venerdì 30 ottobre 2015

I Santi: gli amici di Dio

Festa di Tutti i Santi - Domenica XXXI del Tempo Ordinario – Anno B – 1 novembre 2015
Rito Romano
Ap 7,2-4.9-14; Sal 23; 1 Gv 3,1-3; Mt 5,1-12a

Rito Ambrosiano
Is 56,3-7; Sal 23; Ef 2,11-22; Lc 14,1a.15-24
II Domenica dopo Dedicazione del Duomo di Milano.

1) Concittadini e famigliari del cielo.
La liturgia, che il 1° novembre celebra la Solennità di Tutti i Santi1 e che il 2 novembre ricorda tutti morti, ci fa venerare la memoria2 dei santi non solamente averli modelli esemplari o protettori soccorrevoli, ma per farci vivere in loro compagnia, mediante una famigliarità che si fa preghiera e che consolida l’unione di tutta la Chiesa nello Spirito Santo, mediante l’esercizio della carità fraterna. Per aiutare a capire e vivere sempre di più la preghiera di lode a Dio per i Santi e la carità per i defunti propongo quindi alcune riflessioni sulla comunione dei santi e sulla vita eterna.
a- Credere e vivere la comunione dei santi3, vuol dire credere e vivere la misteriosa ma reale vita in comune che noi condividiamo coi santi: la vita di Cristo in noi è la stessa vita che è in loro. Come la comunione tra di noi che siamo in cammino su questa Terra ci porta più vicino a Cristo, così la comunione con i santi ci unisce a Cristo, dal quale, come dalla fonte e dal capo, viene tutta la grazia e tutta la vita dello stesso popolo di Dio. Niente è più bello di questa condivisione operata in noi e nei santi dallo Spirito Santo. Grazie a questo amore di condivisione possiamo vivere nella Comunione dei Santi che s’inizia in casa, in fabbrica, in ufficio, nei campi, ovunque una persona umana col suo lavoro esegue il disegno della divina carità condividendo la vita quotidiana. L'amore che trafigge le nostre opere di vita provvisoria e le trasforma in opere di vita eterna. La Comunione dei Santi è una comunione di amore, che affratella soprattutto nella preghiera tutti i fedeli di Cristo: quelli che sono pellegrini su questa Terra, quelli che, defunti, compiono la loro purificazione, e quelli che sono felici in cielo. Tutti insieme formiamo una sola Chiesa: Una comunità immensa di fratelli e sorelle che nel Fratello dicono Padre Nostro (Cfr. Clemente Rebora).
b- Credere e vivere la vita eterna per noi cristiani non vuol dire credere solamente in una vita che dura per sempre, ma anche in una nuova qualità di esistenza, pienamente immersa nell’amore di Dio, che libera dal male e dalla morte e ci pone in comunione senza fine con tutti i fratelli e le sorelle che partecipano dello stesso Amore. L’eternità, pertanto, può essere già presente al centro della vita terrena e temporale, quando l’anima, mediante la grazia, è congiunta a Dio, suo ultimo fondamento. “Tutto passa: solo Dio non muta” (Santa Teresa d’Avila). Dice un Salmo: “Vengono meno la mia carne e il mio cuore; ma la roccia del mio cuore è Dio, è Dio la mia sorte per sempre” (Sal 72/73, 26). Tutti i cristiani, chiamati alla santità, sono uomini e donne che vivono saldamente ancorati a questa “Roccia”. Hanno i piedi sulla terra, ma il cuore già nel Cielo, definitiva dimora degli amici di Dio.


2) Nostalgia del Cielo e Comunione felice.
Mentre auguro che queste due feste liturgiche risveglino in noi una nostalgia del Cielo, vorrei invitare a coltivare non solo il desiderio della compagnia dei Santi, ma anche la preghiera perché Cristo, nostra vita, si mostri anche a noi come si è mostrato ai Santi e ci faccia essere sempre più radicati in Lui. In questa comunione felice dei santi è quanto mai utile e necessaria la preghiera che raccomanda alla misericordia di Dio i defunti che in Lui sono vivi, che ci hanno preceduto e che ci attendono. Essa è garanzia di consolazione, come ci ricorda Sant’Agostino, che scrive: “Una lacrima per i defunti evapora, un fiore sulla tomba appassisce, una preghiera, invece, arriva fino al cuore dell’Altissimo”, che redime con il dono del Figlio in Croce. Per questo abbiamo la certezza che “nessuno andrà perduto”: l’amore di Cristo per noi Gli ha trafitto le mani e ci ha “inchiodati” eternamente a Cristo. Quelle piaghe sono ora gloriose, e riempiono di speranza ogni frammento della nostra vita che, in Lui, è ancorata per l’eternità. A questo riguardo Papa Francesco ha ricordato che i primi cristiani rappresentavano la speranza con un’ancora,come se la vita fosse l’ancora gettata nella riva del Cielo e tutti noi incamminati verso quella riva, siamo aggrappati alla corda dell’ancora … è una bella immagine, questa speranza. Avere il cuore ancorato là dove sono i nostri cari, parenti e amici: dove sono i nostri antenati, dove sono i santi, dove è Gesù. Dove è Dio. Questa è la speranza: questa è la speranza che non delude. E’ una speranza sicura che viene dalla fede la quale ci assicura che niente va perduto in Cielo, dove ci sarà il ricongiungimento con nostro padre, nostra madre, i nostri fratelli e sorelle e tutti gli amici.
In effetti, l’amore più forte della morte è la garanzia che ci sarà il ricongiungimento tanto desiderato. Il cuore appassionato di Cristo è la nostra “dimora stabile e definitiva”, dove ci ritroveremo per sempre uniti nell’Amore, per l’Amore e dall’Amore. Per questo il 2 novembre “commemoriamo” i nostri fratelli defunti: facciamo memoria “con loro” dello stesso amore che ci ha raggiunti e uniti nella grande famiglia di Dio. La liturgia non fa tanto memoria della morte, quanto della risurrezione. La liturgia parla di lacrime asciugate dalla mano di Dio. La preghiera liturgica per i defunti ci fa chiedere: “ammettili a godere la luce del tuo volto”. Ecco un verbo umile e forte, disarmato ed umano: godere. L’Eternità fiorisce nella gioia di un amore goduto per sempre perché niente ci può separare da esso, come ci insegna l’Apostolo Paolo: “Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Né angeli né demoni, né vita né morte, nulla ci potrà mai separare dall’amore” (Rm 8,35­37). Preghiamo allora con tutta la Chiesa, che nella Colletta della Messa ci fa chiedere: “Ascolta, o Dio, la preghiera che la comunità dei credenti innalza a te nella fede del Signore risorto, e conferma in noi la beata speranza che insieme ai nostri fratelli defunti risorgeremo in Cristo a vita nuova. Amen”.
Questo propongo per invitare a vivere la festa dei santi e la commemorazione dei defunti secondo l’autentico spirito cristiano, cioè nella luce che proviene dal Mistero pasquale. Cristo è morto e risorto e ci ha aperto il passaggio alla casa del Padre, il Regno della vita e della pace. Chi segue Gesù in questa vita è accolto là, dove Lui ci ha preceduto e ci attende.


