venerdì 25 marzo 2016

Pasqua: Esodo di Cristo e della Chiesa.

Rito Romano
Domenica di Risurrezione 27 marzo 2016
Gv 20, 1-9 o Lc 24, 1-12

Rito Ambrosiano


1) Cristo è risorto: la vita ha inghiottito la morte.
Eccetto la Vergine Madre, che con la sua fede, la quale anche nel buio del Sabato Santo era certezza della speranza, andò incontro al mattino di Pasqua (cfr. Spe salvi, n. 50), tutti i discepoli pensavano che la morte in Croce avesse interrotto per sempre l’esodo di Cristo. Avevano seguito Gesù perché era il solo che aveva parole di vita eterna, ma il nuovo Mosè era morto come il vecchio Mosè, che non era potuto entrare nella Terra Promessa, vista da morente e solamente da lontano sul monte Nebo.
Ma la storia di Gesù, nuovo Mosè non si ferma sul Monte Calvario al Venerdì Santo, giorno drammatico in cui Lui e con Lui l’amore e la dedizione di Dio per noi sono finiti sulla Croce. Questa storia non si ferma neppure al Sabato Santo, quando il mondo è diventato una desolazione di morte, perché Cristo è messo nel sepolcro e tutto tace, Dio compreso. La morte ha vinto ed ha inghiottito la vita. Si tratta di una vittoria apparente: ecco che arriva la Domenica di Pasqua in cui il “morto” Gesù risorge. Oggi è Pasqua, giorno del risorto, giorno in cui la Vita inghiotte la morte, la Luce circonda le tenebre e noi celebriamo il fatto che l’Uomo nuovo che è uscito dalle viscere della Terra, portando la luce del sole che non tramonta.
Come il sole, Cristo ha iniziato il suo esodo nel cuore di una notte: quella di Natale, piena di stelle, di angeli, di canti, e lo termina in un'altra notte, quella di Pasqua, piena di silenzio, di buio ostile, dove veglia un pugno di uomini e di donne totalmente smarriti.
La luce del Risorto, Sole di giustizia e di misericordia, inghiotte la notte e apre il sepolcro, da dove esce la “Carne che indossa l’eternità”. Tutto è luce e nel giardino è primavera. Da una notte all’altra la fede respira grazie alla Luce, che illumina la terra, il cielo, la mente e il cuore.
L’immagine del sole è presa dalla liturgia pasquale per descrivere l’esodo trionfante di Cristo dal buio del sepolcro e il suo ingresso nella pienezza della vita nuova della risurrezione. “Come il sole si leva dopo la notte tutto radioso nella sua luminosità rinnovata, così anche Tu, o Verbo, risplenderai di un nuovo chiarore quando, dopo la morte, lascerai il tuo letto nuziale” (Mattutino). “Gioisca il cielo ed esulti con lui anche la terra, perché l’universo intero, quello visibile e quello invisibile, prende parte a questa festa: è risuscitato il Cristo nostra gioia perenne” (Prima). “Oggi l’universo intero, cielo, terra e abisso, è ricolmo di luce e l’intero creato canta ormai la risurrezione di Cristo nostra forza e nostra allegrezza” (Terza). “Il Cristo nostra Pasqua si è alzato dalla tomba come un sole di giustizia irradiando su tutti noi lo splendore della sua carità” (Sesta).
Nel VI secolo c’era in Francia un’usanza raccontata da San Gregorio di Tours (538 circa - 594) che ci aiuta a capire perché la liturgia dà importanza alla luce. Questo santo Vescovo narra di una consuetudine del suo tempo, che richiedeva l’accensione del fuoco pasquale durante il giorno con la luce del sole mediante cristalli adatti. In questo modo, dal cielo si riceveva luce e fuoco per accendere tutte le luci e i fuochi dell’anno. È questo un simbolo di ciò che celebriamo nella Veglia Pasquale. Con la radicalità del suo amore, nel quale il cuore di Dio e il cuore dell’uomo si sono toccati, Gesù Cristo ha veramente preso la luce dal cielo e l’ha portata sulla terra – la luce della verità e il fuoco dell’amore che trasforma l’essere dell’uomo. Lui ha portato la luce, che trasforma il dolore in gioia e toglie la tristezza a chi vive nel dolore.
Dal giorno della risurrezione di Cristo, e per sempre, la luce fiorisce dal cuore stesso del mondo, in cui Cristo si è calato e ha preso dimora: come lievito che fermenta la pasta, come sale che dà sapore (cfr. Mc 9,50), come i raggi di un sole che “nel primo chiarore del giorno fanno riemergere le cose dal buio com’era al principio del mondo, rivestendole di di luce e silenzio,. Dunque, davanti a Cristo, Sole che risorge, con fede intoniamo la lode, e verso la luce guardiamo, protesi al ritorno del Cristo. Lui è lo splendore del Padre, vivissima luce divina. In Lui ci vestiamo di speranza, viviamo di gioia e d’amore (cfr Inno alla Lodi). Gesù, Parola del Padre, è la luce interiore che scaccia la tenebra del peccato; è il fuoco che allontana ogni freddezza; è la fiamma che rallegra l'esistenza; è lo splendore della verità che, brillando davanti a noi, ci guida nell’esodo verso la vera terra promessa, verso “nuovi cieli e una terra nuova, dove la giustizia avrà stabile dimora” (Ap 21, 5).
2) L’esodo di Cristo e nostro.
L’esodo del Redentore è il nostro esodo e come il cammino verso il Padre non fu per il Figlio solamente un procedere fisico, esterno, anche noi siamo chiamati allo stesso esodo del cuore. Come?
Propongo la risposta di Origene: “A gloria del Signore nostro Dio, noi celebriamo la festa dell’Esodo. La celebriamo non con il vecchio lievito della malizia e della malvagità, ma con gli azzimi della sincerità e della verità (1 Cor 5,8), perché ormai non portiamo più niente con noi dell’empio lievito dell'Egitto. Ieri ero stato crocifisso con Cristo, oggi con lui sono glorificato. Ieri morivo con lui, oggi con lui torno alla vita. Ieri con lui venivo sepolto, oggi con lui risorgo” (Origene, Eis ton aghiovpascha, XLV: PG 36, 624; I, PG 35, 397-400)
Dunque, riprendiamo il nostro esodo andando oggi, con il cuore, al sepolcro e poi riprendere il cammino. Ci sono di esempio Maria Maddalena, Pietro e Giovanni, il cui cuore colmo di devozione e di affetto li spinse alla tomba del Salvatore, ma non vi restarono.
Seguiamoli in questo itinerario del cuore. La Maddalena andò al sepolcro quando era ancora buio, ma il suo cuore la guidava. Anche Pietro fu guidato dal cuore, perché era colui, che amava Cristo più di tutti gli altri. E così fu per Giovanni perché era attirato dal cuore, lui, il discepolo più amato. . Nell'alba di Pasqua non a caso quelli che si recarono alla tomba furono quelli che avevano fatto una particolare esperienza dell’amore di Gesù. La Maddalena, l’Apostolo che aveva il primato dell’amore e l’Apostolo prediletto furono loro i primi a capire che l'amore aveva vinto la morte. Tutti e tre videro che il sepolcro era vuoto, ma non si fermarono a quella tomba scoperchiata dall’Amore. Si chiesero: dov’è il Risorto? Come faccio a incontrarLo? Per incontrarLo non c’era altro da fare che rimettersi in cammino e cercarLo tra i vivi. Ma, anche in questo caso Cristo li precedette e apparve loro. E videro e credettero e divennero testimoni.
Da allora in poi, quindi anche oggi, la fede dei cristiani si fonda sulla testimonianza di quelle sorelle e di quei fratelli che hanno visto la pietra sepolcrale rovesciata e la tomba vuota, i misteriosi messaggeri che affermavano che Gesù, il morto crocifisso, era risorto. Poi Lui stesso, il Maestro e Signore, vivo e toccabile, è apparso a Maria di Magdala, ai due discepoli di Emmaus, infine a tutti gli undici, riuniti nel Cenacolo (cfr. Mc 16, 9-14).
“Gli Apostoli hanno fatto l’esperienza diretta e stupenda della Risurrezione; sono testimoni oculari di tale evento. Grazie alla loro autorevole testimonianza, in molti hanno creduto; e dalla fede nel Cristo risorto sono nate e nascono continuamente le comunità cristiane. Anche noi, oggi, fondiamo la nostra fede nel Signore risorto sulla testimonianza degli Apostoli giunta fino a noi mediante la missione della Chiesa” (San Giovanni Paolo II).
E’ davvero significativo che il primo libro di storia cristiana sono gli “Atti degli Apostoli”, dove la storia è raccontata da testimoni autorevoli e diretti a partire dalla vittoria di Cristo.
Oggi, tocca a ciascuno di noi continuare a “scrivere”, quindi a “fare” gli atti degli apostoli, perché ogni discepolo di Cristo è chiamato a diventare testimone della Risurrezione, soprattutto in quegli ambienti, dove in modo più forte si vuol far perdere la memoria di Dio e ridurre l’uomo ad una sola dimensione.
Un modo particolare di “scrivere” questi atti, con i quali si compie l’esodo della vita, il cammino dell’amore, è quello delle Vergini consacrate nel mondo. Con la consacrazione verginale queste donne si sono consegnate per sempre a Cristo e testimoniano che tutto ciò che è vissuto nell’amore verginale non è perduto. A partire da Dio e in comunione con Gesù Cristo, vivono eucaristicamente rendendo grazie a Dio e servendo Cristo nei fratelli e sorelle in umanità. E se da una parte rendono questo servizio con una carità praticata sul luogo di lavoro e di vita, dall’altra testimoniano che nella carità consacrata a Dio nella verginità vi è la carità verso il prossimo. Il loro essere spose di Cristo implica sempre un cammino, un esodo che non vuol dire inattività o vita da vagabondo, ma missione di carità che passa all’azione compiuta da persone che hanno gli occhi verso Cristo e le mani verso quanti sono poveri materialmente e spiritualmente. Il loro corpo santificato dalla presenza di Cristo risorto e divenuto Tempio, diventa “sacramento” attraverso il quale Gesù incontra, tocca e salva tutti gli uomini. A questo proposito, il n. 24 del Rituale di consacrazione delle Vergini fa pregare il Vescovo su di loro: “Cerchino di renderTi gloria in un cuore purificato, in un corpo santificato; che ti temano con amore e per amore ti servano”



