venerdì 30 novembre 2012

I Domenica di Avvento (Rito Romano) - III Domenica di Avvento (Rito Ambrosiano

Rito Romano – I Domenica di Avvento.
Ger. 33, 14-16; 1Tess. 3, 12-4, 2; Lc. 21, 25-28, 34-36
Innalzate nei cieli lo sguardo.

Rito Ambrosiano – III Domenica di Avvento.
Is 45,1-8; Sal 125; Rm 9,1-5; Lc 7,18-28
Grandi cose ha fatto il Signore per noi.



1) Un cuore d'Avvento.
Anche quest’anno 
l'Avvento, l’attesa del Salvatore si ripresenta puntuale alla considerazione dei cristiani, quasi una scadenza abituale, eppure mai ripetitiva, perché esso segna la nuova tappa di un cammino, che rende sempre più forte e chiara la fede nel Redentore che viene. Si tratta di un cammino che si fa sequela sempre più perfetta, fino a che non si giunga all'incontro ultimo e definitivo col Signore Gesù.
Nel vangelo di questa prima Domenica di Avvento tutto è descritto come se si trattasse di una catastrofe cosmica, che scuote le stelle e getta gli uomini nella massima confusione (Lc 21, 25-26).
Luca non intende necessariamente annunciare la fine del mondo. Egli ricorre al genere letterario delle apocalissi per dire che la caduta di Gerusalemme sarà una tappa decisiva per instaurare il Regno di Dio sul mondo.
La conclusione che i primi cristiani hanno tratto dall’avvenimento della distruzione di Gerusalemme è: la fine della Città Santa non ha coinciso col ritorno finale del Signore. Dunque, il ritorno del Signore non è facile da prevedere, però i segni del suo accadere possono essere riconosciuti da chi ha “un cuore d’Avvento” (Don Primo Mazzolari), un cuore tutto proteso verso Dio che viene e che si dona.
Un cuore d’Avvento che si prepara bene per accogliere degnamente il Salvatore, il desiderato dalle genti, l’atteso vivamente dal Popolo eletto. Cristo è quel " germoglio" di cui Geremia parla, l'uomo nuovo, l'inviato da Dio, che ristabilisce la giustizia, non una giustizia punitiva, ma un dono di misericordia che ridona dignità di figlio ad ogni uomo, e riannoda la comunione con quel Dio che è Padre.
Nell’odierna Liturgia della Parola di Dio –dono sempre nuovo che ci fa comprendere la fedeltà di Dio- ci è proposto questo messaggio di preparazione alla venuta del Signore, dell’Emmanuele: il Dio con noi. Il testo del Vangelo è emblematico al riguardo e non ammette confusioni di alcun genere. Cristo verrà sulle nubi del cielo con la potenza divina che gli appartiene. Siamo certi di questa venuta e per questo siamo chiamati a prepararci nella preghiera, che nel caso specifico non è solo il moltiplicare i tempi di preghiera, ma vivere in un atteggiamento orante costante. Infatti solo chi si pone con l'umiltà del cuore davanti a Dio e pone la sua fiducia in Lui può attendere la venuta di Cristo senza paura e scossoni.
Però, oltre alla preghiera, è necessaria una vita buona, che si concretizza in comportamenti e atteggiamenti degni della luce, come ci ricorda l’Apostolo Paolo: “E' ormai tempo di svegliarvi dal sonno, perché la nostra salvezza è più vicina ora di quando diventammo credenti. La notte è avanzata, il giorno è vicino. Gettiamo via perciò le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce. Comportiamoci onestamente, come in pieno giorno” (Rm 13, 11b.12-13a).

2) Un cuore d’Avvento che si fa culla.
L’invito dell’Avvento è principalmente: “Alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina” (Lc 21,28), apriamo dunque l’intelligenza ed il cuore per accogliere Colui che è atteso dal mondo intero: Gesù. Alziamo gli occhi al Signore e viviamo nell’attesa, vigilanti nella preghiera perché ogni momento è gravido di salvezza.
La liturgia ci dice da dove veniamo e dove andiamo. Quando si celebra un Battesimo, c'è all’inizio un dialogo fra il sacerdote e i genitori del neonato: "Cosa chiedete alla Chiesa per questo bambino?". "La vita eterna", è la risposta. Fin dall'inizio conosciamo il punto di approdo. L'inizio e la fine sono indissolubilmente uniti. La nostra vita non sarà, dunque, l'odissea di Ulisse ma l'esodo di Israele dalla schiavitù alla libertà in una terra promessa, dove si pratica la libertà dell'amore disinteressato a Dio e del servizio generoso ai fratelli. 
Alle nostre mani, così fragili, al nostro cuore che si fa culla è consegnato Dio che si fa carne, per amore. Se viviamo nella carità, ogni attimo è quello della presenza, della venuta del Signore in noi. Se viviamo la carità, Dio dimora nel nostro cuore sempre: a sera, a mezzanotte, al canto del gallo, al mattino.
In ogni istante è nascosto l'attimo dell'incontro. Vegliare, dunque, per cogliere il senso delle cose. Vegliare sul senso del tempo. Vegliare sui tempi della vita. Perché l'Avvento è il tempo benedetto in cui Dio viene. L'Avvento, tempo di attesa, è tempo di gioia perché ogni venuta di Cristo è dono di grazia e di salvezza, che ci spinge a vivere il presente come tempo di responsabilità e di vigilanza. La “vigilanza” vuol dire la necessità - l'urgenza - di un'attesa viva, operosa e certa, perché sappiamo di poter contare sul Dio fedele.