3) Via di santità.
Concludo queste riflessioni con alcuni pensieri sulla santità, perché questo è il tema unificante dei due giorni che siamo chiamati a vivere come membri della Comunione dei Santi.
La santità, lo sappiamo bene, è per tutti, come ci insegna la Bibbia già nell’Antico Testamento: “Siate santi, perché io, il Signore, Dio vostro, sono santo” (Lv 19,2). E nel Nuovo Testamento San Paolo scriverà: “Questa è la volontà di Dio che siate santi” (1 Ts. 4,3) seguendo in ciò Cristo che nel discorso della Montagna aveva detto: “Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste” (Mt 5, 48).
In che cosa consiste questa perfezione, questa santità di Dio? Consiste nella pienezza dell’Amore che è Dio. Santo è chi crede all’amore e ha fiducia in Gesù, che ha rivelato la misericordia di Dio. Misericordia gratuitamente offerta e continuamente offerta e offerta a tutti.
La santità non è qualcosa cosa che interessa solo alcuni che hanno doti particolare “La santità non è qualcosa di straordinario, non è per pochi eletti. La santità è per ciascuno di noi un dovere semplice”(Madre Teresa di Calcutta). I santi sono i salvati, sono coloro che hanno risposto con amore all’Amore, fino a dare la vita per il Signore.
Oltre al martirio, il modo più alto di donare la vita al Signore è quello della virginità. Le donne, che consacrano la loro verginità per il Regno di Dio4 restando nel mondo, mostrano che il dono di se stesse e di tutta la loro esistenza è possibile ogni giorno, nell’umiltà della vita quotidiana orientata costantemente a Dio amato sopra ogni cosa, nelle gioie e nelle sofferenze.
Le qualità che fanno da ornamento a questa vita sono: la virginità consacrata e spiritualmente feconda, la carità appassionata, modestia riservata, dolcezza discreta, l’umiltà mariana: in breve: la sapienza del cuore. Per questo nel giorno della loro consacrazione la Chiesa chiede per queste donne che “Contemplino sempre il divino Maestro e al suo esempio conformino la loro vita. Risplenda in loro una perfetta castità, un'obbedienza generosa, una povertà vissuta con letizia evangelica. Ti piacciano per l'umiltà, o Padre, ti servano docilmente, aderiscano a te con tutto il cuore. Siano pazienti nelle prove, saldi nella fede, lieti nella speranza, operosi nell’amore. La loro vita a te consacrata edifichi la Chiesa, promuova la salvezza del mondo e appaia come segno luminoso dei beni futuri” (RCV n. 8).
1  Già nel 4° secolo, la Chiesa celebrava la memoria di tutti i cristiani martiri della fede il 13 maggio. Nel 615 Papa Bonifacio IV ufficializzò questa celebrazione istituendo la “Festa di Tutti i Martiri” per commemorare la dedicazione del Pantheon, un antico tempio romano trasformato in Chiesa cristiana dedicata alla Beata Vergine Maria e a tutti i martiri. Questo tempio dedicato a tutti gli dei (Pantheon) fu così convertito per celebrare la memoria dei Martiri, cioè di coloro che “vengono dalla grande tribolazione e hanno lavato le loro vesti, rendendole candide nel sangue dell’Agnello” (Ap 7,14). Successivamente, la celebrazione di tutti i martiri è stata estesa a tutti i santi. Infatti, nel corso dell’8° secolo, per iniziativa dei Vescovi franchi, la festa di Tutti i Martiri prese il nome di Festa di Ognissanti e fu spostata all’1 novembre.

2  Molto più di un semplice ricordo, la memoria è un’intimità che supera tempo e spazio, il “memoriale” che nella Scrittura giunge a diventare “il presente del passato” (S. Agostino).

3  Il Catechismo della Chiesa Cattolica afferma al n. 960 che “l’espressione comunione dei santi indica prima di tutto le “cose sante” [“sancta”], e innanzi tutto l’Eucaristia con la quale viene rappresentata e prodotta l’unità dei fedeli, che costituiscono un solo corpo in Cristo. E al n. 961 ricorda che comunione dei santi designa anche la comunione delle “persone sante” [“sancti”] nel Cristo che è “morto per tutti”, in modo che quanto ognuno fa o soffre in e per Cristo porta frutto per tutti.


4  La consacrazione è il dono totale di se stessi a Dio, non solo al fine di realizzare la propria vocazione ma per il bene di tutti, perché anche gli altri giungano alla vittoria finale, al Regno di Dio.



                                              Lettura Patristica
San Bernardo di Chiaravalle
Discorso 2 per la Festa di Tutti i Santi
Opera omnia,
ed. Cisterc. 5 [1968] 364-368.


A che serve dunque la nostra lode ai santi, a che il nostro tributo di gloria, a che questa stessa nostra solennità? Perché ad essi gli onori di questa stessa terra quando, secondo la promessa del Figlio, il Padre celeste li onora? A che dunque i nostri encomi per essi? I santi non hanno bisogno dei nostri onori e nulla viene a loro dal nostro culto. E’ chiaro che, quando ne veneriamo la memoria, facciamo i nostri interessi, non i loro. Per parte mia devo confessare che, quando penso ai santi, mi sento ardere da grandi desideri. Il primo desiderio, che la memoria dei santi o suscita o stimola maggiormente in noi, é quello di godere della loro tanto dolce compagnia e di meritare di essere concittadini e familiari degli spiriti beati, di trovarci insieme all’assemblea dei patriarchi, alle schiere dei profeti, al senato degli apostoli, agli eserciti numerosi dei martiri, alla comunità dei confessori, ai cori delle vergini, di essere insomma riuniti e felici nella comunione di tutti i santi.
Ci attende la primitiva comunità dei cristiani, e noi ce ne disinteresseremo? I santi desiderano di averci con loro e noi e ce ne mostreremo indifferenti? I giusti ci aspettano, e noi non ce ne prenderemo cura? No, fratelli, destiamoci dalla nostra deplorevole apatia. Risorgiamo con Cristo, ricerchiamo le cose di lassù, quelle gustiamo. Sentiamo il desiderio di coloro che ci desiderano, affrettiamoci verso coloro che ci aspettano, anticipano con i voti dell’anima la condizione di coloro che ci attendono. Non soltanto dobbiamo desiderare la compagnia dei santi, ma anche di possederne la felicità. Mentre dunque bramiamo di stare insieme a loro, stimoliamo nel nostro cuore l’aspirazione più intensa a condividerne la gloria. Questa bramosia non é certo disdicevole, perché una tale fame di gloria é tutt’altro che pericolosa. Vi é un secondo desiderio che viene suscitato in noi dalla commemorazione dei santi, ed é quello che Cristo, nostra vita, si mostri anche a noi come a loro, e noi pure facciamo con lui la nostra apparizione nella gloria. Frattanto il nostro capo si presenta a noi non come é ora in cielo, ma nella forma che ha voluto assumere per noi qui in terra. Lo vediamo quindi non coronato di gloria, ma circondato dalle spine dei nostri peccati. Si vergogni perciò ogni membro di far sfoggio di ricercatezza sotto un capo coronato di spine. Comprenda che le sue eleganze non gli fanno onore, ma lo espongono al ridicolo. Giungerà il momento della venuta di Cristo, quando non si annunzierà più la sua morte. Allora sapremo che anche noi siamo morti e che la nostra vita é nascosta con lui in Dio. Allora Cristo apparirà come capo glorioso e con lui brilleranno le membra glorificate. Allora trasformerà il nostri corpo umiliato, rendendolo simile alla gloria del capo, che é lui stesso.
Nutriamo dunque liberamente la brama della gloria. Ne abbiamo ogni diritto. Ma perché la speranza di una felicità così incomparabile abbia a diventare realtà, ci é necessario il soccorso dei santi. Sollecitiamolo premurosamente. Così, per loro intercessione, arriveremo là dove da soli non potremmo mai pensare di giungere

Godete e rallegratevi, perché grande è la vostro ricompensa nei cieli.
La beatitudine, consiste nel raggiungimento di ciò che colma e fa felice definitivamente il cuore dell’uomo. È la felicita che hanno conseguito i santi, che oggi celebriamo riuniti in un’unica festa. È una schiera che nessuno può numerare e che hanno lavato le loro vesti nel sangue dell’ Agnello, hanno cioè sperimentato in vita e in morte l’infinita misericordia di divina e vivono, anche per le loro virtù, nella beatitudine eterna. Una beatitudine a cui ogni fedele aspira nella speranza che lo stesso Cristo ci infonde. Il Cristo annuncia una felicità che non è nell’ordine dei valori terreni, ma è in vista del Regno, proclamato da lui, e, pur cominciando già su questa terra per coloro che accolgono Cristo e le sue esigenze, sarà definitiva solo nell’eternità. La Chiesa, formata da tutti i santi, ci invita oggi a guardare al futuro e al premio che Dio ha riservato a coloro che lo seguono nel difficile cammino della perfezione evangelica. Tutti vorremmo che, dopo la nostra morte, questo giorno fosse anche la nostra festa. Gesù ci invita a godere e rallegrarci già durante il percorso in vista dell’approdo finale. La santità quindi non è la meta di pochi privilegiati, ma l’aspirazione continua e costante di ogni credente, nella ferma convinzione che questa è innanzi tutto un progetto divino che nessuno esclude e che ci è stata confermata a prezzo del sacrificio di Cristo, che ha dato la vita per la nostra salvezza, quindi per la nostra santità. Non conseguire la meta allora significherebbe rendersi responsabile di quel grande peccato, che nessuno speriamo commetta, di vanificare l’opera redentiva del salvatore. Sant’Agostino, mosso da santa invidia soleva ripetersi: “Se tanti e tante perché non io?”

venerdì 23 ottobre 2015

La Fede e la sua luce.

