venerdì 24 dicembre 2021

L’umanità di Cristo è la nostra felicità (S.T. III q. 9 a. 2.), oggi e sempre.

 

Is 9,1-6; Sal 95; Tt 2,11-14; Lc 2,1-14

Messa di Mezzanotte

25 dicembre 2021



Premessa.

Con la Messa della Notte, la liturgia ci introduce nel grande Mistero dell’Incarnazione. Il Natale, infatti, non è un semplice anniversario della nascita di Gesù. E’ anche questo, ma è di più, è celebrare un Mistero che ha segnato e continua a segnare la storia dell’uomo: Dio stesso è venuto ad abitare in mezzo a noi (cfr Gv 1,14), si è fatto uno di noi. E’ un Mistero che interessa la nostra fede e la nostra esistenza: un Mistero che viviamo concretamente nelle celebrazioni liturgiche, in particolare nella Santa Messa.

Tuttavia, in molti nascono queste domande: “Come è possibile che io viva adesso questo evento così lontano nel tempo? Come posso prendere parte fruttuosamente alla nascita del Figlio di Dio avvenuta più di duemila anni fa?”.

Il ritornello al Salmo Responsoriale della Messa di questa Notte ci fare ripetere varie volte:: Oggi è nato per noi il Salvatore. Questo avverbio di tempo, «oggi», ricorre più volte in tutte le celebrazioni natalizie ed è riferito all’evento della nascita di Gesù e alla salvezza che l’Incarnazione del Figlio di Dio viene a portare. Nella Liturgia tale avvenimento oltrepassa i limiti dello spazio e del tempo e diventa attuale, presente; il suo effetto perdura, pur nello scorrere dei giorni, degli anni e dei secoli. Indicando che Gesù nasce «oggi», la Liturgia non usa una frase senza senso, ma sottolinea che questa Nascita investe e permea tutta la storia, rimane una realtà anche oggi alla quale possiamo arrivare proprio nella liturgia. A noi credenti la celebrazione del Natale rinnova la certezza che Dio è realmente presente con noi, ancora “carne” e non solo lontano: pur essendo col Padre è vicino a noi. Dio, in quel Bambino nato a Betlemme, si è avvicinato all’uomo: noi Lo possiamo incontrare adesso, in un «oggi» che non ha tramonto.

In questo Bambino Gesù, il Figlio di Dio, Dio stesso, Dio da Dio, si è fatto uomo. A Lui il Padre dice: Tu sei mio figlio. Leterno oggi di Dio è disceso nelloggi effimero del mondo e trascina il nostro oggi passeggero nelloggi perenne di Dio. Dio è così grande che può farsi piccolo. Dio è così potente che può farsi inerme e venirci incontro come bimbo indifeso, affinché noi possiamo amarlo. Dio è così buono da rinunciare al suo splendore divino e discendere nella stalla, affinché noi possiamo trovarlo e perché così la sua bontà tocchi anche noi, si comunichi a noi e continui ad operare per mezzo di noi.

Questo è Natale: “Tu sei mio figlio, io oggi ti ho generato. Dio è diventato uno di noi, affinché noi potessimo essere con Lui, diventare simili a Lui. Ha scelto come suo segno il Bimbo nel presepe: Egli è così. In questo modo impariamo a conoscerLo. E su ogni bambino rifulge qualcosa del raggio di quelloggi, della vicinanza di Dio che dobbiamo amare ed alla quale dobbiamo sottometterci - su ogni bambino, anche su quello non ancora nato.


1) Di notte, in una grotta, la Vergine Maria dà alla luce la Luce.

Il primo Natale1 di Gesù fu celebrato in grotta utilizzata come stalla, perché Dio ha voluto entrare nel mondo dal punto più basso. In questo modo nessun essere umano è più in basso di lui e, a partire da chi è più in basso, tutti sono raggiunti dal Suo abbraccio di luce, di amore e di pace. Sì, il Figlio di Dio nasce per noi in una stalla a Betlemme. Lui, che è luce pura, splendore della verità e dell’amore, comincia a splendere in un umile, povera, vera stalla. Il primo luogo dove il Figlio di Dio fatto Uomo è accolto è dove l’uomo mette gli animali. Una stalla con paglia e fieno e con l’odore acre e sgradevole che tanto esprime la nostra piccolezza di fronte alla grandezza di Dio. Un Dio che non ha paura di farsi avvolgere da quegli odori e che accoglie ogni uomo nella sua debolezza e fragilità. Questa stalla reale diventa un’abitazione regale, dove il neonato Re dei re è accolto. Questo piccolo, che è armato della sua Innocenza, è deposto nella mangiatoia, segno del destino di questo Bambino che si fa pane per essere mangiato dagli uomini.

