venerdì 24 giugno 2016

Esodo verso la Vita, donando la vita.

XIII Domenica del Tempo Ordinario – Anno C – 26 giugno 2016
Rito Romano
1Re 19,16.19-21; Sal 15; Gal 5,1.13-18; Lc 9,51-62


Rito Ambrosiano
Es 24,3-18; Sal 49; Eb 8,6-13a; Gv 19,30-35
VI Domenica dopo Pentecoste

        1) Il cammino definitivo verso Gerusalemme.
        Nel capitolo 9 di San Luca, di cui la liturgia della Messa di oggi ci propone l’ultima parte, sono riferiti alcuni momenti importanti della vita di Cristo, che è utile ricordare.
        Li richiamo brevemente.
        Prima di tutto Gesù invia in missione i Dodici Apostoli. Questi hanno ascoltato e accolto il suo annuncio quindi, a loro volta, possono diffonderlo (cfr Lc 9,1-6). Al loro ritorno li coinvolge nella moltiplicazione dei pani, che non è solamente un’anticipazione simbolica dell’Eucaristia., ma una vera e profonda rivelazione di Gesù e della sua esistenza e, quindi, di una vera rivelazione del gesto eucaristico. Per l’evangelista San Luca la distribuzione dei pani, l’ultima Cena e la cena di Emmaus sono i pilastri che manifestano la logica dell’esistenza di Gesù: una vita in dono.(cfr Ibid. 9,10-17).
        Poi, Pietro riconosce Gesù come il Cristo, il Messia atteso dal popolo di Israele (cfr Ibid.  9,18-21). E questo è un momento molto importante perché Gesù è riconosciuto come il Cristo di Dio. Tuttavia per scoprirlo completamente sono necessarie la morte e la risurrezione, quindi Gesù comincia ad annunciare ai suoi il proprio destino di passione (cfr. Ibid. 9,22-23). E’ una vocazione che richiede certe rinunce. Chi vuole seguire Gesù deve come Lui rinunciare alla propria vita, per poi ritrovarla (cfr Ibid. 9,23-26).
        Inoltre, per sostenere i suoi Apostoli in questo cammino, Gesù dà un “assaggio” della sua gloria futura ai tre Apostoli da lui preferiti: è la Trasfigurazione (cfr. Ibid. 9,28-36). Disceso dal monte, rivela ancora una volta la sua forza nei confronti del maligno (guarigione del ragazzo epilettico: Ibid. 9,37-43) e annuncia di nuovo la sua passione e morte (cfr. Ibid. 9,43-45), ma i discepoli non comprendono e si mettono a discutere su chi sia il più grande tra di loro (cfr Ibid. 9, 46-50).
         Ed eccoci alla fine del capitolo 9. In questo brano (vv. 51-62), letto durante la liturgia per questa domenica, sono descritte la ferma decisione di Cristo di compiere il suo esodo andando a Gerusalemme  e tre risposte di come il discepolo debba seguire il Maestro.
        Vale la pena di notare che in questa parte definitiva dell’esodo di Cristo verso il Padre, i gesti di misericordia, i miracoli e gli insegnamenti continuano.
       