Domenica XXX del Tempo Ordinario – Anno B – 25 ottobre 2015
Rito Romano
Ger 31,7-9; Sal 125; Eb 5,1-6; Mc 10,46-52

Rito Ambrosiano
At 8,26-39; Sal 65; 1Tm 2,1-5; Mc 16,14b-20
Prima Domenica dopo Dedicazione del Duomo di Milano.


1) Cuore e occhi aperti alla luce.
Per rivelare che Gesù è la luce, il Vangelo di questa domenica ci parla del Messia che guarisce un cieco. Il Cristo illumina tutte le oscurità della vita e permette non solo al cieco guarito ma a tutti noi di vivere da “figli della luce”, di vedere la luce della Verità.
Quali sono state (e lo sono anche oggi) le condizioni perché questo miracolo accadesse? La preghiera (“Gesù, abbi pietà di me” – Mc 10, 47) e la fede (“Va, la tua fede ti ha salvato” – Mc 10, 52), tutte e due sono espressioni della libertà. La libertà del cieco che “sente” la presenza del Salvatore e intuisce che vale la pena di aderire alla Verità dell’amore di Cristo. che si ferma quando sente il grido del cieco Bartimeo. La libertà di Gesù che “libera” la sua commozione. Il grido di pietà urlato dal cieco ferma Gesù che passa per strada e compie il miracolo implorato.
Mettiamo davanti agli occhi del cuore la scena evangelica. Bartimeo, uomo povero e cieco, è raggomitolato al lato della strada, vergognoso di mendicare per vivere. E’ seduto, si è fermato come fa chi cede a causa delle ondate della vita. Ma nel villaggio dove questo mendicante chiedeva la carità, un bel giorno, improvvisamente, passa Gesù, che è la carità fatta carne. Questo cieco sente il rumore della gente che circonda il Messia, avverte una Presenza sanante e intuisce che può riprendere il cammino della vita nella luce. Allora Bartimeo si affretta (letteralmente fa un balzo) verso Gesù e Lo prega gridando: “Abbi pietà di me!”(l’invocazione “Signore pietà” –“Kyrie eleison” della Messa trova qui la sua origine). Alcuni lo sgridano e gli dicono di stare calmo, ma lui grida di più, prega ancora più forte: “Figlio di Davide, abbi pietà di me!”. 
Non chiede qualcosa, chiede la pietà di Dio sulla sua vita. Anche noi affrettiamoci verso Cristo e, come il cieco, ciascuno di noi implori: “Abbi pietà di me, Figlio di Davide, e apri gli occhi della mia anima, perché io veda la Luce del mondo che sei tu, o Dio mio (cfr. Gv 8,12), e diventi anch’io figlio di quella luce divina (cfr. Gv 12,36). O clemente, manda il Consolatore anche su di me, affinché lui stesso mi insegni (cfr. Gv 14,26) ciò che riguarda te e ciò che è tuo, o Dio dell’universo. Dimora anche in me, come hai detto, perché io diventi a mia volta degno di dimorare in te (cfr. Gv 15,4).”(Simeone il Nuovo Teologo - Etica – nato nel 949 –morto nel1022).
Corriamo da Gesù e otterremo la vista del cuore e della mente. Avviciniamoci e dopo aver ottenuto da Cristo la vista, saremo anche irradiati dallo splendore della sua luce. Più ci avvicineremo al Messia, esponendoci più da vicino allo splendore della sua luce, più magnificamente e splendidamente si irradierà il suo fulgore, come rivela Dio stesso per mezzo del profeta: Avvicinatevi a me e io mi avvicinerò a voi, dice il Signore (Zac 1, 3); e dice ancora: Io sono un Dio vicino e non un Dio lontano (Ger 23, 23). 
Non è però che tutti andiamo a Lui nella stessa maniera, ma ciascuno va a Lui secondo le proprie capacità e possibilità (cfr. Mt 25, 15). 
L’importante è andare da Lui come ci è possibile. A Lui ciò basta per salvarci. Facciamo nostra la preghiera del Salmo: “Rialzaci, fa’ splendere il tuo volto e noi saremo salvi” (Sal 79,20). 
L’importante è essere lungo la strada dove passa Gesù Nazareno. E’ la via dell’amore che porta a Gerusalemme, dove si consumerà la Pasqua di passione e resurrezione, alla quale il Redentore va incontro per noi. E’ la strada del suo ritorno alla Casa del Padre, del suo esodo che è anche il nostro: l’unica via di riconciliazione che conduce al Cielo, “Terra” di giustizia e di amore, di pace e di luce. Dio è luce e creatore della luce. Noi esseri umani siamo figli della luce, fatti per vedere la luce, che non vediamo perché accecati dal nostro peccato e dalla nostra mancanza di fede. Se siamo realisti non ci resta che mendicare e allora, il Signore Gesù, che mendica la nostra fede e il nostro amore, ci guarisce e ci rende partecipi del Regno dei Cieli,  che  non è questione di cibo o di bevanda, ma è giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo: chi serve il Cristo in queste cose, è bene accetto a Dio e stimato dagli uomini. Diamoci dunque alle opere della pace e alla edificazione vicendevole” (Rm 14, 17-19).

2) Una domanda amorevole e una richiesta di compassione.
Bartimeo, come ciascuno di noi, ha bisogno di essere voluto bene e ha la fortuna di sentirsi fare da Gesù una domanda amorevole: Non “che vuoi fare?” gli chiede Gesù, ma : “Cosa vuoi che io ti faccia?”. E una domanda che nasce dal cuore di Cristo e manifesta la sua compassione. 
Se un giorno sentissimo queste stesse parole rivolte a noi, che cosa chiederemmo al Signore? Personalmente io rivolgerei a Cristo la stessa domanda di Bartimeo: “Signore, abbi pietà di me”, ma subito aggiungerei questa seconda preghiera: “Vieni, Signore Gesù” e continuerei  così: “Vieni, Signore, nella tua immensa bontà, abita in me per la fede e illumina la mia cecità. Rimani con me e difendi la mia fragilità. Se tu sei con me chi mi potrà ingannare? Se tu sei con me, che cosa non potrò in te che mi dai forza? Se tu sei per me, chi sarà contro di me? Tu sei venuto al mondo, Gesù, per abitare in me, con me e per me, per schierarti dalla mia parte, per essere il mio Salvatore. Grazie, Signore Gesù.” (San Bernardo di Chiaravalle).
Immedesimiamoci in Bartimeo e così potremo guardare gli occhi di Cristo che ci guarda con amore e compassione. Se chiediamo al Signore di accrescere la nostra fede, potremo guardare con gli occhi della fede ed essere ricolmi dalla compassione di Cristo.
Non dimentichiamo, però, che per vedere Dio occorrono cuore e occhi puri. Non si può pretendere di vedere Dio se si è impuri. Ma come è possibile purificarci? Invocando nel dolore il perdono e contemplando nella confidenza la bontà misericordiosa del Signore. La nostra purificazione, la nostra fiducia e la nostra giustizia stanno nella fede che ci fa contemplare l la grandezza del Signore buono1, compassionevole e accogliente. 
In effetti,  il brano del vangelo di oggi2, prima di narrare il miracolo, racconta di Gesù che accoglie il mendicante cieco. Come tutti, per prima cosa quest’uomo ha bisogno di essere accolto. Ma Cristo fa ancora di più lo sorprende ricolmandolo di amore che sana occhi e cuore. Investe quest’uomo di luce e con la luce delle fede. Bartimeo riconosce in Gesù Cristo il Dio fatto uomo. Con questo miracolo l’amore efficace di Dio invade la sua vita per sostenerlo istante per istante con la Sua Presenza. Anche noi, con la vista guarita dal Redentore stampiamo gli occhi su di Lui e chiediamogli la forza di appoggiarci solamente su Lui, in nulla poggiando su  noi stessi, “perché presso nel Signore è la sorgente della vita. Nella sua luce vediamo la luce” (cfr. Sal 36/35, 10).
In questa luce non dobbiamo smettere mendicare Cristo. Come il cieco, lasciamo quel pezzo di strada dove si è seduti per mendicare la vita e facciamoci, anche noi medicanti di Cristo e, quindi, discepoli della Vita. Con il miracolo di poter vedere Bartimeo è afferrato in una relazione nuova e sorprendente, che lo attrae e lo seduce. Ora il non-più-cieco segue Cristo, con il cuore e gli occhi rivolti a Lui, origine (alfa) e compimento (omega) di tutto: famiglia, lavoro, amicizie. Ora egli sa a Chi mendicare; lo seguirà in un cammino di fede e di illuminazione che durerà per tutta la vita, per imparare ad andare “diritto davanti a sé”.