Andiamo anche noi con la mente e con il cuore a Betlemme (che vuol dire Casa del Pane). Questo bambino è stato “messo” in una mangiatoia. Mi pare che questo segno abbia anche questo significato: Gesù neonato “mette” fra noi la presenza delicata e pacificante di Dio, perché Lui è il Dio fra noi, Lui è l’Emmanuele, , il “Dio con noi” per sempre.

E’ un bambino avvolto in fasce, che non può fare niente. E’ un infante (=non parlante), che non può dire niente: “può” solamente essere presente. Non è un’utopia, è una presenza, che porta la pace senza imporla con le armi: questo Bambino è Dio potente, ma disarmato.

E’ pacificante e disarmato il Figlio di Dio: Gesù (che vuol dire Dio salva) ci salva per mezzo della sua mitezza e umiltà, che il mistero del suo Natale in una stalla esprime molto bene.

E’ nostro Fratello: “Gesù neonato è nostro fratello di sangue” (Card. Albert Vanhoye, S.I.), dunque, la sua presenza è una presenza fraterna. Gesù ci dona questa presenza fraterna, che ci riconcilia con la nostra modesta esistenza quotidiana e ci riconcilia con gli altri. Investire in fraternità è l’unico investimento che produce una vera crescita umana.

E così il sogno utopico dell’umanità cominciato nel Paradiso terrestre - quello di voler essere come Dio, di potere tutto e di non morire - si realizza in modo inaspettato non per la grandezza dell’uomo che non può farsi Dio, ma per l’umiltà di Dio che scende e così entra in noi nella sua umiltà e ci eleva alla vera grandezza del suo essere.

Nel silenzio della notte, lontano dai rumori e dalle luci della mondanità, raccogliamoci per scorgere la luce della salvezza che inizia. Con le orecchie del cuore ascoltiamo l’invito degli angeli a riconoscere che il nostro Dio è Luce vera e Vita d’Amore e vuole indicarci la sua Via per raggiungerla. Allora anche noi ci uniremo al canto degli Angeli: “Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini, che egli ama”.


2)Scossi dalla luce e dal canto degli Angeli.

La notte del primo Natale fu illuminata da luce e canti. Ma prima che ciò accadesse, per Maria e Giuseppe dovette certamente comportare turbamento e insicurezza il fatto di trascorrere la notte a Betlemme, cittadina periferica dell’Impero romano, in una grotta-stalla, perché non c’era posto nell’albergo. Ma è corretto pensare che tali sentimenti siano scomparsi man mano che cresceva in loro la gioia portata dal Bambino Gesù, che si trovavano ad accogliere in un luogo così povero e periferico.

Scossi dalla luce e dal canto angelico, anche i pastori furono sorpresi dalla gioia. Quella notte che deve essere stata di sorpresa e turbamento divenne notte di luce, di gioia e contentezza inesprimibili, quando arrivarono trafelati alla mangiatoia. Hanno dato ascolto all’annuncio degli angeli non per ubbidire a un comando, ma per esigenza di infinito del loro cuore. Il cielo e la terra finalmente si incontrano.

Raggiunta la grotta, i pastori videro il Bambino e credettero. Lo guardano con gli occhi e contemplarono con il cuore puro, semplice e povero, è così seppero riconoscere negli occhi del Neonato quelli di Dio, nella Sua fame quella di Dio, nella Sue manine tese le mani tese di Dio verso di loro. E perciò i pastori fecero festa perché era loro “apparsa la grazia di Dio, apportatrice di salvezza per tutti gli uomini, che ci insegna a rinnegare l'empietà e i desideri umani e a vivere con sobrietà, pietà e giustizia in questo mondo, nell'attesa della beata speranza e della manifestazione della gloria del nuovo grande Dio e Salvatore Gesù Cristo” (Tito 2, 11-14).

Anche noi siamo invitati a fare festa e che ogni nostra festa provi ad assomigliare a quella festa i cui i pastori, uomini semplici e poveri, si sono rallegrati con Giuseppe e Maria per la nascita di quel bambino che è venuto a portare la gioia e la pace nel mondo. La luce festosa del Bambino non sta semplicemente davanti a loro ma li avvolge, entra nella loro vita, essi accolgono quell’annuncio che non è per loro soli, ma è una luce che è per tutto il popolo. Custodi di un gregge ora sono custodi di un mistero da conoscere e poi irradiare a tutti. Imitiamoli.

