venerdì 27 novembre 2020

L’Avvento: attendere Dio

 

1ª Domenica di Avvento - Anno B - 29 novembre 2020

Is 63,16-17.19; 64,2-7; Sal 79; 1Cor 1,3-9; Mc 13,33-37


Rito Ambrosiano

3ª Domenica di Avvento – Le profezie adempiute

Is 51,1-6; Sal 45; 2Cor 2,14-16a; Gv 5,33-39


1) L’attesa vigilante perché il nostro cuore diventi un presepe

L’Avvento, questo tempo liturgico forte che comincia oggi, ci invita a sostare nel silenzio del cuore per accogliere e capire la presenza di Cristo. Rendiamo -quindi- diverso il nostro cuore in modo che questa presenza di cielo trovi spazio nel nostro cuore dilatato dalla conversione. In effetti, il miracolo del Natale a cui anche con questo avvento ci stiamo preparando non consiste nel celebrare il fatto che più di duemila anni fa in Giudea è nato un bambino che era qualcosa di speciale. Se Cristo nasce duemila volte a Betlemme e non in ciascuno di noi non saremmo salvi. L’importante è che il nostro cuore dilatato diventi un presepe allora ancora una volta Dio diverrebbe un bambino su questa Terra.

E’ un invito a vivere l’attesa sia nell’ascolto della Parola di Cristo che ha detto: “Mia madre e miei fratelli sono coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica” (Lc 8, 21), sia nel fare la volontà del Padre perché: “Mia madre e miei fratelli sono coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica” (Mt 12, 50), sia riconoscendo che i singoli eventi della giornata sono cenni che Dio ci rivolge, segni dell’attenzione che ha per ognuno di noi. L’Avvento ci invita e ci stimola a contemplare il Signore presente. La certezza della sua presenza ci aiuta a vedere il mondo con occhi diversi; a considerare tutta la nostra esistenza come “visita” di Dio, che ci viene vicino, che ci resta accanto in ogni situazione. Perché questo ci accada “la liturgia dell’Avvento ci ripete costantemente che dobbiamo destarci dal sonno dell’abitudine e della mediocrità, dobbiamo abbandonare la tristezza e lo scoraggiamento; occorre che rinfranchiamo i nostri cuori perché ‘il Signore è vicino” (Benedetto XVI). E Papa Francesco completa: “l’Avvento è il tempo che ci è dato per accogliere il Signore che ci viene incontro, anche per verificare il nostro desiderio di Dio, per guardare avanti e prepararci al ritorno di Cristo. Egli ritornerà a noi nella festa del Natale, quando faremo memoria della sua venuta storica nell’umiltà della condizione umana; ma viene dentro di noi ogni volta che siamo disposti a riceverlo, e verrà di nuovo alla fine dei tempi per giudicare i vivi e i morti. Per questo dobbiamo sempre essere vigilanti e attendere il Signore con la speranza di incontrarlo”.

Se vivremo l’Avvento come in modo magistrale ci è suggerito, il Natale non sarà solamente una festa per ricordare un fatto del passato, ma la viva attuazione di un evento. In effetti, ciò che è accaduto una volta nella storia si fa evento nella vita del credente oggi. Come più di duemila anni fa, il Signore è venuto per tutti, Lui viene sempre e di nuovo per ciascuno di noi. Per questo, ognuno di noi deve sperimentare l’attesa e l’arrivo, perché per ciascuno di noi nasca la salvezza.

Dunque, il primo atteggiamento che qualifica il tempo dell’Avvento è quello dell’attesa vigile, come suggerisce il Vangelo di San Marco. Il brano evangelico di oggi invita la comunità a leggere con attenzione la storia contemporanea alla luce della presenza di Cristo, il tempo della cui venuta non ci è noto. Da qui trae origine la vigilanza, perché non si sa quando il padrone di casa ritorna. Marco dice alla sua comunità di pagani convertiti (quindi anche a noi figli di pagani convertiti), che lattesa del ritorno del Signore è un avvenimento determinante sul modo di agire odierno. Due sono i punti, che qualificano la nostra vigilanza: lattenzione e la fedeltà di noi servi, a cui Cristo ha lasciato in governo la propria casa.

Va poi tenuto presente che quando si attende una persona conosciuta si è nella gioia e questo periodo di quattro settimane ci è dato per familiarizzarci con la persona di Cristo, il Salvatore reale. Lui viene quale amico che di più grande non possiamo trovare al mondo: Lui viene come amico vero perché non pensa tanto a se stesso quanto agli amici.

Dovremmo vivere l’attesa della venuta del bambino Gesù come una madre attende il figlio che porta in grembo: meditando il miracolo dell’imminente venuta di una persona desiderata ma sconosciuta, magari anche un po’ temuta anche se si tratta di una persona piccina quindi bisognosa di tenerezza, frutto di un amore da accogliere a cuore aperto e senza timore.

Se il cuore non è ottuso, può e deve essere teso a Cristo. Dovremmo avere una viva attenzione al Signore. Lui viene sempre, ma spesso l’incontro non avviene perché viviamo una vita spirituale superficiale, con una certa distrazione. Purtroppo raramente siamo nelle condizioni spirituali di percepire questa “venuta” di Dio.

L’importante è vivere l’avvento come attesa sicura della “venuta” di Dio, come la Madre per eccellenza ha vissuto l’attesa della venuta del Figlio, Gesù.

Io penso che Maria Vergine passò i mesi dell’attesa –in primo luogo- cercando, pensando e leggendo tutto ciò che poteva arricchire il suo sapere sull’Atteso delle genti, sul Figlio dell’Altissimo da Lei concepito, con umiltà e abbandono.

In secondo luogo, la Madre di Dio pregò intensamente, cioè chiese che lo Spirito di Dio La illuminasse nella ricerca del volto di suo Figlio e suo Signore. Allora Lui, il Dio vicino, instaurò tra Sé e la Madonna un legame di fedeltà, di fiducia, di accordo, in una parola sola: di fede obbediente.

In terzo luogo, la Vergine Madre si esercitò ad amare il Figlio che portava nel grembo. Ma come si può amare Uno che non si conosce. Mise in pratica quello che anni più tardi San Giovanni Apostolo scrisse nella sua prima lettera: “Chi non ama il proprio fratello che non vede, non può amare Dio che non vede”, e andò a visitare la cugina Elisabetta, il cui figlio così ricevette la visita del Figlio di Dio. Maria amò non a parole, ma con dei fatti; non con sentimenti, ma con l’agire, facendosi pellegrina di carità, della pietà di Dio.


2) La gioia per la presenza del Dio vicino.