3) La strada.
La strada del cieco è la nostra strada, e Cristo ci passi sempre, fino alla fine: perché Lui è venuto per il cieco, per ciascuno di noi e, finché ci sarà un cieco, Lui sarà sulla strada. Lui è la Via e la fede permette al cieco guarito, come a ciascuno di noi, di camminarvi sopra.  La fede è un cammino di illuminazione: parte dall’umiltà di riconoscersi bisognosi di salvezza e giunge all’incontro personale con Cristo, che chiama a seguirlo sulla via dell’amore che coincide con la via delle Croce. 
  La modalità per eccellenza di seguire il Redentore su questa via è la verginità consacrata. Con la consacrazione le vergini entrano con passo deciso sulla  via dell’amore, perché con l’offerta totale, spirituale e fisica, di se stesse seguono Cristo sulla via della Croce, che è strada del sacrificio. Consacrano a Cristo anche  il loro corpo per essere anime pure a sua piena disposizione. Grazie al loro amore verginale e devoto adorano il Corpo di Cristo che sta sull’altare o nel tabernacolo, “avendo cura delle sue membra che sono i poveri” ( San Gregorio Magno). Queste spose di Cristo non parlano dell’amore: amano, testimoniando che è possibile imitare Cristo che ha dato la vita con un amore profondo, sofferente, dolce, “tenero, cioè attento alla totalità del nostro essere” (San Giovanni Paolo II).

1  Cfr. Guglielmo di Saint-Thierry (circa 1085-1148), La Contemplazione di Dio, 1-2 ; SC 61.
2 “E giunsero a Gerico. Mentre partiva da Gerico insieme ai suoi discepoli e a molta folla, il figlio di Timeo, Bartimeo, che era cieco, sedeva lungo la strada a mendicare. Sentendo che era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!». Molti lo rimproveravano perché tacesse, ma egli gridava ancora più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!». Gesù si fermò e disse: «Chiamatelo!». Chiamarono il cieco, dicendogli: «Coraggio! Àlzati, ti chiama!». Egli, gettato via il suo mantello, balzò in piedi e venne da Gesù. Allora Gesù gli disse: «Che cosa vuoi che io faccia per te?». E il cieco gli rispose: «Rabbunì, che io veda di nuovo!». E Gesù gli disse: «Va’, la tua fede ti ha salvato». E subito vide di nuovo e lo seguiva lungo la strada” (Mc 10, 46-52).


Lettura Patristica
San Gregorio Magno (540-604)
Hom. in Ev., 2, 1-5.8



       Il nostro Redentore, prevedendo che gli animi dei suoi discepoli si sarebbero turbati a causa della sua Passione, predisse loro con molto anticipo sia lo strazio della Passione che la gloria della sua Risurrezione, affinché, vedendolo morente, così come era stato predetto, non avessero dubitato che sarebbe anche risorto. E siccome i discepoli erano ancora carnali e del tutto incapaci di comprendere le parole del mistero, il Signore operò un miracolo. Davanti ai loro occhi, un cieco riacquistò la vista, perché coloro che non capivano le parole dei misteri celesti per mezzo dei fatti celesti venissero consolidati nella fede. Però, fratelli carissimi, i miracoli del Signore e Salvatore nostro vanno considerati in modo tale da credere che non soltanto accaddero realmente, ma vogliono altresì insegnarci qualcosa con il loro simbolismo. I gesti di Gesù, invero, oltre a provare la sua divina potenza, con il mistero insito in loro ci istruiscono. Noi non sappiamo in verità chi fosse quel cieco, però sappiamo cosa egli significa sul piano del mistero. Il cieco è simbolo di tutto il genere umano, estromesso dal paradiso terrestre nella persona del primo padre Adamo. Da allora, gli uomini non vedono più lo splendore della luce superna, e patiscono le afflizioni della loro condanna. E nondimeno, l’umanità è illuminata dalla presenza del suo Salvatore, sì da poter vedere - almeno nel desiderio - il gaudio della luce interiore, e dirigere così i passi delle buone opere sulla via della vita.



       Una cosa è degna di nota a questo punto ed è il fatto che il cieco riacquista la vista allorché Gesù si avvicina a Gerico. Gerico sta per luna, e luna, secondo la Scrittura, indica le deficienze della umana natura. Il motivo è forse da ricercare nel fatto che essa va soggetta ogni mese a fenomeni di decrescenza, cosicché è stata designata quale espressione della fragilità della nostra carne mortale. Sta di fatto che mentre il nostro Autore si appressa a Gerico, il cieco riacquista la vista. Il che vuol dire che allorché il Signore assunse la debolezza della nostra natura, il genere umano riacquistò la luce che aveva perduto. La risposta al gesto di Dio, che incomincia a patire le umane debolezze, è il nuovo modo di essere dell’uomo, elevato ad altezze divine. Ecco perché, a buon diritto, il Vangelo dice che il cieco sedeva lungo la via a mendicare. Gesù, infatti, che è la Verità, afferma: "Io sono la via" (Jn 14,6).



       Chi perciò ignora lo splendore dell’eterna luce è cieco; se, però, già crede nel Redentore, egli siede lungo la via; se però, pur credendo, trascura di pregare per ricevere l’eterna luce, è un cieco che siede lungo la via, senza mendicare. Solo se avrà creduto e avrà conosciuto la cecità del suo cuore, pregando per ricevere la luce della verità, egli siede come cieco lungo la via e mendica. Chiunque perciò riconosce le tenebre della propria cecità, chiunque comprende cosa sia questa luce di eternità che gli fa difetto, invochi con le midolla del cuore, invochi con tutte le espressioni dell’anima, dicendo: "Gesù, Figlio di David, abbi pietà di me". Ma occorre anche ascoltare quanto segue al clamore del cieco: "Coloro che gli camminavano innanzi lo rimproveravano affinché tacesse" (Lc 18,38-39).



       Cosa mai significano quei tali che precedono Gesù che viene, se non le turbe dei desideri carnali e il tumulto dei vizi che, prima che Gesù arrivi al nostro cuore, con le loro suggestioni dissipano la nostra mente e confondono le voci del cuore in preghiera? Spesso, quando intendiamo far ritorno a Dio dopo il peccato, e ci sforziamo di pregare per la remissione di quelle colpe che abbiamo commesso, si presentano alla vista i fantasmi dei nostri peccati e accecano l’occhio dell’anima, turbano lo spirito e soffocano la voce della nostra orazione. Si spiega così il fatto che coloro che precedevano Gesù imponevano al cieco di tacere; infatti, prima che Gesù arrivi al nostro cuore, i peccati commessi si impadroniscono del nostro pensiero invadendolo con le loro immagini e turbandoci nella nostra preghiera.



       Prestiamo attenzione ora a quel che fece allora quel cieco che anelava ad essere illuminato. Continua il Vangelo: "Ma il cieco con più forza gridava: Figlio di David, abbi pietà di me!" (Lc 18,39). Vedete? Quello stesso che la turba rimproverava perché tacesse, grida con lena centuplicata, a significare che tanto più molesto risulta il tumulto dei pensieri carnali, tanto più dobbiamo perseverare nella preghiera. Sì, la folla ci impone di non gridare, perché i fantasmi dei nostri peccati spesso ci molestano anche nel corso della preghiera. Ma è assolutamente necessario che la voce del nostro cuore tanto più vigorosamente insista quanto più duramente si sente redarguita. In tal modo, non sarà difficile aver ragione del tumulto dei pensieri perversi e, con la sua assidua importunità, la nostra preghiera perverrà alle orecchie pietose di Dio.



