di là di ogni angustia di spazio.

       A lei, l’arcangelo Gabriele, con ammirazione, disse prima di tutto: "Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te; ecco concepirai e darai alla luce un figlio, e lo chiamerai Emanuele" (Lc 1,28 Lc 1,50).

       Fausto annunzio quello di Gabriele che segnò il repentino inizio di letizia. Mentre, infatti, la prima vergine per la sentenza di condanna finiva nelle angustie inflitte a lei a seguito della trasgressione e da lei derivarono molti gemiti: ogni donna per causa sua, fu costituita nel dolore ed ogni parto, per lei, provava l’afflizione; la seconda vergine, per la denominazione angelica, respinse ogni miseria del sesso femminile, chiuse ogni fonte di tristezza che suole esser compagna delle partorienti, e dissipò ogni nube di disperazione che si addensava sulla donna in parto; e inoltre, fece brillare tra gli oppressi la luce di letizia.

       Ascoltando da Gabriele le parole: "Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te", ella non accolse il saluto con animo tranquillo; anzi, appena ebbe ascoltata quella voce e, per quella voce l’arcangelo Gabriele che le annunciava che avrebbe partorito, rimase turbata nei propri pensieri; era verosimilmente portata a respingere quelle affermazioni di Gabriele, introdottosi inaspettatamente in casa, magari dicendogli: «Tutto ciò oggi in te mi appare strano, e non tiene conto della pubblica opinione. E poi: Con qual diritto hai osato introdurti sconsideratamente da una vergine non sposata e pronunciare parole incredibili? Dici, infatti, che partorirò un figlio senza il seme; hai detto che concepirò senza che siano avvenute le nozze; che il mio grembo darà frutto senza la coabitazione e la convivenza con un uomo. Chi vide mai, chi, esperto sulla fertilità dei campi, ha mai sentito dire che un campo incolto abbia prodotto la spiga, o che un terreno non piantato abbia dato l’uva, il vino senza vite, o il fiume senza la sorgente da cui proviene? Un discorso del genere, sicuramente, nessuno lo ha mai ascoltato dagli inizi dei secoli, né, tanto meno avrà potuto vedere che si sia verificato. Per qual motivo e con quale garanzia per me dovrò prestarti fede?».

       Cosa rispose Gabriele a lei che esitava?

       «Dissi ciò che ho appreso, pronuncio ciò che ho sentito: "Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo. Colui che nascerà da te sarà dunque santo e chiamato Figlio di Dio" (Lc 1,35); come colui dal quale è e al quale tende ogni creatura, come Creatore e Artefice di tutti, come Padre dei secoli, come generatore del tempo, come costruttore di tutti, come più antico dei cieli, come artefice degli angeli e formatore dell’umanità, e di quelli, per finire, che, per altri motivi, sarebbero periti. Oltre questo non posso farti sapere altro. Infatti, non ho, o Vergine, un mandato per dirti con quale diritto su ogni singolo punto: bensì che io sia ministro di quelle cose che rendono fausto per te il mio annuncio.

       Ammira dunque insieme a me il mistero e accogli la buona novella senza dubitare».

       Lei, in verità, rispose: "Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me secondo la tua parola" (Lc 1,38).