Se viviamo l’Avvento di Cristo, come Maria Vergine visse l’attesa della di lui nascita, educheremo il nostro cuore ad una attesa reale, quotidiana, nella tensione alla presenza di Chi si è fatto uomo per noi, per salvare la nostra vita. E saremo nella gioia, perché -come la Madonna- avremo la certezza che Dio è vicino: era in Lei ed è in noi, sempre: nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia, come amico e sposo fedele. E questa gioia rimane anche nella prova, nella stessa sofferenza, e rimane non in superficie, ma nel profondo della persona che a Dio si affida e in Lui confida.

Gesù nascendo portò la gioia a Maria, a Giuseppe, ai pastori, ai Re Magi e, poi alle persone che lo accolsero. quindi anche a noi. Ciò nonostante, nasce spontanea questa domanda: “E’ possibile questa gioia anche oggi?”. La risposta ce la danno, con la loro vita, uomini e donne di ogni età e condizione sociale, felici di consacrare la loro esistenza agli altri per amore di Cristo, incarnato per noi. Santa Teresa di Calcutta non è stata forse, nei nostri tempi, una testimone indimenticabile della vera gioia evangelica? Viveva quotidianamente a contatto con la miseria, il degrado umano, la morte. La sua anima ha conosciuto la prova della notte oscura della fede, eppure ha donato a tutti il sorriso di Dio. Una volta, Madre Teresa di Calcutta ha detto: “Noi aspettiamo con impazienza il paradiso, dove c’è Dio, ma è in nostro potere stare in paradiso fin da quaggiù e fin da questo momento. Essere felici con Dio significa: amare come Lui, aiutare come Lui, dare come Lui, servire come Lui”.

La gioia entra nel cuore di chi si pone al servizio dei piccoli e dei poveri. In chi ama così, Dio prende dimora - come la prese nel grembo della Madonna - nella grotta, nella casa di Nazareth - e l’anima è nella gioia. Se invece si fa della felicità un idolo, si sbaglia strada ed è veramente difficile trovare la gioia di cui parla Gesù. E’ questa, purtroppo, la proposta delle culture che pongono la felicità individuale al posto di Dio, mentalità che trova un suo effetto emblematico nella ricerca del piacere ad ogni costo. Anche a Natale si può sbagliare strada, scambiare la vera festa con quella che non apre il cuore alla gioia di Cristo, e riduca tutto ad uno scambio di doni materiali.


3) L'Avvento è Gesù che viene.

Quanti secoli di attesa e quante anime consumate nel desiderio dell’attesa! Che Gesù venga! “La Chiesa sposa aspetta il suo sposo! Dobbiamo chiederci però, con molta sincerità: siamo davvero testimoni luminosi e credibili di questa attesa, di questa speranza? Le nostre comunità vivono ancora nel segno della presenza del Signore Gesù e nell’attesa calorosa della sua venuta, oppure appaiono stanche, intorpidite, sotto il peso della fatica e della rassegnazione? Corriamo anche noi il rischio di esaurire l’olio della fede, e l’olio della gioia? Stiamo attenti! Invochiamo la Vergine Maria, madre della speranza e regina del cielo, perché ci mantenga sempre in un atteggiamento di ascolto e di attesa, così da poter essere già ora permeati dell’amore di Cristo e aver parte un giorno alla gioia senza fine, nella piena comunione di Dio e non dimenticatevi, mai dimenticare: «E così per sempre saremo con il Signore!»” (1Ts 4,17)” (Papa Francesco, 14 ottobre 2014).

Sorge allora un’altra domanda: “Come discernere i segni del “Veniente”? “Ed accostatisi a Lui i Farisei e i Sadducei gli chiedevano di mostrar loro un segno dal cielo. Ma Lui, rispondendo, dice loro: “Quando si fa sera, voi dite: bel tempo, perché il cielo rosseggia! E la mattina dite: oggi tempesta, perché il cielo rosseggia cupo. L’aspetto del cielo lo sapete dunque discernere e i segni dei tempi non arrivate a discernerli?” (Mt 16, 2-3). “Così anche voi, quando vedrete tutte queste cose, sappiate che Egli è vicino, è proprio alle porte”. (Mt 24, 33).

Il rimprovero vale anche per noi, perché la sensibilità cristiana incarnata e redentrice è in diminuzione. Si corre dietro a fatti emozionanti, miracolisti e non si riconosce l’eccezionalità della reale presenza di Cristo nell’Ostia consacrata. Molti di noi vogliono vedere folle inginocchiate e oranti, miracoli di ogni tipo: sono fatti che hanno il loro significato, ma non sono gli unici segni del Veniente. Bisogna avere un cuore proteso verso le voci più delicate e quasi impercettibili della nostra generazione, che, accanto ai violenti distacchi, conosce gli spasimi ineffabili di un'attesa che, se non ha ancor un nome, dà però tanta speranza a chi può vedere.

Le Vergini consacrate nel mondo, imitando più da vicino la Vergine Maria, sono chiamate ad incarnare lo spirito dell’Avvento, fatto di ascolto di Dio, di desiderio profondo di fare la sua volontà, di gioioso servizio al prossimo. Lasciamoci guidare dal loro esempio, perché il Dio che viene non ci trovi chiusi o distratti, ma possa, in ognuno di noi, estendere un po’ il suo regno di amore, di giustizia e di pace.

Con il loro esempio proclamano a un mondo spesso disorientato, ma in realtà sempre più alla ricerca d'un senso, che Dio è il Signore dell'esistenza, che la sua “grazia val più della vita2 (Sal 62,4). Scegliendo l’obbedienza, la povertà e la castità per il Regno dei cieli, mostrano che ogni attaccamento ed amore alle cose e alle persone è incapace di saziare definitivamente il cuore; che l’esistenza terrena è un’attesa più o meno lunga dell’incontro "faccia a faccia" con lo Sposo divino, attesa da vivere con cuore sempre vigile per essere pronti a riconoscerlo e ad accoglierlo quando verrà. Per natura sua, dunque, la vita consacrata costituisce una risposta a Dio totale e definitiva, incondizionata e appassionata (cfr Vita consecrata, 17).


Lettura Patristica

Beda il Venerabile1

In Evang. Marc., 4, 13, 33-37

La vigilanza cristiana


       "State attenti! Vegliate e pregate, perché non sapete quando verrà il momento" (Mc 13,33-34).

       «È come un uomo che, partito per un lungo viaggio, ha lasciato la sua casa e ha conferito ai suoi servi l’autorità di compiere le diverse mansioni, e ordini al guardiano di vigilare. Chiaramente rivela il perché delle parole: «Riguardo poi a quel giorno o a quell’ora nessuno sa nulla, né gli angeli che sono in cielo, né il Figlio, ma solo il Padre". Non giova agli apostoli saperlo affinché, stando nell’incertezza, credano con assidua attesa che stia sempre per venire quel giorno di cui ignorano il momento dell’arrivo. Inoltre non ha detto "noi non sappiamo" in quale ora verrà il Signore, ma "voi non sapete" (Mt 24,42). Coll’esempio del padrone di casa spiega con maggiore chiarezza perché taccia sul giorno della fine. Questo è quanto dice:

       "Vigilate dunque; non sapete infatti quando viene il padrone di casa, se di sera, se a mezzanotte, se al canto del gallo, se di mattina; questo affinché, venendo all’improvviso, non vi trovi a dormire (Mc 13,35-36).

