giovedì 23 febbraio 2023

Quaresima: cammino con Cristo che invita a convertire il nostro cuore e a credere alla buona notizia.

I Domenica di Quaresima – Anno A – 26 febbraio 2023

Rito Romano

Gen 2,7-9; 3,1-7; Sal 50; Rm 5,12-19; Mt 4,1-11

 

Rito Ambrosiano

 

 

            Premessa: 

            All’inizio della Quaresima il Sacerdote impone le Ceneri a quanti si recano alla Messa. Questo rito delle Ceneri messe sul capo o sulla fronte dei fedeli ha un triplice significato. Il primo ricorda la fragilità e debolezza dell’uomo, plasmato dalla polvere del suolo. Il secondo indica che la cenere sulla fronte o sul capo del cristiano è anche il segno esterno di chi si pente del proprio agire cattivo e decide di compiere un rinnovato cammino verso il Signore. Il terzo indica che la nostra povera persona è il frutto di un Incontro cocente. Il cristiano è colui che, passato nel fuoco ardente dell’Amore del Salvatore, è sì cenere, ma è una cenere che purifica e feconda il mondo, una cenere che sprigiona il calore del Creatore.

            La Quaresima, dunque, non è soltanto dolore per i propri peccati, non è solo sforzo ascetico per affinare le facoltà dell’anima, ma è la rinnovata scoperta che “gratuitamente abbiamo ricevuto e gratuitamente doniamo”. 

            “La Quaresima ci aiuta in modo singolare a capire che la vita è redenta in Cristo. Per mezzo dello Spirito Santo, Gesù rinnova la nostra vita e ci rende partecipi di quella stessa vita divina che ci introduce nell’intimità di Dio e ci fa sperimentare il suo amore per noi” (San Giovanni Paolo II). 

            La Quaresima è una strada che conduce verso una meta sicura: la Pasqua di Risurrezione, la vittoria di Cristo sulla morte. 

            La Quaresima è anche “tempo di misericordia che ci rivolge un forte invito alla conversione: il cristiano è chiamato a tornare a Dio ‘con tutto il cuore’ (Gl 2,12), per non accontentarsi di una vita mediocre, ma crescere nell’amicizia con il Signore. Gesù è l’amico fedele che non ci abbandona mai, perché, anche quando pecchiamo, attende con pazienza il nostro ritorno a Lui e, con questa attesa, manifesta la sua volontà di perdono” (Papa Francesco, Messaggio per la Quaresima 2017).

 

            1) Dalla misericordia alla misericordia.

            E’ importante ricordare che la perfezione del nostro essere cristiani non si compie se diciamo “abbiamo abbandonato tutto”, ma se diciamo a Cristo: “Abbiamo abbandonato tutto e abbiamo seguito Te”.  La Chiesa ci educa a questa sequela facendoci passare ogni anno attraverso il Mercoledì delle Ceneri, la Quaresima e la Settimana Santa. In questo cammino i nostro cuori sono purificati e così la gioia di Pasqua appare non a persone accecate dalle incrostazioni del  peccato ma a persone aperte a Lui, nostra vita, che possiamo vedere perché “i puri di cuore vedono Dio” (Mt 5,8).

            Gli antichi ebrei uscirono dalla schiavitù dell’Egitto e impiegarono quarant’anni per arrivare alla Terra Promessa, noi –ogni anno- progrediamo nel cammino quaresimale, perché il vincere noi stessi consista nel lasciare l’Egitto del nostro peccato per vivere unicamente nell’amore di Cristo e per Cristo. Aiutati  dal digiuno, dalla preghiera e dall’elemosina durante la Quaresima facciamo particolare esperienza del misericordia divina che “cancella, lava e monda” (Sal 50, 3-4) noi peccatori e ci trasforma in nuova creatura che ha spirito, lingua labbra, cuore trasfigurati (cfr. Id vv 14-19). E’ con cuore puro come quello dei bambini che nel tempo di Pasqua potremo capire e vivere l’antifona all’introito della Domenica della Misericordia: “Come bambini neonati, siate ragionevoli, bramate il latte spirituale che fa cresce verso la salvezza”. In questa domenica, che era prima chiamata domenica in Albis[1], è ora chiamata domenica della Misericordia[2]. Questo decise San Giovanni Paolo II ispirando a Santa Faustin Kowalska, che scrisse: “Anche se i nostri peccati fossero neri come la notte, la misericordia divina è più forte della nostra miseria. Occorre una cosa sola: che il peccato socchiuda almeno un poco la porta del proprio cuore… il resto lo farà Dio … Ogni cosa ha inizio nella misericordia di Dio e nella Sua misericordia finisce”.

 

 

            1) La Quaresima: tempo di misericordia e cammino di conversione.

       La Quaresima è la speciale Tempo di misericordia che dura quaranta giorni e la Chiesa di chiede di vivere come cammino spirituale di conversione per prepararci bene alla Pasqua. Si tratta in sostanza di seguire Gesù che si dirige decisamente verso la Croce, culmine della sua missione di salvezza e chiave che apre alla Risurrezione.         

            La Quaresima è strada di misericordia ricevuta e condivisa, non solo perché se si fanno le opere consigliate per questo periodo: preghiera, digiuno e elemosina, ma perché con queste opere ci radichiamo in Dio convertendoci a Lui con un cuore contrito e un corpo mortificato. In effetti, se è vero che il cuore di pietra dell’uomo a volere il male, è altrettanto vero che  spesso il corpo l’aiuta a commetterlo. D’altra parte, noi essere umani siamo composti dell’uno e dell'altro, e dobbiamo unire entrambi nell’omaggio che rendiamo a Dio. Il corpo avrà parte o alle gioie dell'eternità o ai tormenti dell'inferno. Non c'è, dunque, vita cristiana completa, e neppure valida espiazione, se nell'una e nell'altra il corpo non si associa all’anima.