Come imitarli ci è detto dalle letture della Messa della Notte, citate all’inizio. I testi sacri della liturgia ci dicono che quando si ascolta la Parola e la si accoglie come hanno fatto la Madonna, Giuseppe e i pastori, la fede ci fa camminare nelle tenebre. Se questa Parola poi è calata nella nostra vita, essa ci fa muovere come accadde la notte del primo Natale. Questo cammino si trasforma in un incontro che nella notte di Natale diventa vero, perché il Verbo si è fatto carne, ma non come possiamo immaginare noi, ma in un bambino piccolo e fragile che deve crescere.

Il brano di Isaia ci parla di una grande “luce”, che è scesa sulla terra. Il Profeta ci presenta la figura di un liberatore che reca con sé i doni della luce, della gioia e della liberazione, per un popolo che è nelle tenebre e non ha più speranza. Finalmente quella luce è arrivata: è nato il figlio di Dio, Gesù, venuto a portare la gioia e la pace, che devono nascere in primo luogo nel nostro cuore per poi propagarsi a tutti quelli che incontriamo ogni giorno in famiglia, negli ambienti di lavoro, nelle nostre comunità, nella Chiesa.

Dio, che si è fatto come noi per farci come lui, ci offre questo bambino che è fratello nostro; noi dobbiamo riconoscerlo, amarlo, curarlo, sostenerlo e lasciarlo tra noi e in noi. Oggi il Verbo si fa carne per aiutarci a crescere ogni giorno.

Colui che nel prologo del suo Vangelo San Giovanni chiama in greco “O Logos” – tradotto in latino “Verbum” e in italiano “il Verbo” - significa anche “il Senso”. Quindi potremmo intendere l’espressione di Giovanni così: il “Senso eterno” del mondo si è fatto tangibile ai nostri sensi e alla nostra intelligenza: ora possiamo toccarlo e contemplarlo” (Benedetto XVI). Il “Senso o Significato” si è fatto carne. Non si tratta di un’idea per spiegare il mondo, è “Parola” rivolta a noi. E’ la Parola che dà la vita, che è la vita. E’ la comunicazione fatta ad ogni essere di qualcosa della vita di Dio. Non è un linguaggio morto e sclerotizzato, un ordine stabilito una volta per tutte come l’ordine di un cimitero. E’ una Persona che si interessa di ogni singola persona: è il Figlio del Dio vivo, che si è fatto uomo a Betlemme e che per tutti gli essere umani è luce, luce d’amore, d’amore misericordioso e di gioia.

Apriamo gli occhi a questa luce e cerchiamo di portarle nel mondo ai nostri fratelli e sorelle in umanità, mettendo tutta la nostra vita sotto il segno della misericordia e della fedeltà.

Le Vergini consacrate nel mondo sono speciali testimoni di questa vita vissuta sotto il segno della misericordia e della fedeltà. Queste donne hanno consacrato se stesse perché sanno che l’amore di Cristo, loro Sposo, è ricco di inesauribile fedeltà e misericordia.

Misericordia cioè perdono e giustizia che ricrea il cuore dell’essere umano e lo rende capace di donare gratuitamente.

Fedeltà, cioè impegno perseverante e incondizionato. Dio si è donato una volta per tutte nella sua Parola. Consacrazione verginale e donarsi completamente e solamente alla sua Parola, impegnarsi verso Colui che si è impegnato verso di noi senza ripensamenti. Ciò implica essere fedeli, perseveranti, tenaci in tutto, sapendo che la fedeltà umana ha il suo nido nel cuore di Dio.

Essere vergini consacrate vuol dire essere segno della misericordia e della fedeltà, essere “luogo” di misericordia dove vita di Cristo donata genera vita qui sulla terra e per l’eternità.


1 Siamo nel tempo liturgico del Natale, che inizia la sera del 24 dicembre con la vigilia e si conclude con la celebrazione del Battesimo del Signore. L’arco dei giorni è breve, ma denso di celebrazioni e di misteri e si raccoglie tutto intorno alle due grandi solennità del Signore: Natale ed Epifania. Possiamo quasi dire che nella festa del Natale si sottolinea il nascondimento di Dio nell’umiltà della condizione umana, nel Bambino di Betlemme. Nell’Epifania, invece, si evidenzia il suo manifestarsi, l’apparire di Dio attraverso questa stessa umanità.