       «L’uomo - che è partito per un viaggio e ha lasciato la sua casa, - non v’è dubbio che sia Cristo, il quale, ascendendo vittorioso al Padre dopo la risurrezione, ha abbandonato col suo corpo la Chiesa, che tuttavia mai è abbandonata dalla sua divina presenza poiché egli rimane in lei per tutti i giorni fino alla fine dei secoli. Il luogo proprio della carne è infatti la terra, ed essa viene guidata come in un paese straniero quando è condotta e alloggiata in cielo dal nostro Redentore» (Mt 28,20).

       Egli ha dato ai suoi servi l’autorità per ogni mansione, in quanto ha donato ai suoi fedeli, con la grazia concessa dello Spirito Santo, la facoltà di compiere opere buone. Ha ordinato poi al guardiano di vegliare, in quanto ha stabilito che incombe alla categoria dei pastori e delle guide spirituali di prendersi cura con abile impegno della Chiesa loro affidata.

       "Ciò che dico a voi, lo dico a tutti: Vigilate!" (Mc 13,37).

       Non solo agli apostoli e ai loro successori, che sono le guide della Chiesa, ma anche a tutti noi ha ordinato di vigilare. Ha ordinato a tutti noi con insistenza di custodire le porte dei nostri cuori, per evitare che in essi irrompa l’antico nemico con le sue malvagie suggestioni. Ed affinché il Signore, venendo, non ci trovi addormentati, dobbiamo tutti stare assiduamente in guardia. Ciascuno infatti renderà a Dio ragione di se stesso.

       «Ma veglia chi tiene aperti gli occhi dello spirito per guardare la vera luce; veglia chi conserva bene operando ciò in cui crede; veglia chi respinge da sé le tenebre del torpore e della negligenza. Per questo Paolo dice: Vegliate giusti e non peccate; e aggiunge È ormai il momento di destarci dal sonno» (1Co 15,34 Rm 13,11).

1 Il Venerabile Beda nacque verso il 673. Dall’età di otto anni, trascorse tutta la sua vita nel monastero di Jarrow nella Northumbria in Inghilterra, dedito alla meditazione e alla spiegazione delle Scritture; tra l’osservanza della disciplina monastica e l’esercizio quotidiano del canto in chiesa. A 30 anni fu ordinato prete e divenne celebre per la sua erudizione. E’ conosciuto soprattutto per le sue opere storiche che gli valsero il titolo di Padre della Storia d'Inghilterra. Mori nel 735.



venerdì 20 novembre 2020

Cristo, il Re che ha il potere dell’Amore, che ricava il bene dal male.

 

Rito Romano

XXXIV Domenica Tempo Ordinario - Anno A - Cristo Re dell’Universo, 22 novembre 2020

Ez 34,11-12.15-17; Sal 22; 1Cor 15,20-26.28; Mt 25,31-46


Rito Ambrosiano

2ª Domenica di Avvento

Is 51,7-12a; Sal 47; Rm 15,15-21; Mt 3,1-12


Premessa di metodo.

La solennità di Cristo Re si festeggia sempre nell’ultima domenica dell’anno liturgico e spinge a guardare a Cristo che regna sul trono della Croce ed oggi ci dice: Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi”(Mt 25, 34 -35).

Contemplando il racconto della Crocefissione e quello del Giudizio universale, potremmo individuare cinque modi di guardare a Cristo: il modo dei capi del popolo, quello dei soldati, quello di uno dei due malfattori che ha imprecato contro Gesù, quello del buon ladrone che ha pregato Cristo, quello di chi, come il questo “buon” malfattore, ha saputo riconoscere Cristo nel prossimo sofferente e indigente. Solo gli ultimi due sono il modo giusto: solo il quarto e il quinto ci liberano dal potere delle tenebre e ci trasferiscono nel Regno del Figlio Crocefisso.

Allora dobbiamo attentamente comprendere bene ognuno di cinque modi. 

Sia i capi del popolo, sia i soldati, sia uno dei due ladri gridano al Crocifisso: “Salva te stesso”  e la ragione per cui il Crocefisso deve salvare se stesso è che deve dimostrare che è “il Cristo di Dio” cioè una particolare appartenenza a Dio e che è “il re dei Giudei” cioè qualcuno forte e potente. Dunque, i primi tre modi di guardare il Re Crocefisso nascono tutti da una certezza: la salvezza di se stessi è la dimostrazione della propria forza, l’affermazione di se stessi è l’atto che manifesta la propria personalità: regalità significa dominio; significa avere, potere, apparire. Se il Crocefisso non dimostra di essere capace di salvare se stesso attraverso una clamorosa manifestazione del suo potere, lui è - per i capi - religiosamente un maledetto, politicamente - per i soldati - un impotente, personalmente - per il ladro - un fallito.

Capi, soldati e ladro hanno guardato al Crocefisso misurando la sua Verità col metro delle aspettative umane e non hanno capito più nulla. Così si sono preclusi il passaggio dal potere delle tenebre al Regno del Figlio, alla partecipazione della sorte dei santi nella luce.

Ma c’è un quarto modo di guardare al Crocefisso, quello dell’altro ladro. Esso comincia dallo stupore di vederlo condannato alla stessa pena, dallo stupore di vederlo condividere fino in fondo la nostra condizione, di vederlo immerso nella nostra stessa miseria. Lo stupore di fronte alla condivisione divina mi fa scoprire la verità della mia ingiustizia: siamo colpevoli, abbiamo meritato di morire. “Lui invece non ha fatto nulla di male”. Ed allora sorge la domanda ultima: perché Lui è sulla croce? Per essere vicino all’uomo, con l’uomo anche là dove si sente maledetto, disperato, solo nella sua morte e così riportarlo nella vita. Guardando Gesù sulla croce, l’uomo scopre chi è Dio e la salvezza. Egli è grazia, egli è solo misericordia, Lui muore perché noi possiamo vivere.

Il quinto modo di guardare è quello di chi Cristo pone alla sua destra perché con occhi puri e cuore grande hanno saputo riconoscerLo nell’affamato, nel malato, nel povero, nel prigioniero, in tutti coloro che chiedendo pane per vivere, magari senza saperlo chiedevano il Pane della Vita.


1) Re Pastore.