Lettura Patristica
Sant’Agostino di Ippona (+ 430)
Omelia 120


Il primo giorno della settimana, Maria Maddalena si reca al sepolcro sul mattino, che era ancora buio, e vede la pietra tolta dal sepolcro (Jn 20,1). Il primo giorno della settimana è quello che, in memoria della risurrezione del Signore, i cristiani chiamano "giorno del Signore", e che Matteo, solo tra gli Evangelisti, ha chiamato primo giorno della settimana (Mt 28,1). Corre allora da Simon Pietro e dall'altro discepolo, quello che Gesù amava, e dice loro: Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l'han messo (Jn 20,2). In alcuni codici, anche greci, c'è: Hanno portato via il mio Signore; particolare che mette maggiormente in risalto lo slancio affettivo e la devozione di Maria Maddalena, ma che non si trova nella maggioranza dei codici che abbiamo potuto consultare.

4. 7. Pietro usci allora con l'altro discepolo e si recarono al sepolcro. Tutti e due correvano insieme, ma l'altro discepolo, più svelto di Pietro, lo precedette e arrivo primo al sepolcro (Jn 20,3-4). E' da notare e da sottolineare questo riassunto, e come l'evangelista abbia ripreso un particolare tralasciato, aggiungendolo qui come se venisse di seguito. Egli infatti aveva detto prima: si recarono al sepolcro, e poi precisa in che modo si recarono al sepolcro, dicendo che tutti e due correvano insieme. Egli ci informa così che, portandosi avanti, al sepolcro arrivo primo quell'altro discepolo, che poi è lui stesso, ma che parla di sé in terza persona.

1. 8. E, chinatosi, vide le bende per terra, ma non entro. Giunse intanto anche Simon Pietro che lo seguiva, ed entro nel sepolcro, e vide le bende per terra, e il sudario, che gli era stato posto sul capo, non per terra con le bende, ma piegato in disparte (Jn 20,5-7). Credete che questo sia senza significato? Io non credo. Ma passiamo ad altro, dove, a motivo di qualche difficoltà od oscurità saremo costretti a soffermarci. Ricercare il recondito significato d'ogni singola cosa già di per sé chiara, è certamente una delizia dell'anima, ma una delizia riservata a chi ha più tempo di noi.

2. 9. Allora entro anche l'altro discepolo che era giunto prima al sepolcro. Era giunto prima, ed entro dopo. Non è un particolare privo di interesse, ma non abbiamo tempo da dedicarvi. E vide, e credette. Qualche lettore frettoloso ha creduto di trovare qui la prova che Giovanni credette che Gesù era risorto; ma ciò che segue smentisce tale supposizione. Che vuol dire, infatti, l'evangelista stesso con quanto aggiunge: Non avevano infatti ancora compreso la Scrittura, secondo la quale doveva risuscitare dai morti (Jn 20,8-9)? Egli non poteva credere che Gesù era risorto, dato che ancora non sapeva che doveva risorgere. Cosa vide allora e a che cosa credette? Vide che il sepolcro era vuoto, e credette a quanto aveva detto la donna, che cioè il Signore era stato portato via. Non avevano infatti ancora compreso la Scrittura, secondo la quale doveva risuscitare dai morti. Il Signore, è vero, aveva loro più volte parlato della sua risurrezione, anche in maniera molto chiara; ma essi, abituati come erano a sentirlo parlare in parabole, non avevano compreso, o avevano creduto che egli volesse riferirsi ad altra cosa. Ma rimandiamo il seguito ad altro discorso.


venerdì 18 marzo 2016

Le Palme e la Croce.

Rito Romano
Domenica delle Palme e della Passione del Signore – Anno C – 20 marzo 2016
Is 50,4-7; Sal 21; Fil 2,6-11; Lc 22,14-23,56.


Rito Ambrosiano
Domenica della Palme
Is 52, 13-53,12; Sal 87; Eb 12,1b-3; Gv 11,55-12,11

1) Innalziamo i cuori e non solo le palme.
Con questa Domenica, che è chiamata delle Palme e della Passione del Signore, entriamo nella Settimana Santa e Grande, in cui la liturgia ci farà rivivere il mistero della passione, morte e risurrezione del Signore Gesù Cristo. Si tratta della Settimana Santa e tragica, ma che è pure Settimana della Vittoria e del trionfo, non solo perché Cristo vi entra da trionfatore salutato dalla gente, ma soprattutto perché vi esce vittorioso: risorto. L’amore trionfa, vince, non nonostante la Croce, ma attraverso la Croce.
“Ciò che ci fa credere è la croce, ma ciò in cui crediamo è la vittoria della croce, la vittoria della vita” (Pascal).La croce è l'immagine più pura e più alta che Dio ha dato di se stesso. Per sapere chi sia Dio devo solo inginocchiarmi ai piedi della Croce” (Karl Rahner, SJ).
La Croce è al centro della liturgia di oggi e, partecipandovi, mostriamo che non abbiamo vergogna della Croce di Cristo, non la temiamo. Anzi la amiamo e la veneriamo, perché è segno di riconciliazione, segno dell’amore che è più forte della morte: è il segno del Redentore morto e risorto per noi. Chi crede in Gesù crocifisso e risuscitato porta la Croce in trionfo, come prova indubitabile che Dio è amore. Con il dono totale di sé, con la Croce appunto, il nostro Salvatore ha vinto definitivamente il peccato e la morte. Per questo accogliamo nella gioia il Redentore, “camminiamo anche noi insieme con colui che si affretta verso la sua passione, e imitiamo coloro che gli andarono incontro. Non però per stendere davanti a lui lungo il suo cammino rami d'olivo o di palme, tappeti o altre cose del genere, ma come per stendere in umile prostrazione e in profonda adorazione dinanzi ai suoi piedi le nostre persone” (Sant’Andrea di Creta).
Dunque, come la folla festante di poco meno di duemila anni fa, oggi accogliamo Gesù che entra in Gerusalemme, e come discepoli, lo accompagniamo nella sua Pasqua, facendo nostra la preghiera della Messa: “Dio, onnipotente ed eterno, che, per dare al genere umano un esempio di umiltà, hai voluto che il nostro Salvatore assumesse la nostra carne e subisse la morte di croce, accordaci, nella tua bontà, di fare nostro l’insegnamento della sua passione e di avere parte alla sua resurrezione” (Colletta della Messa di oggi).