         2) Le esigenze della sequela.
        Gesù intraprende la strada verso Gerusalemme dove -con consapevolezza, coraggio e decisione - va per dare la vita per chi lo ammazza (cfr. Ibid. 9,51). Il Figlio di Dio cammina risolutamente verso Gerusalemme, volge il suo volto, fermo e deciso (in effetti il testo greco usa questa espressione: “Rese di pietra il suo volto”, così il testo greco che è stato tradotto con: “Gesù prese la ferma decisione”) verso la sua Pasqua di liberazione per noi. È un cammino, fatto non senza gran fatica e con decisione ferma., ma è un cammino libero e di libertà.
        Cristo ci ha liberati per la libertà di figli di Dio. Per essere liberi, dietro Gesù, bisogna camminare secondo lo Spirito e nell’osservanza dei comandamenti donati da Dio per amore. I Dieci Comandamenti non sono un inno al “no”, sono sul “sì”. Un “sì” a Dio, il “sì” all’amore, e poiché io dico di “sì” all’amore, dico “no” al non amore, ma il “no” è una conseguenza di quel “sì” che viene da Dio e ci fa amare.
        Riscopriamo e viviamo le Dieci Parole di Dio (in greco c’è “logoi” che di solito è tradotto con comandamenti ma letteralmente significa “parole”). Diciamo “sì” a queste “dieci vie d’amore” perfezionate da Cristo, per difendere l’uomo e guidarlo alla vera libertà.
        Se poi vogliamo vivere con pienezza queste vie non ci resta che seguire Cristo nel suo esodo a Gerusalemme, che non è solo quella in Terra santa, ma è quella nel Cielo.
        Questa sequela ha almeno tre caratteristiche.
        La prima caratteristica è quella del distacco o del vero rapporto con i beni materiali.
        In effetti, nel vangelo di oggi vediamo che un uomo, lungo la strada verso la libertà, chiede a Gesù di volerlo seguire. Quest’uomo è già consapevole che la sequela comporti una vita itinerante: “Ti seguirò dovunque tu vada” (Ibid. 9, 57). Ma c’è qualcosa in più che deve sapere: non semplicemente la povertà materiale ci è richiesta, né semplicemente la fatica di una vita pellegrinante. Il primo dono che Gesù ci fa se lo seguiamo poveramente è  quello della libertà dalle cose: se vogliamo possederle ci possiedono, se ne facciamo il fine della nostra vita siamo usati come mezzi di produzione di cose. Se invece non sono fini, ma mezzi, li possiamo usare e servono. Servono, per fare una vita umana che è una vita da figli e da fratelli. E’ la vita di comunione, mentre troppo spesso si lotta anche fino alla morte. La prima condizione per seguire Cristo ed essere persone libere, il primo dono che Dio vuole farci è la povertà spirituale e se qualcuno è chiamato, anche la povertà materiale, che è un gran dono di Dio. Questa povertà significa che non siamo ciò che abbiamo, altrimenti ci identifichiamo con le cose, che diventano il nostro dio o, per essere più precisi, il nostro idolo, il nostro fine,  a causa del quale distruggiamo gli altri e, infine, noi stessi.
        La seconda caratteristica è quella del rapporto con le persone e che nulla sia anteposto a Dio.
        Di fronte alla richiesta di Gesù: “Seguimi” per vivere nella luce e nell’amore, il secondo uomo del Vangelo di oggi chiede un rinvio. La risposta di Gesù è categorica: “Lascia che i morti seppelliscano i loro morti” (Ibid. 9, 59 -60). Certamente si tratta di un linguaggio paradossale. Non è questione di seppellire o no i propri cari. È questione di accorgersi che è arrivata una novità che tutto fa impallidire.
        Spero di non sbagliarmi se affermo che è un invito alla castità, a cui tutti siamo chiamati: nessuna persona, nessun dovere, nessun affetto è assoluto. Solo Dio, che non abbiamo mai visto, è assoluto. Tutto il resto è relativo e soprattutto non è mai da possedere. Quella relazione di amore reciproco, cioè quello stesso amore che Dio ha per noi gratuito, di dono, è lo stesso amore che abbiamo con l’altro, di dono reciproco e di perdono.
        Se la prima caratteristica della sequela è il distacco dalle cose e la seconda è il distacco dalle persone, la terza è il distacco da se stessi, che non si riduce alla storia passata. L’essere umano è struttura di domanda, desiderio di infinito, apertura alla promessa di Dio.
        In effetti, nel terzo dialogo leggiamo di un altro sconosciuto che è disposto a seguire Gesù ma chiede il tempo di salutare quelli di casa. Il verbo greco significa salutare e lasciare. Gesù risponde con una specie di proverbio: “Chi ha messo mano all'aratro e poi si volge indietro, non è adatto per il regno di Dio”. Se il contadino vuole arare va diritto, non può permettersi di guardare indietro. In altre parole, la sequela non sopporta rinvii, né distrazioni, né nostalgie,
        Detto sinteticamente: il seguire Cristo è una scelta di libertà che deriva dal distacco dalle cose e dalle persone, il distacco dalle cose, e dalla fiducia in Dio.

       
        3) La sequela della vergini consacrate nel mondo.
        Capiamo con la mente ed anche con il cuore che seguire Gesù vuol dire quindi radicarsi nella sua parola e accogliere la sua Persona di Messia e Figlio di Dio senza riserve, senza anteporre a lui i nostri pensieri e i nostri affetti famigliari
        A questo riguardo le Vergini consacrate nel mondo testimoniano che nessun affetto viene prima di Dio. È la castità dell'anima e del corpo, il loro essere "spose" di un Dio da amare in modo assoluto. Al primo posto è Dio. Volgersi indietro è rimpianto, esitazione. La scelta per Cristo è la conversione continua che la verginità rende costante e trasforma in offerta, in sacrificio gradito a Dio.
        Seguire Gesù verginalmente vuol dire seguirlo incondizionatamente. Il seguire Cristo  esige una fedeltà ed un amore, che mettano sempre al primo posto Dio e il Suo regno. L’esito è una vita feconda e gioiosa. Infatti, il Redentore ha detto: “Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la propria croce ogni giorno, e mi segua; perché, chi vorrà salvare la propria vita la perderà, ma chi perderà la propria vita per causa mia, la salverà” (Lc 9,23-24). Dunque, la sequela di Cristo è una via Crucis non perché il dolore e la morte debbano essere l'approdo ultimo della vita, ma perché, come fu per Cristo, mistico chicco di grano caduto nella terra, da quella morte redentrice nascesse nuova vita.
        Così ogni rinuncia fatta per seguire il Figlio di Dio, non segna semplicemente un cammino di sterile mortificazione, ma apre la via ad un’esistenza che, incessantemente, si rinnova nella grazia e rende la persona capace di percorrere il cammino della libertà più vera, quella che ci è donata in Cristo. Le persone vergini ce lo testimoniano in modo significativo, perché tutti i cristiani rispondano a questa vocazione: “Voi, fratelli siete stati chiamati a libertà, purché questa libertà non divenga un pretesto per vivere secondo la carne, ma mediante la carità siate a servizio gli uni degli altri...Vi dico dunque: camminate secondo lo Spirito ...”
Dunque la vocazione di ciascuno di noi alla sequela di Cristo è vocazione alla libertà autentica, che è dono del Padre nel Figlio per mezzo dello Spirito, il quale illumina e conduce alla pienezza della vita.