3) E se fosse il Cuore di Dio ad attenderci?
Nell’Avvento la Chiesa ci chiede di vivere l’attesa di Dio che si fa incontro a noi e ci vuole un cuore veramente puro per riconoscere l’Infinito che si incarna in un Bambino deposto in una mangiatoia. Come non essere lieti di un Dio così vicino, che nasce a Betlemme (città del pane) per farsi Pane di Vita.
Un fatto è certo: noi possiamo vivere ignorando Dio o mettendoLo nell'angolo delle cose da non valutare, e quindi superflue, ma Dio non ci abbandona. Lui, per riguardo alla nostra libertà, che ci ha donata, resta in attesa che noi apriamo gli occhi, sapendo finalmente scoprire il grande inganno che il diavolo ha imbastito avvolgendo e accecando il nostro cuore con le cose. Quante volte, purtroppo rispondiamo al desiderio di infinito con una infinità di cose (Cfr Solgenistin). Possono essere felicità le cose senz'anima, come il denaro o altro? 
Se siamo sinceri, sentiamo che nella vita ci manca 'Qualcuno'. Niente ci affascina a lungo, né tantomeno ci riempie. Alla fine, se siamo onesti, dobbiamo affermare quanto dice il libro dei Proverbi: 'Vanità, tutto è vanità'. 
Abbiamo davvero bisogno di Chi ci conduca oltre la vanità e povertà di questa terra, ma non sappiamo o non vogliamo metterci in ricerca. 
L'Avvento è proprio il tempo in cui dovremmo aprire porte e finestre della nostra anima per sentire i 'passi' di Dio, che sta per venire tra di noi. 
Non è da saggi nascondere a noi stessi la nostalgia del Padre, di quel Padre che ci attende come il Padre misericordioso ha atteso ogni giorno il figlio prodigo. E venne un bel giorno in cui questo figlio perduto (ciascuno di noi) tornò è fu “natale”, perché il figlio morto era tornato alla vita.
Viviamo l’avvento con la certezza di essere attesi da Dio: alla grotta di Betlemme, al Cenacolo, sul Calvario, in Chiesa e, infine, a Casa Sua e nostra.
L'atteggiamento del credente non è quello del sognatore ingenuo, perché non si fonda sulle forze umane o sul caso, ma di chi sa che la vita cambia con l’incontro con la Vita.
L’attesa è di non vivere ripiegati su se stessi, è guardarsi attorno e rendersi conto che ci sono tanti fratelli e sorelle che come noi sono "mendicanti d'amore" e con loro guardare in alto.
La vita quotidiana può appesantire il cuore, ma se la si vive nella dedizione a Dio e nella condivisione con il prossimo il cuore resta leggero. In questo ci sono di esempio le Vergini consacrate, che imitano la consacrazione di Maria Vergine e Madre. La Madonna, “la Vergine dell’attesa e Madre della speranza” (Benedetto XVI), è la protagonista dell’avvento e la “Porta”, che il Figlio ha varcato per entrare nel mondo. Queste donne consacrate sono chiamate a vivere nella vigilanza (RCV, n. 21, a perseverare nella dedicazione a Dio, nel consegnarsi a Cristo e così consegnano Cristo ai fratelli e sorelle, servendo Dio e la Chiesa (RCV 36).


Consigli pratici:
1) Oltre alla preghiera ed alla mortificazione nel mangiare, allestiamo un presepe in casa. Ciò ci aiuterà ad alzare lo sguardo, a fare memoria dell’inizio dell’abitare di Dio in mezzo a noi, a non soffocare la nostalgia di Dio, evitando la sclerosi degli occhi e del cuore.


2) Per chi ha più tempo propongo i Sermoni sull’Avvento di San Bernardo di Chiaravalle:
http://it.scribd.com/doc/10918675/San-Bernardo-Sermoni-Avvento

oppure

3) Per chi ha meno tempo suggerisco la lettura di questa poesia di Clemente Rebora con commento di Mons. Luigi Giussani:
http://www.tracce.it/default.asp?id=266&id2=263&id_n=7791

Dall'immagine tesa
vigilo l'istante
con imminenza di attesa –
e non aspetto nessuno:
nell'ombra accesa
spio il campanello
che impercettibile spande
 un polline di suono –
e non aspetto nessuno:
fra quattro mura
stupefatte di spazio
più che un deserto
non aspetto nessuno:
ma deve venire;
verrà, se resisto,
a sbocciare non visto,
verrà d'improvviso,
quando meno l'avverto:
verrà quasi perdono
di quanto fa morire,
verrà a farmi certo
del suo e mio tesoro,
verrà come ristoro
delle mie e sue pene,
verrà, forse già viene
il suo bisbiglio.





Avvento significa "venuta, arrivo" ed è subito chiaro di chi aspettiamo l'arrivo, la venuta: del Signore Gesù.

venerdì 23 novembre 2012

XXXIV Domenica del TO (Rito Romano) Solennità di Cristo Re dell’Universo - II Domenica di Avvento (Rito Ambrosiano)

25 novembre 2012
Rito Romano
XXXIV Domenica del Tempo Ordinario – Anno B - Solennità di Cristo Re dell’Universo
1Dn 7,13-14; Sal 92; Ap 1,5-8; Gv 18,33-37

Rito Ambrosiano
II Domenica di Avvento
Is 19,18-24; Sal 86; Ef 3,8-13; Mc 1,1-8
Popoli tutti, lodate il Signore!

