venerdì 29 dicembre 2017

Il Vangelo della Famiglia.

Domenica fra l’Ottava di Natale:
La Santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe - Anno B - 31 dicembre 2015

Rito Romano
1Sam 1,20-22.24-28; 1Gv 3,1-2.21-24; Lc 2,41-52

Rito Ambrosiano
1Gv 1,1-10; Sal 96; Rm 10,8c-15; Gv 21,19c-24
III giorno dell’ottava di Natale – San Giovanni Apostolo ed Evangelista


1) Da un Tempio all’altro.
A pochissimi giorni dalla Solennità del Santo Natale, la liturgia di oggi ci fa celebrare la Santa Famiglia di Nazareth. In questo modo siamo invitate a contemplare e imitare la vita della famiglia “terrena” di Gesù. Cosa vediamo? Il Vangelo di San Luca ci fa mostra che in questa singolare famiglia non emerge solamente la figura del Figlio di Dio, la Persona divina che assume totalmente l'umanità delle Sue creature, il Dio con noi, il Principe della Pace. L’evangelista pone in evidenza la Mamma di Gesù, Maria, e Giuseppe, lo sposo di lei, collaboratore del disegno di salvezza per gli uomini e “custode della Redenzione” (S. Giovanni Paolo II).
Come può una famiglia così unica essere di modello per le nostre famiglie. E’ un nucleo familiare solo apparentemente simile a tutti le altre, ma così irripetibile che ci spinge a pensare che è inimitabile: un Figlio che è Dio, una mamma che è la Vergine Immacolata, e un papà che è il giusto per eccellenza,
E cosi Gesù, il Dio fatto uomo, ci dà un esempio di figlio, all'interno della sua famiglia, per diventare modello per tutte le famiglie di tutti i tempi e di tutti i luoghi.
Gesù non ebbe fretta nel presentarsi come Messia. In una piccola cittadina della periferia dell’Impero romano, nel nascondimento di un semplice famiglia questo Figlio visse una vita normale, ma crescendo in grazia e spirito, fino al momento in cui giunse l’ora di iniziare la missione che il Padre gli aveva affidato: una missione che lo porterà alla morte e alla resurrezione, facendo di noi, da un popolo senza domani ad un popolo chiamato a seguirlo nella santità e nella gioia della pienezza della Vita, oggi e per sempre.
Guardando alla Santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe, credo che le nostre famiglie siano spinte ad essere sempre di più “piccole chiese domestiche”, dove Dio è presente e dove si impara a vivere, camminando alla Luce del Vangelo, la Buona Novella, come sola guida sicura, in un mondo che ha perso lo sguardo sulla Luce del Cielo e guarda solo alle luci della Terra.
Ai genitori che lo cercavano da tre giorni Gesù risponde che loro dovevano sapere che il cammino della sua vita era quello di fare ciò che sta a cuore a suo Padre,. Quindi era rimasto per tre giorni nel tempio di suo Padre, occupandosi appunto delle cose del Padre suo (cfr Lc 2, 49). Poi, siccome il Vangelo è da vivere nella quotidianità della vita, ritorna con Maria e Giuseppe nella quotidianità di Nazareth. Scese con i genitori a Nazareth e stava loro sottomesso. Lascia il Tempio per il “tempio domestico”, dove tutto era organizzato per la Sua presenza divina e dove la Sua umanità cresce in sapienza e grazia.
Il Redentore ha lasciato i maestri della Legge che insegnavano nel Tempio di Gerusalemme, per stare con Giuseppe e Maria che sono maestri di vita in quella scuola speciale che è la loro casa a Nazareth. Il Figlio di Dio impara da loro l’arte di essere uomo. Guarda la mamma Maria che è teneramente forte, ma mai passiva. Guarda Giuseppe, il padre legale di Gesù, verso il quale il padre putativo ebbe “per speciale dono del Cielo, tutto quell'amore naturale, tutta quell'affettuosa sollecitudine che il cuore di un padre possa conoscere” (frase di Papa Pio XII citata nella Redemptoris Custos, n. 8).



2) La Santa Famiglia come scuola e modello reale e non solo ideale della famiglia.
Una vita semplice, quella di Gesù, Maria e Giuseppe, che tanto assomiglia alle nostre. Maria è la mamma, come le nostre mamme, attenta e vigile, ma soprattutto, in quanto Immacolata e quindi tutta di Dio, avrà educato il figlio al vero senso della vita, che è compiere la missione che il Padre gli aveva affidato, inviandolo tra di noi. Quindi la Casa di Nazareth non fu una scuola solamente per Gesù, ma lo è anche per noi, come insegna il B. Papa Paolo VI: “La casa di Nazareth è la scuola dove si è iniziati a comprendere la vita di Gesù, cioè la scuola del Vangelo. Qui si impara ad osservare, ad ascoltare, a meditare, a penetrare il significato così profondo e così misterioso di questa manifestazione del Figlio di Dio tanto semplice, umile e bella. Forse anche impariamo, quasi senza accorgercene, ad imitare” (Omelia a Nazareth, 5 gennaio 1964).
Il Vangelo di San Luca ci racconta la vita quotidiana e santa di Giuseppe e Maria che nella loro esitazione, nei loro interrogativi, nei loro atteggiamenti, nella loro debolezza, lungi dalla perfezione e dall’ideale, assomigliano a tanti genitori. Al tempo stesso sono il modello reale e originario di famiglia, dove coesistono verginità, sponsalità e genitorialità. Ora, agli sposi cristiani il Signore chiede che, mediante la nostra unione, si realizzi il duplice fine del matrimonio: il bene degli stessi sposi e la trasmissione della vita. Non si possono disgiungere questi due significati o valori del matrimonio, senza alterare la vita spirituale della coppia e compromettere i beni del matrimonio e l'avvenire della famiglia. Agli sposi cristiani è chiesto di vivere nella castità matrimoniale. A questo riguardo il Catechismo della Chiesa Cattolica insegna: “Gli atti coi quali i coniugi si uniscono in casta intimità, sono onorevoli e degni, e, compiuti in modo veramente umano, favoriscono la mutua donazione che essi significano, ed arricchiscono vicendevolmente in gioiosa gratitudine gli sposi stessi” [cfr Gaudium et spes, 49]” (n. 2362).
La verginità, però, in senso proprio, appartiene ai consacrati e rimanda all’eternità. Ma la verginità è pure costitutiva della famiglia originaria, quindi esiste un indissociabile legame tra noi sposi cristiani ed i consacrati per il Regno di Dio e questo legame è nella Santa Famiglia di Nazareth.
Le vergini consacrate nel mondo testimoniano che la verginità non è non avere affetti, anche se implica il rinunciare a una famiglia carnale, al rapporto fisico, per essere totalmente disponibili al compito di fecondità spirituale, ma concreta, al quale il Signore le ha chiamate. Cristo è al cuore del matrimonio cristiano e le vergini consacrate testimoniano che se si da tutto a Cristo la vita è davvero feconda. Come la Vergine Maria custodiscono nel loro cuore un mistero più grande di loro, lo portano nel mondo.
Sant’Agostino acutamente insegna l’importanza della maternità spirituale non in contrasto con maternità carnale: “La Chiesa ricopia gli esempi della madre del suo Sposo e del suo Signore, ed è, anche lei, madre e vergine. Se infatti non fosse vergine, perché tanto preoccuparci della sua integrità? E, se non fosse madre, di chi sarebbero figli coloro ai quali rivolgiamo la parola? Maria mise al mondo fisicamente il capo di questo corpo; la Chiesa genera spiritualmente le membra di quel capo. Nell’una e nell’altra la verginità non ostacola la fecondità; nell'una e nell'altra la fecondità non toglie la verginità. La Chiesa è, tutt’intera, santa nel corpo e nell'anima, ma non tutta intera è vergine nel corpo, anche se lo è nell’anima. Di quale santità non dovrà dunque rifulgere in quelle sue membra che conservano la verginità nel corpo e nell'anima? Un giorno - racconta il Vangelo - la madre e i fratelli di Gesù (cioè i suoi cugini) si fecero annunziare, ma rimasero fuori casa perché la folla non permetteva loro di avvicinarsi [al Maestro]. Gesù uscì in queste parole: Chi è mia madre? e chi sono i miei fratelli? E stendendo la mano verso i suoi discepoli, disse: Ecco i miei fratelli! Poiché, chiunque fa la volontà del Padre mio, questi è mio fratello e madre e sorella” (La Santa Verginità, 2.2-3.3).
Le Vergini consacrate mostrano che l’esempio di Maria, Vergine e Madre, è attuale e praticabile anche oggi e sono chiamate a vivere una maternità di Grazia.
Maria ha aperto la strada a tutte le donne che, al suo seguito, accoglieranno la chiamata divina a dare tutto il loro cuore al Signore nella verginità. Certo, non sono chiamate solo le donne alla vita verginale; va ricordato che Cristo si è impegnato egli stesso in questa via e vi ha impegnato anche i suoi apostoli.
Tuttavia, l’espressione “sposarsi con Dio”, conviene di più alla donna. Le vergini cristiane sono state considerate, fin dall'antichità, come spose di Cristo. Si può dire che esse rappresentano, nella maniera più appropriata e più completa, la qualità di sposa di Cristo che si attribuisce alla chiesa. Nelle vergini consacrate si personifica questa relazione di sposa con il Cristo.