            Naturalmente va ricordato che il principio della vera penitenza sta nel cuore. Il Vangelo ci insegna ciò parlandoci del figliuol prodigo, della peccatrice, di Zaccheo il pubblicano e di san Pietro. Perciò bisogna che il cuore abbandoni per sempre il peccato, che se ne abbia un profondo dolore, che lo detesti e ne fugga le occasioni. 

            Per indicare questa disposizione del cuore la Bibbia usa una parola che è entrata nel linguaggio cristiano e che descrive molto bene lo stato della persona umana a sinceramente pentita per i suoi peccati: è la Conversione. Durante la Quaresima, siamo invitati ad esercitarci nella penitenza del cuore e considerarla come il fondamento essenziale di tutti gli atti caratteristici di questo santo tempo. Ma sarebbe sempre una conversione illusoria, se non aggiungesse l’omaggio del corpo ai sentimenti interni ch'essa ispira. Il Salvatore, sulla montagna non si accontenta di piangere sui nostri peccati: li espia con la sofferenza del proprio corpo; e la Chiesa, ch’è la sua infallibile interprete, ci ammonisce che non sarà accolta la penitenza del nostro cuore, se non l’uniremo all’esatta osservanza dell’astinenza e del digiuno.

 

            2) Quaresima: pellegrinaggio verso e con Cristo, fonte di misericordia.

            La Quaresima è il tempo privilegiato, con il quale la Chiesa ci conduce verso Colui che è la fonte della misericordia. E’ un pellegrinaggio in cui Lui stesso accompagna attraverso il deserto della nostra povertà, sostenendoci nel cammino verso la gioia viva della Pasqua. Ma questo cammino non è esente da prove, ed è per questo che la Liturgia della Prima Domenica di Pasqua ci fa meditare sulle tentazioni affrontate da Cristo nel deserto. 

            Come Mosè, come il popolo di Israele, anche Gesù trascorre un periodo nel deserto, per provare la sua fedeltà, per dare solide basi alla propria azione. 

            Ma mentre il popolo di Israele nel deserto non ha saputo resistere alla fatica e alla tentazione e più volte ha mancato di fedeltà a Dio, Gesù supera le tre tentazioni: quella del pane (Come parlare di Dio a chi ha abbondanza di tutto? Come parlare di Dio a chi sente la fame?), quella del prestigio (prestigio della scienza, del denaro, della condotta morale irreprensibile, della bella figura, del nome, dell’onore), quella del potere (là dove due persone si incontrano, sorge una relazione di potere). 

            Sono prove mascherate da una promessa che vuole staccare il Figlio dal Padre. Tre volte il diavolo dice a Gesù “Se sei figlio di Dio, fai…” e per tre volte Lui risponde: “Mio Padre”. Fedele all’amore del Padre Cristo resiste alle tre forme di un’unica tentazione quella di una vita costruita autonomamente come quella del primo Adamo (“Diventereste come Dio, conoscendo il bene e il male ...”) e una vita di confidenza e obbedienza a Dio, quella del secondo Adamo. Gesù qui dice: “Adora il Signore e a lui solo rendi culto”, e al Getsemani dirà: “Non la mia ma la tua volontà sia fatta” (Lc22,42).

            Imitiamo Gesù in questo amore al Padre e allora questo cammino diventerà un percorso di sequela a Lui, il Redentore. In questa sequela ci è di aiuto l’esempio di alcuni personaggi del Vangelo che San Gregorio  di Nazianzo descrive così: 

            “Se sei Simone di Cirene, prendi la croce e segui Cristo.

            Se sei il ladro e se sarai appeso alla croce, se cioè sarai punito,
fai come il buon ladrone e riconosci onestamente Dio, che ti aspettava alla prova. 
Egli fu annoverato tra i malfattori per te e per il tuo peccato,
e tu diventa giusto per lui. 

            Se sei Giuseppe d’Arimatea, richiedi il corpo a colui che lo ha crocifisso,
assumi cioè quel corpo e rendi tua propria, così, l’espiazione del mondo.
 

            Se sei Nicodemo, il notturno adoratore di Dio,
seppellisci il suo corpo e ungilo con gli unguenti di rito,
cioè circondalo del tuo culto e della tua adorazione.

 

            E se tu sei una delle Marie, spargi al mattino le tue lacrime.
Fa’ di vedere per prima la pietra rovesciata,
vai incontro agli angeli, anzi allo stesso Gesù.

Ecco che cosa significa rendersi partecipi della Pasqua di Cristo, vivendo bene la Quaresima”.

            Volendo continuare questo elenco con persone non presenti nel Vangelo, ma che vivono evangelicamente, mi permetto di aggiungere: “Se sei vergine consacrata, sii come una delle vergini prudenti che attendevano lo Sposo con abbondanza di olio (che indica fedeltà e la perseveranza), perché la lampada dell’amore non si spegnesse”. La vergine che si consacra al Redentore si mette con definitività sul cammino di conversione, cioè la costante unione con Cristo Sposo. Con la consacrazione l’appartenenza a Cristo, che era iniziata con il Battesimo, assume una fisionomia di assolutezza, di amore indiviso, perché il cuore della consacrata è ormai incapace di essere soddisfatto da qualsiasi altro amore. Cristo è il vero tesoro, nascosto, la perla preziosa per avere la quale chi l’ha trovata vende tutti i suoi averi e la compere (cfr. Mt 13, 44- 46). A Dio che le dice: “Non temere, perché ti ho riscattata, ti ho chiamata per nome: tu mi appartieni” (cfr Is 43, 1), la vergine consacrata dice: “Eccomi” e la sua vita diventa feconda come quella della Vergine Maria, Madre di Cristo e di tutta l’umanità.