Lettura Patristica
Sant’Ambrogio di Milano
In Luc., 7, 27 s.


Come seguire Gesù

       E se egli rimprovera i discepoli che volevano far discendere il fuoco su coloro che non avevano voluto accogliere Cristo (Lc 9,55), questo ci indica che non sempre si devono colpire coloro che hanno peccato: spesso giova di più la clemenza, sia a te, perché fortifica la tua pazienza, sia al colpevole, perché lo spinge a correggersi.

       Ma il Signore agisce mirabilmente in tutte le sue opere. Egli non accoglie colui che si offre con presunzione, mentre non si adira contro coloro che, senza nessun riguardo, respingono il Signore. Egli vuole così dimostrare che la virtù perfetta non ha alcun desiderio di vendetta, che non c’è alcun posto per la collera laddove c’è la pienezza della carità, e che, infine, non bisogna respingere la debolezza ma aiutarla.

       L’indignazione stia lungi dalle anime pie, il desiderio della vendetta sia lontano dalle anime grandi; e altrettanto lontano stia dai sapienti l’amicizia sconsiderata e l’incauta semplicità. Perciò egli dice a quello: «Le volpi hanno tane»; il suo ossequio non è accettato perché non è trovato effettivo. Con circospezione si usi dell’ospitalità della fede, nel timore che aprendo agli infedeli l’intimità deUa nostra dimora si finisca col cadere, per la nostra imprevidente credulità, nella rete della cattiva fede altrui.

Nerses Snorhali
Jesus, 502-505
La sequela di Gesù

Non ho ascoltato la voce che vivifica
che non permette di seppellire il padre;
ma ancora sono morto con la morte
per le opere di morte del Maligno.

All’aratro della parola posi mano,
però non come il lavoratore;
egli, infatti, non si gira indietro
ma verso il solco che gli sta davanti.

Da parte mia, il consiglio dall’alto ho trascurato
la retta via che conduce al cielo;
di nuovo alla terra vile mi son volto,
dalla qual m’avevi tratto con la tua venuta.

Ora, nuovamente elevami,
verso di Te nel ciel dei cieli io ascenda;
non permettermi di rivolgermi al Nemico,

per tema che non mi getti nelle tenebre.

venerdì 17 giugno 2016

Pregare per capire

XII Domenica del Tempo Ordinario – Anno C – 19 giugno 2016
Rito Romano
Zc 12,10-11;13,1; Sal 62; Gal 3,26-29; Lc 9,18-24



Rito Ambrosiano
Gen 18,1-2a.16-33; Sal 27; Rm 4,16-25; Lc 13,23-29
V Domenica dopo Pentecoste



1) Un evento accaduto in unluogospirituale: la preghiera.
Nel Vangelo di oggi Gesù chiede ai suoi discepoli cosa la gente pensi di Lui e poi, rivolgendosi direttamente a loro domanda: “Ma voi, chi dite che io sia?”. A nome suo e degli altri amici, Pietro risponde: “Il Cristo di Dio” (Lc 9,20), perché ha intuito che Gesù il Figlio dell’uomo, il Servo del Signore, che vince il male perché non lo fa e ha la forza di portarlo su di sé, senza scaricarlo sugli altri. Lui è il Redentore, in cui Dio che è amore si è fatto uomo e con il suo sacrificio ha riscattato l’umanità dalla schiavitù del male donandole una speranza ragionevole.
Qual è il significato di questo dialogo? Perché Gesù vuole sapere che cosa pensano di lui i suoi discepoli? Il Redentore vuole che i discepoli si rendano conto di ciò che è nascosto nelle loro menti e nei loro cuori e che esprimano la loro convinzione. Allo stesso tempo, Lui sa che il giudizio che manifesteranno non sarà soltanto loro, perché vi si rivelerà ciò che Dio ha versato nei loro cuori con la grazia della fede.
In questo dialogo si vede il mistero dell’inizio e della maturazione della fede. Prima c’è la grazia della rivelazione: Dio amore si concede all’uomo e lo chiama all’amicizia con Lui. Poi, c’è la richiesta di dare una risposta a questa vocazione. Infine, c’è la risposta dell’uomo, una risposta che d’ora in poi dovrà dare senso e forma a tutta la sua vita. Ecco che cosa è la fede! È la risposta dell'uomo ragionevole e libero alla parola del Dio vivente.
Le domande che Cristo pone, le risposte che sono date dagli apostoli e, infine, da Simon Pietro, costituiscono una verifica della maturità della fede di coloro che sono più vicini a Cristo. Si tratta di una vicinanza non solo fisica, ma spirituale. Infatti, va notato che mentre San Marco e San Matteo collocano questo dialogo a Cesarea di Filippo che è il punto più lontano che Gesù ha raggiunto nel suo cammino, lontano da Gerusalemme, San Luca non indica nessun luogo. O meglio, non indica un luogo materiale ma spirituale: la preghiera. Infatti, questo Evangelista scrive: “E avvenne: mentre Cristo era in preghiera, erano con lui i discepoli da soli; e li interrogò dicendo: Chi dicono le folle che io sia” (Lc 13, 18).
E’ come se San Luca volesse insegnarci che la preghiera è il “luogo” dove cominciamo a capire qualcosa di chi è il Signore. E’ il luogo dove siamo noi stessi, ed è il luogo dove noi cominciamo a capire qualcosa della verità. Preghiera è non tanto l’ambito in cui si capisce qualcosa d’intellettuale, ma è l’ambito dell’esperienza e della comunione con il Signore, del Signore con noi. Nella preghiera noi torniamo nel nostro luogo naturale, perché la preghiera è stare davanti a Dio. Noi siamo a immagine e somiglianza di Dio: se stiamo davanti a Lui troviamo noi stessi. Quindi la preghiera è il luogo della verità nostra e di Dio. La preghiera sia qualcosa di estraneo alla vita, la preghiera è la vita, è vivere davanti a Dio con semplicità e pietà, attenzione e devozione.