       Ritengo che ognuno potrà trovare in se stesso la testimonianza di quanto vado dicendo. Quando ritraiamo l’anima dal mondo per orientarla a Dio, quando ci votiamo all’orazione, succede che molte cose, fatte per l’innanzi con piacere, ci diventino pesanti, moleste e importune nella preghiera. Allora, sì e no riusciamo a scacciare il pensiero di tali cose, allontanandole dagli occhi del cuore, pur usando la mano del santo desiderio. Sì e no riusciamo a vincere certi molesti fantasmi, pur levando gemiti di penitenza.



       Però, allorché insistiamo con vigore nella preghiera, fermiamo nella nostra anima Gesù che passa. Per questo viene aggiunto: "Gesù si fermò e ordinò che il cieco gli fosse condotto dinnanzi" (Lc 18,40). Ecco, colui che prima passava, ora sta. È così, perché fintanto che sopportiamo le turbe dei fantasmi, sentiamo quasi che Gesù passa. Quando invece insistiamo con forza nell’orazione, Gesù si ferma per ridarci la luce. Infatti, se Dio si ferma nel cuore, la luce smarrita è riacquistata...



       Ma ormai è tempo di ascoltare cosa fu fatto al cieco che domandava la vista, o anche cosa fece egli stesso. Dice ancora il Vangelo: "Subito recuperò la vista e si mise a seguire Gesù" (Lc 18,43). Vede e segue chi opera il bene che ha conosciuto; vede, ma non segue chi del pari conosce il bene, epperò disdegna di farlo. Se pertanto, fratelli carissimi, conosciamo già la cecità del nostro peregrinare; se, con la fede nel mistero del nostro Redentore, già stiamo seduti lungo la via; se, con la quotidiana orazione, già domandiamo la luce del nostro Autore; se, inoltre, dopo la cecità, per il dono della luce che penetra nell’intelletto siamo illuminati, sforziamoci di seguire con le opere quel Gesù che conosciamo con l’intelligenza. Osserviamo dove il Signore si dirige e, con l’imitazione, seguiamone le orme. Infatti, segue Gesù solo chi lo imita...



       E siccome noi scadiamo dall’interiore gaudio verso il piacere delle cose sensibili, egli volle mostrarci con quale sofferenza si debba ritornare a quel gaudio. Che cosa non dovrà patire l’uomo per il proprio vantaggio, se Dio stesso ha tanto patito per gli uomini? Chi dunque ha già creduto in Cristo, ma va ancora dietro ai guadagni dell’avarizia, monta in superbia per la propria dignità, arde nelle fiamme dell’invidia, si sporca nel fango della libidine, o desidera le prosperità mondane, disdegna di seguire quel Gesù nel quale ha creduto. Uno al quale la sua Guida ha mostrato la via dell’asprezza, percorre una strada diversa, perciò se ricerca gioie effimere e piaceri.


venerdì 16 ottobre 2015

Il potere dell’amore si esercita con il servizio.

Domenica XXIX del Tempo Ordinario – Anno B – 18 ottobre 2015
Rito Romano

Rito Ambrosiano
Is 26,1-2.4.7-8; 54,12-14a; [Ap. 21,9a.c-27]; Sal 67; 1Cor 3,9-17; Gv 10,22-30
Dedicazione del Duomo di Milano.


1) Un Dio che serve.
Il brano evangelico di questa domenica (Mc 10,35-45) sembra che ripeta alcune parole che Cristo ha già detto in precedenza: “Chi vuole essere grande si faccia servo di tutti” (cfr. Mc 9,35), che però i discepoli continuano a non comprendere, come non capiscono Cristo che annuncia la sua passione. La reazione degli Apostoli alla terza predizione della Passione è peggiore delle precedenti.
Dopo la prima ci fu una discussione tra Gesù e Pietro. Questi pensava ancora secondo gli uomini e non secondo Dio e, quindi, voleva convincere Cristo a non andare a morire.
Dopo la seconda ci fu l’incomprensione di tutti gli apostoli, intenti a litigare su chi fosse il più grande.
Dopo la terza è come se Gesù non avesse detto nulla. Anzi, Giacomo e Giovanni, che Lui prediligeva, invece di fare la sua volontà, vogliono che Lui faccia la loro. In effetti, chiedono a Gesù: “Vogliamo sedere uno alla tua destra e uno alla tua sinistra” (cfr. Mc 10, 37), mentre gli altri si arrabbiano per questa richiesta.
Reazione che non è certamente in linea con l’amore umile, predicato dal Maestro. Gesù paziente raccoglie intorno a sé anche gli altri apostoli e rivolgendosi sia ai due, che cercavano potere e onore, sia agli altri dieci, che erano irritati da questa richiesta forse perché era stata fatta prima che loro potessero fare altrettanto, spiega che l’Apostolo più grande è quello che serve.
Chi è il più grande? Nel Regno di Dio è grande chi serve e il miglior servizio è quello di dare la vita. Già il servire è un po’ morire, è la croce quotidiana. Ma se si accetta questa croce ci uniamo al servizio che Cristo offre a tutta l’umanità, manifestando l’amore gratuito e misericordioso di Dio.
Gesù, con pazienza, insegna che per essere grandi con Lui e come Lui occorre esercitare l’autorità come fa Lui: servendo. “Anche il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti” (Mc 10,45). Questa frase è il punto di forza dell'intero insegnamento di Cristo. E’ una frase che va molto al di là del semplice esercizio dell’autorità fatto con pazienza, dolcezza e umiltà. E così la commenta l’autore dell’Imitazione di Cristo: “Se vuoi regnare con Gesù, porta con Lui la croce. Solo i servi della croce trovano la via della beatitudine e della vera luce” (cfr. Cap. 56)
Per partecipare alla sua grandezza, Gesù non ci chiede solo di fare come Lui, ma di essere come Lui: servi. “Ognuno può essere grande, perché ognuno può servire. Non è necessario avere una laurea per servire. Non è necessario concordare soggetto e verbo per servire. E' necessario solamente un cuore pieno di grazia” (Martin Luther King), rigenerato dall’amore di Cristo in Croce.

2) L’autorità è di chi ama e l’esercita con il servizio1.
L’autorità nel Cristianesimo è concepita e vissuta come esercizio dell’amore, perché per Cristo chi Lo ama è colui che può e deve guidare gli altri suoi amici, facendosi loro servitore.
E’ questo l’insegnamento che viene dal testo di San Marco che stiamo esaminando oggi. Ai discepoli che chiedono a Gesù di condividere la Sua grandezza, Lui risponde insegnando che la grandezza sta nel servizio e che il servizio è un cammino di croce cioè di dono di sé perché l’amico viva. Non è bello soffrire, ma è doveroso, bello e gioioso “servire” anche se ha come prezzo la rinuncia di sè. “Vi è più gioia nel dare che nel ricevere” (At 20,35).Insegnamento, questo, che viene anche da un non cristiano come il poeta indiano Tagore: “Sognavo che la vita fosse gioia. Mi sono svegliato. La vita era servizio. Ho servito e nel servizio ho trovato la gioia”. E la Beata M. Teresa di Calcutta ha completato dicendo: “Dove c’è Dio, lì vi è amore. E dove c’è amore, vi è sempre servizio. Il frutto dell’amore è il servizio. Il frutto del servizio è la pace”.
La vera grandezza, che è quella di Dio, è quella di essere servo dell’amore, perché servire è, nel Nuovo Testamento, la traduzione concreta di amare. Amare vuol dire servire l’altro. Come l’egoismo vuol dire servirsi dell’altro.
Nella mentalità dominante l’autorità è concepita e praticata come potere, quasi sinonimo di dominazione e, in questo senso, essa è il contrario del servizio. Ma teniamo presente che anche Gesù ha goduto di profonda autorità e ha agito con autorità2: eppure Gesù è stato anche colui che nel Nuovo Testamento è presentato, soprattutto ricorrendo all’inno del servo sofferente (Is 52,13-53,12), come uno che ha dato la sua vita per gli altri, esprimendo al massimo grado la verità che non c'è miglior amico di colui che dona la sua vita per gli altri. “Ecco il mio servo che io sostengo, il mio eletto di cui mi compiaccio” (Is 42,1) E’ Dio che parla e presenta il “suo” servo; è Lui che lo ha “scelto”, è Lui che lo sostiene.
Ogni elezione nella Scrittura è sempre in vista di una missione per affrontare la quale c’è bisogno della grazia. Dio dice che il suo servo è “cosa buona” e che ha posto in lui il suo Spirito. “Ascoltatemi, o isole, udite attentamente, nazioni lontane; il Signore dal seno materno mi ha chiamato, fino dal grembo di mia madre ha pronunziato il mio nome.”(Is 49,2) Ha reso la mia bocca come spada affilata, mi ha nascosto all'ombra della sua mano, mi ha reso freccia appuntita, mi ha riposto nella sua faretra. (Ibid.)
In sintesi per noi il servo è un uomo, scelto tra gli uomini; non è migliore degli altri né più capace; è Dio che gli va incontro, che lo purifica e lo rende capace di dirgli di sì; la chiamata ad essere santo si concretizza nella missione agli altri, quale inviato di Dio; questa missione consiste soprattutto nell'annunziare la Parola, nel prestare la voce a Dio, nell’essere suo testimone. Secondo il Vangelo, l’autorità è, quindi, una qualifica che Dio dà per un servizio. Se volessimo esprimerci con una pagina del Vangelo di San Giovanni, potremmo rifarci alla lavanda dei piedi, la sera dell'ultima cena nel Cenacolo.
L’episodio della lavanda dei piedi ci rimanda al vangelo di Marco, dove Gesù è preoccupato di non assimilarsi ai grandi della terra: non vuole essere servito, ma servire. Donando la sua vita vuol dimostrare che sa portare sino alle estreme conseguenze la verità in cui crede e la missione che il Padre gli ha affidato. Non solo ma ci vuole far capire che la vita cristiana è vita nella gioia, perché servire Dio, il prossimo, e la Chiesa, dà gioia. “Chi dà agli altri lo faccia con semplicità, chi aiuta i poveri lo faccia con gioia!” (Rm 12, 7-8).