 

Prima della Lettura Patristica propongo questa preghiera per la Quaresima

 

Rendimi, o Signore Dio mio,
obbediente senza ribellione
povero senza avvilimenti,
casto senza decadimento,
paziente senza mormorazione,
umile senza finzione,
allegro senza ilarità,
maturo senza pesantezza,
agile senza leggerezza,
timoroso di Te senza disperazione,
veritiero senza doppiezza,
operatore di bene senza presunzione,
capace di correggere il prossimo senza asprezza
e di edificarlo con la parola e con l’esempio,
senza ipocrisia.

(San Tommaso d’Aquino)

 

 

Lettura patristica

San Gregorio Magno (540 - 604)

Hom. 16, 1-6

Le tentazioni del Redentore

 

       Non era indegno del nostro Redentore il voler essere tentato, lui che ;era venuto per essere ucciso. Era anzi giusto che vincesse le nostre tentazioni con le sue tentazioni, dato che era venuto a vincere la nostra morte con la sua morte. Ma dobbiamo sapere che la tentazione passa per tre stadi: la suggestione, la dilettazione e il consenso. Noi, quando siamo tentati, cadiamo per lo più nella dilettazione o addirittura nel consenso, perché siamo nati da una carne di peccato e portiamo in noi stessi ciò che ci muove tante battaglie. Ma Dio, che s’incarnò nel grembo della Vergine, venne nel mondo senza peccato e non provò in sè alcuna contraddizione. Egli poté dunque essere tentato per suggestione, ma l’anima sua non provò la compiacenza del peccato. Pertanto tutta quella tentazione diabolica fu all’esterno, non all’interno.

 

       Ma se guardiamo l’ordine secondo cui fu tentato, capiremo quanto bene noi siamo stati liberati dalla tentazione. L’antico avversario si rivolse contro il primo Adamo, nostro padre, con tre tentazioni, poiché lo tentò di gola, di vanagloria e di avarizia; ma tentandolo lo vinse, perché lo sottomise a sé mediante il consenso. Lo tentò di gola quando gli mostrò il frutto dell’albero proibito, perché ne mangiasse. Lo tentò poi di vanagloria quando disse: "Sarete simili a Dio" (Gn 3,5). Lo tentò di avarizia quando disse: "Conoscerete il bene e il male". L’avarizia infatti non riguarda soltanto il denaro, ma anche gli onori. Giustamente si dice avarizia il desiderio smodato di stare in alto. Se il carpire onori non appartenesse all’avarizia, Paolo non direbbe, riguardo al Figlio unigenito di Dio: "Non stimò una rapina la sua uguaglianza con Dio" (Ph 2,6). In ciò poi il diavolo attrasse il nostro padre alla superbia, poiché lo spinse a quel tipo di avarizia che è il desiderio di eccellere.

 

       Ma con quegli stessi mezzi coi quali abbattè il primo Adamo, fu vinto dal secondo Adamo da lui tentato. [Il diavolo] lo tenta infatti nella gola quando dice: "Comanda che queste pietre diventino pane". Lo tenta di vanagloria quando dice: Se tu sei figlio di Dio, gettati di sotto. Lo tenta con l’avarizia degli onori quando mostra tutti i regni del mondo, dicendo: "Tutto io ti darò, se ti prostri e mi adori". Ma è vinto dal secondo Adamo proprio con quei mezzi coi quali si vantava di aver vinto il primo, così da uscire dai nostri cuori, scornato, passando per quella stessa strada per la quale si era introdotto, per dominarci. Ma c’è un’altra cosa, fratelli carissimi, che dobbiamo considerare in questa tentazione del Signore; tentato dal diavolo, il Signore risponde con i precetti della Sacra Scrittura, e colui che, essendo quella Parola, poteva cacciare il tentatore nell’abisso, non mostrò la virtù della sua potenza ma soltanto ripeté i divini comandi della Scrittura, per darci così l’esempio della sua pazienza; di modo che, tutte le volte che soffriamo a causa di uomini malvagi, siamo portati a rispondere con la dottrina piuttosto che con la vendetta. Pensate quanto è grande la pazienza di Dio e quanto è grande la nostra impazienza! Noi, se siamo provocati con qualche ingiuria o con qualche offesa, ci infuriamo e ci vendichiamo quanto possiamo, o minacciamo ciò che non possiamo fare. Invece il Signore sperimentò l’avversità del diavolo e non gli rispose se non con parole di mitezza. Sopportò colui che poteva punire, affinché gli tornasse a maggior gloria il fatto di aver vinto il nemico non annientandolo, ma bensì sopportandolo.

 

       Bisogna fare attenzione a quello che segue, che cioè gli angeli lo servivano dopo che il diavolo se ne fu andato. Cos’altro si ricava da ciò se non la duplice natura nell’unità della persona? È un uomo, infatti, colui che il diavolo tenta, ma è anche Dio colui che è servito dagli angeli. Riconosciamo dunque in lui la nostra natura, in quanto se il diavolo non l’avesse conosciuto uomo, non l’avrebbe tentato, adoriamo in lui la divinità, in quanto se non fosse Dio che è al di sopra di tutte le cose, gli angeli non lo servirebbero.