       Noi, perciò, informati della natività del Signore dai discorsi dell’arcangelo Gabriele, ci incamminiamo dietro alla sua progenie. Io, come lui e al di là della presente disquisizione, conosco la divina potenza di quel parto e dichiaro: dai Magi abbiamo appreso (cf. Mt 2,1ss), poi siamo stati istruiti a venerare religiosamente quella cosa. Infatti, coloro che cercavano il bambino, con la guida della stella, non dissero a quelli che interrogavano: Come avviene il concepimento divino? Come si spiega un utero senza il seme? Come un parto incorrotto? Come permane vergine la madre dopo il parto? Come soggiace al tempo colui che è prima del tempo? Come fa ad esistere nel tempo chi è prima dei secoli? Come poté l’utero contenere colui che è incontenibile? Come colui che è incorporeo, senza cambiamento, si fece carne? Come Dio Verbo, annientando se stesso nell’utero della Vergine (Ph 2,6 Ph 2,7), da insigne e glorioso fattosi uguale a servo, da quello in modo ineffabile si è incarnato? Come ciò che è perfetto poté farsi bambino? Come poté succhiare il latte colui che nutre? Come colui che copre e abbraccia l’universo, poté essere preso tra le braccia? Come il Padre del secolo venturo si fece bambino? Come fa ad essere in alto e in basso? Come viene avvolto in panni, colui che è l’auriga dei carri dei Cherubini? Come giace in una greppia, colui che è nel seno del Padre? Come è costretto in fasce, colui che conduce i prigionieri con fortezza? (Ps 67,7).
       E molte altre cose che aborrisco riferire.

sabato 15 dicembre 2018

La gioia per un incontro imminente

Sof 3,14-18;Is 12;Fil 4,4-7;Lc 3,10-18
La gioia è la presenza dell’Amato.

V Domenica di Avvento – Rito Ambrosiano
Is 30,18-26b; Sal 145; 2Cor 4,1-6; Gv 3,23-32a
Il Precursore che annuncia la gioia di una Presenza.

1) La gioia non è semplicemente un’emozione, è un’esperienza.
I brani di vangelo proposti dalla liturgia romana e ambrosiana attirano la nostra attenzione su Giovanni il Battista, chiamato anche il Precursore. Questo appellativo indica che Giovanni correva non solo in avanti, che è ovvio, ma davanti a Cristo, per preparargli la strada, appianandola con la carità di una vita e di una predicazione di conversione.
Il Precursore non ha meritato questo “soprannome” perché correva fisicamente, ma perché camminava con passi di amore. Potremmo dire che era un ambasciatore dell’Amore, che insegnava che occorreva andare verso il Messia con passi d’amore purificato, convertito.
La conversione è dire “si” a Dio, come il profeta Sofonia (I lettura) ce lo ricorda, e dire “si” al prossimo (Vangelo odierno). In effetti, alle folle che gli chiedevano: “Che cosa dobbiamo fare?”, Giovanni rispondeva: “Chi ha due tuniche, ne dia una a chi non ne ha; e chi ha da mangiare, faccia lo stesso.
Sofonia ci insegna che l’amore rinnova il cuore (I lettura, 3,18) e la paura lo invecchia. Il Vangelo di oggi ci insegna che l’amore è condivisione e fonte di vita. Anche il salmo ci invita alla gioia: “Gridate lieti ed esultate, abitanti di Sion, perché grande in mezzo a voi è il Santo di Israele”.