3) L’autorevole servizio delle vergini consacrate3.
Riflettendo su come le vergini consacrate sono grandi e su come esercitino l’autorità dell’amore servizievole, ho pensato che oggi sia importante sottolineare quanto segue. Le vergini consacrate nel mondo dedicano la loro vita e tutte le loro forze di amore a Dio e al suo Regno. Loro testimoniano che ogni vocazione è accoglienza della carità di Dio e risposta a Lui nel servizio degli altri. Esse ricordano la sorgente teologale dell’amore soprattutto attraverso la verginità che richiama quella verginità del cuore e degli affetti che nasce e si alimenta dell’intima e feconda comunione con il Signore.
Questa donne seguono in modo particolare l’esempio della Madonna. Maria Vergine ha risposto Si alla proposta di “essere per l’altro”. Non solo ha capito la portata e la grandezza della chiamata di Dio ma nelle sue parole:” Eccomi sono la serva del Signore” ha interpretato in modo esemplare il vero atteggiamento al servizio chiesto da Dio. Un servizio operoso, silenzioso, che sotto la croce si è fatto cooperante della volontà del Padre, e forse mai come in quel momento sono ancora risuonate nel suo cuore quelle parole: “Eccomi sono la serva del mio Signore”.
Chi ama serve tutti e va in cerca, come Cristo, particolarmente degli esclusi, dei diseredati, dei peccatori, e con la vita casta proclama che Dio li guarda, li ama, li salva.
La loro importanza non è misurata da ciò che essi producono, in termini di efficienza, ma dallo spirito e dallo stile che li anima e dalla comunione ecclesiale che vivono.
La loro è una vocazione al servizio, che mostra mediante la consacrazione e la vita che ne deriva che si può passare da un “io” possessivo ad un “io" oblativo.
Queste donne mostrano come si fa ad amare il prossimo come se stessi. Basta amare Gesù, perché chi ama davvero vuol bene anche a coloro che l’Amato ama.
Questo insegna pure Rito della Consacrazione delle vergini. Grazie a questo Rito la Chiesa celebra la decisione di una donna di donare a Cristo Sposo la propria verginità e, invocando su di lei il dono dello Spirito, la dedica per sempre al servizio cultuale del Signore e a un servizio di amore in favore della comunità ecclesiale e del mondo.
  La consacrazione è una risposta alla chiamata di Dio Padre “sorgente purissima da cui scaturisce il dono della integrità verginale”. Per mezzo di Cristo Lui chiama le vergini “per un disegno d’amore […] per unirle più intimamente a sé e metterle al servizio della Chiesa e dell’umanità” (Rito della Consacrazione delle Vergini, n. 29 – Omelia). Per questo la Chiesa invoca su di loro tutte le virtù, grazie e carismi di cui hanno bisogno per vivere la loro vocazione, pregando cosi: “Concedi, o Padre, per il dono del tuo Spirito, che siano prudenti nella modestia, sagge nella bontà, austere nella dolcezza, caste nella libertà. Ferventi nella carità, nulla antepongano al tuo amore; vivano con lode senza desiderare la lode.” (Ibid, n 38 – Dalla preghiera di consacrazione).


1  Si pensi all’episodio in cui dopo la risurrezione, sulla riva del lago di Tiberiade Gesù Cristo chiede a Pietro: “Mi ami tu?”. “Sì”. “Pasci le mie pecore”.

2  E’ proprio Marco che ci riferisce come Gesù sin dall'inizio insegnava con autorità (1,27).


3  L’Ordo Virginum è una forma di vita consacrata; nel Codice di Diritto Canonico è inserita col can. 604 nella parte III “Gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica” (Liber II: “De Populo Dei”): “A queste diverse forme di vita consacrata si aggiunge l’ordine delle vergini le quali, emettendo il santo proposito di seguire Cristo più da vicino, dal Vescovo diocesano sono consacrate a Dio secondo il rito liturgico approvato e, unite in mistiche nozze a Cristo Figlio di Dio, si dedicano al servizio della Chiesa”.


Lettura Patristica
Sant’Ambrogio da Milano
De fide, 5, 56s., 60-65, 77-84



       Quanto è paziente e clemente il Signore; che alta sapienza e benevola carità! Volendo, infatti, far vedere che Giacomo e Giovanni non avevano chiesto una cosetta da niente, ma una cosa tale che non l’avrebbero potuta ottenere, fece ricorso alla prerogativa della benevolenza del Padre; e non temé una derogazione al suo diritto, al diritto di "colui che non credette di fare un torto dichiarandosi uguale a Dio" (Ph 2,6). Amando però i suoi discepoli - "li amò sino alla fine" (Jn 13,1) - non volle dar loro l’impressione che negasse loro quanto chiedevano. Santo e buono il Signore, che preferisce dissimulare il suo diritto, piuttosto che detrarre qualche cosa alla sua benevolenza: "La carità", infatti, "è paziente è benigna, non vuol sopraffare, non si gonfia, non reclama diritti" (1Co 13,4).

       Perché finalmente vi rendiate conto che l’espressione "non è cosa mia darlo" vuole suggerire indulgenza più che mancanza di autorità, osservate che, in Marco (Mc 10,40), dove non si parla della madre, non si fa alcuna menzione del Padre, ma è detto soltanto: "Non è cosa mia darlo a voi, ma a coloro per i quali è stato preparato". In Matteo, invece, dove è la madre che prega, vien detto: "Per i quali è stato preparato dal Padre mio" (Mt 20,23); e l’aggiunta "Padre mio" è fatta perché l’amore materno richiedeva una maggiore indulgenza.

       Ammettiamo che fosse stato possibile per degli uomini ottenere ciò che si chiedeva, che cosa significa quel: "Non è cosa mia darvi di star seduti alla mia destra o alla mia sinistra" (Mt 20,23)? Che vuol dire cosa "mia"? Più sopra disse: «Il mio calice lo berrete», poi dice: «Non è cosa "mia"». Il "mio" unito a calice, ci fa luce per capire che cosa vuol dire qui cosa "mia".

       Pregato da una donna, come uomo, di far sedere i suoi figli alla sua destra e alla sua sinistra; dal momento ch’ella s’era rivolta a lui, come a un uomo, anche il Signore, solo come uomo, accennando alla sua passione, risponde: "Potete bere il calice, che io berrò?"

       Perciò, poiché parlava secondo la carne della passione del suo corpo, volle dimostrare che ci lasciava un esempio di una passione da soffrire nella carne. "Non è cosa mia" va inteso come l’altra espressione: "La mia dottrina non è mia" (Jn 7,16), non è mia secondo la carne, perché le cose divine non sono oggetto del parlare della carne.