 

       Ma poiché questa lettura si adatta al presente periodo - infatti, noi che iniziamo il tempo quaresimale, abbiamo udito che la penitenza del nostro Redentore è durata quaranta giorni -, dobbiamo cercar di capire perché questa penitenza è osservata per quaranta giorni... Mentre l’anno è composto di trecentosessantacinque giorni, noi facciamo penitenza per trentasei giorni, come se dessimo a Dio la decima sul nostro anno, affinché, dopo aver vissuto per noi stessi il resto dell’anno, ci mortifichiamo nell’astinenza in onore del nostro Creatore per la decima parte dell’anno stesso. Perciò, fratelli carissimi, come nella Legge ci è imposto di offrire le decime di tutte le cose (cf. Lv 27,30s), così dovete cercare di offrire a lui anche la decima dei vostri giorni. Ognuno, secondo quanto gli è possibile, maceri la sua carne e ne affligga le brame, ne uccida le concupiscenze disoneste, affinché, secondo la parola di Paolo, divenga una vittima viva (Rm 12,1). Certo la vittima è immolata ed è viva, quando l’uomo non muore e tuttavia uccide se stesso nei desideri carnali. La nostra carne, soddisfatta, ci portò al peccato; mortificata, ci conduca al perdono. Colui che fu autore della nostra morte trasgredì i precetti della vita mediante il frutto dell’albero proibito. Noi dunque, che ci siamo allontanati dalle gioie del paradiso per colpa del cibo, procuriamo di tornare ad esse grazie all’astinenza.

 

       Ma nessuno creda che l’astinenza da sola possa bastargli dal momento che il Signore dice per bocca del Profeta: "Non è forse maggiore di questo il digiuno che bramo?", aggiungendo: "Dividi il pane con l’affamato, e introduci in casa tua i miseri, senza tetto; quando vedrai uno nudo, soccorrilo, e non disprezzare la tua carne" (Is 58,6 Is 58,7). Dio dunque gradisce quel digiuno che una mano piena di elemosine presenta ai suoi occhi, quel digiuno che si congiunge all’amore del prossimo ed è ornato dalla pietà. Ciò che togli a te stesso, dallo a un altro, affinché cio di cui si affligge la tua carne serva di ristoro alla carne del povero. Così infatti dice il Signore per bocca del Profeta: "Quando avete fatto digiuni e lamenti, forse avete digiunato per me? E quando avete mangiato e bevuto, forse non avete mangiato bevuto per voi stessi?" (Za 7,5-6). Infatti mangia e beve per sé chi prende i cibi del corpo, i quali sono donati a tutti dal Creatore, senza parteciparli ai bisognosi. E digiuna per sé chi non distribuisce ai poveri quelle cose di cui si è privato temporaneamente, ma anzi le serba per darle al suo ventre in altra occasione. Perciò è detto per bocca di Gioele: "Santificate il digiuno" (Jl 1,14 Jl 2,15). Santificare il digiuno significa offrire un’astinenza dalle carni degna di Dio, dopo aver aggiunto altri doni. Cessi l’ira, si plachino i litigi. Invano la carne è afflitta, se l’animo non si frena nei suoi malvagi desideri, come dice il Signore per bocca del Profeta: "Ecco, nel giorno del vostro digiuno si trova la vostra volontà. Ecco, voi digiunate fra litigi e alterchi e colpendo con pugni iniqui, e ricercate tutti i vostri debitori" (Is 58,3). Né commette ingiustizia chi richiede dal suo debitore quanto gli aveva prestato; è bene tuttavia che quando uno si macera nella penitenza, si astenga anche da ciò che gli spetta con giustizia. Così Dio perdona a noi, afflitti e penitenti, ciò che abbiamo fatto di male, se per amor suo rinunciamo anche a ciò che giustamente potremmo esigere.

 

 

Lecture Patristique

Saint Grégoire de Nazianze (329 - 389)

Discours 40, 10, PG 36, 370-371

Le baptisé, tenté comme le Christ

 

 

Si le persécuteur et le tentateur de la lumière vient t'assaillir après le baptême, - et certes il le fera, car il a bien assailli le Verbe, mon Dieu, dissimulé sous le voile de la chair, cette lumière cachée par son humanité visible, - tu as de quoi le vaincre! Ne redoute pas le combat. Oppose-lui l'eau du baptême, oppose-lui cet esprit en qui s'éteignent les traits enflammés du Mauvais.

 

Si celui-ci te montre la pauvreté, - car il n'a pas hésité à la montrer au Christ lui-même - et si, te montrant la faim qui te menace, il te demande que les pierres deviennent du pain, dépiste ses intentions. Enseigne-lui ce qu'il ignore, oppose-lui cette Parole de vie qui est le Pain envoyé du ciel pour donner la vie au monde.

 

S'il t'attaque par les pièges de la vaine gloire - comme il l'a fait pour lui, en l'élevant sur le pinacle du Temple et en lui disant: Jette-toi en bas (Mt 4,6) pour donner une preuve de sa divinité -, ne te laisse pas abaisser par l'élévation de l'esprit. Car si cette épreuve le met en échec, il ne s'arrêtera pas pour autant. Il est insatiable, il attaque sur tous les fronts. Il flatte, avec une apparence de bénignité, mais il finit par le mal. C'est là sa stratégie. En outre, cet usurpateur est versé dans les Écritures. D'où ce refrain: Il est écrit, dit-il, au sujet du pain; il est écrit au sujet des anges. Car il est écrit, dit-il, qu'il a donné pour toi des ordres à ses anges, ils te porteront sur leurs mains (Mt 4,6). O sophiste du mal! Comment as-tu supprimé ce qui suit? Car cela, je le comprends parfaitement, même si tu l'as caché: que je marcherai sur l'aspic et le basilic, qui te représentent; que je foulerai aux pieds serpents et scorpions, car je serai entouré et protégé par la Trinité.