Nella seconda lettura l’Apostolo Paolo non è da meno, scrivendo ai cristiani di Filippi insiste sulla gioia: “Ve lo ripeto rallegratevi…”, precisando il perché: “il Signore è vicino”. La gioia implica la scomparsa dell'ansia e dell'inquietudine: “Non angustiatevi di nulla” e se per caso “Avete dei fastidi?... condivideteli con Dio. Nella preghiera fategliene parte”.
La sorgente della gioia è Dio, che guida i nostri passi per condurci dove Lui ci attende. Ma come camminare verso la grande luce di Cristo, che ci è indicate da quella, piccola, di Giovani? La torcia che Giovanni ci indica il Sole che è Cristo (in questo modo i nostri occhi non si bruciano). Restituendo il cuore a Gesù, Luce che dà forza e speranza, anche in mezzo alle situazioni più difficili.
L’importante è abbandonarsi alle braccia divine, che ci sostengono nel nostro cammino. Dio non ci abbandona mai: è l’Emmanuele, il Dio sempre con noi.
Rivolgiamo (=con-vertiamo) il nostro sguardo a Lui. Ammiriamolo sul legno della culla a Betlemme e su quello della croce a Gerusalemme, dove ha definitivamente donato la sua vita perché ci ama. La contemplazione di un amore così grande porterà nei nostri cuori una speranza e una gioia che nulla può abbattere.
Come possiamo essere tristi, se abbiamo incontrato Cristo, che ha dato la vita per noi, per ciascuno di noi? Ma anche se fossimo tristi, non importa. La tristezza è segno che Dio ci manca, anche se non ne siamo consapevoli. La tristezza, che si fa umile domanda, è il prezzo della gioia della risposta. Basta che il nostro cuore gridi: “Vieni, Signore Gesù”, il Figlio di Dio che non si compiace del male (cfr Sal 5,5). Allora faremo esperienza di Dio, che benedice “il giusto: come scudo lo copre la sua benevolenza” (Sal 5,13) ed avremo una serena fiducia, fondata sulla misericordia-fedeltà (in ebraico hésed) di Dio, da una parte, e giustizia-salvezza (in ebraico sedaqáh) dall’altra.
Queste due parole ebraiche sono usate dalla Bibbia per celebrare l’alleanza che unisce per sempre il Signore al suo popolo ed ai singoli fedeli nella gioia. Infatti la gioia di Cristo consiste nel fatto che Lui si degna di gioire di noi e la nostra gioia perfetta consiste nell’essere in comunione con Lui (cfr S. Agostino, Discorso 32): è l’Alleanza nuova ed eterna.

2) La gioia non è solo essere amati, ma amare donando.
La carità nasce da un cuore dilatato dalla gioia e la carità è condividere la gioia, è trasmetterla. Dare una festa, per poter condividere la gioia con gli altri (“rallegratevi con me”) è il modo che il Pastore buono conosce per poter trasmettere la gioia quando trova la pecora che si era perduta, è il modo che il Padre misericordioso usa quando il figlio prodigo torna a casa.
Nell’esempio del buon Pastore e del Padre misericordioso vediamo che l’amore produce gioia, e la gioia è una forma d’amore. Amare significa voler bene e voler bene significa procurare il vero bene alla persona amata, fino al dono lieto e totale di se stessi a e per chi si ama, come ha fatto Gesù a Betlemme e sul Calvario. Come ha fatto la Madonna, che piena di grazia e di gioia (“l’anima mia magnifica il Signore e gioisce il mio spirito in Dio mio salvatore”) ha portato ad Elisabetta non tanto il suoi aiuto materiale, ma la gioia in persona: Cristo. Una gioia tale che anche il piccolo Giovanni, ancora nel grembo della madre anziana, sussultò di letizie, percependo la presenza di Gesù, ancora nel grembo della giovane mamma.
Se Giovanni fu capace di percepire la presenza di Cristo, nonostante l’oscurità del grembo che lo conteneva, e gioì, non potremo noi percepire la presenza di Gesù, nonostante l’oscurità delle nostre difficoltà o del nostro “banale” quotidiano ed essere nella gioia? Certamente. Basta che con la curiosità dei pastori e la preghiera dei Re Magi andiamo a Cristo e davanti a Lui ci mettiamo in ginocchio. Poi come loro offriamo a Cristo il nostro stupore e i nostri semplici doni (per Colui che ha fatto il mondo tutte le cose -oro compreso- sono poca cosa) e Lui di nuovo si donerà a noi completamente e teneramente.
“Le donne consacrate sono chiamate in modo tutto speciale ad essere, attraverso la loro dedizione vissuta in pienezza e con gioia, un segno della tenerezza di Dio verso il genere umano ed una testimonianza particolare del mistero della Chiesa che è vergine, sposa e madre”(Giovanni Paolo II, Esort ap Vita Consecrata, 25 marzo 1996, n. 57).
Questo dono le Vergini consacrate lo ricevono in modo particolare nel Rito della consacrazione e sono chiamate a viverlo in modo sempre più maturo e consapevole. 