2) La nostra risposta.
Oggi, duemila anni dopo, questa domanda “Ma, voi chi dite che io sia?” è rivolta a ciascuno di noi e da ciascuno di noi il Cristo pretende una risposta vissuta. “Una risposta che non si trova nei libri come una formula ma nell’esperienza di chi segue davvero Gesù, con l’aiuto di un «grande lavoratore», lo Spirito Santo” (Papa Francesco, 20 febbraio 2014).
Per poter dare “la stessa risposta di Pietro, quella che abbiamo imparato nel catechismo: tu sei il Figlio di Dio vivo, tu sei il Redentore, tu sei il Signore!” (Ibid.), dobbiamo avere in noi la stessa ragione di San Pietro, che in un’altra occasione esplicitò dicendo: “Maestro, da chi andremo, solo tu hai parole di vita eterna” (Gv 6,68), cioè parole vere che spiegano e danno la vita ora e per l’eternità. La risposta del Primo degli Apostoli: “Tu sei il Cristo di Dio”, cioè il senso vero e pieno della storia personale e dell’umanità, coincise con il riconoscere Cristo come unica e possibile risposta all’umano cammino, all’umana avventura su questa Terra.
La domanda di Cristo non è per conoscere l’opinione della gente e dei suoi discepoli su di Lui, ma per insegnare che la vita è una risposta a Dio: una risposta personale. E Pietro risponde: «Tu sei il Cristo!». È la risposta giusta, ma non è una risposta facile. La risposta alla domanda: “Chi è Gesù ora per voi?” non è una risposta ovvia e scontata e neppure la manifestazione di una nostra opinione su Cristo.
Oggi Gesù ci domanda come l’incontro con lui modifica la nostra vita, come agisce nella nostra vita. Questo “sì” a Lui vuol dire qualcosa di importante e che cambia la vita. Lo riconosciamo come il Vivente, come l’Amore che si dona.
Per poter dire: “Tu sei il Cristo” è necessario aver sentito la falsità o l’insufficienza delle soluzioni terrene. E’ necessario essere semplici, puri di cuore e poveri, tanto poveri fino a soffrire per la nostalgia di Dio, ricco di misericordia.
La nostra risposta, come quella di San Pietro è una professione di fede non in uno dei profeti della storia, ma nel Redentore centro del mondo e della storia.
Con questa professione di fede San Pietro “ha abbracciato insieme tutte le cose, perché ha espresso la natura e il nome del Messia” (Sant’Ambrogio). E, davanti a questa professione di fede Gesù rinnova a San Pietro e agli altri discepoli l’invito a seguirlo sulla strada impegnativa dell’amore fino alla Croce.
Il Primo degli Apostoli si oppone a che Cristo vada in Croce. Ovviamente, non vuole che Gesù muoia, perché gli vuole bene e dice: “Che Dio te ne scampi! Questo non ti accadrà mai!” . E’ sincero, perché vuole davvero bene a Gesù, ma è un voler bene sbagliato. Però gliene vuole e lo dice a Cristo. E Gesù che cosa gli risponde? Non gli dice “vai lontano da me” ma “vienimi dietro” (questa è la traduzione secondo me corrette della frase del Messia), cioè “seguimi”.
L’avventura cristiana è questo andare dietro a Lui. Dietro a Lui che è il Messia e realizza i desideri dell’uomo. E' il Cristo che vince il male non facendo il male (il dominio sugli altri, il potere, il prestigio) ma lo vince col bene, con l’amore.
L’importante è capire e fare esperienza della bellezza di seguire il Signore della vita, perché la nostra vita è Lui: “Lui è la mia vita, perché mi ha conquistato col suo amore” (Fil. 3). Lui è il Pastore della vita.
Anche a noi, che riconosciamo il Redentore come il Cristo di Dio, Gesù rivolge la proposta di seguirlo ogni giorno e anche a noi ricorda che per essere suoi discepoli è necessario appropriarci del potere della sua Croce, bene e sostanza della nostra speranza.
Certo non è facile accettare la croce che Gesù ha portato sulle sue spalle come segno del suo potere di amore. E, in un certo senso, ci fa paura accogliere l’invito di Cristo: “Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua”.
Prendere la croce significa impegnarsi per sconfiggere il peccato che intralcia il cammino verso Dio, accogliere quotidianamente la volontà del Signore, accrescere la fede soprattutto dinanzi ai problemi, alle difficoltà, alla sofferenza.
La santa carmelitana Sr. Benedetta della Croce (Edith Stein) ce lo ha testimoniato in un tempo di persecuzione. dal Carmelo di Colonia nel 1938 lei scriveva così: “Oggi capisco... che cosa voglia dire essere sposa del Signore nel segno della croce, benché per intero non lo si comprenderà mai, giacché è un mistero... Più si fa buio intorno a noi e più dobbiamo aprire il cuore alla luce che viene dall’alto”.
Al giorno d’oggi, in un modo “apparentemente” meno drammatico di Edith Stein le Vergini consacrate nel mondo ci testimoniano la vita che sgorga dalla Croce, perché l’amore per donarsi “si perde”, si offre.
Il loro seguire Cristo, accogliendo il Suo invito a rinnegare se stesse, mostra che è possibile smettere di pensare a se stesse. Testimonia che l’amore non è mettere il proprio io al centro, ma porre l’Altro al centro. L’amore non è statico, è estatico. Tira fuori da se stessi, mette in relazione e fa in modo che ci si accorga dell’altro com’è. Questa è la vita e l’amore. Lo Spirito Santo, l’amore fra Padre e Figlio che regna anche tra noi. Questo amore è la vita di Dio. In caso contrario regna la morte, ci si ammazza a vicenda.
La verginità è il nostro corpo e il nostro cuore crocifissi dal e per l’amore, cioè donati a Dio senza riserve. Vivere verginalmente vuol dire che portando la propria croce ogni giorno nell’offerta di sé a Cristo si muore per rinascere in Lui, nel quale ci si è totalmente abbandonati. Ognuno di noi ha la sua croce da portare ogni giorno: significa che ogni giorno si muore per rinascere. Vuol dire che in Croce ci va l’uomo vecchio, egoista e ci muore, mentre vi nasce la persona nuova, la cui vita è amore. Una vita data (crocifissa) per amore è pienamente realizzata. Come ha fatto Gesù.
Facendosi portatrici della Croce, queste donne si sono impegnate a diventare portatrici dello Spirito, donne autenticamente spirituali, capaci di fecondare nell’umiltà e nel nascondimento la vita quotidiana con la preghiera di lode e di intercessione continua, e le opere di misericordia spirituale e materiale.