2) La passione secondo San Luca e gli altri Evangelisti.
Per aiutarci a fare nostro questo insegnamento della passione di Cristo, la Liturgia di oggi ci presenta la storia della passione di Gesù secondo San Luca, che la racconta facendo emergere la misericordia divina. A questo riguardo è utile ricordare che ogni Evangelista (Marco, Matteo, Luca e Giovanni) redige il suo vangelo partendo da un suo proprio e personale punto di vista teologico, catechetico.
Secondo San Marco, Gesù è il servo sofferente che muore per tutti, è l’abbandonato. Il Cristo abbandonato è il chicco seminato, che morendo porta molti frutti. Il grido d’abbandono: “Dio mio, perché mi hai abbandonato” (Mc 15,34) non è un grido di disperazione. Infatti, l’abbandono dal Padre diventa subito un abbandono al Padre, e questo abbandono totale permette la riconciliazione universale, a partire dal buon ladrone che è riportato a casa in Paradiso, da Giovanni a cui è data una madre, alla Madre alla quale è donato un nuovo figlio (e tutti noi in lui). Ciò avviene grazie al fatto che Gesù rimette la sua anima al Padre, in un gesto di abbandono totale e di fiducia amorosa. In questo modo, come aveva promesso, dalla croce il Redentore attira tutti a sé, a sé e al Padre, in una comunione profonda che si consuma nell’immolazione a Dio Padre.
Per quanto riguarda il vangelo secondo San Matteo, vediamo che in esso l’Apostolo e Evangelista risponde principalmente a questa domanda: “Chi è il colpevole della morte di Gesù?”.
Secondo San Matteo, tutti - a loro modo - contribuiscono alla morte del Signore. Tutti partecipano a questo dramma: chi direttamente, chi indirettamente; chi agendo e chi non agendo. Ma c’è soprattutto un brano della passione narrata da questo Apostolo, che mi pare molto importante da mettere in risalto.. E’ quello in cui San Matteo racconta ciò che accade subito dopo che Gesù muore (27,51-53). Dopo la morte c’è una serie di espressioni che sono solo di questo evangelista: “Ed ecco il velo del tempio si squarciò in due da cima a fondo (questo è presente anche in San Marco, ma ora iniziano le novità di San Matteo), la terra si scosse, le rocce si spezzarono, i sepolcri si aprirono e molti corpi di santi morti risuscitarono. E, uscendo dai sepolcri dopo la sua risurrezione, entrarono nella città santa e apparvero a molti”. Cosa vuole comunicare San Matteo? Lui vuol dire che grazie alla morte di Gesù il dominio e il potere della Morte è frantumato. Per l’evangelista Matteo, la morte di Gesù è soprattutto la buona e lieta notizia (=evangelo) che il potere del peccato e della morte, fino a questo momento devastante e totale, è sconfitto. Dunque è possibile vivere una storia diversa: una storia di salvezza. Questa possibilità oggi è data a noi. L’importante è che non scappiamo da Cristo, che gli stiamo accanto, vegliando con lui e con lui pregando il Padre. In questo modo, portiamo a compimento l’esodo, il cammino guidato da Cristo, nuovo e vero Mosè, che ci conduce alla vita per sempre.
Per San Giovanni, Gesù è l’uomo consapevole che va incontro volontariamente al suo destino. Anche se viene giustiziato in realtà è Lui il vero re. E’ sovrano di se stesso e lancia una sfida: “Io offro la mia vita per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie” (Gv 10,17-18). In estrema sintesi, secondo San Giovanni, per Gesù la croce non è un estremo abbassamento ma una “elevazione”. Infatti il verbo greco usato dall’Apostolo prediletto (“upsozènai”) esprime l’innalzamento al trono di un re. L’elevazione di Gesù sulla croce, dunque, è un’esaltazione regale, nella quale però, mentre il re innalzato al trono domina imponendosi, Gesù-Re domina attraendo: “Io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me” (Gv 12,32). La condanna a morte per crocefissione di Gesù non è stata un caso, un incidente. Cristo stesso ha voluto offrire così la sua vita, essere l’ultimo degli ultimi, condividere la condizione dei più disgraziati e disprezzati e infelici: gli schiavi, neppure ritenuti “uomini”.
Insomma, la Croce è la rivelazione suprema dell’amore del Padre. Questo spiega la completa libertà di Gesù e la sua perfetta consapevolezza. Il Cristo compie l’opera di salvezza non come una vittima rassegnata e impotente, ma come colui che conosce il senso degli avvenimenti e li accetta liberamente. Questo è il vertice dell’amore ed anche il modello di ogni autentico amore: il completo dono di sé.
Analizziamo ora, brevemente, il racconto della passione che ci è proposto quest’anno. San Luca mostra soprattutto Gesù come colui che perdona tutti e usa misericordia verso tutti.
Questo evangelista presenta, se non in modo assolutamente positivo, almeno in modo misericordioso i vari personaggi: i discepoli sono rimasti fedeli a Gesù nelle prove (Lc 22,28); nel Getsemani si addormentano solo una volta e non tre (Id. 22,39-46) ed è un sonno di tristezza; i nemici non presentano falsi testimoni come negli altri vangeli (Id. 22,66-70); Pilato per ben tre volte tenta di liberarlo perché è innocente (Id. 23,13-25); il popolo è addolorato per ciò che succede (Id. 23,27) e perfino uno dei due ladroni accanto a Cristo in Croce è buono (Id. 23,39-43).
Nel racconto lucano, Gesù si preoccupa di tutti: guarisce l’orecchio del servo durante l’arresto (Id. 22,50-51), si preoccupa per la sorte delle donne mentre sale sul Calvario (Id. 23,28-31), perdona i suoi carnefici che lo flagellano e mettono in croce (Id. 23,34), e promette il paradiso al ladrone pentito (Id. 23,43). Il Redentore in San Luca è colui, che capisce i suoi nemici: fanno così perché vivono nel buio e nelle tenebre, altrimenti non potrebbero agire in questo modo così criminale. Con questo sguardo di misericordia Cristo in Croce prega: “Padre perdonali, perché non sanno quello che fanno” (Id. 23, 34).
Proprio perché vuol mettere in evidenza la misericordia divina che San Luca racconta la passione di Cristo come la storia di conversione. C’è la conversione del Signore, che si volta in dietro e guarda Pietro e Pietro si sente penetrato da uno sguardo di perdono, per cui si ricorda e piange, e queste lacrime di dolore indicano la conversione del primo degli Apostoli. Guardiamo a Cristo e lasciamoci guardare da Lui, come ha fatto Pietro. Allora la Croce che contempliamo in questo inizio della Settimana Santa sarà fonte di conversione e di vita nuova, donata dalla misericordia.
Ma già all’inizio del vangelo di Luca possiamo vedere la misericordia in azione. In Gesù Cristo la misericordia di Dio si estende di epoca in epoca a tutti coloro che lo temono, secondo il Magnificat della Vergine Maria (Lc 1,50). Visitando Maria, Dio si è ricordato della sua misericordia, come aveva promesso. In Maria, la misericordia pianta la sua tenda messianica, rispondendo all’attesa di tutti i poveri d’Israele, quegli anawim, di cui noi siano i discendenti spirituali, e come loro siamo chiamati ad abbandonarci alla sua alleanza misericordiosa.
Al termine del Vangelo contempliamo ancora la misericordia in azione e tutto diventa miracolo. Al servo viene riattaccato l’orecchio, Pietro piange il suo tradimento, Gesù è riconosciuto “giusto” da Ponzio Pilato, il procuratore pagano, le donne vengono consolate e scosse, il ladro appeso alla croce perdonato e la folla torna a casa percuotendosi il petto. La morte di Cristo è piena di inattesa dolcezza.
L’importante è che, assistendo allo spettacolo drammatico della passione del Figlio di Dio che muore in Croce per amore, riconosciamo l’amato Amore, che si dona e perdona.
In questo ci sono di testimonianza le Vergini Consacrate nel mondo, la cui vocazione è di non distogliere lo sguardo dalla loro Sposo in Croce, e di stare con Maria, Vergine Madre, accanto a Cristo, dovunque lui ancora oggi soffre e muore. Questo donne hanno scelto di vivere nella ricerca del volto di Cristo, nell’ascolto della sua voce, dell’adempimento della sua volontà per essere feconde grazie al dono dello Spirito e generare nel cuore l’eterna Parola. Nascoste in Cristo, la loro vita è consacrata per essere lode costante della gloria divina, supplice voce per le necessità dei fratelli, dono offerto per tutta la Chiesa.
Nel giorno della consacrazione ricevendo il Crocifisso, ciascuna di loro ha detto: “Con gioia ricevo questo segno: Sulla croce il Signore mi ha amato e ha dato la vita per me” (Cfr. Gv 15, 13; 13, 35. 36-38). Nel giorno delle Palme e durante tutta la Settimana santa, queste donne consacrate ci invitano ad unirci a loro in questa accettazione di Cristo e della sua Croce, per portarla nel mondo come segno dell’amore di Gesù per l’umanità.