1) Re non dell’altro mondo, ma del mondo vero.
Gesù non è solo Re di un regno diverso, è un Re diverso, che ha come scopo di servire la verità della carità, che rende liberi. Infatti l'esercizio della sua regalità non ci schiavizza, non ci rende suoi sudditi al modo umano, ma piuttosto ci innalza a Sé, ci fa partecipi della sua medesima vita. “La Regalità di Cristo è il contrario dell’esercizio del potere, E’ servizio, è dono di sé fino alla morte” (Maurice Zundel) per donarci la vita.
Nel vangelo di oggi Cristo a Ponzio Pilato che gli chiede se Lui è re, risponde: «Io sono re: per questo sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità». Dunque, la regalità di Cristo è completamente sottomessa alle esigenze della verità, parola che nel linguaggio dell'evangelista Giovanni indica la verità di Dio, il suo amore per l'uomo, la sua tenerezza per ogni uomo.
Nel suo breve e serrato dibattito con Pilato, Gesù afferma un'altra cosa importante: «Chiunque è dalla parte della verità, ascolta la mia voce». Per comprendere la regalità di Gesù e per partecipare al suo Regno (e potremmo aggiungere per correttamente annunciare e festeggiare questa regalità) occorre aver scelto la verità.
Ma che cos’è la Verità? E’ Cristo!
Gesù Cristo è l’unico uomo che nella storia umana abbia detto: « Io sono la verità » (Gv 14,6). E a tutti noi affamati della verità su Dio, sull’uomo e su mondo, Cristo si offre come Parola di verità, pronunciata da Dio stesso, come risposta a tutti gli interrogativi del cuore umano.
Come Parola che non solo ha creato il mondo ma che lo regge: ne è il Re, un Re da conoscere non solo con la ragione ma con il cuore. Ben a ragione Sant’Agostino scriveva: “Non si entra nella verità se non attraverso la carità”.
Cristo è testimone regale della verità, perché regge l’uomo e il mondo in modo autentico. Non lo domina, non lo governa con lo scettro e il trono, o meglio il suo trono è la Croce, vero segno di amore infinito, e il suo scettro non è un bastone di comando ma sempre la Croce che diventa un “pastorale”, mediante il quale guida le sue “pecorelle” e le corregge (reggere con) non perché le punisce, ma perché le mette sulle sue spalle (=le regge con e sulle sue spalle).
Questo è il suo modo di regnare, che è spiegato anche da questo esempio: Nell’atrio di una clinica di Maternità a Monaco di Baviera sul muro c’è scritto a caratteri cubitali: “La mano che muove una culla muovo il mondo intero”. Ognuno di noi è una “simbolica culla” e Cristo si è assunto il “materno” compito di muoverla con le sue mani “regali”, perché con il ritmo lento del tempo, noi diventiamo adulti in Lui.
Per imparare da lui a reggere e servire il mondo in questo modo, preghiamo spesso il Salmo 84 (85), che vv 11 e 12 dice: “Misericordia e verità si incontreranno, giustizia e pace si baceranno. La Verità germoglierà dalla terra e la giustizia si affaccerà dal cielo” ed avremo così un mondo vero. Un mondo nuovo, in cui l’amore di Dio e la sua fedeltà si manifestano, dove la verità germoglia in una rinnovata primavera e la giustizia si affaccia dal cielo per iniziare il suo cammino in mezzo all’umanità.
La regalità di Cristo è sorgente di misericordia, fa sbocciare la verità fa fiorire la giustizia e risplendere la pace. Sant’Agostino scrive: “ ‘La verità è sorta dalla terra’: Cristo, il quale ha detto: ‘Io sono la verità’ (Gv 14,6), è nato da una vergine. ‘E la giustizia si è affacciata dal cielo’: chi crede in colui che è nato non si giustifica da se stesso , ma viene giustificato da Dio. ‘La verità è sorta dalla terra’ poiché il ‘Verbo si è fatto carne’ (Gv 1, 14). “E la giustizia si è affacciata dal Cielo’: perché ‘ogni grazia eccellente e ogni dono perfetto discendono dall’alto’ (Gc 1,17). ‘La verità è sorta dalla terra’, cioè ha preso un corpo da Maria” (S. Agostino, Discorsi, 185,2).
2) Testimone della verità.
Salendo in Croce e morendovi, Cristo non è stato sconfitto dal mondo. L’ha conquistato con il suo amore. Egli ha introdotto nel mondo un Regno vero: la Signoria caritatevole di Dio. Nei cuori degli uomini. L’amore divino, grazie a Cristo, è diventato di casa sulla terra. Nei cuori dei poveri, dei bambini, dei misericordiosi, nei cuori puri: nei santi, quelli che sono stati canonizzati e quelli che solo il cuore di Dio conosce. Tutti questi, e noi con loro, formiamo un Regno di cui si vedono almeno dei pezzetti. E tutti capiscono che questi “santi” non vogliono conquistare il mondo per usarlo avidamente, e non si organizzano per costruire una potenza mondiale. Essi voglio fare regnare l’amore di Dio vero nel e sul mondo.
Si potrebbe obiettare che questo messaggio di Dio sia astratto che l’uomo non può capirlo, che la Presenza regale di Cristo sia poco concreta. Ma nel Vangelo di oggi Gesù ridice: “Io sono venuto nel mondo per rendere testimonianza alla verità, e chiunque che è dalla verità ascolta la mia voce”. Chiunque cioè tutti e non solo chi ha studiato il catechismo o ha ascoltato prediche e conferenze o fatto teologia. Cristo Re si fa ascoltare e capire da tutti, parlando dalla Croce parole di perdono.
Ognuno può ascoltare questa voce di verità, che afferma che solo l’amore può dare senso alla vita. E noi cristiani non abbiamo il monopolio di questa verità abbiamo il compito di continuare a portare nel mondo, esplicitamente e consapevolmente, la testimonianza di questa verità che si fa perdono.
Per essere come Cristo testimoni della verità, recitiamo spesso il “Padre nostro”, chiedendo intensamente che “venga il Regno” di Dio: se la sua Signoria si afferma non solo in cielo ma anche sulla terra il cuore di Dio pulserà in mezzo a questo mondo senza cuore.
Segno di riconoscimento della Regalità di Cristo e di dedizione al Cuore di Dio è il velo che le Vergini consacrate ricevono nel giorno della loro consacrazione. Il velo è simbolo di intimità, velo è simbolo di verginità, è simbolo di consacrazione. E quando le Vergini lo ricevono il Vescovo dice: “Care figlie, ricevete questo velo, segno della vostra consacrazione; non dimenticate mai che siete votate al servizio del Cristo e del suo corpo, che è la chiesa” (RCV, 25). Questo servizio è testimonianza di verità, che si propone al mondo come dono di sé. Nel mito pagano di Atlante, questo gigante sostiene il mondo sulle sue spalle, ma lo fa controvoglia, perché è una punizione della sua ribellione contro Giove. Al contrario Cristo vuole andare in Croce, in obbedienza amorosa al Padre e con la Croce sostiene il mondo, amandolo, manifestando l’amore infinito e tenero di Dio per l’umanità intera.
La Croce di Cristo è il punto fermo, in mezzo ai mutamenti e agli sconvolgimenti del mondo. La vita del cristiano partecipa della stabilità della Croce, che è quella di Dio, del suo amore fedele. Rimanendo saldamente uniti a Cristo, come tralci alla Vite, anche noi, siamo associati al suo mistero di salvezza, come la Vergine Maria, che presso la Croce stava unita al Figlio nella stessa oblazione d’amore, che oggi regna.