Letture Patristiche

Basilio di Cesarea

Epist. 234, 2

La conoscenza di Dio


       «Ma, dice, se ignori la sua essenza (di Dio), ignori lui». Tu però controbatti: «Se dici di conoscere l’essenza, non conosci lui». Infatti, chi, morso da un cane rabbioso, vede il cane nel bicchiere, non vede meglio di quelli che sono sani; ma proprio per questo è degno di compassione, in quanto crede di vedere ciò che non vede. Non ammirarlo dunque per ciò che promette, ma stimalo degno di pietà per la sua follia. Pertanto, abbi certo che la frase: «Se ignori l’essenza di Dio, veneri ciò che ignori», è di gente che vuol scherzare. Io invece so che esiste: quale ne sia poi l’essenza, la ritengo cosa al di sopra dell’intelligenza. Come mi salvo dunque? Attraverso la fede? La fede basta a farci sapere che Dio c’è, non a dirci cosa egli sia; e che egli ricompensa quanti lo cercano. La conoscenza dell’essenza (di Dio) consiste dunque nella considerazione che non possiamo comprenderlo. Veneriamo ciò di cui sappiamo non quale sia l’essenza, ma che questa essenza esiste.


 

Leone Magno

Sermoni, 21

Cristo potenza e sapienza di Dio


       Il Verbo di Dio, dunque, Dio, Figlio di Dio che "era all’inizio presso Dio e per mezzo di cui tutto è stato fatto e senza di lui nulla è stato fatto" (Jn 1,2-3), si è fatto uomo, per liberare l’uomo dalla morte eterna; e si abbassò ad accettare la nostra umiltà, senza diminuire la sua maestà, in modo che restando quello che era e assumendo quello che non era, unì in sé una vera natura di servo alla natura sua, nella quale è identico a Dio Padre. Le unì con un legame tanto stretto, che la gloria non consumò la natura inferiore né l’assunzione diminuì la natura superiore. Restando integra ogni proprietà di ambedue le nature e convenendo in un’unica persona, dalla maestà viene assunta l’umiltà, dalla forza l’infermità, dall’eternità la mortalità; e per cancellare il debito della nostra condizione, la natura passibile si è unita alla natura inviolabile: il Dio vero e l’uomo vero sono presenti nell’unico Signore; così, come richiedeva la nostra redenzione, l’unico e identico mediatore tra Dio e l’uomo poté morire per l’uno e risorgere per l’altro. A buon merito dunque il parto salutare non recò corruzione all’integrità verginale: preservò il pudore e propagò la verità. Una tale nascita si convenne a Cristo, potenza di Dio e sapienza di Dio: per essa, fu simile a noi nell’umanità e tanto superiore a noi nella divinità. Se infatti non fosse stato vero Dio, non avrebbe portato a noi rimedio; se non fosse stato uomo vero, non ci avrebbe dato l’esempio. Per questo gli angeli, esultando, alla nascita del Signore cantano: "Gloria a Dio nel più alto dei cieli" mentre si annuncia "sulla terra pace agli uomini di buona volontà" (Lc 2,14). Vedono infatti che con le genti di tutto il mondo vien costruita la celeste Gerusalemme; e di questa ineffabile opera della divina bontà, quanto deve rallegrarsi l’umiltà degli uomini, dato che tanto gode la sublimità degli angeli?


       Perciò, carissimi, rendiamo grazie a Dio Padre, per mezzo del suo Figlio nello Spirito Santo, che per la sua grande misericordia con cui ci amò ha avuto pietà di noi ed "essendo noi morti al peccato, ci vivificò in Cristo" (Ep 2,5), affinché fossimo in lui una nuova creatura, una nuova struttura (Ep 2,10). Spogliamoci dunque del vecchio uomo con le sue azioni (Ep 4,22 Col 3,8) e, partecipi della nascita di Cristo, rinunciamo alle opere della carne.


       Riconosci o cristiano la tua dignità e, consorte ormai della divina natura, non tornare alla bassezza della tua vita antecedente, depravata. Ricordati di quale capo e di quale corpo tu sei membro. Rammenta che sei stato strappato dal potere delle tenebre e sei stato trasferito nella luce e nel regno di Dio. Col sacramento del battesimo sei diventato tempio dello Spirito Santo (1Co 3,16): non cacciare da te con le azioni cattive un ospite tanto degno e non assoggettarti di nuovo alla schiavitù del demonio: il tuo prezzo è il sangue di Cristo. Ti giudicherà nella verità, come ti ha redento per misericordia, egli, che con il Padre e lo Spirito Santo regna nei secoli dei secoli.