In questa domenica del rito romano, celebriamo Cristo Re dell’Universo1, sovrano di un Regno di misericordia, di giustizia e di pace, fondato sul dono che Lui fa di se stesso a noi sulla Croce.

Gesù non è sceso dal trono della Croce, perché è dalla Croce che lui regge, governa il Regno nuovo e felice. Dallo “scandaloso” trono il Signore Gesù ci guarda diritto e profondo negli occhi come guardò al buon ladrone ed anche a noi dice: “Oggi, ora sarai con me nel Paradiso, nel Regno eterno, nell'amore infinito”.

Il Regno della Terra diventa il Regno del cielo grazie alla Croce, dalla quale ci offre il suo amore di Re Pastore, come ci indica la prima lettura presa dal libro del profeta Ezechiele.

Infatti, Ezechiele (34,11-17), deluso dai pastori d'Israele (re, sacerdoti e maestri) che pensano a se stessi anziché al gregge, sogna un pastore diverso: un pastore che non “disperde” ma “raduna”; conduce al pascolo le sue pecore e le fa riposare; va in cerca della pecora smarrita e fascia quella ferita. Sono tutti tratti che ritroviamo nei Vangeli, applicati a Gesù.

Il Cristo è il vero pastore, che cura l’interesse del suo gregge e che va in cerca di tutte le pecorelle smarrite, perché nessuna di loro può rimanere isolata dal suo amore e dal suo sguardo di bontà divina. Cristo esercita la sua regalità come buon pastore, perché la sua regalità, che oggi celebriamo, è regalità di amore e servizio, di donazione, di misericordia.


2) Re della vita.

Nella Seconda Lettura, il brano della prima lettera ai Corinzi ci aiuta a cogliere in modo sintetico il significato della solennità di Cristo Re. L’Apostolo Paolo ci parla della vera regalità di Cristo, che Egli esercita nel mistero di morte e risurrezione. Una regalità che verrà portata a pienezza, quando, dopo aver egli superata la barriera della morte corporale, farà superare tale barriera a tutta l’umanità nel giudizio universale. La morte infatti sarà per noi l’ultimo “nemico” da abbattere, mentre ora la pensiamo come un transito verso l’eternità, di cui non bisogna aver assolutamente paura, in quanto Cristo ha vinto la morte. Lui ha vinto tutto.

Quindi ispirati da Gesù, nostro amato Re e Signore dell’universo, preghiamo Dio Padre, che ha inaugurato il suo Regno di amore con la risurrezione di Cristo, perché ci renda operai appassionati e sinceri, affinché la regalità del tuo Figlio sia riconosciuta in ogni angolo della terra. Al termine dell’anno liturgico, che è tempo di santità e di perfezione nella carità, uniamoci alla preghiera del Sacerdote celebrante e con lui diciamo: “Dio onnipotente ed eterno, che hai voluto rinnovare tutte le cose in Cristo tuo Figlio, Re dell’universo, fa’ che ogni creatura, libera dalla schiavitù del peccato, ti serva e ti lodi senza fine”.


3) Re Giudice.

Ma è la terza lettura liturgica: il Vangelo di Matteo (25,31-46), che ci mostra maggiormente il lato più sorprendente della regalità di Gesù. La parabola del giudizio (Mt 25,31-36) è una pagina che si impone all'attenzione non solo per la forza del suo messaggio, ma anche per la suggestione della sua scenografia. Tre sono le sue parti: l'introduzione scenica che presenta la venuta gloriosa del Figlio dell'uomo, la convocazione dei popoli e la loro separazione (25,31-33); il dialogo del Re che prima parla con quelli di destra e poi con quelli di sinistra (25,34-45); infine la conclusione, che descrive l'esecuzione delle sentenze (25,46).

In questa parabola vediamo un Re Giudice che giudica con amore e con comprensione, ma anche con regole ben precise che egli stesso ha dettato per la salvezza eterna dei suoi figli. Regola fondamentale è la carità vissuta, attestata e concretizzata in comportamenti ed azioni semplici, come quelli di dare da mangiare, bere, assistere, essere vicino a chi è nel dolore, nella sofferenza, nell’emarginazione. La cosa che commuove è che Dio non ci giudicherà scorrendo l’elenco delle nostre debolezze, ma quello dei nostri gesti di bontà. Non prenderà in esame le nostre ombre, ma terrà conto dei semi di luce e di bene che abbiamo seminato. Se come Davide nel salmo del pianto e del pentimento diciamo: “Distogli il tuo sguardo dal mio peccato”, Dio esaudisce il nostro grido di dolore, ci conferma nel suo amore, e nell’ultimo giorno distoglierà il suo sguardo dal male e per sempre lo fisserà sul bene. Sul bene semplice e concreto, perché Dio ha legato la salvezza al dono di un po’ di pane, di un bicchiere d’acqua, di un vestito, di passi per visitare un povero o un ammalato. Certo, Dio non si è legato alle cose, ma al cuore che si serve delle cose. San Giovanni della Croce scrisse: “Alla fine della vita, saremo giudicati sull’amore”.

Questa è la grandezza della fede cristiana evangelica: il supremo confronto tra uomo e Dio non è il peccato ma il bene. La misura di Dio e, di conseguenza, la misura dell’uomo e quella della storia è il bene, è l’amore di Dio. Il nostro futuro, cielo e paradiso, è generato dal bene amorevole che ciascuno di noi ha donato agli innumerevoli “Lazzaro” della terra, che meritano molto di più delle briciole che domandano. Il giudizio di Dio è l’atto che dice la verità ultima dell’uomo, e per trovarla non guarderà noi, ma intorno a noi: le nostre relazioni, la porzione di poveri e di lacrime e di amori che ci è stata affidata e che devo custodire con la mia vita. Se c’è qualcosa di eterno in noi, se qualcosa di noi rimane quando non rimane più nulla, questa cosa è l’Amore.

 

4) Maria, Regina del Cielo e della Terra.

Tra tutte le creature dell’universo, Dio ha scelto la Vergine Maria per associarla in modo singolarissimo alla regalità del suo Figlio fatto uomo. La Madonna distribuisce regalmente e maternamente quanto ha ricevuto dal Figlio Re. Lei protegge con la sua potenza noi suoi figli acquisiti ai piedi del Trono della Croce e ci dona gioia con i suoi doni, poiché il Re ha disposto che ogni grazia passi per le sue mani di generosa, materna regina.

Ci insegni Maria a testimoniare con coraggio il Regno di Dio e ad accogliere Cristo come Re della nostra esistenza e dell’intero universo.