3) Convertirsi a questo amore.
La seconda domenica di Avvento ambrosiano ci invita ad essere figli del Regno, convertendoci a questo amore vero. Il peccato dell’uomo è che pensa di essere vero senza Dio e si vive soffocando il cuore. La conversione per vivere l’avvento è ritornare all’amore del Padre, domandando perdono e lasciandoci amare dall’amore esigente di Dio.
Convertiamoci perché così potremo essere fra quelli a cui Cristo Gesù dirà: “Venite, benedetti dal Padre mio, ricevete in eredità il Regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo” (MT 25,34).




Nota sul velo

La simbologia del velo ha origini antiche e viene adoperata nell'arte cristiana anche per mettere in risalto gli insegnamenti dogmatici. Il velo è simbolo del cielo - rammentiamo la tenda del tempio tessuta, secondo gli apocrifi, da Maria, che si strappa nel momento della morte di Gesù (Mt 27, 51 ; Mc 15, 38, Lc 23, 45) e questo "aprirsi" del velo significa che la morte di Cristo apre la via verso il Santo dei Santi, verso la Gerusalemme celeste per tutti gli uomini.
Il simbolismo del velo è strettamente legato al culto mariano: il fedele entra nel Regno di Dio, «attraverso il velo, cioè la carne di Cristo», come scrive San Paolo (Eb 10, 20), e fu Maria, sua Madre, in cui il Verbo si fece carne.

Etimologia di Re:

dal verbo latino régere: reggere, governare, dominare, dunque la persona che regge, governa, domina.

venerdì 16 novembre 2012

XXXIII Domenica del TO (Rito Romano) - I Domenica di Avvento (Rito Ambrosiano)

Letture della Messa
Rito Romano
XXXIII Domenica del Tempo Ordinario – Anno B – 18 novembre 2012
Dan 12, 1-3; Sal 15, 5 e 8.9-10.11; Ebr 10, 11-14.18; Mc 13, 24-32
Dio è il nostro Destino, il cui volto buono ci è manifestato in Cristo.

Rito Ambrosiano
I Domenica di Avvento
Is 13,4-11; Sal 67; Ef 5,1-11a; Lc 21,5-28
Sorgi, o Dio, e vieni a salvare il tuo popolo.
Apocalisse= Rivelazione
Parroco = Pellegrino
(Si veda in calce l’etimologia delle due parole)