Per tale dono “la vergine diventa una persona consacrata, segno sublime dell’amore che la Chiesa porta a Cristo, immagine escatologica della sposa celeste e della vita futura” (Premesse al Rito, 1). “Ricevete l’anello delle mistiche nozze con Cristo e custodite integra la fedeltà al vostro Sposo, perché siate accolte nella gioia del convito eterno” (Rituale di Consacrazione delle Vergini, n. 40).
La modalità abituale è fare memoria di Cristo, nato per noi, nel quotidiano come storia di salvezza e rendere grazie (=fare Eucaristia). “Vivano con lode senza ambire la lode; a Te solo diano gloria nella santità del corpo e nella purezza dello spirito; con amore ti temano, per amore ti servano” (Rituale di Consacrazione delle Vergini, n. 38).
Tutti poi, celibi o sposati, laici o religiosi, siamo chiamati a mettere in pratica le parole di Gesù richiamate da San Paolo negli Atti degli Apostoli: «Si è più beati nel dare che nel ricevere» (At 20,35). Parole che Madre Teresa di Calcutta spiegava così: «La gioia è una rete d’amore per catturare le anime. Dio ama chi dona con gioia. E chi dona con gioia dona di più». E il Servo di Dio Paolo VI scriveva: «In Dio stesso tutto è gioia poiché tutto è dono» (Esort. Ap. Gaudete in Domino, 9 maggio 1975).
Quindi con gioia prepariamoci ad accogliere Cristo, che riporta nel mondo il Dono di Dio, l’infinito amore fedele e misericordioso, giusto e salvifico.



Per prepararsi bene a Cristo, Perdono di Dio, che viene a Natale, consiglio per questa domenica le seguente preghiera di S. Tommaso Moro:

Signore,
dammi una buona digestione
ed anche qualcosa da digerire.
Donami la salute del corpo
col buonumore necessario a mantenerla.
E donami, Signore, un'anima santa
che faccia tesoro
di quello che è buono e puro,
affinché non si spaventi
alla vista del male,
ma trovi, alla tua presenza,
la via per rimettere le cose a posto.
Donami un'anima che non conosca
la noia, i brontolii, i sospiri e i lamenti;
e non permettere che io mi affligga eccessivamente
per quella cosa troppo invadente
che si chiama "io".
Signore,
dammi il senso del ridicolo
e concedimi la grazia di comprendere gli scherzi,
affinché conosca nella vita
un po' di gioia e possa farne partecipi anche gli altri. Amen”




San Tommaso Moro, Martire (7 febbraio 1477 - 6 luglio 1535)
Marito e padre esemplare, uomo politico, grande umanista cristiano ha coniato il termine «utopia» (parola composta da ou = non e topos = luogo), indicando un'immaginaria isola dotata di una società ideale, di cui descrisse il sistema politico nella sua opera più famosa, «L'Utopia», del 1516. È ricordato soprattutto per il suo rifiuto alla rivendicazione dal Re Enrico VIII di farsi capo supremo della Chiesa d'Inghilterra, una decisione che mise fine alla sua carriera politica conducendolo alla pena capitale con l'accusa di tradimento.
S. Tommaso Moro preferì essere condannato a morte da Enrico VIII, piuttosto di tradire la propria coscienza.
L’armonia fra il naturale e il soprannaturale costituisce forse l'elemento che più di ogni altro definisce la personalità di questo grande Statista inglese: egli visse la sua intensa vita pubblica con umiltà semplice, contrassegnata dal celebre "buon umore", anche nell'imminenza della morte.
 Spinto dalla sua passione per la verità, mostrò anche con l’accettazione della sua condanna a morte che non si può separare l’uomo da Dio, né la politica dalla morale.
La testimonianza di san Tommaso Moro, ucciso mediante decapitazione, illustra con chiarezza una verità fondamentale dell’etica politica: la difesa della libertà della Chiesa da indebite ingerenze dello Stato è allo stesso tempo difesa, in nome del primato della coscienza, della libertà della persona nei confronti del potere politico.
Il 31 ottobre 2000, il B. Papa Giovanni Paolo II lo proclamò Patrono dei Governanti e dei Politici.