Lettura Patristica
Origene
In Luc., 19, 2-7


       Dice il Vangelo che «cresceva». Si era infatti "umiliato assumendo la natura del servo" (Ph 2,7), e con la stessa potenza con la quale «si era umiliato» cresce. Era apparso debole, perché aveva assunto un corpo debole, ed è proprio per questo che nuovamente si fortifica. Il Figlio di Dio si era umiliato e per questo è poi ricolmato di sapienza. «E la grazia di Dio era su di lui». Egli aveva la grazia di Dio non quando raggiunse l’adolescenza, non quando insegnava apertamente, ma anche quando era ancora fanciullo; e come ogni cosa in lui era ammirabile, così lo fu anche la sua fanciullezza, fino al punto da possedere la pienezza della sapienza di Dio.

       "Andavano dunque i suoi genitori, secondo la consuetudine, a Gerusalemme per celebrare il giorno della Pasqua. Gesù aveva dodici anni" (Lc 2,41-42). Osserva con attenzione che, prima di aver compiuto i dodici anni, era ricolmato della sapienza di Dio e degli altri doni di cui si parla nel Vangelo. Quando ebbe dunque compiuto - come abbiamo detto - i dodici anni, e furono celebrati, secondo il costume, i giorni della solennità, e quando i parenti erano sulla via del ritorno, "il fanciullo rimase a Gerusalemme senza che i suoi genitori se ne accorgessero" (Lc 2,43). Comprendi che qui c’è qualcosa di sublime che varca i limiti della natura umana. Infatti non «rimase» semplicemente mentre i suoi genitori non sapevano dove fosse; ma, allo stesso modo in cui nel Vangelo di Giovanni (cf. Jn 8,59 Jn 10,39) è detto che allorquando i Giudei lo insidiavano egli sfuggì di mezzo a loro senza farsi vedere, così credo che ora il fanciullo sia rimasto a Gerusalemme, mentre i suoi genitori non sapevano dove fosse rimasto. E non dobbiamo stupirci di sentir chiamare genitori coloro che avevano meritato il titolo di madre e padre, l’una per averlo partorito, e l’altro per la devozione paterna.

       Continua: «Noi ti cercavamo addolorati». Non credo che essi si siano addolorati perché credevano che il fanciullo si fosse perduto o fosse morto. Non poteva accadere che Maria, la quale sapeva di averlo concepito dallo Spirito Santo, che era stata testimone delle parole dell’angelo, della premura dei pastori e della profezia di Simeone, nutrisse il timore di aver perduto il fanciullo che si era smarrito. Si deve assolutamente scartare un simile timore dalla mente di Giuseppe al quale l’angelo aveva ordinato di prendere il fanciullo e di andare in Egitto, di Giuseppe che aveva sentito le parole: "Non temere di prendere Maria in sposa, perché colui che è nato da lei è frutto dello Spirito Santo" (Mt 1,20): non poteva temere di aver perduto il fanciullo, che sapeva essere Dio. Il dolore e la sofferenza dei genitori ci suggeriscono un senso diverso da quello che può intendere il lettore comune.

       Così come tu, se qualche volta leggi la Scrittura, ne cerchi il significato con dolore e tormento, non perché pensi che la Scrittura abbia sbagliato, oppure che essa contenga qualcosa di falso, ma perché essa ha in sé una verità spirituale e tu non sei capace di scoprire questa verità; ebbene è proprio in questo modo che essi cercavano Gesù, temendo che egli si fosse allontanato da loro, che li avesse abbandonati e fosse andato altrove, e che -questa soprattutto è la mia opinione - fosse tornato in cielo per discenderne di nuovo un’altra volta quando gli fosse piaciuto.

       «Addolorati», dunque, cercavano il Figlio di Dio. E cercandolo, non lo trovarono «tra i parenti». La famiglia umana non poteva infatti contenere il Figlio di Dio. Non lo trovarono tra i conoscenti, perché la potenza divina sorpassa qualsiasi conoscenza e scienza umana. Dove lo trovano dunque? «Nel tempio»; lì si trova infatti il Figlio di Dio. Quando anche tu cercherai il Figlio di Dio, cercalo dapprima nel tempio, affrettati ad andare nel tempio, ed ivi troverai il Cristo, Verbo e Sapienza, cioè Figlio di Dio.

       Siccome era ancora piccolo, è trovato «in mezzo ai dottori» mentre li santificava e li ammaestrava. Siccome, ripeto, era piccolo, egli sta «in mezzo» a loro, non insegnando, ma interrogando, e fa così perché noi, considerando la sua età, apprendiamo che ai fanciulli conviene - anche se sono sapienti ed eruditi - ascoltare i maestri piuttosto che voler insegnare loro, evitando cioè di mettersi in mostra con vana ostentazione. Interrogava i maestri - io dico - non per imparare qualche cosa, ma per istruirli interrogandoli. Dalla stessa sorgente della dottrina derivano infatti sia l’interrogare che il rispondere sapientemente; è caratteristica della stessa scienza sapere che cosa chiedere e che cosa rispondere. Era necessario che dapprima il Salvatore c’insegnasse come porre sagge domande, e poi come rispondere alle questioni secondo la sapienza e la Parola di Dio.


venerdì 22 dicembre 2017

Da Nazareth a Betlemme: il 2017° Natale

1)Vigilia di Natale.

Quest’anno, 2017, la IV domenica di Avvento cade il 24 dicembre. Dopo la testimonianza di Giovanni Battista (III domenica di Avvento), la liturgia della Parola di questa IV domenica ci propone la testimonianza di Maria, Vergine Madre di Dio, la quale ha conservato devotamente nel suo cuor le grandi cose che il Signore aveva fatto per lei.  
Facciamo nostro lo sguardo pieno di speranza che ha nutrito la paziente attesa di Giovanni il Battista e la materna attesa di Maria, per cantare con lei il Suo inno di lode per Dio che “ha soccorso Israele suo servo, ricordandosi della sua misericordia, come aveva promesso ai nostri padri, ad Abramo e alla sua discendenza per sempre” (Lc 1,54-55). 
  Alla vigilia del Natale, la liturgia ci conduce a Nazareth dove fu detta la prima “Ave Maria” e dove il Verbo si è fatto carne, e ci propone il Vangelo dell’Annunciazione. Contempliamo questo fatto evangelico -narrato a noi da San Luca, il quale probabilmente se la sentì raccontare da Maria stessa, la Madre, protagonista di questo fatto- e facciamo nostro il “sì”, il “fiat” (in latino), l’“Amen” (in ebraico) di questa giovane donna. In questo modo potremmo realizzare anche noi le parole dell’Angelo Gabriele: “Non temere … concepirai … darai alla luce il Figlio di Dio e gli metterai il nome: Gesù”.
L’evento dell’Annunciazione ci dice con chiarezza che Maria è il tramite immediato, anche temporale, oltre che biologico e affettivo, teologico e biblico per accogliere Gesù in questo Natale e per sempre. In effetti a che “ci giova che Cristo sia nato una volta da Maria a Betlemme, se non nasce anche per fede nella nostra anima?” (Origene). Dunque, “commossi dalla bontà di Dio che in Cristo manifesta il suo amore per l’uomo” (Papa Francesco) accogliamo il Salvatore.
Un grande stupore pieno di commozione si impossessa di noi se contempliamo il miracolo del Dio, che assume un corpo umano prendendo dimora in un seno materno, e che in “quel seno di carne fu in grado di portare il fuoco, che la fiamma abitò nel corpo delicato senza bruciarlo” (Sant’Efrem, il Siro) ma bruciò i nostri peccati.

2) Natale e il Presepe.