 

S'il t'attaque par la cupidité en te montrant en un moment, d'un seul coup d'oeil, tous les royaumes comme s'ils lui appartenaient, en exigeant que tu l'adores, méprise-le comme le pauvre qu'il est. Dis-lui, encouragé par le sceau du baptême: "Moi aussi, je suis une image de Dieu, mais je n'ai pas, comme toi, été précipité de ma gloire céleste à cause de mon orgueil. J'ai revêtu le Christ. Par le baptême, le Christ m'appartient. C'est à toi de m'adorer."

 

A ces paroles, crois-moi, il s'en ira, vaincu et humilié par ceux que le Christ a illuminés, comme il l'a été par le Christ, lumière primordiale.

 

Tels sont les bienfaits qu'apporté le bain du baptême à ceux qui reconnaissent sa force; voilà le festin qu'il propose à ceux qui souffrent d'une faim méritoire.

 

 

Patristic reading

Saint John Chrysostom ( 344/354 – 407)

Homily XIII. Matthew Chapter 4, Verse 1

Mt 4,1-12

 

“Then was Jesus led up of the Spirit into the wilderness, to be tempted of the devil.”

 

Then When? After the descent of the Spirit, after the voice that was borne from above, and said, “This is My Beloved Son, in whom I am well pleased.” And what was marvellous, it was of the Holy Spirit; for this, he here saith, led Him up. For since with a view to our instruction He both did and underwent all things; He endures also to be led up thither, and to wrestle against the devil: in order that each of those who are baptized, if after his baptism he have to endure greater temptations may not be troubled as if the result were unexpected, but may continue to endure all nobly, as though it were happening in the natural course of things.

 

Yea, for therefore thou didst take up arms, not to be idle, but to fight. For this cause neither doth God hinder the temptations as they come on, first to teach thee that thou art become much stronger; next, that thou mayest continue modest neither be exalted even by the greatness of thy gifts, the temptations having power to repress thee; moreover, in order that that wicked demon, who is for a while doubtful about thy desertion of him, by the touchstone of temptations may be well assured that thou hast utterly forsaken and fallen from him; fourthly, that thou mayest in this way be made stronger, and better tempered than any steel; fifthly, that thou mayest obtain a clear demonstration of the treasures entrusted to thee.

 

For the devil would not have assailed thee, unless he had seen thee brought to greater honor. Hence, for example, from the beginning, he attacked Adam, because he saw him in the enjoyment of great dignity. For this reason he arrayed himself against Job, because he saw him crowned and proclaimed by the God of all.

 

How then saith He, “Pray that ye enter not into temptation.”1 For this cause he doth not show thee Jesus simply going up, but “led up” according to the principle of the Economy;2 signifying obscurely by this, that we ought not of ourselves to leap upon it, but being dragged thereto, to stand manfully.

 

And see whither the Spirit led Him up, when He had taken Him; not into a city and forum, but into a wilderness. That is, He being minded to attract the devil, gives him a handle not only by His hunger, but also by the place. For then most especially doth the devil assail, when he sees men left alone, and by themselves. Thus did he also set upon the woman in the beginning, having caught her alone, and found her apart from her husband. Just as when he sees us with others and banded together, he is not equally confident, and makes no attack. Wherefore we have the greatest need on this very account to be flocking together continually, that we may not be open to the devil’s attacks.

 

2. Having then found Him in the wilderness, and in a pathless wilderness (for that the wilderness was such, Mark hath declared, saying, that He “was with the wild beasts”3 ), behold with how much craft he draws near, and wickedness; and for what sort of opportunity he watches. For not in his fast, but in his hunger he approaches Him; to instruct thee how great a good fasting is, and how it is a most powerful shield against the devil, and that after the font,4 men should give themselves up, not to luxury and drunkenness, and a full table, but to fasting. For, for this cause even He fasted, not as needing it Himself, but to instruct us. Thus, since our sins before the font5 were brought in by serving the belly: much as if any one who had made a sick man whole were to forbid his doing those things, from which the distemper arose; so we see here likewise that He Himself after the font brought in fasting. For indeed both Adam by the incontinence of the belly was cast out of paradise; and the flood in Noah’s time, this produced; and this brought down the thunders on Sodom. For although there was also a charge of whoredom, nevertheless from this grew the root of each of those punishments; which Ezekiel also signified when he said, “But this was the iniquity of Sodom, that she waxed wanton in pride and in fullness of bread, and in abundance of luxury.”6 Thus the Jews also perpetrated the greatest wickedness, being driven upon transgression by their drunkenness and delicacy.7

 

On this account then even He too fasts forty days, pointing out to us the medicines of our salvation; yet proceeds no further, lest on the other hand, through the exceeding greatness of the miracle the truth of His Economy8 should be discredited. For as it is, this cannot be, seeing that both Moses and Elias, anticipating Him, could advance to so great a length of time, strengthened by the power of God. And if He had proceeded farther, from this among other things His assumption of our flesh would have seemed incredible to many.

 

Having then fasted forty days and as many nights,

 

“He was afterwards an hungered;9 “affording him a point to lay hold of and approach, that by actual conflict He might show how to prevail and be victorious. Just so do wrestlets also: when teaching their pupils how to prevail and overcome, they voluntarily in the lists engage with others, to afford these in the persons of their antagonists the means of seeing and learning the mode of conquest. Which same thing then also took place. For it being His will to draw him on so far, He both made His hunger known to him, and awaited his approach, and as He waited for him, so He dashed him to earth, once, twice, and three times, with such ease as became Him.