Lettura patristica
Dai «Discorsi» di sant'Andrea di Creta, vescovo
(Disc. 9 sulle Palme; PG 97, 990-994)
Venite, e saliamo insieme sul monte degli Ulivi, e andiamo incontro a Cristo che oggi ritorna da Betània e si avvicina spontaneamente alla venerabile e beata passione, per compiere il mistero della nostra salvezza.
Viene di sua spontanea volontà verso Gerusalemme. E' disceso dal cielo, per farci salire con sé lassù «al di sopra di ogni principato e autorità, di ogni potenza e dominazione e di ogni altro nome che si possa nominare» (Ef 1, 21). Venne non per conquistare la gloria, non nello sfarzo e nella spettacolarità, «Non contenderà», dice, «né griderà, né si udrà sulle piazze la sua voce» (Mt 12, 19). Sarà mansueto e umile, ed entrerà con un vestito dimesso e in condizione di povertà.

Corriamo anche noi insieme a colui che si affretta verso la passione, e imitiamo coloro che gli andarono incontro. Non però per stendere davanti a lui lungo il suo cammino rami d'olivo o di palme, tappeti o altre cose del genere, ma come per stendere in umile prostrazione e in profonda adorazione dinanzi ai suoi piedi le nostre persone. Accogliamo così il Verbo di Dio che si avanza e riceviamo in noi stessi quel Dio che nessun luogo può contenere. Egli, che è la mansuetudine stessa, gode di venire a noi mansueto. Sale, per così dire, sopra il crepuscolo del nostro orgoglio, o meglio entra nell'ombra della nostra infinita bassezza, si fa nostro intimo, diventa uno di noi per sollevarci e ricondurci a sé.

Egli salì «verso oriente sopra i cieli dei cieli» (cfr. Sal 67, 34) cioè al culmine della gloria e del suo trionfo divino, come principio e anticipazione della nostra condizione futura. Tuttavia non abbandona il genere umano perché lo ama, perché vuole sublimare con sé la natura umana, innalzandola dalle bassezze della terra verso la gloria. Stendiamo, dunque, umilmente innanzi a Cristo noi stessi, piuttosto che le tuniche o i rami inanimati e le verdi fronde che rallegrano gli occhi solo per poche ore e sono destinate a perdere, con la linfa, anche il loro verde. Stendiamo noi stessi rivestiti della sua grazia, o meglio, di tutto lui stesso poiché quanti siamo stati battezzati in Cristo, ci siamo rivestiti di Cristo (cfr. Gal 3, 27) e prostriamoci ai suoi piedi come tuniche distese.

Per il peccato eravamo prima rossi come scarlatto, poi in virtù del lavacro battesimale della salvezza, siamo arrivati al candore della lana per poter offrire al vincitore della morte non più semplici rami di palma, ma trofei di vittoria. Agitando i rami spirituali dell'anima, anche noi ogni giorno, assieme ai fanciulli, acclamiamo santamente: «Benedetto colui che viene nel nome del Signore, il re d'Israele»



venerdì 11 marzo 2016

Incontro con il Perdono.

Rito Romano
V Domenica di Quaresima – Anno C – 13 marzo 2016
Is 43, 16 – 21; Sal 125; Fil 3, 8 – 14; Gv 8, 1 – 11


Rito Ambrosiano
V Domenica di Quaresima
Es 14,21-30 – Ef 2,4-10 – Gv 11,1-45
Domenica di Lazzaro


1) Misericordia giusta.
Anche il vangelo di questa domenica ci presenta l’incontro tra la misericordia e la miseria (cfr Sant’Agostino).
La settimana scorsa questo incontro ci è stato ricordato attraverso la parabola del figlio prodigo, chiamata anche “del Padre misericordioso”.
Oggi  la lettura evangelica ci presenta  Gesù che salva una donna adultera dalla condanna a morte perdonandola (Gv 8,1-11). Ancora una volta la Liturgia ci propone il consolante fatto del Misericordia di Dio che incontra una miseria salvando una povera donna, che i suoi correligionari vogliono lapidare per rispettare la legge di Dio. Per essere più precisi alcuni scribi e farisei portano da Gesù un’adultera non per amore della giustizia, ma per tendergli in tranello. Infatti, “per avere di che accusarlo" (Gv 8,6) questi scribi e farisei portano dal Messia una donna sorpresa in adulterio, fingendo di affidargli il giudizio secondo la Legge di Mosè.
In realtà, è proprio Cristo che vogliono mettere sotto accusa, mostrando che il suo insegnamento sull’amore misericordioso di Dio è in contrasto con la Legge mosaica, che puniva il peccato di adulterio con la lapidazione. Gesù, “pieno di grazia e verità” (Gv 1,14), salva la peccatrice e smaschera gli ipocriti, dicendo: “Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro questa donna” (Gv  8,7).
A questo riguardo attiro l’attenzione sul fatto che sembra un dettaglio di poco conto, ma che mi pare importante. Mentre gli accusatori parlavano, Gesù non risponde subito a costoro, ma si china a scrivere con il dito per terra. Come per dire che le parole di questi scribi e farisei sono come polvere che il vento porta via, e mostrare che Lui è il legislatore divino: “Infatti, Dio scrisse la legge col suo dito sulle tavole di pietra” (cfr. Sant’Agostino, Comm. al Vang. di Giov., 33, 5). Gesù dunque è il Legislatore della legge della libertà dal peccato. Lui è la Giustizia che si realizza completamente nella Misericordia. Anche con l’adultera Gesù proclama la giustizia con forza, ma al tempo stesso cura le ferite spirituali di questa donna con la sua misericordia, che redime, sana, nobilita ed eleva.
Giustizia e misericordia sono due realtà differenti soltanto per noi uomini, che distinguiamo un atto di giustizia da un atto d’amore misericordioso (cfr. Benedetto XVI). Per Dio non è così: in Lui giustizia e misericordia non sono contrapposte. La misericordia è la giustizia che ricrea la persona, la quale non è più delimitata dal proprio peccato, ma dall’amore di Dio che teneramente perdona. Infatti, se è vero che la correzione, e anche la punizione come strumento correttivo, può essere provvidenziale (e in tal senso la Bibbia spesso parla di Dio che corregge l'uomo), lo è solo in quanto tale misura è suggerita dall'amore di misericordia.
“In realtà solo la giustizia di Dio ci può salvare e la giustizia di Dio si è rivelata nella Croce. La croce è il giudizio di Dio su tutti noi e su questo mondo. E se la Croce è l’atto supremo con cui la giustizia di Dio si rivela, la misericordia deve essere la giustizia degli uomini: “Dio ci giudica -dice papa Francesco- dando la vita per noi! Ecco l’atto supremo di giustizia che ha sconfitto una volta per tutte il principe di questo mondo. E questo atto supremo di giustizia è proprio anche l’atto supremo di misericordia” (Papa Francesco).