Lettura Patristica
San Gregorio Magno
Hom., 32, 2


La rinunzia a se stesso

       Il Signore ci dice di rinunziare alle cose nostre, se vogliamo andare con lui, perché quando andiamo alla prova della fede, dobbiamo affrontare gli spiriti maligni. Ma questi spiriti non posseggono niente di questo mondo. Dobbiamo lottare, perciò, nudi contro nudi. Perché se uno combatte vestito contro uno che è nudo, facilmente viene gettato a terra, perché ha più modo di essere afferrato. Che cosa sono, infatti, tutte le cose terrene, se non dei vestiti del corpo? E, allora, chi va a combattere col diavolo, si spogli, se non vuol soccombere. Non possegga nulla in questo mondo, o non sia attaccato a nulla, non cerchi piaceri nelle cose periture, perché ciò di cui si copre, non diventi strumento della sua caduta. E neanche basta lasciar le cose nostre; bisogna lasciar noi stessi. Ma che vuol dire lasciar noi stessi? Dove andremo fuori di noi, se lasciamo noi stessi? O chi è che va, se uno lascia se stesso? Ma una cosa siamo nella caduta del peccato e unaltra nella genuina creazione, una cosa è ciò che abbiam fatto di noi stessi e altra è ciò che siamo stati fatti. Sforziamoci, allora, di lasciare quello che abbiam fatto di noi stessi col peccato e di restare quello che siamo stati fatti attraverso la grazia. Ecco, chi è stato superbo, se convertendosi a Cristo è diventato umile, questo ha lasciato se stesso. Se un lussurioso sè ridotto alla continenza, questi ha rinnegato se stesso. Se un avaro ha smesso di agognar ricchezze e lui, che rapiva laltrui, ha imparato a donare il suo, senza dubbio questi ha lasciato se stesso. È ancora lui, quanto a natura, ma non è più lui, quanto a peccato. Perciò fu scritto: "Converti gli empi e non saranno più" (Pr 12,7). Gli empi convertiti non sono più, non quanto alla loro essenza, ma quanto alla colpa di empietà. Allora, dunque, lasciamo noi stessi, quando evitiamo ciò che era il nostro uomo vecchio e ci sforziamo dessere luomo nuovo. Riflettiamo come aveva rinnegato se stesso Paolo, quando diceva: "Non sono più io che vivo" (Ga 2,20). Era finito il persecutore ed era cominciato a vivere il pio predicatore. E aggiunge subito: "Ma vive il Cristo in me"; come se volesse dire: Io sono morto, perché non vivo secondo la carne, ma essenzialmente non sono morto, perché spiritualmente vivo in Cristo. Dica, dunque, la Verità: "Se uno vuol venire dietro di me, rinneghi se stesso" (Lc 9,23). Se uno non rinunzia a se stesso, non savvicina a chi è sopra di lui e non prende ciò che è fuori di lui, se non sacrifica se stesso. I broccoli devono essere trapiantati, per sviluppare; cioè, sono sradicati per crescere. I semi marciscono in terra, per moltiplicarsi. Mentre sembra che perdano ciò che erano, ricevono ciò che non erano.