      

Agostino

In Ioan. 15, 19

Dio luce della mente


       Dunque, fratelli miei, avere l’anima, e non avere l’intelligenza - cioè non farne uso né vivere secondo essa -significa vivere da bestie. C’è in noi qualcosa di bestiale, in effetti, per il quale viviamo nella carne: ma l’intelletto deve governarlo. L’intelletto, infatti, governa dall’alto i moti dell’anima che si muove secondo la carne e brama effondersi senza freno nei piaceri carnali. A chi dev’essere dato il nome di marito? A colui che governa, o a colui che è governato? Senza alcun dubbio, quando la vita è ben ordinata, l’anima è governata dall’intelletto, che appartiene all’anima stessa. L’intelletto non è infatti qualcosa di diverso dall’anima; esso è qualcosa dell’anima; come l’occhio non è qualcosa di altro dalla carne, ma è qualcosa della carne. Ma pur essendo l’occhio qualcosa della carne, esso solo gioisce della luce; le altre membra del corpo possono esser inondate dalla luce, ma non possono percepirla. Soltanto l’occhio può essere inondato dalla luce e insieme gioirne. Così nella nostra anima c’è qualcosa che è chiamato intelletto. Questa parte dell’anima che è chiamata intelletto e spirito, è illuminata da una luce superiore. Questa luce superiore da cui la mente umana è illuminata, è Dio. Era la vera luce che illumina ogni uomo che viene al mondo (Jn 1,9).


sabato 18 dicembre 2021

La Verità che salva la vita incarnandosi

 

Rito Romano

4ª Domenica di Avvento -  Anno C – 19 dicembre 2021

Mi 5,1-4; Sal 79; Eb 10,5-10; Lc 1,39-45



Rito Ambrosiano

6ª Domenica di Avvento

Is 62,10-63,3b; Sal 71; Fil 4,4-9; Lc 1,26-38a

Domenica dell’Incarnazione o della Divina Maternità della Beata Vergine Maria

Premessa.

In questa ultima domenica di Avvento, il Vangelo ci racconta la visita di Maria, che porta in sé il Redentore, alla cugina Elisabetta. Nell’incontro fra queste due donne non dobbiamo riconoscervi solamente un semplice gesto di cortesia. Esso rappresenta l’incontro dell’Antico con il Nuovo Testamento. Le due donne, entrambe incinte, incarnano infatti l’attesa e l’Atteso. L’anziana Elisabetta simboleggia Israele che attende il Messia, mentre la giovane Maria porta in sé l’adempimento di tale attesa, a vantaggio di tutta l’umanità.

Nelle due donne si incontrano e riconoscono prima di tutto i frutti dei loro grembi, Giovanni e Cristo. A questo riguardo il poeta cristiano Prudenzio: «Il bambino contenuto nel grembo senile saluta, attraverso la bocca di sua madre, il Signore figlio della Vergine» (Apotheosis, 590: PL 59, 970). L’esultanza di Giovanni nel grembo di Elisabetta è il segno del compimento dell’attesa: Dio sta per visitare il suo popolo. Nell’Annunciazione l’arcangelo Gabriele aveva parlato a Maria della gravidanza di Elisabetta (cfr Lc 1,36) come prova della potenza di Dio: la sterilità, nonostante l’età avanzata, si era trasformata in fertilità.

La Madonna non porta ad Elisabetta solamente un aiuto materiale e un messaggio spirituale. Lei porta una Presenza: Il Verbo di Dio fatto carne, la Verità che salva la vita, facendosi carne e accendendo il cuore di chi la riceve con un amore verso il prossimo che muove la libertà a condividere ciò che gratuitamente si è ricevuto. Ciò facendo saremo annunciatori a tutto il mondo di questo Dio che si è fatto Figlio dell’uomo perché noi diventassimo figli di Dio.



1) Un sì di fede che si fa cammino di carità.