1) L’Apocalisse di Cristo, Maestro di Speranza.
Il Vangelo di questa domenica ci riporta nel Getsemani, sul monte degli Ulivi che si trova in faccia alla città di Gerusalemme. Gesù, il Maestro e Signore, ha lasciato il Tempio, dove aveva lodato la vedova per la sua fiducia piena in Dio, ed ora se ne sta seduto sulla collina coperta di ulivi. Gesù osserva da lontano il luogo santo del Tempio e intanto risponde alle domande dei discepoli che sono preoccupati del loro futuro. I più vicini seguaci del Messia percepiscono l’avvicinarsi della passione di Cristo e loro. Vorrebbero conoscere quello che accadrà e se sarà favorevole a loro.
Il Rabbi di Nazareth accoglie con molta comprensione i dubbi, le domande e le preoccupazioni dei discepoli, anche se la sua risposta non è certo quella che loro desiderano. Gli Apostoli, infatti, come tutti noi, del resto, vorrebbero date precise, circostanze particolareggiate, scadenze certe: un appuntamento da segnarsi sull'agenda, con giorno e orario, così da organizzarsi adeguatamente.
Invece il Signore Gesù non fornisce date o tempi precisi, ma risponde usando un'immagine legata alla natura: "Ora imparate dal fico questa similitudine: quando i suoi rami si fanno teneri e mettono le foglie, voi sapete che l'estate è vicina. Così anche voi, quando vedrete accadere queste cose, sappiate che egli è vicino, alle porte." 
Quindi il Maestro ci sta dicendo che dobbiamo diventare in grado di prevedere e capire quello che sta per avvenire riguardo al Regno, proprio come i contadini riconoscono con sicurezza l'arrivo dell'estate da quello che accade all'albero di fico.
Se prendiamo come esempio i contadini, dobbiamo vivere questo tempo come tempo di attesa, di vigilanza, di laboriosità e di preghiera.
Il problema per noi è conoscere il futuro con i maggiori dettagli possibili. Cristo ci insegna che il vero problema è un futuro vicino a Dio, in Dio, per sempre. Altrimenti è solo ansia e paura.
Lo scopo di Gesù non è certamente quello di spaventare i suoi ascoltatori. Cristo, usando il linguaggio apocalittico tipico del suo tempo, vuole al contrario rivelare un messaggio di speranza ai suoi discepoli, quindi anche a noi. Non vuole darci nemmeno una comoda scusa per sfuggire dal presente e dalle nostre responsabilità attuali nel mondo, ma vuole che viviamo il presente con impegno e attenzione.

2) Cristo “Parroco”.
Intanto, nell'attesa di nuovi cieli e nuova terra che saranno senza fine, eterni, ogni seguace di Cristo pellegrino (= parroco, parrocchiano) prosegue il suo pellegrinaggio verso la patria. Esorta s. Agostino: “Canta dunque come il viandante, come pellegrino, canta e cammina, senza deviare, senza indietreggiare, senza voltarti. Qui canta nella speranza, lassù canterai nel possesso. Questo è l'alleluia della strada, quello l'alleluia della patria”.
L'Eucaristia è il viatico non solo per i moribondi ma per ciascuno di noi che si fa pellegrino (=parroco, parrocchiano). Il Pane di Vita che ci sostiene nel nostro cammino e ci fa partecipare fin da ora alla realtà della vita nuova, e "ci prepara il frutto di una eternità beata" (preghiera sulle offerte). Preghiamo perché ogni giorno attendiamo la manifestazione gloriosa del Signore: fiduciosi nella speranza, operosi nella carità.
Non dobbiamo fuggire dalla vita terrena, ma non dobbiamo neppure restarle aggrappati. Alla morte bisogna prepararsi con speranza. Con la speranza cristiana della resurrezione di Cristo. È questo che induceva Montale a dire: “Non posso pensarti dolente, dal momento che per un cristiano la morte odora già di risurrezione”.
Con Cristo e come Cristo siamo pellegrini, chiamati dunque a vivere nella “provvisorietà”. Mi spiego con un breve aneddoto: in una parrocchia c’era un bellissimo Crocifisso del ‘400. Siccome c’erano i lavori di rinnovazione della Chiesa questa “opera d’arte” era stata messa in sagrestia con accanto un cartello che con il tempo era un po’ ingiallito e sul quale c’era scritto: “Collocazione provvisoria". Credo che questo sia il senso (direzione e significato) della vita e della morte di Cristo, in vista della resurrezione.
Il grande poeta italiano Clemente Rebora, che da ateo che era si convertì e divenne prete nella Congregazione dei Rosminiani, con semplicità così spiegava il cammino della vita di ogni uomo pellegrino: In ciascuno di noi, creature plasmate dalle mani di Dio, ci sono tre grandi momenti che sono come delle porte che si aprono l'una sull'altra. Il primo momento è il giorno del Battesimo, quando Dio ci chiama per nome a vivere la Sua vita, morendo al mondo, quasi per “respirare Lui”. 
Il secondo momento è quello della scelta di cosa fare della vita, la nostra vocazione, che è conoscere quale strada Dio ha tracciato per arrivare a Lui, facendo la Sua volontà. 
Il terzo momento, il più solenne, è l'incontro definitivo con Gesù, che viene sulle nubi, circondato dagli Angeli e dai Santi. 
"Non si deve sbagliare nessuna di queste tre porte - ripeteva spesso - perché fallirne anche una sola è davvero ‘la fine del mondo’. Perciò cerchiamo di vivere ogni giorno l'impegno preso nel Battesimo. Poi viviamo con gioia la vocazione, qualunque questa sia, perché Dio ha per ciascuno un piano di salvezza. Restiamo, infine, sempre pronti e vigilanti per l'incontro con Gesù, alla nostra morte, e alla fine dei tempi. 

Non sono solo belle parole, avanzando negli anni, ci si rende conto sempre più della grande verità che contengono. 