       Rivelò tuttavia subito la sua indulgenza verso i suoi amati discepoli, chiedendo: «Ma il mio calice lo berrete?». Così, non potendo dar loro ciò che chiedevano, fece un’altra proposta, per poter dir loro un sì, prima di un no; perché capissero ch’era mancata più a loro l’equità nella richiesta fatta, che non la generosità nella risposta del Signore.

       "Il mio calice, sì, lo berrete", cioè affronterete la passione della mia carne, perché potete imitare ciò che deriva in me dalla natura umana; vi ho dato la vittoria della passione, l’eredità della croce; "ma non è cosa mia il darvi di star seduti alla mia destra o alla mia sinistra". Non dice semplicemente: "Non è cosa mia dare", ma "darvi", cioè dare a voi. E questo dovrebbe significare che non si tratta di mancanza di potere in lui, ma di merito nelle creature.

       Si può anche intendere così: "Non è cosa mia", di me che venni a insegnar l’umiltà, di me che venni non per essere servito, ma per servire; di me, che seguo la giustizia, non favoritismi.

       Poi appellandosi al Padre aggiunse: "Per i quali è stato preparato", per dire che il Padre non guarda le raccomandazioni, ma i meriti, perché Dio non fa preferenze di persone (Ac 10,34). Perciò l’Apostolo dice: "Coloro che sapeva lui e che predestinò" (Rm 8,29); prima li conobbe e poi li predestinò, vide i meriti e predestinò il premio...

       A ragione, dunque, è ripresa la donna che chiese delle cose impossibili, e domandò che fossero ridotte a speciale privilegio quelle cose che il Signore voleva dare non solo a due apostoli, ma a tutti i suoi discepoli, e non a titolo di una particolare raccomandazione, ma per sua volontaria generosità, come sta scritto: "Voi dodici siederete sopra troni, per giudicare le dodici tribù d’Israele" (Mt 19,28).

venerdì 9 ottobre 2015

Seguire la verità che fa liberi per sempre.

Domenica XXVIII del Tempo Ordinario – Anno B – 11 ottobre 2015
Rito Romano

Rito Ambrosiano
Is 43,10-21; Sal 120; 1Cor 3,6-13; Mt 13,24-43
VII Domenica dopo il Martirio di San Giovanni il Precursore.


1) La strada.
Anche nel brano evangelico di questa domenica vediamo Cristo in cammino verso Gerusalemme, e anche oggi vediamo un incontro del Messia con uno che non vuole entrare in polemica con Lui. Questo uomo è ricco e, anche se giovane, sa che prima o poi avrebbe dovuto abbandonare le sue ricchezze. “Credo che venisse chiamato in una specie di giudizio dal timore della morte e si rodeva in mezzo alle sue delizie, pensando di dover abbandonare i suoi beni. Li aveva ammassati, senza sapere per chi, e desiderava qualcosa di eterno” (Sant’Agostino). Dunque vedendo che quanto possedeva gli sfuggiva di mano chiese al Signore: “Maestro buono, qual bene devo compiere per conseguire la vita eterna?” E’ come se dicesse: “Starei bene, ma quel che possiedo fa presto a scomparire. Dimmi come possa appropriarmi di ciò che sarà per sempre; dimmi come possa giungere al possesso di ciò che non debba mai perdere” (Id.). Dunque questo giovane ricco corre incontro a Gesù, si mette in ginocchio davanti a Lui e a Colui, che è la Via, chiede il senso, la direzione della vita.
Cristo gli risponde citando alcuni dei dieci comandamenti, quelli significativi nella dimensione sociale, e che riguardano l’amore del prossimo, banco di prova dell’amore di Dio: “Conosci i comandamenti: Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non dire falsa testimonianza, non frodare, onora il padre e la madre...”.
Al giovane che Gli risponde di averli osservati, Gesù propone di andare oltre, e render più radicale e profondo l’amore per Dio, mettendo questo amore al primo posto tra i valori della vita, e gli suggerisce: “Va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi”.
L’esigenza fondamentale della sequela è il primato di Dio, il resto è un di più, si può possedere o non possedere, ma è necessario che il cuore, non sia totalmente legato, assorbito nelle ricchezze, nei beni temporali, ma desideri profondamente, quel “tesoro che è nei cieli”. Il cuore dell'uomo, come Sant’Agostino insegna, è fatto per Dio, e a Lui deve aspirare, pur “servendosi” delle realtà temporali. Lasciamo quindi che il Signore penetri nei nostri cuori con la spada della Sua parola, perché alla luce della Sua sapienza possiamo valutare le cose terrene ed eterne, e diventare liberi e poveri per il Suo regno.(cfr. Colletta della Messa di oggi)
Gesù invita questo giovane e i suoi discepoli , noi compresi ,al viaggio integrale per la sua sequela, con un rigore che non ha precedenti. In un passo analogo a quello di San Marco, l’Evangelista Luca scrive: “Mentre era in cammino, sulla strada, un tale gli disse: ‘Io ti seguirò dovunque tu vada’. Gesù gli disse: ‘Le volpi hanno tane, e gli uccelli del cielo hanno nidi; il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo’... Un altro gli disse: ‘Ti seguirò, Signore, ma prima permettimi di accomiatarmi dai miei di casa’. Gli rispose Gesù: ‘Chiunque guarda indietro, mentre mette mano all’aratro, è inadatto per il regno di Dio’” (Le. 9, 57-58...61-62).
Seguire Cristo, infatti, comporta che si sia disposti a vivere qualcosa in più rispetto al “non rubare”, “non uccidere”, ecc. Oltre a non commettere il male dovremmo porci il problema su come realizzare il bene e soprattutto come “essere” persone vere nell’amore.
Gesù aveva già annunciato che per salvare la propria vita bisognava essere disposti a perderla per amor Suo, cioè che per seguirLo occorreva rinnegare se stessi e portare la propria croce (Mc 8,34-35).

2) Seguire con gli occhi, seguire con i passi, seguire con il cuore.
L’uomo ricco che andò da Cristo era sincero e si guadagnò uno sguardo pieno d’amore da parte di Gesù, che con questo sguardo è come se gli dicesse: “Una sola cosa ti manca, decisiva per te. Rinuncia a possedere, investi nel tesoro del cielo, e il tuo cuore sarà libero e potrà seguirmi”. Ma né lo sguardo né le parole di Gesù ebbero effetto. Quest'uomo, rattristato, ha tuttavia preferito ritornare alla sicurezza che gli procurava la propria ricchezza. Non ha potuto o voluto capire che gli veniva offerto un bene incomparabilmente più prezioso e duraturo di tutte le sue ricchezze: l’amore di Cristo che comunica la pienezza di Dio (Ef 3,18-19). Alla proposta di comunione che era implicita nella domanda di Cristo di seguirLo, quest’uomo preferì la solitudine.
Eppure Cristo lo aveva guardato con amore. Gesù guardò il ricco e quello sguardo di Gesù fu come una carezza, come un bacio … bacio che il maestro dava al discepolo al tempo di Gesù: come nel caso di Giuda (cf. Mc 14,45 e par.). Potremmo interpretare questo sguardo come fece San Beda, il Venerabile, commentando lo sguardo di Gesù sul pubblicano Matteo (cf. Mt 9,9: “Gesù vide il pubblicano, lo vide facendogli misericordia, e lo chiamò dicendogli: ‘Seguimi!’” (Omelie 21, CCL 122,150). Gesù non gli disse: “Va tutto bene, ma se vuoi fare qualcosa di più, allora va’ e vendi i tuoi beni…”, ma: “Ti manca una cosa, lascia tutto e seguimi me” (cf. Mc 10,21). Ecco dove Gesù aveva portato il giovane con il suo sguardo di amore misericordioso. Purtroppo, quest’uomo non credette a questo sguardo e a queste parole, divenne triste e si tirò indietro (cfr. Mc 10,22). Non credette a quello sguardo, non credette a quell’amore e non fu capace di seguirlo con i passi del cuore.
Questo giovane ricco non ebbe il coraggio di abbracciare Cristo e la sua proposta di vita evangelica, e il motivo è detto con chiarezza: “Poiché aveva molti beni”. Il distacco dai beni, la povertà è condizione indispensabile per la sequela. E lo è per tre ragioni:
  1. La fede in Dio che è Padre provvidente, che se ha cura degli uccellini e dei gigli dei campi, ha ancor più cura di ciascuno di noi.
  2. Un’esigenza di fraternità: come si può continuare a possedere tutto ciò che si ha, quando ci accorgi che attorno a te ci sono fratelli che mancano del necessario?
  3. E un'esigenza di libertà: legato a troppe cose (e non si tratta soltanto di soldi), che assorbono tutto il nostro tempo e la nostra attenzione, come possiamo trovare lo spazio e il gusto per le cose di Dio?
Queste tre ragioni possono essere sintetizzate con una parola sola: verginità, che Jacopone da Todi chiama: innamorata povertà.