A questa testimonianza sono chiamate in modo speciale le vergini consacrate nel mondo. Come insegna il Catechismo della Chiesa Cattolica, ai nn. 922 e 923 : “Fin dai tempi apostolici, ci furono vergini cristiane che, chiamate dal Signore a dedicarsi esclusivamente a lui in una maggiore libertà di cuore, di corpo e di spirito, hanno preso la decisione, approvata dalla Chiesa, di vivere nello stato rispettivamente di verginità o di castità perpetua « per il regno dei cieli » (Mt 19,12). «Emettendo il santo proposito di seguire Cristo più da vicino, [le vergini] dal Vescovo diocesano sono consacrate a Dio secondo il rito liturgico approvato e, unite in mistiche nozze a Cristo Figlio di Dio, si dedicano al servizio della Chiesa». Mediante questo rito solenne (Consecratio virginum), « la vergine è costituita persona consacrata » quale « segno trascendente dell'amore della Chiesa verso Cristo, immagine escatologica della Sposa celeste e della vita futura»”. La Vergine consacrata testimonia in modo particolarissimo la regalità di Cristo, che merita tutto, e con tutta la sua persona è annuncio di carità e segno del carattere regale della vita cristiana. Infatti coloro che custodiscono la verginità si rendono simili alla Vergine Maria. “Come da Lei è nato il Figlio, il Verbo di Dio che regge il mondo, così quelle che custodiscono la verginità generano parole efficaci che istruiscono gli altri nella virtù” (Card. Spidlik) e li reggono nella vita quotidiana.

In breve: la liturgia di oggi ci invita a contemplare la regalità di Cristo e poi ci chiede di vivere regalmente, cioè di far nostro uno stile di vita alto, nobile, solenne perché così è la carità. Come non pensare a quella piccola e fragile donna che è stata la Beata Madre Teresa di Calcutta? A lei si sono inchinati tutti i potenti della terra. La sua vita è stata quella di una regina al seguito di Cristo Re. E tutti hanno reso omaggio a questa regina senza scettri e senza corone ma resa bella da tutti i poveri che ha amato. E noi sappiamo che in ciascuno di quei poveri ha amato Gesù. Facciamo verginalmente altrettanto.


1 Questa festa è stata opportunamente collocata nell’ultima domenica dell’anno liturgico, per evidenziare che Gesù Cristo è il Signore del tempo e che in Lui trova compimento l’intero disegno della creazione e della redenzione.



Lettura Patristica

Origene, sacerdote

Venga il tuo regno

Dall'opuscolo «La preghiera» Cap. 25; PG 11, 495-499.


“Il regno di Dio, secondo la parola del nostro Signore e Salvatore, non viene in modo da attirare l'attenzione e nessuno dirà: Eccolo qui o eccolo là; il regno di Dio è in mezzo a noi (cfr. Lc 16, 21), poiché assai vicina è la sua parola sulla nostra bocca e nel nostro cuore (cfr. Rm 10, 8). Perciò, senza dubbio, colui che prega che venga il regno di Dio, prega in realtà che si sviluppi, produca i suoi frutti e giunga al suo compimento quel regno di Dio che egli ha in sé. Dio regna nell'anima dei santi ed essi obbediscono alle leggi spirituali di Dio che in lui abita. Così l'anima del santo diventa proprio come una città ben governata. Nell'anima dei giusti è presente il Padre e col Padre anche Cristo, secondo quell'affermazione: «Verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui» (Gv 14, 23).
Ma questo regno di Dio, che è in noi, col nostro instancabile procedere giungerà al suo compimento, quando si avvererà ciò che afferma l'Apostolo del Cristo. Quando cioè egli, dopo aver sottomesso tutti i suoi nemici, consegnerà il regno a Dio Padre, perché Dio sia tutto in tutti (cfr. 1 Cor 15, 24. 28). Perciò preghiamo senza stancarci. Facciamolo con una disposizione interiore sublimata e come divinizzata dalla presenza del
Verbo. Diciamo al nostro Padre che è in cielo: «Sia santificato il tuo nome; venga il tuo regno» (Mt 6, 9-10). Ricordiamo che il regno di Dio non può accordarsi con il regno del peccato, come non vi è rapporto tra la giustizia e l'iniquità né unione tra la luce e le tenebre né intesa tra Cristo e Beliar (cfr. 2 Cor 6, 14-15).
Se vogliamo quindi che Dio regni in noi, in nessun modo «regni il peccato nel nostro corpo mortale» (Rm 6, 12). Mortifichiamo le nostre « membra che appartengono alla terra» ( Col 3, 5). Facciamo frutti nello Spirito, perché Dio possa dimorare in noi come in un paradiso spirituale. Regni in noi solo Dio Padre col suo Cristo. Sia in noi Cristo assiso alla destra di quella potenza spirituale che pure noi desideriamo ricevere. Rimanga finché tutti i suoi nemici, che si trovano in noi, diventino «sgabello dei suoi piedi» (Sal 98, 5), e così sia allontanato da noi ogni loro dominio, potere ed influsso. Tutto ciò può avvenire in ognuno di noi. Allora, alla fine, «ultima nemica sarà distrutta la morte» (1 Cor 25, 26). Allora Cristo potrà dire dentro di noi: «Dov'è , o morte, il tuo pungiglione? Dov'è , o morte, la tua vittoria? » (Os 13, 14; 1 Cor 15, 55). Fin d'ora perciò il nostro «corpo corruttibile» si rivesta di santità e di « incorruttibilità; e ciò che è mortale cacci via la morte, si ricopra dell'immortalità» del Padre (1 Cor 15, 54). Così regnando Dio in noi, possiamo già godere dei beni della rigenerazione e della risurrezione.”  


venerdì 13 novembre 2020

Il talento è l’amore che il Signore ha per ciascuno di noi e la nostra risposta è amare.

 

Rito Romano

XXXIII Domenica Tempo Ordinario - Anna A – 15 novembre 2020

Pr 31,10-13.19-20.30-31; Sal 127; 1 Ts 5,1-6; Mt 25,14-30


Rito Ambrosiano

1° Domenica di Avvento

Is 24, 16b-23; Sal 79; 1Cor 15,22-28; Mc 13,1-27



Premessa

Grazie al Vangelo di domenica scorsa abbiamo meditato sulla parabola delle dieci vergini, che ci ha mostrato come il senso della nostra vita è l’incontro con lo sposo, camminando con Lui verso la festa nuziale che celebra l’unione piena con il Signore.

Per compiere questo cammino con lo Sposo che arriva di notte ci vuole la lampada che faccia luce, quindi bisogna avere l’olio che in essa bruci e questo olio dobbiamo procurarcelo ora.

In questa domenica con la parabola dei talenti Cristo ci dice cosa dobbiamo fare per procurarci quest’olio: trafficare i talenti.

  Però l’espressione “trafficare i talenti” non va intesa in senso commerciale. Con questa parabola, Gesù vuole insegnare ai discepoli di allora e di oggi ad usare bene i suoi doni. Dio chiama ogni uomo alla vita e gli consegna dei talenti, affidandogli al tempo stesso un compito da svolgere.