Ora, da Nazareth, che vuol dire “giardino” e dove è nato il fiore di Cristo, andiamo a Betlemme, che vuol dire “casa del pane” e ospita chi si farà Pane di vita per noi. 
A Betlemme è nato Colui che, nel segno del pane spezzato, avrebbe lasciato il memoriale della sua Pasqua. L’adorazione del Bambino Gesù in questa Notte Santa prosegua nell’adorazione eucaristica. Adoriamo il Signore, fattosi Carne per salvare la carne nostra, fattosi Pane vivo per dare la vita ad ogni essere umano. Riconosciamo, come nostro unico Dio, questo fragile Bambino che sta inerme nel presepe. “Nella pienezza dei tempi, ti sei fatto uomo tra gli uomini per unire la fine al principio, cioè l’uomo a Dio” (cfr S. Ireneo, Adv. haer., IV, 20,4). Nel Figlio della Vergine, “avvolto in fasce” e deposto “in una mangiatoia” (Lc 2,12), riconosciamo e adoriamo “il Pane disceso dal cielo” (Gv 6,41.51), il Redentore venuto sulla terra per dare la vita al mondo.
Oggi non ci è dato solamente di ascoltare, ma anche di vedere la Parola di Dio, basta che andiamo “fino a Betlemme e guardiamo questa Parola, che il Signore ha fatto e ci ha mostrato. (Guerrico d’Igny)
Andiamo, dunque, alla grotta di Betlemme e contempliamo questo miracolo impensabile e che per molti è ancora incredibile: “Dio, che misura il cielo con la spanna, giace in una mangiatoia d’una spanna; Lui, che contiene il mare nel cavo della mano, conobbe la propria nascita in una grotta. Il cielo è pieno della sua gloria e la mangiatoia è piena del suo splendore (Sant’Efrem il Siro, Inno per la nascita di Cristo, 1). 
  Se leggiamo con attenzione il Vangelo della Natività, come lo propone San Luca, possiamo ricreare nella mente e nel cuore la scena del presepio. Immaginiamo una grotta utilizzata anche come stalla: povero alloggio di fortuna, scelto dai due pellegrini, Maria e Giuseppe, per ospitare la nascita di Colui che è  il centro del mondo e dell’umanità: maturo avvenimento che compie i tempi. Lasciamo attirare gli occhi del nostro cuore dalla notte, dal freddo, dalla povertà, dalla solitudine e, poi, improvvisamente, dall’aprirsi del cielo e dallo straordinario annuncio degli angeli, e dall’arrivo dei pastori. Con l’immaginazione possiamo ricostruire i particolari e trasformare la scena in un paesaggio pastorale, che sembra familiare, per una storia incantevole. Tutti diventiamo bambini, e gustiamo un momento incantato che ci fa sognare. Ciò è bello ma è riduttivo, perché Cristo nasce in una grotta. E quando i pastori vi arrivarono, cosa videro? 
Un bambino avvolto in fasce e deposto nella mangiatoia come gli Angeli avevano annunciato loro. E’ la meraviglia del Natale: ad essere proclamato Signore, il Principe della pace, Messia e Salvatore  è un bambino che ha, come trono, una mangiatoia e, come palazzo reale, una grotta. La totale semplicità del primo presepe stupisce. Il particolare che più meraviglia è l’assenza di ogni tratto meraviglioso nella grotta. I pastori sono sì avvolti e intimoriti dalla gloria di Dio, ma il segno che ricevono dagli Angeli è semplicemente: “Troverete un bambino avvolto in fasce e deposto nella mangiatoia”. E quando giungono a Betlemme non vedono altro che “un bambino deposto nella mangiatoia”.  Quindi chiediamo di scorgere il miracolo del Natale nella “banalità” del quotidiano e prediamo sul serio quanto un anonimo scrisse secoli fa: 
“Il nostro corpo è il Presepe vivente nei luoghi dove siamo chiamati a vivere e a lavorare. Le nostre gambe, come quelle degli animali che hanno riscaldato Gesù la notte del Suo natale. Il nostro ventre, come quello di Maria che ha accolto e fatto crescere Gesù. Le nostre braccia come quelle di Giuseppe che hanno cullato, sollevato, abbracciato Gesù e per Lui hanno lavorato. La nostra voce, come quella degli angeli per lodare il Verbo che si è fatto carne. I nostri occhi, come di tutti quelli che la notte l’hanno visto nella mangiatoia. Le nostre orecchie, come quelle dei pastori che hanno ascoltato –stupefatti- il canto angelico proveniente dal cielo. La nostra intelligenza, come quella dei Re Magi che hanno seguito la stella fino alla “casa” di Gesù: la grotta. Il nostro cuore come la mangiatoia che ha accolto l’Eterno che si è fatto piccolo e povero come uno di noi”.
Andiamo dunque al presepe per diventare noi sempre più Presepe vivente che rivela l’Uomo e Dio. L’Uomo che non siamo ancora ma che siamo chiamati ad essere e Dio che non può manifestarsi che in una umanità umile ma trasparente, che fa passare attraverso di essa questo Amore che è unicamente Amore.
Se andiamo al presepe è perché il Natale è il centro della Storia universale. E’ in rapporto al Natale che tutti i secoli sono contati. 
Se andiamo al presepe è perché nella nascita di Cristo c’è la nostra nascita, la nostra dignità, la nostra grandezza e la nostra libertà.
Se andiamo al presepe è perché lì Dio si rivela non più come un padrone che ci domina, che rivendica dei diritti su di noi, ma come un Amore dolce, che si vuole nascondere in noi, e che non smette di aspettarci perché la “sola” cosa che può fare sempre è di amarci.
L’unica risposta logica a questo Amore è di amarLo. I cristiani sono coloro che hanno creduto e credono a questo Amore nato in mezzo a noi e per noi. I cristiani sono chiamati dall’Amore per amare. Questa è la vocazione che il Natale propone e ogni anno rinnova. 
Questa vocazione all’Amore è vissuta in modo speciale dalle Vergini consacrate. Se la vita cristiana è un cammino e un’assimilazione progressiva alla vita del Signore Gesù, lo è in modo particolare quella di queste donne che lietamente si sono consacrate a Cristo con amorosa fiducia e totale abbandono. Le vergini consacrate ci testimoniano che Cristo è un dono al quale si risponde donandosi e facendo del nostro cuore la mangiatoia da dove Lui apre le braccia al mondo. Il Natale non è un’emozione, ma una vocazione a stare sempre con Lui castamente. Il Figlio di Dio che si incarna, si fa uno di noi, e ci chiama a credere con il cuore, a proclamare con la bocca (cfr. Rm 10,9-10) e confermare con le opere che l’alleanza di Dio è nella nostra carne consacrata dall’offerta verginale  affinché gli uomini, vedendo le nostre opere buone, diano gloria al Padre nostro che è nei cieli (cfr. Mt 5,16) in Gesù Cristo nostro Signore (cfr. Liturgia). Essere vergini consacrate vuol dire essere segno della fedeltà di Dio e luogo dove la vita di Cristo donata genera vita qui sulla terra  e per l’eternità.
Le Vergini consacrate nel mondo - e noi con loro - sono chiamate ad essere  la culla del vero Adamo, dove il mondo intero è messo al mondo nella comunione divina. “Mi aspetto pertanto che la ‘spiritualità della comunione’, indicata da San Giovanni Paolo II, diventi realtà e che voi siate in prima linea nel cogliere ‘la grande sfida che ci sta davanti’ in questo nuovo millennio: fare della Chiesa la casa e la scuola della comunione” (Papa Francesco, Lettera in occasione dell’Anno della Vita consacrata, novembre 2014).




Lettura Patristica
Sant’Atanasio (295 – 373)
De incarnat. Verbi, 8 s.


 Per questo motivo il Verbo di Dio, incorporeo ed incorruttibile ed immateriale, si calò nella nostra dimensione, benché mai neppure prima ne sia stato lontano, dal momento che, unito com’è al Padre suo, non ha lasciato alcuna parte della creazione vuota di sé e riempie ogni cosa.