venerdì 10 giugno 2016

La logica del perdono

XI Domenica del Tempo Ordinario – Anno C – 12 giugno 2016
Rito Romano
2Sam 12,7-10.13; Sal 31; Gal 2,16.19-21; Lc 7,36-8,3




Rito Ambrosiano
Gen 4,1-16; Sal 49; Eb 11,1-6; Mt 5,21-24
IV Domenica dopo Pentecoste



         1) Un incontro sconvolgente.
Nel Vangelo di questa XI Domenica è raccontato l’episodio dell’invito fatto da un fariseo a Gesù per averlo a pranzo in casa sua, dove arriva non invitata una nota peccatrice che “osa” lavare i piedi a Gesù con lacrime e profumo. Per capire bene l’episodio occorre ricordare certe usanze della “buona società” di allora. Quando un ricco accoglieva un ospite alla propria mensa, anzitutto chiamava un servo a lavargli i piedi, che i sandali non riparavano dalla polvere della strada, poi lo baciava, e gli versava sul capo qualche goccia di olio profumato. Inoltre è utile sapere che il banchetto era pubblico: chiunque poteva entrare ad osservarlo.
Immedesimiamoci in uno di curiosi che entrarono in quel giorno nella casa del fariseo Simone, che aveva invitato l’ormai famoso Gesù. Forse, come Simone il fariseo, siamo stati mossi non dall’ammirazione verso il Messia, ma dal desiderio di “studiare” da vicino quell’uomo da molti considerato un profeta, cioè un inviato da Dio. Ma durante il banchetto, inaspettatamente, entra nella sala una donna (questi tipi di pranzi erano a quel tempo solo per gli uomini) che per di più era nota “peccatrice” (così la chiama l’Evangelista Luca). Questa donna si getta, versando lacrime e profumo, sui piedi di Cristo. Gesù la lascia fare; poi si rivolge al padrone di casa, del quale aveva letto il pensiero (“Se costui fosse un profeta, saprebbe che genere di donna è questa e non le permetterebbe di toccarlo”), dicendogli: “Un creditore aveva due debitori, uno di cinquecento e l’altro di cinquanta denari; non avendo essi di che restituire, condonò il debito a tutti e due. Chi di loro lo amerà di più?”. Il fariseo rispose correttamente: “Suppongo il primo” (Lc 7, 40-43).
Simone seppe dare la risposta giusta a Cristo, ma in ultima analisi non era attirato da Cristo se non per curiosità. La peccatrice, senza nome perché ci rappresenta tutti, era attirata dallo sguardo e delle parole di misericordia che sgorgavano dal cuore di Gesù e che illuminavano la sua mente e riscaldavano il suo cuore. Il Redentore le dava la Pace, il Bene e la Gioia che cercava e pianse prima per il dolore dei suoi peccati e poi per la gioia del perdono.
Le lacrime di questa donna furono come l’acqua del battesimo, nella quale morì la peccatrice e nacque la creatura nuova. Lei presentò a Cristo il suo dolore e Lui la confermò nel suo amore. L’amore nasce dal perdono e il perdono fa crescere l’amore.
L’incontro con Cristo sconvolse positivamente la vita di quella peccatrice e ciò può accadere anche a noi se a Gesù presentiamo il nostro dolore.

2) Un incontro sconcertante, ma salvifico
Credo che se anche noi vogliamo essere sconvolti dal perdono di Cristo, dobbiamo prima lasciarci sconcertare da questo episodio, sul quale stiamo riflettendo. Lo abbiamo ascoltato tante volte e tutto ci sembra evidente e normale. In effetti il modo in cui questa donna manifestò il suo dolore ed amore è sconcertante. Se il solo fatto di sciogliere i capelli dinanzi a uomini sarebbe stata un’indecenza tale da meritare l’atto di divorzio, secondo alcuni testi rabbinici, riusciamo a capire quanto per i presenti fu sconcertante è il fatto che Gesù si lasciasse lavare i piedi da una donna che per di più era una nota peccatrice. Lui tranquillamente accettò questi gesti, dinanzi a un pubblico impacciato e scandalizzato. Ciò che il fariseo e i gli altri invitati consideravano gesto di impurità legale, analoga a quello del toccare un maiale o un cadavere, per Gesù significava invece accoglienza, comunione con l’umanità peccatrice: salvezza concessa come dono di grazia.
Certo questo dono inesauribile esige una risposta. Ma la risposta, appunto, viene dopo, non è la prima parola, è soltanto la seconda.
In effetti la salvezza viene dall’amore che Gesù nutre per noi e che lo spinge a dare la sua vita per noi. La salvezza non può venire da un dovere, perché semmai i doveri sono l'espressione, la risposta, al fatto che noi nella vita abbiamo fatto un incontro, che è nata una relazione tra noi e Gesù, e che da quel momento è cambiato il nostro modo di comportarci. Le parole di Gesù a Simone, il suo ospite fariseo che in realtà non lo ha mai accolto veramente anche se lo ha fatto entrare in casa sua, è appunto un richiamo al primato della relazione.
E che cosa passa per quella relazione creata dall’amore? Gesù lo dice con chiarezza: il perdono.