        1) Il primo talento è l’Amore di Dio.

I “talenti”1 di cui parla Gesù nel Vangelo non sono tanto le doti o le capacità (intelligenza o altro) che Dio ha dato a ciascuno, quanto il Suo Amore e i doni di grazia, forza e intelligenza, di cui ci ricolma perché assumiamo la responsabilità di figli e di fratelli.

A questo riguardo Papa Francesco ci chiede: “Avete pensato a come potete mettere i vostri talenti a servizio degli altri?”, e poi ci dice: “Non sotterrate i talenti! Scommettete su ideali grandi, quegli ideali che allargano il cuore, quegli ideali di servizio che renderanno fecondi i vostri talenti. La vita non ci è data perché la conserviamo gelosamente per noi stessi, ma ci è data perché la doniamo”.In effetti, il Papa ci ricorda che, con questa parabola dei talenti2, Gesù vuole insegnare ai discepoli (e quindi anche a noi) ad usare bene i doni che Dio fa a ogni uomo chiamandolo alla vita, consegnandogli dei talenti, e quindi, affidandogli una missione da compiere mediante i doni da far fruttare e condividere. Inoltre è una parabola, questa, con la quale il Cristo invita a non avere paura della vita e a non aver paura di Dio. Lui è non è un padrone eccessivamente e ingiustamente esigente, ma un Padre, che con il dono della sua Carità ci offre dei doni per farci vivere nella libertà e nell’amore.

Oltre al Suo amore questi sono doni-talenti che Gesù ci offre: la Sua Parola, depositata nel Vangelo; il Battesimo, che ci rinnova nello Spirito Santo; la preghiera - il ‘Padre nostro' - che eleviamo a Dio come figli uniti nel Figlio; il suo perdono, che ha comandato di portare a tutti; il sacramento del suo Corpo immolato e del suo Sangue versato. In una parola: il Regno di Dio, che è Lui stesso, presente e vivo in mezzo a noi.

Questi talenti che Gesù ha affidato a noi, suoi amici e fratelli, si moltiplicano donandoli. È un tesoro donato per essere investito e condiviso con tutti. Quindi, come è da stupidi pensare che i doni di Cristo siano dovuti, così è insensato rinunciare ad impiegarli, perché sarebbe un venir meno allo scopo della nostra esistenza. Commentando questa pagina evangelica, san Gregorio Magno nota che a nessuno il Signore fa mancare il dono della sua carità, dell’amore. Egli scrive: “È perciò necessario, fratelli miei, che poniate ogni cura nella custodia della carità, in ogni azione che dovete compiere” (Omelie sui Vangeli 9,6). E dopo aver precisato che la vera carità consiste nell’amare tanto gli amici quanto i nemici, aggiunge: “se uno manca di questa virtù, perde ogni bene che ha, è privato del talento ricevuto e viene buttato fuori, nelle tenebre” (ibid.).

           2) Un parabola incorniciata da altre due.

        Nel Vangelo secondo Matteo la parabola dei talenti è preceduta da quella delle vergini sagge e seguita dalla parabola del giudizio finale sull’amore (Ho avuto fame, sete, ero nudo … e mi avete dato da mangiare, da bere a da vestirmi …), e possiamo considerala come il pilastro centrale che illumina entrambe. In primo luogo, essa proietta luce sul significato della sapienza, rappresentata dall’olio di riserva. La vera sapienza scaturisce dalla novità di un rapporto libero e creativo, che la persona umana realizza con il suo Signore. In secondo luogo, la parabola dei talenti insegna che la grazia, donata da Dio e accolta e riconosciuta dall’uomo, diventa dono per i fratelli, che si identificano con la persona stessa del Cristo. Inoltre, se si tiene presente il vangelo di Luca, questa parabola è strettamente collegata con l’episodio di Zaccheo, incontrato gratuitamente da Gesù. In questo modo la parabola mette in evidenza un fatto singolare: davanti a Dio l’uomo non solo è sempre debitore, ma è chiamato alla libertà dell’incontro con Lui, che è pura grazia. L’essere saggio e sapiente di fronte a Dio sarà allora per l’uomo l’unica possibilità di una liberazione, che diventerà dono e gratuità nell’incontro con il fratello.

        Purtroppo, anche noi – a volte - stiamo di fronte a Dio come l’ultimo servo, quello che non ha fatto fruttificare il suo talento, restiamo chiusi nei nostri preconcetti su Dio, sulle nostre modeste idee su di Lui. Teniamo troppo alla nostra tranquillità, alla nostra routine. Il nuovo ci fa paura. Cristo ci invita ad essere suoi discepoli fiduciosi, che non hanno paura di lui e che gli stanno accanto senza timore servile. Il discepolo di Gesù deve muoversi in un rapporto di amore, dal quale soltanto possono scaturire coraggio, generosità, libertà, persino il coraggio di correre i rischi necessari.

        Guardando a Colui che “ha fatto nuove tutte le cose” siamo –purtroppo- più spaventati che illuminati. Ecco allora che la parabola dei talenti stimola alla libertà e alla gratuità, che scaturisce dal riconoscimento della pura gratuità di un incontro. Questo incontro è, sì, desiderato dall’uomo, come lo fu per Zaccheo, ma è realizzato dalla bontà e dall’amore di Dio che venne a casa sua e vi portò la salvezza. Fu l’avvento di Cristo in casa di un peccatore pentito.

        3) Venuta = Avvento.

          Tutti i cristiani latini fanno coincidere l’avvento con il periodo di 4, per il rito romano, oppure di 6 settimane per il rito ambrosiano, ma molti ignorano l’origine della parola “avvento” e alcune “curiosità” storiche che questo termine porta con sé e che vale la pena ricordare.

        Cominciamo dalla parola “Avvento”, che deriva dal latino, e che letteralmente significa “arrivo”, “venuta”. La usavano i sovrani dell’epoca antica, soprattutto in Oriente, per indicare il rituale con il quale volevano che fosse celebrato il loro arrivo solenne (appunto, il loro “avvento”) in una città, e pretendevano di essere accolti come benefattori e divinità. Quella della Liturgia cristiana fu dunque una scelta coerente alla mentalità dei tempi antichi, quando volle usare questo termine per indicare la “venuta” di Gesù Cristo, vero donatore di salvezza e redenzione, in mezzo agli uomini, nella grande città di questo mondo,

        Il vero “avvento” dunque, quello in senso proprio, di per sé coinciderebbe con la festa di Natale, che è il giorno in cui si festeggia la venuta di Qualcuno e non qualcosa. Poi la parola avvento si allargò a indicare il periodo di preparazione alla festa del 25 dicembre. Di conseguenza ci si pose questo problema: quanto deve durare la preparazione al Natale? La soluzione più antica, che il rito ambrosiano ha conservato fino a oggi, fu quella di “costruire” il periodo di preparazione al Natale su imitazione del periodo di preparazione alla Pasqua, cioè la Quaresima. E dunque, come la Quaresima è scandita su sei domeniche, così anche l’Avvento venne “costruito” su sei domeniche3.