       Il Verbo di Dio si degna così di venire e di manifestarsi a noi, in virtù della sua filantropia nei nostri confronti. Vedendo che gli esseri ragionevoli si perdono e che la corruzione della morte regna su di loro; vedendo che la minaccia formulata da Dio contro la trasgressione trova efficace realizzazione attraverso questa corruzione e che sarebbe assurdo che questa legge venisse violata prima ancora d’esser compiuta; vedendo come fosse disdicevole che le opere di cui egli era l’autore fossero distrutte; vedendo la soverchiante cattiveria degli uomini accrescersi pian piano ai danni di loro stessi e divenire intollerabile; vedendo che tutti gli uomini si rendevano schiavi della morte, il Signore ebbe pietà della nostra stirpe e si fece misericordioso nei rispetti della nostra debolezza. Volle rimediare alla nostra corruzione e non sopportò che la morte la spuntasse su di noi, affinché la sua creatura non perisse e l’opera compiuta dal Padre suo, nel creare gli uomini, non si dimostrasse inutile. Assunse dunque un corpo, ed un corpo che non è diverso dal nostro. Egli, infatti, non ha voluto semplicemente «trovarsi in un corpo», come non ha voluto unicamente «mostrarsi»: in quest’ultimo caso, altrimenti, avrebbe potuto realizzare questa teofania in un essere più potente d’un uomo. Il Signore assume, invece, un corpo come il nostro, né si accontenta semplicemente di rivestirsene, ma vuole farlo nascendo da una vergine senza colpa né macchia, che non conosceva uomo, prendendo così un corpo puro e del tutto incontaminato da qualsiasi unione carnale. Benché onnipotente e demiurgo dell’universo, all’interno di questa vergine egli si edifica il proprio corpo come un tempio e, manifestandosi e dimorando in esso, se ne serve come d’uno strumento. Dal nostro genere, pertanto, il Signore acquista una natura analoga alla nostra e, allo stesso modo come tutti noi siamo condannati alla corruzione ed alla morte, non diversamente anch’egli, per il beneficio di tutti, consegna il proprio corpo alla morte, presentandolo al Padre; e tutto questo egli conduce a termine per filantropia.

       In tal modo, dal momento che tutti muoiono in lui (Rm 6,8), la legge della corruzione, diretta contro gli uomini, sarà infranta. Essa, infatti, dopo aver esercitato tutto il suo potere sul corpo del Signore, da quell’istante non sarà più in grado di infierire sugli uomini, essendo ormai costoro simili a lui.

       Il Verbo di Dio, pertanto, ripristina nell’incorruttibilità quegli uomini che erano divenuti nuovamente preda della corruzione. Appropriandosi d’un corpo, egli dona loro una nuova vita e li riscatta dalla morte. In virtù della grazia della risurrezione, il Signore fa sparire la morte lontano dagli uomini, come un fuscello di paglia distrutto nel fuoco.


       Il Verbo, dunque, costatava che la corruzione degli uomini non poteva assolutamente esser cancellata, se non attraverso la morte. D’altronde, essendo immortale e figlio del Padre, non era possibile che il Verbo potesse morire. Pertanto egli si riveste di un corpo suscettibile di morire affinché, partecipando del Verbo che sta al di sopra di tutto, questo corpo sia in grado di morire per tutti e, d’altronde, grazie al Verbo che ha preso dimora in lui, rimanga incorruttibile e faccia ormai cessare in tutti, in virtù della risurrezione, la corruzione. Così, come nel sacrificio d’una vittima innocente, egli offre alla morte questo corpo, dopo essersene spontaneamente rivestito, e, tosto, fa sparire la morte in tutti i suoi simili, attraverso l’offerta d’una vittima somigliante a loro.

       È giusto che il Verbo di Dio, superiore com’è a tutti, offrendo il suo tempio e lo strumento del suo corpo come prezzo del riscatto per tutti, paghi, con la sua morte, il nostro debito. Così, unito a tutti gli uomini attraverso un corpo simile al loro, il Figlio incorruttibile di Dio può a giusta ragione rivestire tutti gli uomini d’incorruttibilità, promettendo altresì loro la risurrezione. La corruzione stessa della morte, perciò, non ha più alcun potere contro gli uomini, grazie al Verbo che dimora fra questi, in un corpo simile al loro.

       Allorché un re illustre fa il suo ingresso in una grande città e prende dimora in una delle sue case, questa città si sente oltremodo onorata, né nemici né briganti, ormai, marceranno più contro di essa per devastarla e vien fatta oggetto d’ogni attenzione per il fatto che il re risiede in una sola delle sue case. Così avviene anche al riguardo del re dell’universo: da quando egli è venuto nella nostra terra ed ha abitato un corpo simile al nostro, ogni iniziativa dei nemici contro gli uomini ha avuto termine e la corruzione della morte, che per lungo tempo aveva imperversato contro di essi, è scomparsa. Il genere umano sarebbe completamente perito, se il Figlio di Dio, signore dell’universo e salvatore, non fosse disceso a porre termine alla morte.

venerdì 15 dicembre 2017

Giovanni il Battista: testimone della luce e della gioia

Rito Romano
II Domenica di Avvento “Gaudete” – Anno B – 17 dicembre 2017
Is 61,1-2.10-11; Sal Lc 1; 1Ts 5,16-24; Gv 1,6-8.19-28


Rito Ambrosiano
Is 62,10-63,3b; Sal 71; Fil 4,4-9; Lc 1,26-38a
Domenica dell’Incarnazione o della Divina Maternità della Beata Vergine Maria


  1) Testimone della luce.
L’Avvento è tempo di attesa, di speranza e di preparazione alla visita del Signore. Per questo oggi la Liturgia della Chiesa ci fa domandare la grazia di questa visita, che ci porta la luce e dissipa le tenebre. Il buio fa paura al cuore, invece la luce gli dà gioia. Per accogliere la visita di luce che è Cristo, in questa terza domenica di Avvento la Chiesa ci propone la figura di Giovanni il Battista, non è la Luce, ma ne è il testimone.
Nel Vangelo di oggi ci sono offerti molti elementi che caratterizzano la testimonianza del Battista. Ne sottolineo alcuni:
Prima di tutto, Giovanni è pienamente consapevole che la sua intera vita è totalmente in relazione al Cristo. Di fronte a coloro che lo interrogavano sulla sua identità, Giovanni insiste nel dire chi non è: lui non è la luce, è “una lampada che arde e risplende” (Gv 5,35). Lui non è lo sposo, è “l’amico dello sposo” (Gv 3,29), non è la Verità, è il testimone della verità, non la Verità; non è la Parola, è la voce. Certamente una vita che sembra fondarsi su di una negazione ci lascia stupiti e perplessi. Ma è una negazione necessaria per fare spazio a Gesù.
Alla domanda: “Chi è dunque quest’uomo, chi è Giovanni Battista?” La sua risposta è di una umiltà sorprendente. Non è il Messia, non è la luce. Non è Elia tornato sulla terra, né il grande profeta atteso. E’ il precursore, semplice testimone, totalmente subordinato e relativo a Colui che annuncia; una voce nel deserto, come anche oggi, nel deserto spirituale di questo mondo secolarizzato, abbiamo bisogno di voci che semplicemente ci annunciano: “Dio c’è, è sempre vicino, anche se sembra assente”.
In questa paradossale definizione negativa della propria identità, in questo atteggiamento realistico di umiltà, Giovanni ritrova se stesso: lui è voce nel deserto ed è testimone della luce. E questo ci tocca nel cuore, perché in questo mondo con tante tenebre, tante oscurità, tutti siamo chiamati ad essere testimoni della luce.
Il tempo di Avvento ci invita a questa missione: essere testimoni che la luce c’è e portare la luce nel nostro tempo e nel nostro mondo che proclama l’assenza di Dio.
Va tenuto presente, però, che possiamo essere testimoni solo se portiamo in noi la luce, se siamo non solo sicuri che la luce c’è, ma che abbiamo visto un po’ di luce. Questa luce arriva agli occhi del cuore nella Chiesa, nella Parola di Dio, nella celebrazione dei Sacramenti, nel Sacramento della Confessione, con il perdono che riceviamo, nella celebrazione della Messa, dove il Signore si dà nelle nostre mani e nei nostri cuori. E così diventiamo anche testimoni di carità.
Ognuno di noi è “uomo mandato da Dio”, piccolo profeta inviato tra i suoi e nel mondo. Se il nostro cuore come lampada accoglie le luce di Cristo, guarda la realtà nella luce di Cristo, nella luce che è Cristo, saremo testimoni non tanto dei comandi, o dei castighi, ma del giudizio misericordioso di Dio, della luce del Redentore, che fascia le piaghe dei cuori feriti, che va in cerca di tutti i prigionieri per tirarli fuori dal buio di un cuore incarcerato dal peccato e rimetterli nel sole della sua verità e del suo amore.