2) Cristo giudica l’adultera perdonandola.
All’affermazione di Gesù: “Chi è senza peccato scagli la prima pietra” gli accusatori dell’adultera reagirono andandosene via e lasciando questa donna davanti a Cristo solo. Non c’è più l’agitazione di chi voleva condannare una persona e tendere un tranello a Colui che era venuto non per condannare, ma per salvare il mondo. In questo silenzio che è sceso nel piazzale del Tempio Gesù celebra il perdono come liberazione dalla condanna di morte: un perdono che genera vita nuova, orientata al bene
Gesù perdonò questa “imputata” delinquente come perdona ogni nostra colpa, facendo rifiorire nel cuore la gratitudine e la gioia. Nel perdono, da una parte, conosciamo chi è il Signore, l’Amore che ci ama senza condizioni. Dall’altra, conosciamo chi siamo noi nel perdono: persone amate infinitamente da Dio, senza condizioni. Dio si rivela nel Redentore come amore che perdona ed accoglie senza mettere condizioni.
Che cosa rivela Dio nel Vangelo di oggi, ma anche in tutta la Scrittura? Che Lui è misericordia, perdono, che al centro del mondo non ha messo l’albero della morte, ma quello della vita: la Croce.
Il figlio prodigo è riaccolto in casa, l'adultera non è lapidata, ogni nostro peccato è perdonato, ma per tutto ciò il Cristo ha pagato perché è lui che ha preso su di sè le nostre colpe e le ha portate sul legno della Croce: “Egli portò i nostri peccati sul suo corpo sul legno della croce, perché, non vivendo più per il peccato, vivessimo per la giustizia” (1 Pt 2, 24). Dunque è Cristo la vera giustizia, Lui è la nostra giustizia, perché è lui che ci fa giusti davanti a Dio.
Perdonando, invece di aprire la porta della morte, Cristo apre la porta della vita, perché Lui stesso è la Porta. Il Signore della vita pronuncia sull’adultera il proprio giudizio e non solo le dice di non condannarla, ma le chiede anche di non peccare più.
Anche a ciascuno di noi peccatori perdonati il Redentore dice : “Va’ e d’ora un poi non peccare più”. Questo “comando d’amore” non è solamente un invito a non peccare più, ma è anche una richiesta di mettersi in cammino per le strade del mondo per essere testimoni della misericordia.
Il perdono non giustifica la persona lasciandola nel suo errore, ma indica un nuovo stile di vita che implica la rinuncia al peccato e alle sue conseguenze di morte per rimettersi in cammino con e per Cristo e portare agli altri il perdono e l’amore ricevuti.
Tutte le persone consacrate sono chiamate in modo particolare ad essere testimoni di questa misericordia del Signore, nella quale l’uomo trova la propria salvezza. Esse tengono viva l’esperienza del perdono di Dio, perché hanno la consapevolezza di essere persone salvate, di essere grandi quando si riconoscono piccole, di sentirsi rinnovate ed avvolte dalla santità di Dio quando riconoscono il proprio peccato. Per questo, anche per l’uomo di oggi, la vita consacrata rimane una scuola privilegiata della “compunzione del cuore”, del riconoscimento umile della propria miseria, ma, parimenti, rimane una scuola della fiducia nella misericordia di Dio, nel suo amore che mai abbandona. In realtà, più ci si avvicina a Dio, più si è vicini a Lui, più si è utili agli altri. Le persone consacrate sperimentano la grazia, la misericordia e il perdono di Dio non solo per sé, ma anche per i fratelli, essendo chiamate a portare nel cuore e nella preghiera le angosce e le attese degli uomini, specie di quelli che sono lontani da Dio” (Benedetto XVI).
In particolare, le vergini consacrate, che per vocazione vivono e lavorano nel mondo, sono chiamate allo specifico impegno di fedeltà nello “stare con il Signore”, Sposo che chiede tutto. Nella cerimonia di consacrazione il Vescovo chiede a ciascuna di loro:  “vuoi essere consacrata come sposa a Gesù Cristo?”. E la risposta e come quella che si deve dare nei matrimoni:  “Sì, lo voglio”. Esse mostrano che Cristo è stato capace di farle innamorare profondamente e sono chiamate a rendere ragione alla società il perché vale la pena di dedicarsi completamente a Cristo, mostrando in parrocchia e, soprattutto sul posto di lavoro, che la loro vita è attraente e lieta. Per vocazione e missione questo donne consacrate “sono chiamate a frequentare le ‘periferie’ e le ‘frontiere’ dell’esistenza, dove si consumano i drammi di un’umanità smarrita e ferita” (Papa Francesco).
In un mondo in cui domina l’egoismo, che produce rivalità, inimicizie, gelosie, conflitti d’interesse e guerre, cioè, in una parola sola, l’odio, proclamano con la vita la Legge dell'Amore, che si diffonde e si dona con la misericordia. Questo amore di misericordia, ricevuto da Cristo-Sposo, allarga il loro cuore ad amare gli altri con purezza e verità, a perdonare le offese come il loro Sposo, che portando i peccati del mondo in Croce perdona, a servire gli altrui bisogni. Si sono consacrate a Lui, fonte dell’Amore puro e fedele, un Amore così grande e bello da meritare tutto, anzi, più del nostro tutto, perché non basta una vita intera a ricambiare ciò che Cristo è e ciò che ha fatto per noi.

Lettura Patristica
Sant’Agostino d’Ippona
Comment. in Ioan., 33, 4-8

Verità, bontà, giustizia e misericordia

       Considerate ora in qual modo la bontà del Signore fu posta alla prova dai suoi nemici. "Allora gli scribi e i farisei conducono una donna sorpresa in adulterio, la posero in mezzo e gli dissero. «Maestro, questa donna è stata colta in adulterio. Ora Mosè nella legge ci ha comandato di lapidare tali donne: tu che ne dici?». E questo dicevano per metterlo alla prova, in modo da poterlo accusare" (Jn 8,3-6).

       Accusarlo di cosa? Forse avevano colto anche lui in qual che delitto?... E siccome i suoi nemici, per invidia e per rabbia, non riuscivano a sopportare queste due qualità, cioè la sua dolcezza e la sua verità, cercarono allora di tendergli un tranello sulla terza, cioè sulla giustizia. In qual modo?

       La legge comandava che gli adulteri dovevano essere lapidati, e la legge non poteva comandare ciò che non era giusto: se qualcuno si opponeva a un precetto della legge, veniva accusato di prevaricazione. I Giudei avevano pensato tra sé: egli è ritenuto amico della verità e appare mansueto; dobbiamo cercare di coglierlo in fallo sulla giustizia: presentiamogli una donna colta in adulterio, e diciamogli che cosa stabilisce la legge in tali casi. Se egli ordinerà che sia lapidata, mostrerà di non essere affatto mansueto: se dirà che deve essere lasciata andare, mostrerà di non avere giustizia. Siccome non vorrà perdere - essi dicevano - l’aureola di mansuetudine, grazie alla quale è amato dal popolo, senza dubbio dirà che dobbiamo lasciarla andare. Così noi avremo l’occasione per accusarlo, per dichiararlo reo come prevaricatore e potremo dire di lui che è nemico della legge, che ha parlato contro Mosè o, meglio, contro colui che per mezzo di Mosè ci ha dato la legge; e quindi è degno di morte e deve essere lapidato insieme alla donna.

       Con queste parole e con questi ragionamenti la loro invidia si accresceva, ardeva il loro desiderio di accusarlo, diveniva più forte la voglia di condannarlo. Cosa li spingeva a parlare in questo modo, e contro chi parlavano? Era la perversità che tramava contro la rettitudine, la menzogna contro la verità, il cuore corrotto contro il cuore retto, la stoltezza contro la sapienza...

       Cosa rispose il Signore Gesù? Cosa rispose la verità, la sapienza, la stessa giustizia contro la quale era diretta l’insidia?

       Non disse: Non sia lapidata! Se lo avesse detto sarebbe apparso che egli andava contro la legge. Ma si guardò bene anche dal dire: Sia lapidata! Egli era venuto infatti per non perdere ciò che aveva trovato, anzi per trovare ciò che si era perduto (Lc 19,10). Cosa rispose? Considerate quanto la sua risposta sia contemporaneamente carica di giustizia, di mansuetudine e di verità! Disse: "Chi di voi è senza peccato scagli per primo una pietra contro di lei" (Jn 8,7).