 

       



[1] Il nome di Domenica in Albis (sottinteso deponendis, nel Rito Ambrosiano è chiamata Domenica in Albis Depositis , letteralmente: “domenica in cui le vesti bianche vengono deposte”) è legato al rito del Battesimo: in esso i nuovi battezzati ricevono e indossano una veste biancasegno della vita divina appena ricevuta; gli adulti battezzati nella solenne Veglia Pasquale la indossano poi per tutta la settimana dell'Ottava di Pasqua, fino alla domenica successiva, detta perciò domenica in cui si depongono le bianche vesti.

[2] Questa domenica è stata proclamata Festa della Divina Misericordia da papa San Giovanni Paolo II nel 2000. Il culto della Divina Misericordia è legato alla figura di Santa Faustina Kowalska, la mistica polacca canonizzata nel nell'Anno Santo del 2000, e di cui Giovanni Paolo II è stato molto devoto, come testimonia la sua Enciclica Dives in Misericordia, scritta nel 1980 e dedicata appunto alla Divina misericordia.

mercoledì 15 febbraio 2023

Santo è chi accoglie l’amore di Dio e lo condivide

 VII Domenica del Tempo Ordinario – Anno A – 19 febbraio 2023

Rito Romano

Lv 19,1-2.17-18; Sal 102; 1Cor 3,16-23; Mt 5,38-48

 

Rito Ambrosiano

Bar 1,15a;2,9-15a; Sal 105; Rm 7,16a; Gv 8,1-11

Penultima Domenica dopo l’Epifania

detta “della divina clemenza”

 

 

            1) Perfezione è accogliere l’amore.

            Nelle letture della Messa di questa domenica ci sono due  frasi che mi hanno colpito particolarmente: “Siate santi, perché io, il Signore vostro Dio, sono santo (Lv 19, 2 – I lettura) e Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste” (Mt 5, 48 - Vangelo), e che fanno nascere la seguenti domande: “In cosa consiste allora la santità alla quale Dio nel libro del Levitico ci spinge e la perfezione a cui ci invita Gesù? Chi può diventare perfetto come Dio Padre?”

            La frase di Cristo riportata da San Luce “Siate misericordiosi come il Padre vostro” (Lc 6, 36) ci può aiutare nella risposta. Unendo questa frase a quella riportata da San Matteo: Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste” (Mt5, 48), possiamo, in primo luogo, dire che la perfezione di Dio è la sua misericordia. Allora anche l'uomo può essere perfetto se vive la misericordia. “La bontà e la perfezione si radicano sulla misericordia” (Papa Francesco). Dunque con il Papa possiamo affermare che la perfezione dell'uomo è la conquista della misericordia, e la misericordia è la sintesi della lieta, buona notizia portata del Redentore.

            In secondo luogo, possiamo dire che la nostra perfezione è vivere con umiltà come figli di Dio compiendo concretamente la sua volontà che ci da indicazioni chiare: i comandamenti, per essere come Lui. San Cipriano scriveva che “alla paternità di Dio deve corrispondere un comportamento da figli di Dio, perché Dio sia glorificato e lodato dalla buona condotta dell’uomo” (De zelo et livore, 15: CCL 3a, 83).

            In terzo luogo, va ricordato che Cristo non ci chiede la perfezione nell’osservanza dei codici legali e dei regolamenti. Ci vuole perfetti, certo, ma nell’amore.

            Mi spiego prendendo un episodio della vita di Santa Teresa del Bambin Gesù. In un momento della sua vita, questa santa Suora si domandò come in paradiso tutti potremo essere felici pienamente, perfettamente, avendo raggiunto ognuno gradi differenti di santità. A un certo punto, la piccola Teresa ebbe questa illuminazione: “Immaginiamo che il Paradiso sia come un meraviglioso campo pieno di fiori di tutte le specie, dai più grandi ai più piccoli, dalle rose alle margherite, dai gigli ai ciclamini. La rugiada del mattino riempie i vari fiori secondo la loro grandezza. Nessuno di essi è più pieno degli altri. Ognuno è colmo, perfetto di amore e di gioia e non ha, quindi, gelosia di chi è più grande”.

            Noi non possiamo essere santi come lo sono, per esempio, santa Teresa del Bambin Gesù o san Benedetto o San Francesco o P. Pio da Pietrelcina o Madre Teresa di Calcutta . Certamente saremo molto meno, ma non è questo che conta. Conta il fatto che lasciamo colmare il nostro cuore – piccolo come una margherita o grande come un giglio- dall’amore di Dio.

            Insomma essere perfetti nella santità vuol dire credere all’Amore, dilatando il nostro cuore perché accolga Dio.

            Apriamoci all’amore di Dio. In ultima analisi la santità, anche se è una nostra risposta a Dio, è dono di Dio. A noi tocca aprirci a Lui nella fede e accogliere il suo amore.

 

 

            2) La santità delle beatitudini.

            Qualcuno potrebbe obiettare che questa santità come accoglienza dell’Amore è troppo facile. Non è più facile di quella che acquistò santa Maria Maddalena, la peccatrice pubblica. Questa donna si gettò ai piedi del Cristo e quando si alzò ottenne il suo elogio: “Le sono perdonati i suoi molti peccati, poiché ha molto amato” (Lc 7, 47). Perché “ha molto amato”? Che cosa aveva fatto? Aveva creduto all’Amore, non ha fatto  altro. Tutto il suo peccato non l’aveva arrestata nel suo amore, che l’aveva gettata ai piedi del Cristo. Aveva creduto e si era abbandonata, si era aperta a ricevere il dono dell’amore divino, che l’ha colmata.