2) Testimoni della gioia.
La terza Domenica di Avvento si chiama Domenica “della gioia”1 e ci ricorda che, anche in mezzo a tanti dubbi e difficoltà, la gioia esiste perché Dio esiste, è venuto a visitarci e viene per stare con noi, sempre.
La gioia di un incontro che si rinnova con la celebrazione del Natale, non è riducibile ad una emozione.
La gioia del vangelo (come Papa Francesco ricorda nella Evangelii Gaudium) non è un sorriso fragile e breve che compare sul volto per pochi istanti e poi si spegne.
Non è neppure l’euforia sentimentale che si rinnova ogni anno durante le feste di Natale, ma che non cambia la vita.
La gioia di Cristo nascente è quella annunciata da Isaia e Paolo (prima e seconda lettura), che si fanno eco per annunciare la Gioia, simile alla gioia semplice degli sposi alla festa di Nozze, o a quella della terra che accoglie il seme per farlo germogliare. Una gioia che guarda avanti, a quello che sarà, non a quello che è già avvenuto. Una gioia che non contempla solamente il Bambino nell’umile grotta di Betlemme, ma Colui che di nuovo verrà nella gloria e riempirà la nostra vita di eternità.
Per questo abbiamo bisogno dell’esempio di Giovanni il Battista o - meglio - come lo definisce il quarto evangelista, del “Testimone”. Questo Testimone - che esulta di gioia alla voce dello Sposo - è colui che precede per guardare sempre oltre, sempre avanti. Con la sua parola e la sua vita Giovanni guarda avanti e ci invita a guardare avanti, per essere come lui testimoni della verità, della carità e della gioia di Cristo.
La gioia implica l’amore. Giustamente si è visto sempre un legame fra l’amore e la felicità: chi si sposa pensa che il giorno delle sue nozze sia il giorno più bello della sua vita. Effettivamente nell’amore anche umano l’uomo trova la sua completezza e nella sua perfezione naturale trova precisamente il compimento dei suoi desideri, la risposta della natura alle proprie esigenze, ai bisogni non solo dell’anima ma anche del corpo. Tutto trova il suo compimento in quest’unione nuziale e l’unione nuziale non è che il frutto dell’amore. Amore e gioia sembrano andare d’accordo. La gioia è il frutto dell’amore, che è il dono commosso di se stessi all’altro. Non possiede la gioia vera e duratura chi non è libero da ogni egoismo.
Se noi vogliamo possedere la gioia bisogna dunque liberarci da noi stessi. Ecco la prima esperienza. Bisogna vincere ogni egoismo che ci chiuda in noi stessi e faccia convergere a noi e attiri a noi le cose.
Se la gioia implica l’amore, esige a sua volta la vittoria sull’egoismo, implica la dimenticanza di se stessi. Nessuno che si chiuda in sé stesso può possedere la gioia vera. È nel puro dono di sé piuttosto che l’anima trova la gioia. Ma il dono di sé a sua volta implica sacrificio. Non è dunque vero che il sacrificio sia contrario alla gioia.
Non è dunque vero che la morte a se stessi sia veramente la fine della gioia: è anzi la porta che si apre all’infinita beatitudine, alla pienezza della pace, perché è anche la porta dell’amore.
La morte a se stessi fonte di gioia è testimoniata in modo speciale dalle Vergini consacrate. Papa Francesco Insegna: “Dove ci sono le persone consacrate c’è la gioia”. Questa donne testimoniano che Dio è capace di colmare il loro cuore e di renderle felici, senza bisogno di cercare altrove la felicità. Possiamo ben applicare alla vita consacrata quanto è scritto nella Esortazione apostolica Evangelii gaudium, citando un’omelia di Benedetto XVI: «La Chiesa non cresce per proselitismo, ma per attrazione» (n. 14). Sì, la vita consacrata non cresce se organizziamo delle belle campagne vocazionali, ma se le giovani e i giovani che ci incontrano si sentono attratti da noi, se ci vedono uomini e donne felici! Ugualmente la sua efficacia apostolica non dipende dall’efficienza e dalla potenza dei suoi mezzi. È la vostra vita che deve parlare, una vita dalla quale traspare la gioia e la bellezza di vivere il Vangelo e di seguire Cristo” (Papa Francesco, Lettera Apostolica a tutti le consacrate in occasione dell’Anno della Vita Consacrate, 28 novembre 2014).
Questa terza domenica di Avvento ci richiama che il vero centro è Cristo. Le vergini consacrate testimoniano quanto Cristo amato sopra ogni cosa sia fonte di gioia.
Una gioia donata, pronta, immensa, a portata di cuore. Una gioia da accettare, da lasciarsene invadere e trasformare tutti, per diventare nuovi.
Sarà occasione per mettere davanti a Dio tutta la vita, per mettere Dio davanti a tutta la vita, di nuovo, con amore, con fiducia, con la consapevolezza che proprio quando siamo nelle tenebre del peccato, della crisi, dello scoraggiamento, c'è qualcuno che ci fa fissare il cuore al mattino della luce che sta sorgendo portando la gioia.

1 Questa segna il passaggio dalla prima parte, prevalentemente austera e penitenziale, dell’Avvento alla seconda parte dominata dall’attesa della salvezza vicina. Il titolo le viene dalle parole “rallegratevi” (gaudete) che si ascoltano all’inizio della Messa: “Rallegratevi sempre nel Signore ve lo ripeto, rallegratevi, il Signore è vicino” (Filippesi 4, 4-5). Ma il tema della gioia pervade anche il resto della liturgia della parola. Nella prima lettura sentiamo il grido del profeta: “Io gioisco pienamente nel Signore, la mia anima esulta nel mio Dio”. Il Salmo responsoriale è il Magnificat di Maria, intercalato dal ritornello: “La mia anima esulta nel mio Dio”. La seconda lettura infine comincia con le parole di Paolo: “Fratelli, siate sempre lieti”.



Lettura Patristica
Sant’Agostino d’Ippona (354 – 430)
Sermo, 293, 3 s.


Giovanni la voce, Cristo il Verbo

       Giovanni è la voce, ma il Signore "
da principio era il Verbo" (Jn 1,1). Giovanni una voce per un tempo, Cristo il Verbo fin dal principio, eterno. Porta via l’idea, che vale più una parola? Se non si capisce niente, la parola diventa inutile strepito. La parola senza un’idea batte l’aria, non alimenta il cuore. E anche mentre alimentiamo il cuore, guardiamo l’ordine delle cose. Se penso a ciò che devo dire, c’è già l’idea nel mio cuore; ma se voglio parlare con te, mi metto a pensare se sia anche nel tuo cuore, ciò che è già nel mio. Mentre cerco come possa giungere a te e fissarsi nel tuo cuore l’idea ch’è già nel mio, formo la parola e, formata la parola, parlo a te: il suono della parola porta a te l’intelligenza dell’idea; è il suono che passa da me a te, l’idea invece, che ti è stata portata dalla parola, è già nel tuo cuore e non se n’è andata dal mio. Il suono, dunque, portata l’idea in te, non ti par che ti dica: "Bisogna che lui cresca e che io venga diminuito?" Il suono della parola fece il suo ufficio e scomparve, come se dicesse: "Questa mia gioia è completa" (Jn 3,30). Afferriamo l’idea, assimiliamo l’idea per non perderla più. Vuoi vedere la parola che passa e la divinità permanente del Verbo? Dov’è ora il Battesimo di Giovanni? Fece il suo ufficio e passò. Il Battesimo di Cristo ora è in voga. Crediamo tutti in Cristo, speriamo d’essere salvi in lui: questo disse la parola. Ma poiché è difficile distinguere tra parola e idea, lo stesso Giovanni fu creduto Cristo. La parola fu ritenuta idea, ma la parola si dichiarò parola, per non ledere l’idea. "Non sono", disse, "Cristo, né Elia, né profeta". Gli fu risposto: "Chi sei, dunque, tu? Io sono", disse, "voce di colui che grida nel deserto: Preparate la via del Signore" (Jn 1,20-23). "Voce di uno che grida nel deserto": voce di uno che rompe il silenzio. "Preparate la via del Signore": come se volesse dire: Io vado rimbombando per introdurlo nei cuori, ma non troverò un cuore nel quale egli si degni di entrare, se non preparate la via. Che vuol dire: "Preparate la via", se non supplicate convenientemente? che cosa, se non pensate umilmente? Prendete da lui esempio d’umiltà. Viene ritenuto il Cristo, dichiara di non essere ciò che è ritenuto, né si avvantaggia per il suo prestigio dell’errore altrui. Se dicesse: Io sono il Cristo, quanto facilmente sarebbe creduto, se, prima ancora che lo dicesse, già lo era ritenuto! Non lo disse Si ridimensionò, si distinse, si umiliò. Capì dove era la sua salvezza: capì ch’egli era una lucerna ed ebbe paura di essere spento dal vento della superbia...