        Domeniche destinate a tener viva la vigilanza dell’attesa, perché Cristo non ci trovi indolenti e pigri e il demonio ci derubi di questo tesoro. Domeniche in cui ci è ricordato che aver fede significa far fruttare il talento, che è stata posto nelle nostre mani.

        4) Chi ama vive nell’attesa vigile.

        Per accogliere e custodire la presenza di Cristo in noi occorre la vigilanza del cuore, che il cristiano è chiamato ad esercitare sempre, nella vita di tutti i giorni, caratterizzata in particolare nel tempo di Avvento in cui ci prepariamo con gioia al mistero del Natale.

        L’ambiente esterno propone i consueti messaggi di tipo commerciale, anche se, forse, in tono minore a causa della crisi economica. Il cristiano è invitato a vivere l’Avvento come tempo dell’attesa senza lasciarsi distrarre dalle luci dei negozi e dei supermercati, ma di guardare, con gli occhi del cuore, Cristo, vera Luce.

        Infatti se perseveriamo “vigilanti nella preghiera ed esultanti nella lode” (Prefazio I domenica di Avvento), i nostri occhi saranno in grado di riconoscere in Lui la vera luce del mondo, che viene a rischiarare le nostre tenebre.

        La Vergine Maria ci è maestra di operosa e gioiosa vigilanza nel cammino verso l’incontro con Dio. Sull’esempio della nostra Madre Celeste le vergini consacrate testimoniano quotidianamente come vivere questa attesa mostrando che il talento più grande è l’Amore di Dio, il suo Regno e la sua giustizia.

        La vergine è la persona in attesa, anche corporalmente, delle nozze escatologiche di Cristo con la Chiesa, donandosi completamente alla Chiesa nella speranza che Cristo si doni alla chiesa nella piena verità della vita eterna. La persona vergine anticipa nella sua carne il mondo nuovo della risurrezione e testimonia nella Chiesa la coscienza del mistero del matrimonio e lo difende da ogni riduzione e impoverimento. (cfr S. Giovanni Paolo II, Familiaris consortio, n 16)

        Le vergini consacrate nel mondo sono, infine chiamate a testimoniare che il fatto di essere perseveranti e “vigilanti nella preghiera ed esultanti nella lode” (Prefazio I domenica di Avvento), permette ai nostri occhi che saranno in grado di riconoscere in Cristo la vera luce del mondo, che viene a rischiarare le nostre tenebre.

        Il compito delle vergini consacrate è quello un costruire la vita sulla roccia di un Signore amato, ascoltato e atteso (cfr Mt 7,24-25).


1 Il talento non era una moneta, ma una unità di conto. Non si poteva coniare una moneta di quasi 27 chilogrammi! Indicava, in ogni caso, un valore molto grande, come enorme è il tesoro lasciatoci da Gesù. In effetti, un talento era 60 mine e 6000 dracme. La dracma era parificata al denaro (che era la moneta del tempo) e un lavoratore non qualificato prendeva circa un denaro al giorno. La Misna dice che il minimo per una famiglia era 200 denari al giorno. Quindi con un talento, una famiglia, poteva vivere 30 anni.

2 Nella celebre parabola dei talenti riportata dall’evangelista San Matteo (cfr 25,14-30), Gesù racconta di tre servi ai quali, al momento di partire per un lungo viaggio, il padrone affida i propri soldi. Due di loro si comportano bene, perché fanno fruttare del doppio i talenti ricevuti. Il terzo, invece, nasconde il denaro ricevuto in una buca. Tornato a casa, il padrone chiede conto ai servitori di quanto aveva loro affidato e, mentre apprezza quanto hanno fatto i primi due, rimane deluso del terzo. Quel servo, infatti, che ha tenuto nascosto il talento senza valorizzarlo, ha fatto male i suoi conti: si è comportato come se il suo padrone non dovesse più tornare, come se non ci fosse un giorno in cui gli avrebbe chiesto conto di come avesse “gestito” il dono ricevuto.

3 E quest’anno il 15 novembre è esattamente la sesta domenica prima di Natale: per l’appunto l’inizio dell’avvento ambrosiano. In epoca più recente il rito romano abbreviò questo periodo a “sole” quattro domeniche: ed ecco spiegata la differenza di calendario e la dicitura “avvento romano” per il giorno 29 novembre 2020.


Lettura Patristica

San Girolamo

In Matth. IV, 22, 14-30



1. La simbologia dei talenti


       Sarà infatti come d’un uomo il quale, stando per fare un lungo viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, all’altro due, e a un altro uno solo: a ciascuno secondo la sua capacità" (Mt 25,14-15). Non v’è dubbio che quest’uomo, questo padrone di casa, è Cristo stesso, il quale, mentre s’appresta vittorioso ad ascendere al Padre dopo la Risurrezione, chiamati a sé gli apostoli, affida loro la dottrina evangelica, dando a uno più e a un altro meno, non perché vuol essere con uno più generoso e con l’altro più parco, ma perché tiene conto delle forze di ciascuno (l’Apostolo dice qualcosa di simile quando afferma di aver nutrito col latte coloro che non erano ancora in grado di nutrirsi con cibi solidi) (1Co 3,2). Infatti poi con uguale gioia ha accolto colui che di cinque talenti, trafficandoli, ne ha fatto dieci e colui che di due ne ha fatto quattro, considerando non l’entità del guadagno, ma la volontà di ben fare. Nei cinque, come nei due e nell’unico talento, scorgiamo le diverse grazie che a ciascuno vengono date. Oppure si può vedere, nel primo che ne riceve cinque, i cinque sensi, nel secondo che ne ha due, l’intelligenza e le opere, e nel terzo che ne ha uno solo, la ragione, che distingue gli uomini dalle bestie.


       “Subito colui che aveva ricevuto cinque talenti, se ne andò a negoziarli e ne guadagnò altri cinque” (Mt 25,16). Ricevuti cioè i cinque sensi terreni, li raddoppiò acquisendo per mezzo delle cose create la conoscenza delle cose celesti, la conoscenza del Creatore: risalendo dalle cose corporee a quelle spirituali, dalle visibili alle invisibili, dalle contingenti alle eterne.