         La storia di ogni cristiano è quella di un amore ogni volta colmato, e allo stesso tempo aperto su nuovi orizzonti, perché Dio dilata continuamente le possibilità dell'anima, per renderla capace di beni sempre maggiori. Dio stesso, che ha deposto in noi i germi di bene, e dal quale parte ogni iniziativa di santità, “modella il blocco... Limando e pulendo il nostro spirito, forma in noi il Cristo” (San Gregorio di Nissa, In Psalmos 2,11: PG 44,544B).

            Questo amore è messo in pratica di chi vive le Beatitudini. E’, infatti, significativo che San Matteo riporti l’espressione di Gesù “siate perfetti com’è perfetto il Padre vostro che è nei cieli” a conclusione del Discorso della Montagna, in cui Gesù proclama le Beatitudini e promulga il codice della nuova legge dell'amore.

            Non a caso Gesù dice ai suoi discepoli che sono sale della terra e luce del mondo, dopo aver enunciato le Beatitudini. Senza lo spirito e la pratica delle Beatitudini non si può essere sale e luce, di cui il mondo avvolto dalle tenebre del nuovo paganesimo ha tanto bisogno. 

            In una società dominata dall'odio e dalla violenza e lacerata da divisioni e contrapposizioni, annunciare l'amore eroico ai nemici e la preghiera per i persecutori significa attuare la vera rivoluzione, di cui ha sempre bisogno la società di ogni tempo e di ogni luogo la rivoluzione dell’amore, che ha la sua fonte e il suo modello nell’amore infinito e umile del Padre Celeste.

            E’ chiara l’indicazione del Redentore: per imitare il Padre Celeste bisogna vivere nello spirito delle beatitudini evangeliche e aprirsi totalmente all'amore del Padre, “che fa sorgere il Suo sole sopra i malvagi e i buoni e fa piovere sopra i giusti e gli ingiusti” (Mt 5, 45). In effetti, come potremmo affermare di voler imitare il Padre che tutto ama, dona e perdona, se rimanessimo così chiusi nel guscio del nostro egoismo, schiavi dei beni effimeri del mondo, con il cuore sbarrato davanti al bisogno e alla sofferenza del fratello?

            L’invito ad essere perfetti come il Padre non è una richiesta di scalare la cima di un’alta montagna. Non ci è chiesto di essere forti ed esperti scalatori dello Spirito, come sono stati i santi già canonizzati dalla Chiesa. La perfezione di Dio è la meta di tutti i discepoli di Gesù, per tutti i cristiani che vogliono portare molto frutto e dare così gloria al Padre Celeste (Gv 15, 8).

            La grandezza o perfezione divina è a misura d’uomo, perché è la grandezza dell’umiltà. “Dio, umile, si abbassa: viene da noi e si abbassa” (Papa Francesco). Dal cielo alla terra. Il Figlio di Dio si abbassa nella Grotta di Betlemme e in Croce di Gerusalemme, passando attraverso l’inginocchiarsi davanti agli apostoli per lavare loro i piedi. L’umiltà di Cristo, Figlio diDio è un’offerta inginocchiata dell’Amore. E’ un’umiltà la cui fonte e centro sono il cuore divino. Come già insegnava San Tommaso d’Aquino, che scrisse cose profonde sull’umiltà di Dio, “Dio è davvero la fonte, il centro e il cuore dell’umiltà. In Lui non c’è egoismo. Lui è tutto slancio verso l’Altro: del Padre verso il Figlio e del Figlio verso il Padre nell’unità dello Spirito Santo” (P. Maurice Zundel). Questo donarsi reciproco si comunica a noi e fa di noi dei “perfetti” se umilmente doniamo a Lui non solo quello che abbiamo, ma quello che siamo. Dio si abbassa sulla nostra fragilità e la salva con la sua tenerezza.

            Se fossimo davvero persuasi che Dio “crede” in noi, noi crederemmo in Lui. Se fossimo coscienti di essere amati da Lui in modo tenero e senza limiti, risponderemmo al Suo amore e faremmo di tutta la nostra vita un dono totale a Lui nell’umiltà, nella pace, nella verità, nella gioia.

            Un modo significativo di questa risposta totale a Dio, offrendosi a Lui, è quello delle Vergini consacrate nel mondo. Con il rito della consacrazione e poi, con la vita quotidiana vissuta teneramente e umilmente in Lui, queste donne testimoniano che il fatto di appartenere a Dio non limita la libertà. Una vita vissuta nel dialogo di amore con Lui è una vita nella libertà, che la verità dell’Amore rende effettiva. La concupiscenza della carne e degli occhi e la superbia della vita sono trasformate in purezza di cuore e di sguardo a Cristo che – sulla croce - tiene per sempre aperte le sue braccia con tenerezza e umiltà. Queste donne consacrate testimoniano che la vita consacrata è vita di perfezione e segno per tutti i cristiani come insegna il Card. Newman insegna: E’ opinione di molti santi che, se noi vogliamo essere perfetti, non dobbiamo fare altro che adempire i nostri doveri quotidiani. Ecco una via breve che porta alla perfezione; breve, non perché sia facile, ma perché tutti la possono seguire... 

            Sull’essenza della perfezione è facile avere idee vaghe, idee che ci possono aiutare a parlarne, quando non abbiamo alcuna intenzione di tendervi risolutamente. Ma quando si desidera realmente la perfezione, e si cerca di raggiungerla, allora solo ciò che è chiaro e si tocca con mano può dare risultati soddisfacenti, giacché offre una specie di direzione pratica, che è una via per arrivarci. ... 

            E’ perfetto chi fa in modo giusto le sue azioni giornaliere; per raggiungere la perfezione non abbiamo bisogno di oltrepassare questi limiti. 