       Risposta piena di saggezza! In che modo li costrinse a guardare dentro se stessi? Essi infatti calunniavano gli altri, ma non scrutavano in se stessi: vedevano l’adulterio della donna, non i loro peccati...

       L’avete sentita voi, farisei, dottori della legge, custodi della legge, ma non avete compreso il Legislatore.

       Che cosa ha voluto mostrarvi ancora, quando scriveva con il dito in terra? Ha voluto mostrarvi che la legge è stata scritta col dito di Dio e che, a causa della durezza dei cuori, essa è stata scritta sulla pietra (cf. Ex 31,18). E ora il Signore scriveva sulla terra perché cercava il frutto della legge. Voi avete inteso: «si compia la legge», «sia lapidata l’adultera»: ma nel punire la donna, la legge dovrà essere applicata da coloro che a loro volta debbono essere puniti? Ciascuno di voi consideri se stesso, entri in se medesimo, si ponga dinanzi al tribunale della sua anima, si costituisca alla sua coscienza, e obblighi se stesso a confessarsi. Egli solo sa chi è, poiché nessun uomo conosce i segreti di un altro, se non lo spirito medesimo dell’uomo che è dentro di lui. Ciascuno, guardando in se stesso, si scopre peccatore (1Co 2,11). Non c’è alcun dubbio su questo. Quindi, lasciate andare questa donna, oppure accettate con lei le pene previste dalla legge. Se il Signore avesse detto: Non lapidate l’adultera!, sarebbe stato accusato di ingiustizia; se avesse detto: Lapidatela!, non sarebbe apparso mansueto. Che formuli dunque una risposta che a lui si addice, che è mansueto e giusto: «Chi di voi è senza peccato, scagli per primo una pietra contro di lei». Questa è la voce della giustizia: si punisca la peccatrice, ma non siano i peccatori a punirla; sia rispettata la legge, ma non siano i violatori della legge a imporne il rispetto. Ben a ragione è la voce della giustizia.

       Essi, colpiti da queste parole come da una freccia grossa quanto una trave, "uno dopo l’altro se ne andarono" (Jn 8,9). Restano solo loro due, la misera e la misericordia. E il Signore, dopo averli colpiti con la freccia della giustizia, non si degna neppure di stare a vedere la loro umiliazione, ma, voltando loro le spalle, "di nuovo col dito scriveva in terra" (Jn 8,8).

       Quella donna era dunque rimasta sola, poiché tutti se ne erano andati: Gesù allora levò i suoi occhi su di lei. Abbiamo udito la voce della giustizia, udiamo ora anche quella della dolcezza.

       Credo che quella donna fosse stata più degli altri colpita e spaventata dalle parole che avete sentito dire dal Signore: «Chi di voi è senza peccato, scagli per primo una pietra contro di lei». I farisei esaminandosi e con la loro stessa partenza confessandosi colpevoli, avevano lasciato la donna con un così grande peccato, insieme a colui che era senza peccato. Ed essa, dopo avere udito: «Chi è senza peccato scagli per primo la pietra contro di lei», temeva di essere punita da lui, nel quale non era peccato. Ma egli, dopo avere cacciato i suoi nemici con la voce della giustizia, levando su di lei gli occhi della mansuetudine, le chiese: "Nessuno ti ha condannato?" (Jn 8,10). E quella rispose: "Nessuno, o Signore" (Jn 8,11). Ed egli replicò: "Neppure io ti condannerò ()", tu che avevi temuto di essere punita da me, poiché in me non hai trovato peccato.

       «Neppure io ti condannerò». Che vuol dire questo, Signore? Tu favorisci dunque il peccato? No di certo. Sentite ciò che segue: "Va’ e d’ora innanzi non peccare più ()". In altre parole, il Signore condanna il peccato, non il peccatore. Infatti, se avesse perdonato il peccato, avrebbe detto: Neppure io ti condanno, va’ vivi come vuoi, sta’ sicura che io ti libererò; per quanto grandi siano i tuoi peccati, io ti libererò da ogni pena e da ogni sofferenza dell’inferno. Ma non disse così.

Intendano bene coloro che amano nel Signore la mansuetudine e temano la verità. Infatti è insieme "dolce e retto il Signore" (Ps 24,8).

       Tu lo ami perché è dolce, devi temerlo perché è retto. In quanto è mansueto disse: «Tacqui»; ma in quanto è giusto aggiunse: "Ma forse sempre tacerò?" (Is 42,14 secondo i LXX). "Il Signore è pietoso e benigno" (Ps 85,15). Senza dubbio è così. Aggiungi ancora «pieno di bontà» e ancora "tardo all’ira ()"; ma non dimenticare di temere ciò che sarà nell’ultimo giorno, cioè «verace». Egli sopporta ora le colpe dei peccatori, ma allora giudicherà chi lo ha disprezzato. "Ovvero disprezzi le ricchezze della sua bontà e della sua mansuetudine, ignorando che la pazienza di Dio ti spinge alla penitenza? Ma tu con la durezza del tuo cuore impenitente, ti attiri sul capo un cumulo di collera per il giorno dell’ira e della manifestazione del giusto giudizio di Dio, il quale renderà a ciascuno secondo le sue opere" (Rm 2,4-6). Il Signore è mansueto, il Signore è longanime, è misericordioso; ma è anche giusto, è anche verace. Ti dà il tempo di correggerti, ma tu preferisci godere di questa dilazione piuttosto che emendarti. Fosti malvagio ieri? Sii buono oggi. Hai passato nel male la giornata di oggi? Deciditi a cambiare domani. Ma tu aspetti sempre a correggerti, sempre ti riprometti di usufruire della misericordia di Dio, come se colui che ti ha promesso il perdono in cambio del pentimento, ti avesse anche promesso una vita lunghissima. Come fai a sapere che per te ci sarà anche il giorno di domani? Hai ragione quando dici nel tuo cuore: quando mi correggerò, Dio mi rimetterà tutti i peccati. Non possiamo certo negare che Dio ha promesso il perdono a tutti coloro che si correggono e che si convertono. Ma in quella stessa profezia dove tu leggi che Dio promise indulgenza a chi si pente, non puoi leggere che Dio ti ha promesso anche una lunghissima vita.

       Contro due ostacoli gli uomini rischiano di naufragare la speranza presuntuosa e la disperazione; due ostacoli del tutto opposti, e che derivano da sentimenti diametralmente contrari. Uno dice: Dio è buono, è misericordioso, io posso perciò fare ciò che mi pare e piace, posso lasciare sciolte le briglie alle mie passioni, posso soddisfare tutti i miei desideri. Perché posso farlo? Perché Dio è misericordioso, è buono, è mansueto. Costoro corrono rischi proprio per la loro speranza, perché non si inducono mai a correggersi. Sono invece vittime della disperazione coloro che, avendo commesso gravi peccati, ritengono di non poter essere più perdonati e, considerandosi, senza dubbio alcuno, destinati alla dannazione, dicono: Saremo certamente dannati; perché non possiamo allora fare ciò che ci pare, come fanno i gladiatori che sanno di non avere scampo e che il loro destino è essere uccisi dalla spada? Per questo i disperati sono anche pericolosi: essi che credono di non avere più ormai niente da temere, debbono invece essere riguardati con timore. La disperazione li uccide, così come la speranza uccide gli altri.

       L’anima fluttua tra la speranza e la disperazione. Devi temere di essere ucciso dalla speranza, devi cioè temere che, mentre tranquillamente continui a sperare nella misericordia, tu non ti ritrovi d’improvviso di fronte al giudizio; altrettanto devi temere che la disperazione non ti uccida; devi temere cioè, poiché hai ritenuto di non poter ottenere il perdono per i gravi delitti che hai commesso e perciò non te ne sei pentito, di incorrere nel giudizio del tribunale della sapienza, che dice: "E io riderò della vostra sventura" (Pr 1,26).