Dopo aver risposto “sì” all’annuncio portatole dall’angelo Gabriele, la Vergine Madre di colui che sarà chiamato “Figlio dell’Altissimo” va dalla cugina Elisabetta, che - anche se molto avanti con gli anni - attendeva un figlio. L’anziana parente non appena vede arrivare Maria, grazie al sussulto di gioia del bambino che porta in grembo, riconosce che davanti a lei vi è qualcuno di grande. Elisabetta è colmata di Spirito Santo e dà il suo benvenuto a Maria esclamando a gran voce: “Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo” (cfr Lc 1, 41-42). Benedetta1 e beata perché ha creduto nell’adempimento delle parole del Signore.

Il brano del Vangelo di oggi è centrato sulla scena dell’incontro tra la Vergine Maria e la cugina Elisabetta. Per fare questo incontro di carità la Madonna si è messa in cammino di carità mossa da uno stupore pieno di gratitudine per quanto le è accaduto e che porta nel suo grembo. È grazie ai passi della Madonna che, ancor prima di nascere, Gesù è in cammino sulle strade del mondo andando verso gli uomini. Questo cammino è esempio per il nostro “dovere” di metterci in cammino sulle strade degli uomini per portare la luce del Vangelo a quanti non lo conoscono.

L’evangelista Luca non riporta le parole di saluto, che Maria rivolge ad Elisabetta quando arriva in casa sua. Questo silenzio è denso di significato. Proprio perché senza parole, il saluto di Maria mette in primo piano la sua persona, non ciò che eventualmente ha da dire. In primo piano è la voce (cfr. Lc 1,44): non le parole di Maria hanno fatto sussultare il bambino, ma la sua voce. E’ nella voce di Maria che il bambino Giovanni percepisce la presenza del Messia atteso.

Il saluto di Maria, dunque, non è una semplice forma di cortesia, ma un’espressione di amore. Il saluto di Maria tocca tutto l’essere di Elisabetta, causando in lei il trasalimento di gioia, il sussulto di Giovanni nel grembo della madre una volta sterile. E’ un saluto che allude a quella vita nuova che è germogliata nel grembo di entrambe, e che è segno della salvezza inaugurata da Dio. Anche Elisabetta è piena di stupore per quanto le sta accadendo e per la visita del Signore portato dalla cugina Maria. Il suo è uno stupore che si fa domanda: “A che devo che la Madre del mio Signore venga a me?” A questo interrogativo la Madonna risponde intonando il suo inno di fede e di ringraziamento a Dio, il Magnificat, che si trova subito dopo il brano del Vangelo di oggi. Forse questo Cantico è nato in Maria durante il viaggio a piedi - lungo circa 150 chilometri – per arrivare fino ad Ain Karim, villaggio a 7-8 chilometri da Gerusalemme, dove abitavano Zaccaria ed Elisabetta.

Quando recitiamo il Magnificat, soprattutto la sera alla fine dei Vespri, cerchiamo di immedesimarci in Maria e di guardare alla nostra vita come lei guardava alla sua: con occhi di fede. Cerchiamo di imitare Maria, che ebbe una fede salda, una carità delicata, un’umiltà sincera e la gioia di portare Cristo al mondo.


2) Un sì umile e verginale, quindi materno.

Nel Magnificat la Madonna manifesta le due fondamentali direttrici, lungo le quali Dio agisce nella storia. Innanzitutto, la consapevolezza che la salvezza deriva unicamente dalla gratuita iniziativa di Dio e dalla sua fedeltà misericordiosa. In secondo luogo – contrariamente alla logica umana – questa salvezza si attua nella storia degli “anawim” biblici, cioè di quei fedeli che si riconoscono “poveri” non solo nel distacco da ogni idolatria della ricchezza e del potete, ma anche nell’umiltà profonda del cuore. E’ tramite i “poveri”, i puri e semplici di cuore, gli umili che Dio porta avanti il suo disegno di salvezza per l’umanità.

La Vergine Maria nel suo inno canta come l’umiltà sia gradita a Dio e come lei sia stata scelta per essere la Madre di Gesù perché umile. L’umiltà di Maria fu il terreno adatto per la realizzazione del progetto di Dio. In una bella omelia, San Bernardo di Chiaravalle mette in luce la grandezza dell’umiltà in Maria, non esitando ad attribuire ad essa – l’umiltà – un’importanza prioritaria anche di fronte alla stessa verginità.  “Bella unione – scrive l’abate di Chiaravalle – della verginità con l’umiltà. Molto piace a Dio quell’anima in cui l’umiltà da pregio alla verginità, e la verginità adorna l’umiltà… Senza umiltà oso dire che neppure la verginità di Maria sarebbe stata gradita a Dio… Se dunque Maria non fosse stata umile, non sa­rebbe disceso in lei lo Spirito Santo… È dunque chiaro che, perché essa concepisse per opera dello Spirito Santo, ‘Dio, come lei canta, ha riguardato l’umiltà della sua serva’ (Lc 1,48), piuttosto che la sua verginità. E se piacque a causa della sua verginità, concepì però per la sua umiltà. Anzi, è chiaro anche che se la verginità piacque, certamente fu in vista della sua umiltà”.