Il Concilio ha queste altre magnifiche parole: "La Chiesa, alla quale tutti siamo chiamati, in Cristo, e nella quale per mezzo della grazia di Dio acquistiamo la santità, non avrà compimento se non nella gloria del Cielo, quando verrà il tempo della restaurazione di tutte le cose. Fino a che non ci saranno cieli nuovi e tenne nuove, nei quali la giustizia ha la sua dimora, la Chiesa pellegrinante nei suoi sacramenti e nelle sue istituzioni, che appartengono all'età presente, porta la figura fugace di questo mondo e vive tra le creature, le quali sono in gemito e nel travaglio del parto sino ad ora e sospirano la manifestazione dei figli di Dio".
Il Vangelo, anche quello della liturgia d’Avvento ambrosiano, non parla tanto della fine del mondo ma del senso della storia, che con Cristo e in Cristo diventa storia di salvezza. Sembra che ci dica parole d'angoscia, invece ci educa alla speranza, in questa nostra vita che è un impasto di dramma e di delicatezza. Parla di stelle che si spengono e cadono dal cielo, ma il profeta dice che il cielo non sarà mai spento, mai vuoto di stelle: “I saggi risplenderanno come stelle per sempre” nel Cielo di Dio.
Fra queste persone sagge, che vogliono seguire l’esempio delle vergini prudenti della parabola evangelica, ci sono le donne che si sono consacrate nell’Ordo Virginum, alle quali Papa Benedetto XVI ha rivolto questo invito: “La vostra vita sia una particolare testimonianza di carità e segno visibile del Regno futuro" (RCV, 30). Fate in modo che la vostra persona irradi sempre la dignità dell'essere sposa di Cristo, esprima la novità dell'esistenza cristiana e l'attesa serena della vita futura. Così, con la vostra vita retta, voi potrete essere stelle che orientano il cammino del mondo. La scelta della vita verginale, infatti, è un richiamo alla transitorietà delle realtà terrestri e anticipazione dei beni futuri. Siate testimoni dell'attesa vigilante e operosa, della gioia, della pace che è propria di chi si abbandona all'amore di Dio. Siate presenti nel mondo e tuttavia pellegrine verso il Regno”(Messaggio di Benedetto XVI al Pellegrinaggio Internazionale dell'Ordo Virginum, 15 maggio 2008). Se le vergini consacrate attendono cristo che viene con il cuore che, come un vaso, contiene l’olio dell’amore verginale per fare luce e accogliere il Signore, anche gli sposati possono e devono fare altrettanto, ricordandosi che “nel matrimonio esiste la fedeltà della verginità” (St. Agostino, Discorso 93).
***
Etimologia di due parole: Apocalisse e Parrocchia.

1. Apocalisse: dal greco apokalypsis, vuol dire rivelazione, parola composta da “apo” particella negativa (dis) e dal verbo kaliptein = coprire, nascondere, velare, quindi dis-velare, rivelare.
La parola greca per “apocalisse” è la prima parola nel testo greco del libro dell’Apocalisse di San Giovanni Apostolo. L’espressione “letteratura apocalittica” è usata per descrivere i simboli, le immagini e i numeri di eventi futuri. Al di fuori dell’Apocalisse, esempi di letteratura apocalittica nella Bibbia si trovano in Daniele capitoli 7-12, Isaia capitoli 24-27, Ezechiele capitoli 37-41 e Zaccaria capitoli 9-12.
Al di là del significato specifico biblico, il termine “apocalisse” è spesso usato per parlare della fine dei tempi in generale, o in modo particolare degli ultimissimi tempi.
Nell’immaginario popolare l’Apocalisse è il libro del terrore e della paura. In realtà, è il libro che contiene il messaggio più forte ed elevato di speranza. Esso offre fondati motivi di speranza proprio in una situazione che sembra ormai definitivamente soggetta alle forze del male. L’Agnello di cui parla l’Apocalisse (cfr cap. 5), poi cavallo vincente, rimane l’anima della storia. E’ questo il fondamento della speranza cristiana.



2. Parrocchia: Il verbo greco paraoikein significa sia “abitare accanto”,  sia “abitare come forestieri” in una città; con questo significato appare nei primi documenti cristiani e indica la comunità locale (I lettera di Clemente Romano ai Corinti, fine I sec.). Fino al III secolo il termine comporta il duplice significato di assemblea locale e di estraneità nei confronti del mondo (valenza escatologica). Dal VI secolo in poi la parola ‘parrocchia’ acquisisce il significato attuale.


3. Antonio Rosmini (nato il 25 marzo 1797 a Rovereto, morto il 1° luglio 1855 a Stresa), fu prete e filosofo del XIX secolo. E’ stato proclamato beato il 18 novembre 2007 da Benedetto XVI.
Antonio Rosmini apparteneva ad una famiglia della nobiltà, entrò in seminario e dopo gli studi a Pavia e a Padova, è stato ordinato prete il 21 aprile 1821. Nel 1828, fondò la Congregazione religiosa, l’Istituto della Carità (chiamato comunemente Rosminiani). I membri possono essere preti o laici e si consacrano alla predicazione, all’educazione dei giovani e alle opere di carità, sia materiali che morali e intellettuali. Sono impiantati in Italia, Gran Bretagna, Irlanda, Francia e America.

venerdì 9 novembre 2012

XXXII Domenica del Tempo Ordinario – Anno B- 11 novembre 2012.

Rito Romano
1 Re 17, 10-16; Sal.145; Eb 9, 24-28; Mc 12, 38-44 
Lietamente diamo tutto e riceveremo di più nella gioia.

Rito Ambrosiano
Solennità di Nostro Signore Gesù Cristo, Re dell’Universo
Is 49,1-7; Sal 21; Fil 2,5-11; Lc 23,36-43
Dal legno della Croce regna il Signore.