       Cosa fa il Signore verso coloro che sono in pericolo per l’una o l’altra di queste due malattie? A coloro che corrono rischi per la troppa speranza dice: "Non tardare a convertirti a Dio, né differire di giorno in giorno; perché d’un tratto scoppia la sua ira e nel giorno del giudizio tu sei spacciato" (Si 5,7). E a coloro che corrono pericoli per la disperazione, che dice Dio? "In qualunque giorno l’iniquo si sarà convertito, tutte le sue iniquità io dimenticherò" (Ez 18,21 Ez 18,22 Ez 18,27). A coloro dunque che sono in pericolo per la disperazione egli indica il porto dell’indulgenza; per coloro che corrono rischi per la eccessiva speranza e si illudono di avere sempre tempo, fa incerto il giorno della morte. Tu non sai quando verrà l’ultimo giorno. Sei un ingrato, non riconosci la grazia di Dio, che ti ha dato anche il giorno di oggi affinché tu ti corregga.

       Questo è il senso delle parole che disse a quella donna: «Neppure io ti condannerò»: ora che sei tranquilla a proposito di quanto hai commesso in passato, abbi timore di quanto potrà accadere nel futuro. «Neppure io ti condannerò»: cioè ho distrutto ciò che hai commesso, ma osserva quanto ti ho comandato, al fine di ottenere quanto ti ho promesso.


  

venerdì 4 marzo 2016

Parabola del Padre prodigo di misericordia

Rito Romano
IV Domenica di Quaresima – Anno C – 6 marzo 2016
Gs 5,91.10-12; Sal 33; 2 Cor 5,17-21; Lc 15,1-3.11-32

Rito Ambrosiano
IV Domenica di Quaresima
Es 17,1-11; Sal 35; 1Ts 5,1-11; Gv 9,1-38b
Domenica del Cieco

  1) La gioia della misericordia.
Il Vangelo di San Luca, lo scrittore della mansuetudine di Gesù Cristo (Dante Alighieri definì San Luca “scriba mansuetudinis Christi”), insegna che il Messia è l’incarnazione della presenza misericordiosa di Dio tra noi. Cristo è presenza di amore, di perdono e di gioia che ci ‘ordina’: “Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro” (Lc 6, 36). Santa Faustina Kowalska scrisse: “La Misericordia è il fiore dell’amore, Dio è amore, la misericordia è la Sua azione, nell’amore ha il suo inizio, nella misericordia la sua manifestazione” (Diario, Città del Vaticano 2004, II, p. 420).
Dunque, in questa domenica “Laetare” (= rallegratevi) e nel contesto del Giubileo della Misericordia, facciamo nostro l’invito di Papa Francesco: “Affidiamoci totalmente al Padre. Lasciamo che le nostre spalle di persone in ginocchio siano accarezzate come quelle del figlio prodigo dalle mani del Padre, il cui amore paterno si rivolge a ciascuno di noi come misericordia, cioè come amore di Dio, che si china sul peccatore, sul debole, il bisognoso. In questo modo potremo sperimentare la gioia di essere amati da questo “Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e grande nell’amore e nella fedeltà”.
Non dimentichiamo, però, che non solo noi siamo nella gioia perché perdonati dal Padre ma che possiamo dare a Dio la gioia di poterci perdonare. Questa della gioia di Dio nel perdonare è il nocciolo più originale del messaggio biblico e cristiano. “Noi a Dio - insegnava un anziano e saggio biblista francese - non possiamo regalare nulla che già non abbia: è il padrone di tutto! Tranne una cosa: dargli la gioia di poterci perdonare”.
La consapevolezza di questa gioia divina ci spinge ad aprirci senza esitazione all’amore di Dio mediante la conversione e appartenere a Lui, che ci accoglie come figlii con un cuore ricco di misericordia.
Per convertirci a questa Dio di misericordia ed aiutarci a mettere in pratica il comando di essere misericordiosi, il Redentore dell’uomo peccatore annuncia il suo vangelo di perdono e di gioia raccontando la parabola che è tradizionalmente chiamata “del figlio prodigo”. Questo brano evangelico, che la Liturgia della Parola oggi ci propone, ha come ritornello la gioia alla quale Dio invita tutti quando trova il figlio perduto. Per partecipare a questa gioia dobbiamo condividere il perdono che il Padre, prodigo di misericordia, concede al figlio ritrovato e accettare l’invito alla cena organizzata per festeggiare il ritorno dell’errante. In effetti, chi non accetta come fratello il peccatore, non accetta l’amore “gratuito” del Padre e non ne è figlio. E’ come il fratello maggiore, di cui parla la parabola e che si arrabbiò per il perdono concesso al fratello minore. Chi non sa perdonare e condividere la gioia del Padre si affoga nella sua meschina giustizia, che sa solo punire, resta fuori dal banchetto della gioia e dell’amore.
La Messa è per noi questo banchetto di amore che inizia con il perdono domandato, concesso e condiviso. L’Eucaristia è il gesto in cui la presenza di Cristo sacrificato e risorto ci abbraccia nel perdono che ricrea. Cristo, Pane di vita, mistero del perdono e della risurrezione, fa sì che noi possiamo essere abbracciati dal Padre, purificando la nostra vita di erranti e facendosi cibo per il nostro esodo. E, come il ritorno alla casa del Padre da parte del figlio prodigo non fu solo la fine di un’avventura umana disastrosa, ma fu anche l’inizio di una vita nuova, di una lieta storia di verità e di amore, così è e sarà per noi se in ginocchio, almeno con il cuore, chiederemo perdono ricevendo con esso il Pane degli angeli fattosi Pane per noi poveri peccatori.
Nel Pane eucaristico Gesù ci ha donato il suo amore, che lo ha spinto ad offrire sulla croce la sua vita per noi. Nel Cenacolo, nella prima Cena eucaristica Cristo lavò i piedi ai discepoli, dando questo comandamento d’amore: “Come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri” (Gv 13,34). Ma poiché questo è possibile solo rimanendo uniti a Lui, come tralci alla vite (cfr. Gv 15,1-8), il Redentore ha scelto di rimanere Lui stesso tra noi nell’Eucaristia, perché noi potessimo rimanere in Lui. Dunque, quando mangiamo con fede il suo Corpo e il suo Sangue, il suo amore passa in noi e ci rende capaci a nostra volta di dare la vita per i fratelli (cfr. 1 Gv 3,16). Da qui scaturisce la gioia cristiana, la gioia dell’amore.
2) Il Padre prodigo.
Esaminiamo ora più da vicino questa parabola che mi sono permesso di chiamare “parabola del Padre prodigo”, perché si prodiga nel donare con abbondanza e senza risparmio la sua misericordia.
In questo racconto Cristo comincia dicendo: “Un uomo aveva due figli”. Possiamo vedere in questi due figli i rappresentanti di tutta l’umanità che si divide in due categorie: quella dei peccatori, come il figlio minore e quella di coloro che si credono giusti, come il maggiore. Dunque, vi siamo compresi tutti.
Ciò che può apparire strano è che il figlio prodigo, che sbaglia, fa meno problema del figlio che è sempre rimasto a casa. Questo “giusto” non accetta che il Padre (Dio) sia amore e misericordia.
Un altro elemento da tenere presente è che tutti e due questi figli hanno in comune la stessa immagine del padre come qualcuno di esigente e duro: lo dice chiaramente il maggiore che “ti ho servito, ti sono stato servo tutta la vita e non mi dai mai niente”. Un padre-padrone esigente da servire, come spesso l’uomo immagina Dio che costringe la libertà umana con una moltitudine di precetti, di ordini, di divieti. Il minore si ribella, ma almeno lo chiama padre: “Padre dammi la metà della parte che mi spetta”.
L’immagine che ha del padre è sbagliata, ma è giusto quello che vuole da lui: vuole la vita, la pienezza, la libertà. Questo è ciò che deve dare un padre, altrimenti che padre è? A questa domanda corretta il padre risponde dividendo i suoi beni in due. Ciò può significare che questo padre vorrebbe che anche l’altro, il più grande, se ne andasse, che desiderasse la libertà e la vita e non stesse in casa a fare lo schiavo.
Il minore “raccolse tutte le sue cose, emigrò in paese lontano”, perché pensa che solamente lontano da Dio lui può trovare la felicità. Come ha fatto Adamo, è il suo peccato, è la stessa storia di Adamo. Adamo voleva essere come Dio e si ribella a Dio per essere come Dio.
Cosa succede quando si è lontani da Dio? Si trova la morte, perché Dio è vita. Se Dio è pienezza, lontano da Lui trovo il vuoto. Se Dio é gioia, lontano da Lui c’è tristezza. Se Dio è libertà, senza di Lui sono nella schiavitù. Allora la parabola del figlio prodigo manifesta la parabola dell’uomo che crede che la sua realizzazione sia andare lontano da Dio.
Ma, in questa ricerca di libertà lontano dal padre, il figlio minore dissipa, spreca tutta la ricchezza ricevuta: perde tutto. E’ la storia dell’uomo che, essendo immagine e somiglianza di Dio, lontano da Lui perde la verità di sé, diventa vuoto, povero e immerso nei suoi limiti. Cercava la libertà dal padre da servire con amore, per servire degli uomini, che adorano idoli e che gli fanno custodire i porci e patire la fame.
Avendo toccato il fondo, il figlio prodigo, che ha dilapidato le ricchezze del padre, rientra in sé e decide di tornare a casa. Il bisogno lo fa rinsavire e comincia a ragionare. Di per sé, non pare molto pentito, di per sé, ha solo fame e dice: “Quanti salariati di mio padre sovrabbondano di pane”. Comunque è convinto di aver perso l’amore del padre e di doverselo meritare di nuovo. Ma il Padre, che è prodigo di amore, non ha mai smesso di amarlo. Quando il figlio gli chiede perdono, non lo lascia neppure parlare: il suo amore precede il pentimento e la conversione; gli offre con gioia veste, anello, calzari, “segni” dell'essere figlio e vuole che si faccia festa per il ritorno del giovane, il quale, travolto da questa misericordia sovrabbondante, finalmente capisce che il padre non solo l'ha sempre atteso, ma l'ha sempre amato, anche quando lui lo aveva dimenticato, o forse odiato.
Ed è ricolmo della gioia del Padre che subito organizza una festa perché ha ritrovato il figlio che ha riscoperto la sua dignità di figlio. Questo Padre misericordioso dice: “Presto, portate fuori una veste, la prima, e vestitelo”. Qual era la prima veste di Adamo? Era nudo. La sua veste era essere immagine e somiglianza di Dio, cioè essere figlio. Quella è la nostra veste. Il nostro essere figlio è sempre presso il padre, perché lui sempre ci è padre. Quella è la nostra veste, la nostra dignità, la nostra identità.