Ma l’umiltà non è fine a se stessa, è finalizzata allo splendore della carità e in Maria vi era l’unione “di un’altissima carità e di una profondissima umiltà”(San Bernardo di Chiaravalle).

Nella visitazione ad Elisabetta, Maria, “Vergine Madre, umile e alta più che creatura” (Dante), porta in grembo il Verbo fatto carne e si fa, in qualche modo, “tabernacolo” – il primo “tabernacolo” della storia – dove il Figlio di Dio, ancora invisibile agli occhi degli uomini, si concede all’adorazione di Elisabetta, quasi “irradiando” la sua luce attraverso gli occhi e la voce di Maria” (San Giovanni Paolo II, Ecclesia de Eucarestia, n. 5).

La Madonna non è tanto una creatura che sa, quanto una creatura che crede perché dotata di grazia, di fede e così diventa figura della Chiesa che, nella fede, accoglie il proprio Salvatore e lo porta nel mondo, perché l’umanità intera possa gioirne.

In questa pastorale della Visitazione, ci sono di esempio le Vergini consacrate nel mondo, che con il loro lavoro “secolare” si fanno missionarie dell'amore camminando quotidianamente con i fratelli e sorelle in umanità, che così possono avere la gioia di essere considerati e amati.


Tale interessamento è ispirato dall'amore verginale per il Signore Gesù, amato sopra ogni cosa e fatto amare. Queste donne consacrate testimoniano che il cristiano autentico trasforma in carità tutte le cose che tocca: trasforma in carità il lavoro, la vita, la preghiera, il rapporto con gli altri. Qualunque cosa il cristiano pratichi viene come rinnovata, santificata, trasformata dalla forza dell’amore

L’importante è che nella nostra preghiera il grazie umile e amoroso abbia il primato. Come ha fatto Maria che con il suo Magnificat ha detto “grazie”, annunciando il Vangelo della Gioia: la lieta notizia dell'innamoramento di Dio, che si fa carne per noi.

L’importante è che ognuno risponda con umiltà e secondo le sue capacità. Se guardiamo alla scena della Visitazione vediamo Zaccaria che risponde con la sua fatica a credere, Elisabetta che benedice, Maria che loda, Giovanni che “danza”. In vari modi ognuno di loro riconosce e porta il Signore nel mondo. Viviamo questo avvento in modo che sia pronunciata per ciascuno di noi la parola: Benedetto - Benedetta sei tu perché porti il Signore, come Maria. Allora capiremo meglio quanto dice Santo Ambrogio: “Se, secondo la carne, una sola è la madre di Cristo, secondo la fede tutte le anime generano Cristo: ognuna infatti accogli in sé il Verbo di Dio” (Esposizione del Vangelo secondo Luca, 2, 26-27).

L’importante è custodire verginalmente e alimentare la memoria di Dio, custodendola in noi stessi e cercando di risvegliarla negli altri. “E’ bello questo: fare memoria di Dio, come la Vergine Maria che, davanti all’azione meravigliosa di Dio nella sua vita, non pensa all’onore, al prestigio, alle ricchezze, non si chiude in se stessa. Al contrario, dopo aver accolto l’annuncio dell’Angelo e aver concepito il Figlio di Dio, che cosa fa? Parte, va dall’anziana parente Elisabetta, anch’essa incinta, per aiutarla; e nell’incontro con lei il suo primo atto è la memoria dell’agire di Dio, della fedeltà di Dio nella sua vita, nella storia del suo popolo, nella nostra storia: «L’anima mia magnifica il Signore … perché ha guardato l’umiltà della sua serva … di generazione in generazione la sua misericordia» (Lc 1,46.48.50). Maria ha memoria di Dio” (Papa Francesco, 29 settembre 2015).


1 Benedire nella tradizione biblica significa – in primo luogo - dire bene di qualcuno, lodare, complimentarsi e, poi, significa dire bene a qualcuno ovvero augurare. La benedizione come lode fa riferimento ad una realtà attuale, mentre la benedizione come augurio chiama in causa ed impegna il futuro. Il significato augurale della benedizione, il benedire è esercitare sovranità sulla storia di qualcuno, impegnare e decidere il futuro. L'uso ebraico utilizza spesso questo verbo “benedire” nella vita e accompagna le persone amate con il suo augurio, la sua benedizione.