      “Come pure quello che aveva ricevuto due talenti ne guadagnò altri due” (Mt 25,17). Anche costui, le verità che con le sue forze aveva appreso dalla Legge le raddoppiò nella conoscenza del Vangelo. O si può intendere che, attraverso la scienza e le opere della vita terrena, comprese le caratteristiche ideali della futura beatitudine.


      “Ma colui che ne aveva ricevuto uno solo, andò a scavare una buca nella terra e vi nascose il denaro del suo padrone” (Mt 25,18). Il servo malvagio, dominato dalle opere terrene e dai piaceri del mondo, trascurò e macchiò i precetti di Dio. Un altro evangelista dice che questo servo tenne la sua moneta legata in una pezzuola (Lc 19,20), cioè, vivendo nella mollezza e nelle delizie, rese inefficiente l’insegnamento del padrone di casa.


      “Ora, dopo molto tempo, ritornò il padrone di quei servi e li chiamò a render conto. Venuto dunque colui che aveva ricevuto cinque talenti, ne presentò altri cinque dicendo: «Signore, tu mi desti cinque talenti; ecco, io ne ho guadagnati altri cinque»” (Mt 25,19-20). Molto tempo c’è tra l’Ascensione del Salvatore e la sua seconda venuta. Ora, se gli apostoli stessi dovranno render conto e risorgeranno col timore del giudizio, che dobbiamo mai far noi?


       “E il padrone gli disse «Bene, servo buono e fedele; sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto: entra nella gioia del tuo Signore». Si presentò poi l’altro che aveva ricevuto due talenti e disse: «Signore, tu mi desti due talenti; ecco, ne ho guadagnati altri due». Il suo padrone gli disse: «Bene, servo buono e fedele; sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto: entra nella gioia del tuo Signore»” (Mt 25,21-23) . Ambedue i servi, e quello che di cinque talenti ne ha fatto dieci e quello che di due ne ha fatto quattro, ricevono identiche lodi dal padrone di casa. E dobbiamo rilevare che tutto quanto possediamo in questa vita, anche se può sembrare grande e abbondante, è sempre poco e piccolo a confronto dei beni futuri. «Entra - dice il padrone - nella gioia del tuo Signore»: cioè ricevi quel che occhio mai vide, né orecchio mai udì, né mai cuore d’uomo ha potuto gustare (1Co 2,9). Che cosa mai di più grande può essere donato al servo fedele, se non di vivere insieme col proprio signore e contemplare la gioia di lui?


      “Presentatosi infine quello che aveva ricevuto un solo talento, disse: «Signore, so che tu sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso; ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra; ecco, prendi quello che ti appartiene»”(Mt 25,24-25). Quanto sta scritto nel salmo: A cercare scuse per i peccati (Ps 141,4), si applica anche a questo servo, il quale alla pigrizia e negligenza, ha aggiunto anche la colpa della superbia. Egli che non avrebbe dovuto fare altro che confessare la sua infingardaggine e supplicare il padrone di casa, al contrario lo calunnia, e sostiene di aver agito con prudenza non avendo cercato alcun guadagno per timore di perdere il capitale.


      “Il suo padrone gli rispose: «Servo malvagio e infingardo, tu sapevi che mieto dove non ho seminato e che raccolgo dove non ho sparso; potevi dunque mettere il mio denaro in mano ai banchieri, e al ritorno io avrei ritirato il mio con l’interesse. Toglietegli perciò il talento e datelo a colui che ne ha dieci»” (Mt 25,26-28). Quanto credeva di aver detto in sua difesa, si muta invece in condanna. E il servo è chiamato malvagio, perché ha calunniato il padrone; è detto pigro, perché non ha voluto raddoppiare il talento: perciò è condannato prima come superbo e poi come negligente. Se - dice in sostanza il Signore - sapevi che io son duro e crudele e che desidero le cose altrui, tanto che mieto dove non ho seminato, perché questo pensiero non ti ha istillato timore tanto da farti capire che io ti avrei richiesto puntualmente ciò che era mio, e da spingerti a dare ai banchieri il denaro e l’argento che ti avevo affidato? L’una e l’altra cosa significa infatti la parola greca arghyrion. Sta scritto: “La parola del Signore è parola pura, argento affinato nel fuoco, temprato nella terra, purificato sette volte” (Ps 12,7). Il denaro e l’argento sono la predicazione del Vangelo e la parola divina, che deve essere data ai banchieri e agli usurai, cioè o agli altri dottori (come fecero gli apostoli, ordinando in ogni provincia presbiteri e vescovi), oppure a tutti i credenti, che possono raddoppiarla e restituirla con l’interesse, in quanto compiono con le opere ciò che hanno appreso dalla parola. A questo servo viene pertanto tolto il talento e viene dato a quello che ne ha fatto dieci affinché comprendiamo che - sebbene uguale sia la gioia del Signore per la fatica di ciascuno dei due, cioè di quello che ha raddoppiato i cinque talenti e di quello che ne ha raddoppiato due - maggiore è il premio che si deve a colui che più ha trafficato col denaro del padrone. Per questo l’Apostolo dice: “Onora i presbiteri, quelli che sono veramente presbiteri, e soprattutto coloro che s’affaticano nella parola di Dio”(1Tm 5,17). E da quanto osa dire il servo malvagio: «Mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso», comprendiamo che il Signore accetta anche la vita onesta dei pagani e dei filosofi, e che in un modo accoglie coloro che hanno agito giustamente e in un altro coloro che hanno agito ingiustamente, e che infine, paragonandoli con quelli che hanno seguito la legge naturale, vengono condannati coloro che violano la legge scritta.


       “Poiché a chi ha, sarà dato e sarà nell’abbondanza, ma a chi non ha, sarà tolto anche quello che crede di avere” (Mt 25,29). Molti, pur essendo per natura sapienti e avendo un ingegno acuto, se però sono stati negligenti e con la pigrizia hanno corrotto la loro naturale ricchezza, a confronto di chi invece è un poco più tardo, ma con il lavoro e l’industria ha compensato i minori doni che ha ricevuto, perderanno i loro beni di natura e vedranno che il premio loro promesso sarà dato agli altri. Possiamo capire queste parole anche così: chi ha fede ed è animato da buona volontà nel Signore, riceverà dal giusto Giudice, anche se per la sua fragilità umana avrà accumulato minor numero di opere buone. Chi invece non avrà avuto fede, perderà anche le altre virtù che credeva di possedere per natura. Efficacemente dice che a costui «sarà tolto anche quello che crede di avere». Infatti, anche tutto ciò che non appartiene alla fede in Cristo, non deve essere attribuito a chi male ne ha usato, ma a colui che ha dato anche al cattivo servo i beni naturali.


      “E il servo inutile gettatelo fuori nelle tenebre, dove sarà pianto e stridor di denti” (Mt 25,30). Il Signore è la luce; chi è gettato fuori, lontano da lui, manca della vera luce.