3) Madre di Misericordia
Il centro della parabola di oggi non è il peccato ma la misericordia di Dio, che possiamo sperimentare anche noi soprattutto con la Confessione. Con questo sacramento noi possiamo come il figlio prodigo incontrare con Cristo il Padre misericordioso. E’ vero che a volte la Confessione è vista più come un tribunale dell’accusa più che una festa del perdono. Senza sottovalutare l’importanza di dire i proprio peccati, va ricordato che ciò che è assolutamente centrale nell’ascolto dei peccati è l’abbraccio benedicente del Padre misericordioso. Troppo spesso noi consideriamo prima il peccato e, poi, la grazia. Invece prima c’è il gratuito, misericordioso e prodigo amore di Dio, che accoglie, ricrea. Dio non si ferma davanti al nostro peccato, non indietreggia davanti alla nostre offese, ma ci corre incontro come il Padre misericordioso corse incontro al figlio che con dolore e umiltà tornava a casa.
Ma questa riflessione sarebbe ancora parziale, se non pensassimo alla Madre della Misericordia,, perché la misericordia è una qualità dell’amore materno. Il Figlio, prodigo=generoso di perdono, è stato da lei generato perché fosse la misericordia dell’umanità. Maria diffonde questa misericordia con amore di Madre e la estende di generazione in generazione, secondo il disegno buono del Padre che l’ha associata intimamente al mistero di Cristo e della Chiesa. Maria è mediatrice di misericordia, rifugio di misericordia, “porta” attraverso la quale il credente si presenta al Giudice divino, che è Figlio della donna di Nazareth e fratello di tutti noi che siamo divenuti suoi figli ai piedi della croce: figli dell’amore misericordioso.
Le Vergini consacrate nel mondo sono chiamate a testimoniare questa materna misericordia prendendo la Vergine Maria modello della cooperazione della donna con Dio. Certo, la Vergine di Nazareth ha ricevuto una pienezza di grazia eccezionale per rispondere perfettamente alla missione unica che le è stata affidata. Ma nella sua volontà di considerare la donna come sua prima alleata, Dio accorda a ogni donna la grazia necessaria per adempiere a questo ruolo, di modo che la cooperazione, pur essendo libera e personale, si effettua sempre con le forze ricevute dall'alto.
Nel caso di Maria, la cooperazione è di un genere eccezionale, per il fatto che la maternità è verginale. Ma ogni generazione di un essere umano richiede l’azione creatrice di Dio e dunque una cooperazione dei genitori umani con questa azione sovrana. Collaborando con l’onnipotenza divina, la donna riceve da essa la sua maternità. Maternità che nelle Vergini consacrate è spirituale, ma non per questo meno reale e concreta.
Il volto della madre, soprattutto di quello che lo è nello Spirito, è un riflesso del volto del Padre, che possiede in lui le caratteristiche proprietà dell’amore paterno e dell’amore materno.

Lettura Patristica
Nerses Snorhali
Jesus, 19-25, 591-600


La parabola del figlio perduto (Lc 15,11-32)

Al presente, ti supplico con lui:
«Padre, contro di te ho peccato e contro il cielo;
non son più degno che tu mi chiami figlio
fa’ di me l’ultimo dei tuoi salariati».

Rendimi degno del più puro e santo
bacio del Padre tuo sì buono.

Sotto il tetto della sala di Nozze
ti piaccia ricevermi di nuovo.

E la veste iniziale della quale
briganti di strada mi spogliarono,
rivestimene ancora
come ornamento di Sposa preparata.

L’anello regale,
che d’autorità è il segno,
fa’ ch’io lo riporti nella mano destra,
per non deviare mai più verso sinistra.

E come protezione dal Serpente
metti scarpe ai miei piedi
perché non urtino la tenebra,
ma la sua testa schiaccino.

Al sacrificio del vitello grasso,
che sulla Croce per noi s’è immolato
e al sangue uscito per la lancia dal Costato
donde usciva il ruscello della Vita,

fammi partecipare nuovamente,
come nella parabola del Figlio Prodigo,
per mangiare il pane che dà vita,
per bere alla tua celeste coppa...

Sulle tracce del Prodigo ho camminato
in paesi estranei e lontani;
l’eredità paterna ho scialacquato
che al Fonte sacro avevo ricevuto.

Laggiù straziato fui da carestia
del Pane della Vita e della divina Bevanda.

Pascolando il gregge dei porci, sfamato
non mi son con i peccati della dolce carruba.

Invoco il Padre tuo come il cadetto
dicendo: «Contro Te e contro il ciel peccai;
anche se di figlio il nome al tuo cospetto,
Padre celeste, non son degno di portare.

Fa’ di me (quantomeno) un salariato
che per modesta paga compia il bene;
(ponimi) tra quei che son salvati dal secondo gruppo,
perché ho spezzato l’amor dovuto al Padre».

Accoglimi tra le braccia per esser da Te curato,
o Sublime; rendimi degno del tuo santo bacio;
sostituisci, o Immortal, col tuo profumo,
il lezzo cadaverico dell’anima!

Dammi la carne del Vitello grasso;
il vin che è sulla Croce fammi bere;
allieta lo stuol degli angeli,
perch’io morto la vita ho ritrovato.

L’Ebreo, figlio primogenito,
ovver color che son dei Giusti a lato,
che provenendo dal campo della Legge,
alla tua Chiesa vennero,

sol da lontano intesero la voce,
dei suoi figli che danzavano concordi,
e non vollero entrar nel Santuario,
quali persone afflitte alla maniera umana.

Si consumavan per la gelosia
al veder la salvezza dei gentili:
poiché si vantavano i lor padri
che la tua Legge non han trasgredito.

Quanto ad essi, non erano salvati
né dal Vitello grasso, olocausto di tuo Figlio,
né dal capretto pure immolato
per umano od angelico che fosse.