          3) Relazione con Cristo.
Il perdono permette di avere una relazione di comunione con Cristo. In effetti, a che cosa serve pregare (il verbo greco che è tradotto con “invitare” alla lettera vuol dire pregare) Gesù di voler condividere la nostra tavola, se il cuore è lontano come lo era quello di Simone?
Questo fariseo si ferma sulla soglia di un vero rapporto di comunione e resta imprigionato nella sua pretesa giustizia di uomo che si considera una persona per bene. Si ritiene senza peccato, quindi nessuna lacrima solca il suo viso. Giudica, appoggiandosi sulla propria conoscenza delle Scritture, guidato solo dai propri criteri, quelli fondati su regole e “precetti di uomini” che hanno la pretese di correggere quelli di Dio. Simone ha il dono di essere a tavola con Gesù, ma è presenza in modo formale con un atteggiamento di superiorità e sufficienza che gli fa dimenticare anche le regole elementari dell'accoglienza. Crede di compiere la Legge e i precetti, ma tralascia l'essenziale che è l'accoglienza di un ospite, con i riti che qualunque ebreo era solito compiere; neanche questa semplice attenzione aveva, neanche il minimo.
Ben diverso e più vero è l’atteggiamento della “peccatrice di quella città”, che nonostante sapesse di non potersi accostare a Gesù, “si avvicinò dunque non al capo, ma ai piedi del Signore; lei che aveva a lungo battuto la strada del vizio, cercava di seguire le orme segnate dai piedi santi del Signore. Cominciò a versare lacrime, che sono come il sangue del cuore, quindi lavò i piedi del Signore con l'umile confessione dei propri peccati” (S. Agostino). E dal fondo del dolore e del pentimento, la "fede" - ovvero il cammino che l'aveva condotta sino a quel pezzo di terra ai piedi di Gesù come al fonte battesimale, con la speranza che l'impossibile di una vita nuova potesse divenire possibile - la spinge ad inginocchiarsi dinanzi a Lui. Gesù sa perfettamente “chi e che specie di donna è quella che lo sta toccando”: è “una peccatrice”, come Simone, ma, a differenza di questi, lo “tocca” per amore: lo “tocca” per consegnargli il suo peccato. Lei lo sa, conosce la propria assoluta indegnità, i peccati sono lì, tra le sue mani, evidenti. E un dolore acuto a percuoterle il petto, un'angoscia mortale. Questa donna ha toccato la morte, ora tocca la Vita.

4) Ospitalità del cuore.
L’ospitalità vera non fu quella offerta da Simone a Gesù ma dalla peccatrice a Gesù e, quindi, da tutti noi. Fu ed è l’ospitalità del cuore. Essa nacque e nasce dall’amore. Non è un fatto esterno, di comportamenti, ma di scelte interiori, dettate dall’amore. Le parole di Simeone aprirono solo formalmente, esteriormente la porta della sua casa al Salvatore, mentre le lacrime di questa donna peccatrice aprirono la porta del cuore.
Ma anche questa volta è Gesù che prende l’iniziativa, perché l’amore di chi è perdonato viene dopo, è la riconoscente risposta, è il frutto di quel perdono offerto in modo preveniente. Gesù ci perdona, e quando noi ce ne accorgiamo impariamo ad amarlo, attraverso le nostre lacrime di pentimento. “Colui al quale si perdona poco, ama poco”, dice Gesù, indicando bene l’ordine: prima il perdono, e poi la risposta di amore.
Ricordarci di quanto siamo stati perdonati, ci aiuta ad amare molto Gesù, e a seguirlo tra le lacrime del nostro pentimento e la gioia del cuore.