Lettura patristica
San
Gregorio Magno (ca 540 – 604)
Hom., 20, 1-7


Il Battista

       Il precursore del nostro Redentore viene presentato attraverso l’indicazione delle autorità che governavano Roma e la Giudea al tempo della sua predicazione, con le parole: "
Nel quindicesimo anno dell’impero di Tiberio Cesare, essendo procuratore della Giudea Pilato, tetrarca della Galilea Erode, Filippo suo fratello tetrarca dell’Iturea e della Traconitide e Lisania tetrarca dell’Abilene, mentr’erano principi dei sacerdoti Anna e Caifa, la Parola di Dio si manifestò a Giovanni, figlio di Zaccaria, nel deserto" (Lc 3,1s). Poiché, infatti, Giovanni veniva ad annunziare colui che doveva redimere alcuni Giudei e molti Gentili, i tempi vengono indicati menzionando il re dei Gentili e i principi dei Giudei. Poiché poi i Gentili dovevano venir raccolti e i Giudei stavano per essere dispersi a causa della loro perfidia, nella descrizione dei principati, la repubblica romana è tutta assegnata a un solo capo e nel regno della Giudea viene sottolineata la divisione in quattro parti. Il nostro Redentore infatti dice: "Ogni regno diviso in se stesso, andrà in rovina" (Lc 11,17). È chiaro allora che la Giudea, divisa tra tanti re, era giunta alla fine del regno. E proprio opportunamente vien notato non solo chi fossero a quel tempo i re, ma anche chi fossero i sacerdoti, perché Giovanni Battista avrebbe annunziato colui che sarebbe stato allo stesso tempo e re e sacerdote.

       "
E si recò per tutta la regione del Giordano, predicando un battesimo di penitenza per il perdono dei peccati" (Lc 3,3). Chi legge comprende che Giovanni non solo predicò ma diede anche ad alcuni il battesimo di penitenza, ma tuttavia non poté dare il suo battesimo in remissione dei peccati. La remissione dei peccati, infatti, avviene solo nel Battesimo di Cristo. Bisogna osservare che vien detto: "Predicando un battesimo di penitenza per il perdono dei peccati", predicava cioè un battesimo che perdonasse i peccati, perché non lo poteva dare. Come annunziava con la parola il Verbo del Padre che si era incarnato, così nel suo battesimo che non poteva perdonare i peccati, anticipava il Battesimo di penitenza, che avrebbe liberato dai peccati. La sua predicazione anticipava la presenza del Redentore, il suo battesimo era ombra del vero Battesimo di Cristo.

       "
Com’è scritto nel libro d’Isaia: Voce di colui che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri" (Is 40,3). Lo stesso Battista, interrogato chi egli fosse, rispose: "Io sono la voce di colui che grida nel deserto" (Jn 1,23). È detto voce, perché annunzia il Verbo. Quello poi che diceva sta nelle parole: "Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri". Chiunque annunzia la fede vera e predica le opere buone che altro fa se non preparare i cuori di chi lo ascolta al Signore che viene? Perché la forza della grazia penetri, la luce della verità illumini, raddrizzi le vie innanzi al Signore, mentre il sermone della buona predicazione forma buoni pensieri nell’animo.