1) Il Regno di Dio non ha prezzo, però esso vale tutto ciò che uno possiede (S. Leone Magno, Sermone 32,2)
Delle due donne, di cui si parla nella prima lettura e nel vangelo, sappiamo che sono vedove e quindi senza un sicuro sostentamento né umano né economico, ma che hanno due caratteristiche, che ogni credente dovrebbe avere: abbandono totale a Dio, come ben si vede nella disponibilità piena che la prima ha di accogliere e fare quello che il profeta le chiede, e amorosa fiducia in Dio, per il quale rinunciano a ciò che serve per vivere.
Ma prima di continuare la riflessione, credo sia utile ricordare che nel cortile del Tempio di Gerusalemme, al quale avevano accesso anche le donne, erano allineate tredici ceste, in cui venivano gettate le offerte. C’erano molti ricchi che facevano sostanziose offerte, di cui il sacerdote ripeteva ad alta voce l'entità, suscitando l'ammirazione dei presenti.
Nel vangelo di oggi vediamo che c'è anche una povera vedova che offre poche monete, tutto quanto possiede. Nessun mormorio di ammirazione. Ma Gesù la scorge e richiama l'attenzione dei discepoli con parole che Lui riserva per gli insegnamenti più importanti: «In verità vi dico». Gesù ha finalmente trovato ciò che cercava: un gesto autentico. Un'autenticità garantita da due qualità: la totalità e la fede.
Quella povera, evangelica vedova non ha dato qualcosa del suo superfluo, ma tutto ciò che aveva. Donare del proprio superfluo non è ancora amare. E neppure fede. Donare, invece, fino al punto da mettere allo sbaraglio la propria vita, questa è fede.
Nella sua semplicità la vedova nel Tempio sapeva, credeva che “il Regno di Dio, invero, non ha prezzo; però esso vale tutto ciò che uno possiede. Nel caso di Zaccheo, esso valse la metà dei suoi beni, perché l’altra metà egli se la riservò per restituire il quadruplo a coloro che aveva defraudato (Lc 19,8); nel caso di Pietro e Andrea, valse le reti e la barca (Mt 4,20); per la vedova, valse solo due spiccioli (Lc 21,2); per un altro, sarà valso magari un semplice bicchiere d’acqua fresca (Mt 10,42)” (Ibid). Quindi, il Regno di Dio vale tutto quello che uno possiede.
      E se non abbiamo niente? “Supponiamo però di non avere neppure un bicchiere d’acqua fresca da dare al povero Cristo; ebbene, anche in questo caso ci aiuta la Parola di Dio. Alla nascita del Redentore, si mostrarono gli Angeli, cittadini del cielo, cantando: "Gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace in terra agli uomini di buon volere" (Lc 2,14). Davanti a Dio, la nostra mano non è sprovvista di doni, se l’arca del cuore è piena di buona volontà. Ecco perché il Salmista dice: ‘In me sono, o Dio, i voti che ti rendo, a te si levano le mie lodi (Ps 55,12)” (Ibid.).
A parte il fatto che Dio non ha bisogno di niente e che pure le ricchezze, che eventualmente abbiamo, è Lui che le ha create e donate, dobbiamo essere certi che Dio non si “alimenta” con i nostri doni, ma è commosso dall’offerta del nostro cuore.

2) Dio non pesa la quantità, ma il cuore.
A questo riguardo Paolino da Nola scrisse: “Il Signor nostro, il solo buono, come il solo Dio, non vuol ricevere per un calcolo di avarizia, ma per generosità di affetto. Che cosa manca, infatti, a colui che dà tutte le cose? O che cosa non possiede, colui che è padrone dei possidenti? Tutti i ricchi sono nelle sue mani, ma la sua immensa giustizia e bontà vuole che gli si faccia dono dei suoi stessi doni, per avere ancora un titolo di misericordia verso di te, perché è buono. E davvero ti prepari lui un merito di cui tu sia degno, perché egli è giusto! (Epist., 34, 2).
Chi riesce ad esercitare veramente e continuamente la virtù della povertà evangelica crea in se stesso un “vuoto”, cioè quella disposizione spirituale necessaria ed indispensabile per rendersi idoneo e capace di amare Dio veramente come Lui vuole essere amato e si incammina così sulla via della santità.