5) Un insegnamento per e dalle Vergini Consacrate nel mondo.
La vita di questa donna pubblica peccatrice cambiò perché si mise in ginocchio ai piedi di Gesù, sperimentandone il perdono e “la pace” nella quale “camminare” nella vita nuova. Questo cammino di liberazione non deve essere fatto solo per passare dal male al bene, ma per perseverare fino ai piedi di Cristo in Croce e nel giardino dove era situato il sepolcro e dove prima fra i credenti la Maddalena (nulla vieta di pensare che questa donna innominata sia Maria Maddalena) incontrò il Signore Risorto, che la chiamò per nome.
Un modo importante di perseverare ai piedi di Cristo è quello delle Vergini consacrate nel mondo. La loro castità permette a queste donne di baciare i piedi di Cristo santamente. Il verbo greco corrispondente a questo baciare (katafileo) ci dice che non si tratta del bacio cortese di saluto, né di quello appassionato degli innamorati e neppure quello del padre spinto dal sangue comune con il figlio. Il verbo greco katafileo (baciare) denota devozione sincera o genuina (7,38.45; 15,20; At 20,37). Questo verbo greco è usato nella parabola del padre misericordioso che perdona il figlio perduto. E' un bacio tenero di perdono. E’ un bacio di un amore che tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta: di un amore che non passa perché è una amore eterno e divino. E’ l’amore di Dio che ci cerca, ci perdona e ci ricolma di grazia e gioia.
La vita delle vergini testimonia che, dando completamente se stesse a Dio, si può amare il prossimo in modo sincero e genuino comunicandogli il perdono divino con la pratica costante delle opere di misericordia.
 Così anche noi oggi possiamo versare le lacrime su Gesù supplicando la carità che può trasformare il nostro amore limitato al pentimento in dono e perdono che oltrepassa la soglia della morte e del peccato. Lacrime nostre sui piedi del fratello e della sorelle, perché in ciascuno è vivo Cristo.
La verginità ci fa liberi per amare d'amor puro che non cerca contraccambio, e ci fa consegnare all'altro gratuitamente e senza misura.

Lettura Patristica
San Gregorio Magno
Hom., 33, 1-8


       Perché vide le macchie della sua turpitudine corse a lavarsi alla fontana della misericordia, e non si vergognò dei convitati. Poiché si vergognava di se stessa dentro di sé, neanche pensò che ci fosse qualche cosa di cui si dovesse vergognare innanzi agli altri. Che cosa, allora, ci deve stupire: Maria che va dal Signore, il Signore che l’accoglie? Che l’accoglie o che la trascina? Dirò più esattamente che l’accoglie e la trascina, poiché la trascinò, nell’anima, con la sua misericordia e l’accolse esteriormente con la sua mansuetudine. Al vedere questo, il Fariseo disprezza non solo la peccatrice che si presenta, ma anche il Signore che l’accoglie, e dice tra sé: "Se fosse un profeta costui, saprebbe certamente che razza di donna è questa che lo tocca" (Lc 7,39). Ecco il Fariseo veramente superbo e falsamente giusto accusa la malata della sua malattia e il medico per il soccorso che le porta, lui che era malato di superbia, e non lo sapeva. Fra i due malati sta il medico. Ma un malato conserva nella febbre la sua capacità di sentire; l’altro, per la febbre della carne, aveva perduto la forza della mente. Infatti quella piangeva per ciò che aveva fatto; il Fariseo, invece, orgoglioso della sua falsa giustizia accresceva la forza della sua malattia. Nella malattia aveva proprio perduto i sensi, costui, se neanche capiva quanto fosse lontano dalla salvezza. Intanto un gemito ci obbliga a volgere lo sguardo ad alcuni del nostro grado, i quali, rivestiti della dignità sacerdotale, se hanno fatto un qualche bene esteriormente, subito disprezzano gli altri, disdegnano i peccatori e, se confessano i loro peccati, non mostrano loro alcuna comprensione, anzi, come il Fariseo, si guardano bene dal farsi toccare da una peccatrice. Se, infatti, quella donna si fosse gettata ai piedi del Fariseo, questi l’avrebbe cacciata a calci, avrebbe creduto di rimanere sporcato dai suoi peccati. Ma per il fatto che gli mancava la giustizia, il Fariseo s’ammalava per il peccato altrui. Perciò ogni volta che vediamo i peccati degli altri, dobbiamo prima piangere su noi stessi, perché forse siamo caduti negli stessi peccati, o possiamo cadervi. E anche se l’ufficio c’impone di censurare il vizio, dobbiamo tuttavia distinguere tra la severità contro il vizio e la compassione dovuta alla natura. Se il vizio, infatti, va colpito, il prossimo dev’essere sostenuto, poiché nel momento in cui detesta ciò che ha fatto, il prossimo non è più peccatore... Pertanto, fratelli, ponderate la grandezza della pietà del Signore. Eccolo che chiama, e coloro ch’egli ha denunziato come peccatori, li invita al suo abbraccio dopo che lo hanno abbandonato. Nessuno, allora, perda l’occasione d’una così grande misericordia, nessuno disprezzi la medicina offerta dalla divina bontà. Ecco, la divina misericordia ci richiama, dopo che abbiamo peccato, e ci apre, se torniamo, le braccia della sua clemenza. Rifletta bene ciascuno quanta pressione eserciti questo Signore che aspetta il peccatore e, disprezzato, non s’indigna. Perciò, chi s’è allontanato, ritorni; chi è caduto si rialzi... Ripensate, fratelli, a questa peccatrice penitente e imitatela. Detestate ciò che ricordate d’aver fatto nell’adolescenza o nella gioventù, lavate con le lacrime la sporcizia delle azioni. Amiamo le piaghe del nostro Redentore, piaghe che abbiamo disprezzato peccando. Ecco, si apre, per accoglierci, il seno della divina bontà; la nostra vita di peccato non viene respinta. Se detestiamo la nostra cattiveria, già questo ci ridona una purezza interiore. Il Signore ci abbraccia al nostro ritorno, perché per lui non può essere indegna la vita di un peccatore, se è lavata col pianto, in Gesù Cristo nostro Signore.