3) Verginità: povertà di sé per la pienezza di Dio.
La verginità è “povertà innamorata, che permette di possedere ogni cosa in spirito di libertà” (Jacopone da Todi, O amor de povertate), è la modalità di accogliere lo sguardo e l’amore di Cristo su di sé, seguendoLo senza riserve, senza chiedere garanzie o avere vie di fuga. Si lascia tutto anche la propria carne per seguire Gesù, senza nostalgie e senza indecisioni, per il cammino che è Lui. Il distacco richiesto è un guadagno, un affare, non una perdita. E questo è profondamente vero anche a uno sguardo semplicemente umano: nella sobrietà di quei beni, che il Vangelo chiama ricchezze, si trova la possibilità di altri beni ben più importanti ed umani, essenziali per l'uomo come l’aria che respira: il tempo per Dio, la gioia della fraternità, la liberazione dall’ansia del possesso, la libertà, la serenità.
Chi mediante la verginità mette Dio al primo posto nella sua vita, questi entra a far parte della Sua “famiglia”, dove trova fratelli e sorelle da amare, padri e madri da venerare, case e campi ove lavorare. Trova l’amore. La verginità non è negazione dell’amore, è pienezza e totalità dell’amore. Per questo il Rituale della Consacrazione delle Vergini fa pregare così: “Ferventi nella carità, nulla antepongano al tuo amore» (Preghiera di consacrazione delle vergini, in Pontificale Romano, riformato a norma dei Decreti del Concilio Ecumenico Vaticano II e promulgato da Papa Paolo VI, Consacrazione delle Vergini, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 1980, n. 38, p. 77).


Lettura patristica
Clemente di Alessandria
Quis dives, 11-14


       "Vendi ciò che hai". Che significa? Non quello che alcuni ammettono così a prima vista, che cioè il Signore ci comandi di far getto dei beni posseduti e di rinunciare alle ricchezze; ci comanda piuttosto di bandire dall’anima i pensieri usuali sulla ricchezza, la passione morbosa verso di essa, le preoccupazioni, le spine dell’esistenza che soffocano il seme della vita. Non è infatti nulla di grande e di desiderabile l’essere privi di ricchezze ma non per lo scopo di raggiungere la vita eterna: altrimenti i miserabili che non hanno nulla, che son privi di ogni mezzo, che mendicano ogni giorno il sostentamento, gli accattoni che giacciono per le vie e che pur non conoscono Dio e la giustizia di Dio, solo perché sono tanto poveri e non sanno procacciarsi da vivere e son privi anche del minimo necessario, dovrebbero essere i più beati e amati da Dio e i soli atti a possedere la vita. Non è una novità rinunciare alle ricchezze ed elargirle ai poveri e ai mendici: molti l’han fatto, prima che il Salvatore scendesse quaggiù: alcuni per aver tempo di dedicarsi agli studi e alla sapienza morta, altri per una fama vuota ed una gloria vana: gli Anassagora, i Democrito, i Cratete.

       Cos’è dunque la novità, da lui annunciata come qualcosa proprio di Dio, che solo vivifica e che non salvò gli antichi? Cos’è la rarità, cos’è la «nuova creazione», che il Figlio di Dio proclama e insegna? Non qualcosa di manifesto o che altri han già fatto egli ci prescrive, ma qualcosa d’altro, più grande, più divino e più perfetto, che da quella vien simboleggiato: liberare l’anima e la sua intima disposizione dalle passioni, e rescindere ed estirpare dalla radice ciò che è estraneo alla ragione. È questa la scienza propria dell’uomo di fede, è questo l’insegnamento degno del Salvatore. Quegli antichi disprezzarono le cose esteriori, rinunciarono ai loro beni e li distribuirono, ma son convinto che alimentarono così le passioni dell’anima. Crebbero nella superbia, nella millanteria, nella vanagloria, e nel disprezzo degli altri uomini, come se avessero compiuto qualcosa di sovrumano. E come potrebbe il Salvatore comandare a coloro che vivranno in eterno ciò che è di danno e di rovina per la vita che egli promette? Inoltre è possibile anche questo: che uno deponga il peso dei propri possessi e tuttavia porti radicata e vivida in sé la brama e l’anelito alle ricchezze, ed è possibile anche che uno ne abbia perso l’uso, ma per la privazione e il desiderio di ciò che ha sperperato sia tormentato da una duplice sofferenza: la mancanza del necessario e il pentimento di ciò che ha fatto. È impossibile, è impensabile, infatti, che chi manca del necessario per la vita, non abbia l’animo tutto agitato e continuamente stimolato dalla continua ricerca di una situazione migliore: in che modo e dove se la possa procurare.

       Ma quanto meglio è il contrario: che uno possegga il necessario, e così non debba soffrire lui e abbia da elargire agli altri ciò che conviene. Che possibilità ci sarebbe di beneficare il prossimo, se tutti non possedessero nulla? E come si potrebbe negare che questa dottrina non sia in netto contrasto con molti altri ottimi insegnamenti del Signore? "Fatevi degli amici con il mammona di iniquità, affinché quando giungerete alla fine, vi accolgano nelle tende eterne" (Lc 16,9). "Preparatevi tesori in cielo, dove né la ruggine, né la tignola distruggono, né i ladri scavano" (Mt 6,20). E come si potrebbe dar da mangiare agli affamati, dar da bere agli assetati, vestire gli ignudi e accogliere i pellegrini - e a quelli che non fan ciò vien minacciato il fuoco e le tenebre esteriori -, se prima non si possedesse tutto questo? Anzi, egli stesso comanda di accoglierlo come ospite a Zaccheo e a Matteo, che pur erano ricchi e pubblicani; e non comanda loro di rinunciare alle ricchezze, ma, dopo aver suggerito il retto uso e vietato quello ingiusto, soggiunge: "Oggi si è compiuta la salvezza per questa casa, perché anch’egli è figlio di Abramo" (Lc 19,9). Loda dunque l’uso delle ricchezze, imponendo però di comunicarle agli altri: dar da bere a chi ha sete, dar del pane a chi ha fame, accogliere lo straniero e vestire l’ignudo. Ora, nessuno può compiere questi uffici senza le ricchezze; eppure il Signore ci comanda di rinunciarvi. Che altro fa dunque se non imporre di dare e non dare, di nutrire e non nutrire, di accogliere e non accogliere, di comunicare agli altri e non comunicare? Ma ciò è assolutamente contraddittorio.


       Non si hanno perciò da rigettare le ricchezze che devono servire a vantaggio del prossimo; sono possessi perché la loro caratteristica è di essere possedute e son dette beni perché servono al bene, e sono state preparate da Dio per i bisogni degli uomini. Esse dunque sono presenti, sono a portata, come materia, come strumento per servire ad un buon uso a chi bene le conosce. Se ne usi con intelligenza, lo strumento è intelligente; ma se manchi di intelligenza, partecipa alla tua mancanza di intelligenza, pur non avendone colpa. Un tale strumento, dunque sono le ricchezze. Ne puoi usare con giustizia: ti sono ministre di giustizia. Qualcuno ne usa ingiustamente? Scopriamo che sono ministre di ingiustizia. La loro natura è di servire, non di comandare. Non dobbiamo dunque rimproverare loro di non avere in sé né il bene né il male e di essere fuori causa; bensì dobbiamo rimproverare chi può usarne o bene o male come gli pare, cioè la mente e il giudizio umano, che è libero in sé e padrone di usare delle cose a lui concesse. Nessuno cerchi dunque di distruggere la ricchezza, ma le passioni dell’anima, che non permettono l’uso migliore dei beni, non lasciano che l’uomo sia veramente virtuoso e capace di usare rettamente della ricchezza. L’ordine dunque di rinunciare ai nostri beni e di vendere ciò che si possiede lo si deve intendere in questo modo: è stato impartito contro le passioni dell’animo.