       Gli occhi deboli hanno paura della luce del giorno, ma possono sopportare quella di una lucerna. Perciò la luce del giorno mandò innanzi la lucerna. Ma mandò la lucerna nel cuore dei fedeli, per confondere i cuori degli infedeli. "
Ho preparato", dice, "la lucerna al mio Cristo": Giovanni araldo del Salvatore, precursore del giudice che deve venire, l’amico dello sposo.


venerdì 8 dicembre 2017

Conversione alla lieta notizia: la venuta di Cristo.

Rito Romano
II Domenica di Avvento – Anno B – 10 dicembre 2017
Is 40,1-5.9-11; Sal 84; 2Pt 3,8-14; Mc 1,1-8



Rito Ambrosiano
Is 11,1-10; Sal 97; Eb 7,14-17. 22. 25; Gv 1,19-27a. 15c. 27b-28
V Domenica di Avvento – “Il Precursore”


 
1) Cambiare vita e pensieri.
  Domenica scorsa, I di Avvento, la Liturgia ci ha invitato alla vigilanza, oggi, II di Avvento, ci chiede la conversione, il ritorno a Dio. Esige un cambiamento di mentalità e di vita. Prestiamo attenzione ai gesti e alle parole di San Giovanni il Battista, che, battezzando in un luogo deserto sulle rive del Giordano, proclamava il battesimo di conversione per il perdono dei peccati e gridava: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri” (Mc 1, 3).
Raddrizzare le strade del Signore vuol dire accogliere una parola che viene da Dio e ferisce il cuore di chi lo ascolta, aprendolo al grande dono della conversione che libera e mettersi nella condizione spirituale di una profonda revisione della nostra vita di fede, speranza e carità e di moralità. Quindi, la conversione inizia con l’ascolto attento ed accogliente della parola di Dio contenuta nella Scrittura.
E se è vero che la Bibbia ci conduce a Cristo, è altrettanto vero che la parola di Dio ha come primo risultato quello di farci riconoscere i nostri peccati (cfr. Mc 1,5). Di fronte al Signore che viene noi riconosciamo che le nostre vie non sono le sue (cfr. Is 55,9) e siamo spinti alla conversione, a cambiare strada, a mutare direzione di vita per ritornare al Signore.
Per camminare spediti su questa strada che ci fa tornare a casa, da nostro Padre, occorre ritrovare l’essenzialità quale San Giovanni Battista ce la mostra e come il vangelo ce la descrive dicendo che era sobrio nel cibo e povero nel vestire. L’essenzialità della sua predicazione e profondamente unita all’essenzialità del suo vivere.
Inoltre, San Giovanni non si limita a preparare una strada al Signore, ma la sua persone è “strada” per Cristo. Lui è il “precursore” non solo perché viene prima del Messia, ma anche perché è la voce che precede Cristo ed è il porta-Parola che grida nel deserto spirituale di questa umanità, poco attenta alla Parola di Dio e molto in sintonia con le parole ( sarebbe più giusto dire: chiacchiere) del mondo.
L’Apostolo Pietro invita, in tal senso, a ricercare una nuova ed autentica condotta di vita, che possa condurre alla santità piena, per essere trovati “senza macchia e irreprensibili davanti a Dio” (Cfr. 2Pt. 3, 8-14).
Oltre all’ascolto della parola di Dio ed alla essenzialità della vita per metterla in pratica, c’è un terzo aspetto da non dimenticare per un cammino di conversione ed è quello della Confessione sacramentale, che come insegnano i Padri della Chiesa è un “secondo” battesimo. Nel primo fummo battezzati con acqua e vale una volta per tutte. Nel secondo, che dobbiamo ricevere quando abbiamo perso il candore battesimale, l’acqua sono le nostre lacrime, almeno spirituali, che esprimono il nostro dolore a Cristo, il quale ci conferma nel suo amore e ci abbraccia.
Papa Francesco insegna: “La confessione è l’abbraccio dell’infinita misericordia divina. Ricordiamo quella bella, bella parabola del figlio che se n’è andato da casa sua con i soldi dell’eredità; ha sprecato tutti i soldi, e poi, quando non aveva più niente, ha deciso di tornare a casa, non come figlio, ma come servo. Tanta colpa aveva nel suo cuore e tanta vergogna. La sorpresa è stata che quando incominciò a parlare, a chiedere perdono, il padre non lo lasciò parlare, lo abbracciò, lo baciò e fece festa. Ma io vi dico: ogni volta che noi ci confessiamo, Dio ci abbraccia, Dio fa festa” (Udienza Generale, 19 febbraio 2014) Andiamo avanti su questa strada di conversione e il Natale fiorirà nel nostro cuore, che durante l’Avvento abbiamo preparato  “come la mangiatoia che ha accolto l’Eterno che si è fatto piccolo e povero come uno di noi” (Anonimo medievale).


2) Giovanni, il Battista: esempio di convertito.
Come ricorda il Vangelo di questa domenica, la venuta di Gesù richiede un tempo di preparazione, che è annunciato da Giovanni il Battista, proponendo “un battesimo di conversione per il perdono dei peccati”.
Il modo più autentico, più semplice, più immediato e, in fondo, più umano per “preparare la via del Signore” (cfr. Mc 1,3) è iniziare a percorrerla. Si vive l’Avvento, mettendosi in cammino per andare, anche solo con qualche timido ed insicuro passo, verso Colui che, misericordioso ed amante, gratuitamente viene incontro all’uomo.
In questo cammino oggi la Chiesa ci propone l’esempio stupendo e umanamente sconcertante (come è possibile imitare un uomo di questo tipo) di San Giovanni il Battista, che chiede di convertirsi e di preparare la strada al Signore perché vive in prima persona tale realtà.
In effetti, San Marco nel suo vangelo non lo presenta come semplice annunciatore di Gesù, ma come suo precursore. Questo Evangelista non si dilunga sulla predicazione del Battista. Si limita a dire che “battezzava nel deserto, predicando un battesimo di conversione” e si concentra sul fatto che il Precursore annuncia la venuta imminente del Messia e ne indica la superiorità. Giovanni Battista è tutto racchiuso in questo compito: attirare l’attenzione su Gesù. E’ il compito essenziale di ogni discepolo. C'è anche però una seconda insistenza: l'evangelista si dilunga nel descrivere il modo con cui Giovanni viveva: nel deserto, in austerità, come il profeta Elia. Giovanni non è soltanto il predicatore della conversione, è la “figura” del convertito.
Certo se non ci è chiesto di imitarlo nel modo di vivere nel deserto, di vestire pelli di cammello e di mangiare locuste, ci è chiesto di imitarlo nella sobrietà, nell’umiltà e nella salda decisione di tendere a Cristo, che seppe già riconoscere quando era ancora nel grembo di sua madre Elisabetta, esultando di gioia. Da adulto, ebbe occhi così puri che seppe riconoscere il Messia che si trovava fra le gente che andava da lui, e lo indicò con chiarezza dicendo “Ecco l’Agnello di Dio”. Seppe attirare a Cristo e poi ritirarsi dicendo: “Occorre che Lui cresca ed io diminuisca”.

3) San Giovanni Battista e la Verginità che non è sterilità.
Il tema della verginità e quello dello Sposo (Cristo) acquisiscono uno stretto legame a partire dal significato positivo dell’offerta di sé nella verginità per il Regno dei Cieli. Alcune forme di verginità sono immediatamente preparatorie al Nuovo Testamento, come quella di San Giovanni Battista. Altre figure sono la piena realizzazione di questo legame: la Vergine Maria, Giuseppe, l’Apostolo Giovanni, Maria Maddalena, l’Apostolo Paolo.
Si potrebbe dire che, con la nascita di Giovanni, la sterilità che è la condizione negativa in cui è vissuta sua madre Elisabetta, prima dell’intervento miracoloso di Dio, è definitivamente separata dalla verginità che inizia ad avere un valore positivo in funzione del Regno di Dio e della persona di Cristo di cui lui è il precursore.
La verginità del Battista è fortemente ascetica, ha tutte le caratteristiche della rinuncia e dell’offerta, ma questo santo è “apparentemente” austero. Lui non è indifferente all’affetto di Cristo, di cui si definisce amico dicendo di essere l’amico dello Sposo: “Voi stessi mi siete testimoni che io ho detto: “Non sono io il Cristo», ma: ‘Sono stato mandato avanti a lui’.  Lo sposo è colui al quale appartiene la sposa; ma l'amico dello sposo, che è presente e l’ascolta, esulta di gioia alla voce dello sposo. Ora questa mia gioia è piena. Lui deve crescere; io, invece, diminuire” (Gv 3, 27 -30).
Dunque la verginità non significa sterilità, ma, al contrario, fecondità massima, anche se su un piano diverso da quello fisico.
La prima volta che la verginità compare nella storia della salvezza, è associata alla nascita di un bambino: "Ecco, la vergine concepirà e partorirà un figlio..." (Is 7, 14). La tradizione ha colto questo legame, associando costantemente il titolo di vergine a quello di madre. Maria è la vergine madre; la Chiesa è vergine e madre. “Uno è il Padre di tutti - scrive Clemente Alessandrino - uno anche il Verbo di tutti, uno e identico è lo Spirito Santo e una sola è la vergine madre: così io amo chiamare la Chiesa” (Clemente Alessandrino, Pedagogo, I, 6).
Infine, ogni cristiano, e in particolare ogni vergine consacrata, è vergine e madre: "Ogni anima credente, sposa del Verbo di Dio, madre, figlia e sorella di Cristo, viene ritenuta, a suo modo, vergine e feconda” (B. Isacco della Stella, Sermo 51, PL 194, 1863).
L’invito che rivolgo alle vergini consacrate è di tenere desto il loro cuore per accogliere il Cristo-Sposo che arriva nel mondo ed indicarlo ai fratelli e sorelle in umanità come San Giovanni il Battista ha fatto.