In tale situazione l’anima pone tutta la sua fiducia e la sua speranza in Dio; si rende padrona di se stessa; si libera dalle angustie di questo mondo, ottenendo quel grado di pace e di serenità più alto che si può ottenere in terra. Ecco perché Gesù ci ha detto: «Beati i poveri in spirito, poiché di essi è il regno dei cieli» (Mt. 5,3). Ecco perché S. Francesco d’Assisi, che aveva capito bene il richiamo di Gesù, si è distaccato da tutto e da tutti e ha sposato «Madonna Povertà».
Povertà di spirito è un “vuoto” che solo l’Infinito può colmare. I poveri di spirito più che una categoria di uomini è un modo di essere uomini o, meglio ancora, il modo di essere figli di Dio.
Mi spiego con un esempio, che prendo dalla vita di San Francesco d’Assisi. Questo santo, prima di convertirsi, spendeva in feste con gli amici i soldi del padre, Bernardone, che era un ricco mercante. Quando comincio a vivere con altri amici, che con lui seguivano il Vangelo come regola, viveva poveramente. Suo padre Bernardone, preoccupato di questo cambiamento del figlio ed anche preoccupato che “usasse male” , per i poveri, i soldi di famiglia, fa ricorso all’autorità della Chiesa. Così davanti al Vescovo chiede a Francesco di scegliere tra la famiglia “vecchia” e quella “nuova”, evangelica. Se non fosse tornato a casa, Francesco avrebbe dovuto ridare a papà Bernardone le sue ricchezze. Francesco senza esitazione restituì al padre anche il vestito. Il Vescovo allora coprì con il suo mantello il nudo Francesco. Secondo me, il Santo di Assisi non fece una pura e semplice rinuncia di beni materiali: con quel gesto scelse Dio come Padre e la Chiesa come madre, e sposando “Madonna Povertà” divenne il santo della letizia.
A questo riguardo per le Vergini consacrate il Rituale di consacrazione fa pregare così: “Dio sempre fedele, sii la loro fierezza, la loro gioia e il loro amore; sii per loro consolazione, luce e soccorso, nella povertà la loro ricchezza, nella privazione il loro nutrimento, nella malattia, la loro guarigione… In te, esse possiedono tutto, perché è te che loro preferiscono a tutto” (n. 24). E il Beato Giovanni Paolo II sempre riguardo alla povertà delle persone consacrate scrisse: “In realtà, prima ancora di essere un servizio per i poveri, la povertà evangelica è un valore in se stessa, in quanto richiama la prima delle Beatitudini nell'imitazione di Cristo povero. Il suo primo senso, infatti, è testimoniare Dio come vera ricchezza del cuore umano. Ma proprio per questo essa contesta con forza l'idolatria di mammona, proponendosi come appello profetico nei confronti di una società che, in tante parti del mondo benestante, rischia di perdere il senso della misura e il significato stesso delle cose. Per questo, oggi più che in altre epoche, il suo richiamo trova attenzione anche tra coloro che, consci della limitatezza delle risorse del pianeta, invocano il rispetto e la salvaguardia del creato mediante la riduzione dei consumi, la sobrietà, l'imposizione di un doveroso freno ai propri desideri. Alle persone consacrate è chiesta dunque una rinnovata e vigorosa testimonianza evangelica di abnegazione e di sobrietà, in uno stile di vita fraterna ispirata a criteri di semplicità e di ospitalità, anche come esempio per quanti rimangono indifferenti di fronte alle necessità del prossimo.” (Vita consacrata, 25 marzo 1996, n. 90)


3) Dio ama chi dona con gioia.
Un altro esempio di persona che ha dato tutto è Madre Teresa di Calcutta, una donna il cui volto aveva la freschezza e la pace di quelli a cui la povertà ha insegnato che non hanno niente da difendere. Lei amava ripetere: “La povertà è amore prima di essere rinuncia. Per amare occorre donare. Per donare è necessario essere liberi dall’egoismo”. Ogni volta che ho avuto la fortuna di incontrare Madre Teresa l’ho vista lieta, perché libera. Viveva la libertà della povertà, non tanto perché non aveva beni materiali, ma perché mendicava l’amore di Cristo nella preghiera e nella condivisione. Stare accanto a lei era come essere davanti ad una finestra aperta sul cielo, vederla in attività si intuiva che prestava le sue mani a Dio per soccorrere i più poveri dei poveri.
Il Beato Giovanni Paolo II scrisse: “La povertà confessa che Dio è l'unica vera ricchezza dell'uomo. Vissuta sull'esempio di Cristo che «da ricco che era, si è fatto povero» (2 Cor 8, 9), diventa espressione del dono totale di sé che le tre Persone divine reciprocamente si fanno. È dono che trabocca nella creazione e si manifesta pienamente nell'Incarnazione del Verbo e nella sua morte redentrice” (Esortazione Ap. Post-Sinodale Vita Consacrata, n 21).
Si possiede veramente la povertà evangelica quando si considerano i beni di questo mondo «un nulla, una spazzatura», come dice S. Paolo, oppure si valutano solo in quanto possono diventare strumenti utili per conseguire i beni celesti: si ritengono mezzo per raggiungere il Signore: “Ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero come spazzatura, al fine di guadagnare Cristo” (Fil. 3,8).

Comunque, noi saremo come le vedove di cui parlano le letture bibliche di oggi, se doneremo con gioia quello che siamo capaci di dare, poco o tanto che sia. “Dio ama chi dona con gioia, dona di più colui che dona con gioia” (Madre Teresa di Calcutta).
Per fare così, basterà recitare spesso il Magnificat, ricordandoci che quando doniamo qualcosa ai poveri “prestiamo” a Dio quello che abbiamo ricevuto da Lui: “Che cos’hai che non abbia ricevuto?” (1 Cor 4,7).

4) Cristo Re sul povero trono della Croce.
La liturgia ambrosiana ha sei domeniche di Avvento, quindi oggi essa celebra l’ultima festa dell’anno liturgico che è dedicata a Cristo Re.
Ecco due brevi pensieri per legare questa festa alla meditazione domenicale “romana”: Cristo è Re non perché domina con un potere che fa paura, ma perché regge l’universo sulla Croce, segno “povero” del suo immenso amore per noi.
Portiamo la nostra croce quotidiana, coscienti che essa è un frammento di quella di Cristo. Facciamo spesso il segno di Croce, consapevoli che ogni benedizione è sempre legata a questo segno che i sacerdoti fanno sul popolo di Dio e poi devotamente preghiamo come faceva Madre Teresa di Calcutta:
Gloria
al Padre - Preghiera
e al
Figlio – Povertà
e allo
Spirito Santo – Amore per le Anime
Amen – Maria.