       "
Ogni valle sarà riempita e ogni colle e monte sarà abbassato". Che cosa s’intende qui per valli se non gli umili, che cosa per monti e colli se non i superbi? Alla venuta del Salvatore le valli saranno riempite, i colli e i monti saranno abbassati, perché com’egli stesso dice: "Chiunque si esalta sarà umiliato e chiunque si umilia sarà esaltato" (Lc 14,11). Infatti, la valle riempita s’alza, il monte e il colle umiliato, s’abbassa, perché nella fede del Mediatore tra Dio e gli uomini Cristo Gesù, la gentilità ricevette la pienezza della grazia e la Giudea per la sua perfidia perdette ciò di cui s’inorgogliva. Ogni valle sarà riempita, perché i cuori degli umili saranno riempiti dalla grazia delle virtù…

       Il popolo, poiché vedeva Giovanni Battista fornito di meravigliosa santità, lo riteneva un monte singolarmente alto e solido... Ma se lo stesso Giovanni non si fosse ritenuto una valle, non sarebbe stato riempito dello spirito della grazia. Egli infatti disse di sé: "
Viene uno più forte di me; non son degno di sciogliere i legacci dei suoi calzari" (Mc 1,7). Ed anche: "Chi ha la sposa è lo sposo, l’amico dello sposo sta lì a sentirlo e gode a sentir la voce dello sposo. Questa mia gioia è piena. Lui deve crescere, io devo essere diminuito" (Jn 3,29-30). Infatti, essendo stato ritenuto, a motivo della sua eccezionale virtù, d’essere il Cristo, non solo disse di non esserlo, ma disse addirittura ch’egli non era degno di sciogliere i lacci dei suoi calzari, di frugare, cioè, nel mistero della sua incarnazione. Credevano che la Chiesa fosse sua sposa; ma egli li corresse: "Chi ha la sposa è lo sposo". Io non sono lo sposo, ma l’amico dello sposo. E diceva di godere non della propria voce, ma di quella dello sposo, perché si rallegrava non di essere umilmente ascoltato dal popolo, quanto perché sentiva dentro di sé la voce della verità, ch’egli annunziava. Dice che la sua gioia era piena, perché colui che gode della sua propria voce, non ha gioia piena, e aggiunge: "Lui deve crescere, io devo essere diminuito".

       Bisogna ora chiedersi in che cosa è cresciuto il Cristo e in che cosa è stato diminuito Giovanni, ed è che il popolo vedendo l’astinenza e la solitudine di Giovanni, lo credeva il Cristo, vedendo invece il Cristo che mangiava coi pubblicani e peccatori, credeva che non fosse il Cristo, ma un profeta. Ma con l’andar del tempo, quando il Cristo, ch’era ritenuto un profeta fu riconosciuto come il Cristo e Giovanni, che era ritenuto di essere il Cristo, fu riconosciuto come un profeta, allora si avverò ciò che il precursore aveva detto del Cristo: "
Lui deve crescere, io devo essere diminuito... E le vie storte saranno raddrizzate e le aspre appianate". Le vie storte si raddrizzano, quando i cuori dei malvagi, storpiati dall’ingiustizia, vengono allineati con la giustizia (Is 40,4). E le vie aspre vengono appianate, quando le menti iraconde tornano, per opera della grazia, alla serenità della mansuetudine. Quando, infatti, la mente iraconda respinge la parola di verità, è come se l’asprezza del cammino impedisse il passo del viandante. Ma quando l’anima iraconda, attraverso la grazia ricevuta, accoglie la parola della correzione, allora il predicatore trova la via piana, laddove non osava muovere il piede.

       "
E ogni uomo vedrà la salvezza di Dio". Ma non tutti gli uomini hanno potuto vedere Cristo, salvezza di Dio, in questa vita. Dove allora appunta lo sguardo il profeta, se non all’ultimo giorno del giudizio? Quando, aperti i cieli, tra gli angeli e gli apostoli, in un trono di maestà, apparirà il Cristo e tutti, eletti e dannati, lo vedranno, perché i giusti abbiano un premio senza fine e i dannati gemano nell’eternità del supplizio.