Lettura Patristica
Origene (ca 185 - 253)
Evang. Luc., 21, 2, 2-7



       Un tempo "
la parola di Dio veniva rivolta a Geremia, figlio di Elchia, membro della famiglia sacerdotale" (Jr 1,1), all’epoca di questo o di quell’altro re di Giuda; mentre ora «a Giovanni figlio di Zaccaria che si rivolge la parola di Dio», quella parola che non era mai stata rivolta ai profeti «nel deserto». Ma siccome «i figli della donna abbandonata» avrebbero dovuto abbracciare la fede «in numero maggiore dei figli della donna sposata» (Ga 4,27 Is 54,1), è per questa ragione che «la parola di Dio fu rivolta a Giovanni, figlio di Zaccaria, nel deserto».
       Osserva nello stesso tempo che il significato è più forte se si intende «deserto» nel senso spirituale, e non in quello letterale puro e semplice. Infatti colui che predica «nel deserto» spreca la sua voce invano, in quanto non c’è nessuno che lo sente parlare. Il precursore di Cristo, "la voce di colui che grida nel deserto", predica dunque nel deserto dell’anima che non ha pace. E non solo allora, ma anche oggi "è una lampada ardente e brillante" (Jn 5,35), che viene per prima "e annunzia il battesimo della penitenza per la remissione dei peccati". Poi viene "la luce vera" (Jn 1,9), quando la lampada stessa dice: "è necessario che egli cresca e io diminuisca" (Jn 3,30). La parola di Dio è proferita dunque "nel deserto, e si diffonde in tutta la regione circostante il Giordano". Quali altri luoghi avrebbe dovuto infatti percorrere il Battista, se non i dintorni del Giordano, per spingere al lavacro dell’acqua tutti coloro che volevano fare penitenza?...
       Troviamo nel profeta Isaia il passo dell’Antico Testamento or ora citato: "Voce di colui che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri" (Is 40,3). Il Signore vuol trovare in voi una strada per poter entrare nelle vostre anime e compiere il suo viaggio: preparate dunque per lui la strada di cui sta scritto: «raddrizzate i suoi sentieri». «Voce di colui che grida nel deserto». C’è dunque una voce che grida: "Preparate la via". Dapprima infatti è la voce che giunge alle orecchie; poi, dopo la voce, o meglio insieme con la voce, è la parola che penetra nell’udito. È in questo senso che Giovanni ha annunziato il Cristo.
       Vediamo dunque ciò che annunzia la voce a proposito della parola. Essa dice: «Preparate la via al Signore». Quale strada dobbiamo noi preparare al Signore? Si tratta di una strada materiale? La parola di Dio può forse seguire una simile strada? O non bisogna invece preparare al Signore una via interiore, e disporre nel nostro cuore delle strade dritte e spianate? È attraverso questa via che è entrato il Verbo di Dio, che prende il suo posto nel cuore umano capace di accoglierlo.
       Grande è il cuore dell’uomo, spazioso, capace, sempreché sia puro. Vuoi conoscere la sua grandezza e la sua ampiezza? Osserva l’estensione delle conoscenze divine che esso contiene. È esso che dice: "Egli mi ha dato una vera conoscenza di ciò che è; egli mi ha fatto conoscere la struttura del mondo, le proprietà degli elementi, l’inizio, la fine e lo svolgersi dei tempi, il cambiamento delle stagioni, la successione dei mesi, il ciclo degli anni, la posizione degli astri, la natura degli animali, la furia delle belve, la violenza degli spiriti e i pensieri degli uomini, le varietà degli alberi e la potenza delle radici" (Sg 7,17-20). Vedi dunque che non è affatto piccolo il cuore dell’uomo che abbraccia tutte queste cose. Devi intendere questa grandezza, non secondo le sue dimensioni fisiche, ma secondo la potenza del suo pensiero, che è capace di abbracciare la conoscenza di tante verità.
       Ma per portare gli uomini semplici a riconoscere la grandezza del cuore umano, prenderò qualche esempio dalla vita di tutti i giorni. Per quanto numerose siano le città che abbiamo visitato, noi le conserviamo tutte nel nostro spirito; le loro caratteristiche, la posizione delle piazze, delle mura, degli edifici restano nel nostro cuore. Conserviamo la strada che abbiamo percorso, disegnata e tracciata nella nostra memoria; serbiamo, chiuso nel nostro silenzioso pensiero, il mare che abbiamo attraversato. Come vi ho detto, non è piccolo il cuore dell’uomo se può contenere tanto. E se non è piccolo, dato che contiene tante cose, si può benissimo in esso preparare il cammino del Signore, e tracciare un dritto sentiero in modo che il Verbo e la Sapienza di Dio possano entrarvi.
       Preparate una strada al Signore osservando una condotta onesta, spianate i sentieri con opere degne, in modo che il Verbo di Dio cammini in voi senza incontrare ostacoli e vi dia la conoscenza dei suoi misteri e del suo avvento, egli "cui appartengono la gloria e la potenza nei secoli dei secoli. Amen" (1P 4,11).



venerdì 1 dicembre 2017

Vigilanti nell’attesa di Dio

Rito Romano
I Domenica di Avvento – Anno B –  3 dicembre 2017
Is 63,16-17.19; 64,2-7; Sal 79; 1Cor 1,3-9; Mc 13,33-37



Rito Ambrosiano
Is 16,1-5; Sal 149; 1Ts 3,11-4, 2; Mc 1,1-11
Domenica IV di Avvento – ‘L’ingresso del Messia’ 

  