            Se tu mi domandi che cosa devi fare per essere perfetto, io ti risponderò così: non rimanere a letto dopo l’ora fissata per la levata; rivolgi i tuoi primi pensieri a Dio; fa’ una breve visita a Gesù sacramentato; recita bene la corona; sii raccolto; caccia i cattivi pensieri; fa’ con devozione a meditazione della sera; esamina ogni giorno la tua coscienza. Fa’ questo e sarai perfetto” (Card. John-Henri Newman). Gesti semplici che fanno si che la nostra “preghiera sia l’effusione del nostro cuore in quello di Dio” (San Pio da Pietrelcina) e le nostra azioni, piccole o grandi che siano, ne manifestino la misericordia verso tutti.

 

 

Lettura Patristica

Salviano di Marsiglia

De gubernatione, 3, 5-6

 

   Forse qualcuno obietta che oggi non è più il tempo in cui ci sia dato di sopportare per Cristo ciò che gli apostoli sopportarono ai loro giorni. È vero: non vi sono imperatori pagani, non vi sono tiranni persecutori; non si versa il sangue dei santi, la fede non è messa alla prova con i supplizi. Dio è contenta che gli serviamo in questa nostra pace, che gli piacciamo con la sola purità immacolata delle azioni e la santità intemerata della vita. Ma per questo gli è dovuta più fede e devozione, perché esige da noi meno, pur avendoci elargito di più. Gli imperatori, dunque, sono cristiani, non c’è persecuzione alcuna, la religione non viene turbata, noi non veniamo costretti a dar prova della fede con un esame rigoroso: perciò dobbiamo piacere di più a Dio almeno con gli impegni minori. Dimostra infatti di essere pronto a imprese maggiori, se le cose lo esigeranno, colui che sa adempire i doveri minori.

 

       Omettiamo dunque ciò che sostenne il beatissimo Paolo, ciò che, come leggiamo nei libri di religione scritti in seguito, tutti i cristiani sostennero, ascendendo così alla porta della reggia celeste per i gradini delle loro pene, servendosi dei cavalletti di supplizio e dei roghi come di scale. Vediamo se almeno in quegli ossequi di religiosa devozione che sono minori e comuni e che tutti i cristiani possono compiere nella pace più stabile ed in ogni tempo, ci sforziamo realmente di rispondere ai precetti del Signore. Cristo ci proibisce di litigare. Ma chi obbedisce a questo comando? E non è un semplice comando, giungendo al punto di imporci di abbandonare ciò che è lo stesso argomento della lite pur di rinunciare alla lite stessa: "Se qualcuno" - dice infatti -"vorrà citarti in giudizio per toglierti la tunica, lasciagli anche il mantello" (Mt 5,40). Ma io mi chiedo chi siano coloro che cedano agli avversari che li spogliano, anzi, chi siano coloro che non si oppongano agli avversari che li spogliano? Siamo tanto lontani dal lasciare loro la tunica e il resto, che se appena lo possiamo, cerchiamo noi di togliere la tunica e il mantello all’avversario. E obbediamo con tanta devozione ai comandi del Signore, che non ci basta di non cedere ai nostri avversari neppure il minimo dei nostri indumenti, che anzi, se appena ci è possibile e le cose lo permettono, strappiamo loro tutto! A questo comando ne va unito un altro in tutto simile: disse infatti il Signore: "Se qualcuno ti percuoterà la guancia destra, tu offrigli anche l’altra" (Mt 5,39). Quanti pensiamo che siano coloro che porgano almeno un poco le orecchie a questo precetto o che, se pur mostrano di eseguirlo, lo facciano di cuore? E chi vi è mai che se ha ricevuto una percossa non ne voglia rendere molte? È tanto lontano dall’offrire a chi lo percuote l’altra mascella, che crede di vincere non solo percuotendo l’avversario, ma addirittura uccidendolo.

 

       "Ciò che volete che gli uomini tacciano a voi" - dice il Salvatore - fatelo anche voi a loro, allo stesso modo" (Mt 7,12). Noi conosciamo tanto bene la prima parte di questa sentenza che mai la tralasciamo; la seconda, la omettiamo sempre, come se non la conoscessimo affatto. Sappiamo infatti benissimo ciò che vogliamo che gli altri ci facciano, ma non sappiamo ciò che noi dobbiamo fare agli altri. E davvero non lo sapessimo! Sarebbe minore la colpa dovuta ad ignoranza, secondo il detto: "Chi non conosce la volontà del suo padrone sarà punito poco. Ma chi la conosce e non la eseguisce, sarà punito assai" (Lc 12,47). Ora la nostra colpa è maggiore per il fatto che amiamo la prima parte di questa sacra sentenza per la nostra utilità e il nostro comodo; la seconda parte la omettiamo per ingiuria a Dio. E questa parola di Dio viene inoltre rinforzata e rincarata dall’apostolo Paolo, il quale, nella sua predicazione, dice infatti: "Nessuno cerchi ciò che è suo, ma ciò che è degli altri" (1Co 10,24); e ancora: "I singoli pensino non a ciò che è loro, ma a ciò che è degli altri" (Ph 2,4). Vedi con quanta fedeltà abbia egli eseguito il precetto di Cristo: il Salvatore ci ha comandato di pensare a noi come pensiamo agli altri, egli invece ci comanda di badare più ai comodi altrui che ai nostri. È il buon servo di un buon Signore e un magnifico imitatore di un Maestro unico: camminando sulle sue vestigia ne rese, quasi, più chiare e, scolpite le orme. Ma noi cristiani facciamo ciò che ci comanda Cristo o ciò che ci comanda l’Apostolo? Né l’uno né l’altro, credo. Siamo tanto lungi tutti noi da offrire agli altri qualcosa con nostro incomodo, che badiamo sommamente ai nostri comodi, scomodando gli altri.