1) Attesa di una visita e accoglienza.
  Domenica, prima di Avvento. L’orizzonte della preghiera si apre sulla storia, che ha il suo centro in Cristo, il Dio fatto uomo, il Volto buono del destino. Bisogna perciò che noi rinnoviamo la nostra attitudine alla preghiera, intesa nel senso della tensione ad elevarci a Dio, che ci si rivela come la fonte della sapienza e della potenza, della bontà e dell’amore. 
Per questo la Chiesa fa iniziare oggi la Messa con questo bel canto di Introito: “A te, Signore, elevo l’anima mia, Dio mio, in te confido: che io non sia confuso. Non trionfino su di me i miei nemici. Chiunque spera in te non resti deluso”. Questo canto d’inizio mostra molto bene la fiducia della Chiesa-Sposa. Ripetiamolo con lei dal fondo del nostro cuore., perché il Salvatore verrà a noi nella misura che l’avremo desiderato e atteso fedelmente. 
Dunque, in questa prima domenica di Avvento siamo chiamati a prendere coscienza  che Cristo viene a “visitarci come sole che sorge dall’alto”. Si tratta della visita di Dio: Lui entra nella vita di ciascuno di noi, si rivolge a ciascuno di noi perché in ciascuno di noi vuole abitare stabilmente.
Con questa visita Dio entra nella nostra vita e si rivolge a ciascuno di noi. L’Avvento  ci invita a elevare la nostra anima per accogliere il Presente che viene. E’ un invito a comprendere che i singoli eventi della giornata sono cenni che Dio ci rivolge, segni dell’attenzione che ha per ognuno di noi. L’Avvento ci invita e ci spinge a contemplare il Signore presente e la certezza della sua presenza ci aiuta a guardare il mondo e la nostra vita con occhi diversi. Ci aiuta a considerare tutta la nostra esistenza come “visita”, come un modo in cui Lui può venire a noi e diventarci vicino, in ogni situazione e in ogni momento perché Lui è l’Emmanuele, il Dio sempre con noi.
Oltre alla “visita”, l’altro elemento importante dell’Avvento è l’‘attesa’ vigilante che – al tempo stesso - è speranza.  L’Avvento, tempo liturgico che rinnova di anno in anno l’attesa della venuta di Cristo, ci spinge a capire il senso del tempo e della storia come tempo favorevole (“kairós”) per la nostra salvezza. Gesù ha illustrato questo elemento dell’attesa in molte parabole: nel racconto dei servi invitati ad attendere il ritorno del padrone, nella parabola delle vergini che aspettano lo sposo e in quelle della semina e della mietitura. 
Nella nostra vita, siamo in costante attesa: quando siamo piccoli vogliamo crescere, da adulti tendiamo alla realizzazione e al successo, avanzando nell’età, aspiriamo al riposo. Ma arriva il tempo in cui ci si scopre di aver sperato troppo poco se, al di là della professione o della posizione sociale, non rimane nient’altro da sperare. La speranza segna il cammino di ogni essere umano, ma per noi cristiani essa è animata da una certezza: il Signore è presente nello scorrere della nostra vita, ci accompagna e un giorno asciugherà anche le nostre lacrime. Un giorno, non lontano, tutto troverà il suo compimento nel Regno di Dio, Regno di giustizia e di pace. Nel frattempo preghiamo «Io spero nel Signore, l'anima mia spera nella sua parola. L’anima mia attende il Signore più che le sentinelle l'aurora. Israele attenda il Signore, perché presso il Signore è la misericordia e grande presso di lui la redenzione» (Sl 129, 5-7).

2) Vigilanza e contrizione.
Il tempo liturgico dell’Avvento celebra la visita di Dio, risvegliando l’attesa del ritorno glorioso di Cristo e, quindi, preparandoci ad accogliere il Figlio di Dio, il Verbo fatto uomo per la nostra salvezza. Ma il Signore viene continuamente nella nostra vita. Pertanto dobbiamo prendere sul serio l’invito di Cristo, che in questa prima Domenica ci viene riproposto con forza: “Vegliate” (Mc 13,33.35.37). Questo “comando” non è rivolto solamente ai discepoli, ma “a tutti”, perché ciascuno di noi, nell’ora che solo Dio conosce, sarà chiamato a rendere conto della propria esistenza. Questo comporta soprattutto un umile e fiducioso affidamento alle mani di Dio, nostro Padre tenero e misericordioso, ma anche una carità operosa verso il prossimo e  una sincera contrizione dei propri peccati. 
La preghiera di un cuore che veglia nell’attesa è una preghiera di chi si riconosce nel bisogno. Quando riconosciamo il nostro stato di indigenza è proprio allora che Dio ci ricolma dei suoi doni. Il primo di questi è il perdono, perché la più grande indigenza è il peccato. La preghiera, che è domanda e attesa, è domanda e attesa di perdono. Un’attesa che non domanda ed accetta questo perdono, non attende il Redentore, che ama perdonarci, che ama amarci. Il perdono è la prima espressione del suo amore. La preghiera ha sempre una dimensione di contrizione, che fa dire: “Signore, prima di parlare con me, perdonami” (Ant. Ambr.). Ma alla dimensione penitenziale si unisce quella nuziale, perché nasce dal nostro peccato e fiorisce nelle sposalizio con Dio.
La contrizione che sta all’inizio della celebrazione della Santa Messa, o la contrizione che sta dentro il cuore della nostra partecipazione al mistero di Cristo, che è il sacramento della Confessione, questa contrizione deve qualificare il nostro avvento. Senza tale contrizione la nostra attesa di Cristo che per noi viene in una grotta è troppo infantile oppure  è troppo leggera ed è un po’ superficiale, cioè troppo data per scontato. È solo con la contrizione che l’incombenza di Cristo e l’imminenza di Cristo sono splendidamente vive in noi, e la vigilanza si realizza. 
La vigilanza, dunque, è contrizione. E, esistenzialmente, lungo il cammino della nostra vita, a vigilanza è contrizione carica di amore. 
Per vivere questa attesa contrita, possiamo recitare la preghiera che Sant’Ambrogio di Milano recitava prima della celebrazione della Santa Messa: “Re dei vergini e amante della castità e della continenza perfetta, con la celeste rugiada della tua benedizione spegni nel mio corpo il fomite dell’ardente concupiscenza, affinché resti in me la castità del corpo e dell’anima. Mortifica nelle mie membra gli stimoli della carne e donami la perpetua e vera castità insieme con gli altri tuoi doni che veramente a te piacciono, affinché io possa offrirti il Sacrificio di lode con il corpo casto e il cuore mondo”.
La forma di vita, che testimonia in modo evidente che alla contrizione è unita la dimensione nuziale, è quella delle vergini consacrate. Lo sposalizio spirituale con Cristo fa di queste donne delle straniere al mondo, ma intimamente vicine a Dio. Sono convinte di essere un nulla e, agli occhi del mondo, sono disprezzabili, ma agli occhi di Dio sono preziose e care e sono modello per tutti di come vivere l’attesa per accogliere Cristo completamente e senza riserve.
In loro il cuore di Dio si adagia come in una mangiatoia. In loro l’umanità può vedere il riflesso di Dio.

Lettura patristica
San Beda il Venerabile,
In Evang. Marc., 4, 13, 33-37


       
"State attenti! Vegliate e pregate, perché non sapete quando verrà il momento" (Mc 13,33-34).

       «È come un uomo che, partito per un lungo viaggio, ha lasciato la sua casa e ha conferito ai suoi servi l’autorità di compiere le diverse mansioni, e ordini al guardiano di vigilare. Chiaramente rivela il perché delle parole: «Riguardo poi a quel giorno o a quell’ora nessuno sa nulla, né gli angeli che sono in cielo, né il Figlio, ma solo il Padre". Non giova agli apostoli saperlo affinché, stando nell’incertezza, credano con assidua attesa che stia sempre per venire quel giorno di cui ignorano il momento dell’arrivo. Inoltre non ha detto "noi non sappiamo" in quale ora verrà il Signore, ma "voi non sapete" (Mt 24,42). Coll’esempio del padrone di casa spiega con maggiore chiarezza perché taccia sul giorno della fine. Questo è quanto dice:

       "Vigilate dunque; non sapete infatti quando viene il padrone di casa, se di sera, se a mezzanotte, se al canto del gallo, se di mattina; questo affinché, venendo all’improvviso, non vi trovi a dormire (Mc 13,35-36).

       «L’uomo - che è partito per un viaggio e ha lasciato la sua casa, - non v’è dubbio che sia Cristo, il quale, ascendendo vittorioso al Padre dopo la risurrezione, ha abbandonato col suo corpo la Chiesa, che tuttavia mai è abbandonata dalla sua divina presenza poiché egli rimane in lei per tutti i giorni fino alla fine dei secoli. Il luogo proprio della carne è infatti la terra, ed essa viene guidata come in un paese straniero quando è condotta e alloggiata in cielo dal nostro Redentore» (Mt 28,20).

       Egli ha dato ai suoi servi l’autorità per ogni mansione, in quanto ha donato ai suoi fedeli, con la grazia concessa dello Spirito Santo, la facoltà di compiere opere buone. Ha ordinato poi al guardiano di vegliare, in quanto ha stabilito che incombe alla categoria dei pastori e delle guide spirituali di prendersi cura con abile impegno della Chiesa loro affidata.

       "Ciò che dico a voi, lo dico a tutti: Vigilate!" (Mc 13,37).

       Non solo agli apostoli e ai loro successori, che sono le guide della Chiesa, ma anche a tutti noi ha ordinato di vigilare. Ha ordinato a tutti noi con insistenza di custodire le porte dei nostri cuori, per evitare che in essi irrompa l’antico nemico con le sue malvagie suggestioni. Ed affinché il Signore, venendo, non ci trovi addormentati, dobbiamo tutti stare assiduamente in guardia. Ciascuno infatti renderà a Dio ragione di se stesso.

       «Ma veglia chi tiene aperti gli occhi dello spirito per guardare la vera luce; veglia chi conserva bene operando ciò in cui crede; veglia chi respinge da sé le tenebre del torpore e della negligenza. Per questo Paolo dice: Vegliate giusti e non peccate; e aggiunge È ormai il momento di destarci dal sonno» (1Co 15,34Rm 13,11).