Lettura Patristica

Origene

In Luc., 7, 1-6



La visita di Maria a Elisabetta


       I più buoni vanno dai meno buoni per procurare loro qualche vantaggio con la loro venuta. Così anche il Salvatore andò da Giovanni, per santificare il suo battesimo, e Maria, dopo aver udito il messaggio dell’angelo, cioè che stava per concepire il Salvatore e che la sua cugina Elisabetta era incinta, "si alzò e si recò in fretta alla montagna, ed entrò nella casa di Elisabetta" (Lc 1,39-40). Gesù, che era nel seno di lei, aveva fretta di santificare Giovanni che si trovava nel grembo della madre.


       Prima che venisse Maria per salutare Elisabetta, il fanciullo non «esultò nel seno»; ma non appena Maria ebbe pronunziata la parola che il Figlio di Dio, nel suo seno, le aveva suggerito, "esultò il fanciullo per la gioia", e da allora Gesù fece, del suo precursore, un profeta.


       Era necessario che Maria, che era quanto mai degna di essere madre del Figlio di Dio, salisse alla montagna dopo il colloquio con l’angelo, e dimorasse sulle vette. Per questo sta scritto: «In quei giorni Maria si alzò e si recò alla montagna».


       Doveva del pari, non essendo affatto pigra nel suo zelo, affrettarsi sollecitamente, e, ricolma di Spirito Santo, essere condotta sulle vette, essere protetta dalla potenza di Dio la cui ombra l’aveva già ricoperta.


       Venne dunque "in una città di Giuda, nella casa di Zaccaria e salutò Elisabetta. E accadde che quando Elisabetta udì il saluto di Maria, esultò il fanciullo nel suo seno ed ella fu ricolmata di Spirito Santo" (Lc 1,39-41).


       Non v’è perciò alcun dubbio che colei che fu allora ricolmata di Spirito Santo, lo fu a causa di suo figlio. Non fu infatti la madre a meritare per prima lo Spirito Santo; ma quando Giovanni, ancora chiuso nel seno materno, ebbe ricevuto lo Spirito Santo, Elisabetta, a sua volta, dopo la santificazione del figlio, «fu ricolmata di Spirito Santo». Potrai accettare questa verità quando saprai che qualcosa di simile è accaduto per il Salvatore. Si legge, come abbiamo trovato in molti esemplari, che la beata Maria ha profetato. Ma non ignoriamo che, secondo altri codici, fu Elisabetta a pronunziare anche queste parole profetiche. Maria fu dunque ricolmata di Spirito Santo dal momento in cui cominciò ad avere nel seno il Salvatore. Non appena ricevette lo Spirito Santo, creatore del corpo del Signore e il Figlio di Dio cominciò a vivere in lei, anche Maria fu ricolmata di Spirito Santo.


       Orbene, esultò il fanciullo nel seno di Elisabetta ed ella, ricolmata di Spirito Santo, "gridò a grande voce e disse: Tu sei benedetta tra le donne" (Lc 1,42). A questo punto, per evitare che gli spiriti semplici siano ingannati, dobbiamo confutare le abituali obiezioni degli eretici. Di fatto io non so chi si è abbandonato ad una tale follia da affermare che Maria fu rinnegata dal Salvatore, per essersi unita, dopo la nascita di lui, a Giuseppe; chi così ha parlato, risponda delle sue parole e delle sue intenzioni. Voi, se qualche volta gli eretici vi fanno una tale obiezione, dite loro per tutta risposta: proprio in quanto era stata ricolmata di Spirito Santo, Elisabetta disse: «Tu sei benedetta fra le donne». Se Maria è stata dunque dichiarata benedetta dallo Spirito Santo, in qual modo il Signore ha potuto rinnegarla? Quanto a coloro che hanno sostenuto che ella contrasse il matrimonio dopo il parto, non hanno prove per dimostrare la loro tesi; infatti i figli che erano attribuiti a Giuseppe, non erano nati da Maria, e non c’è alcun testo della Scrittura che lo affermi.


       "Benedetta tu fra le donne, e benedetto il frutto del ventre tuo. E donde a me la grazia che venga a me la madre del mio Signore?" (Lc 1,42-43). Dicendo: «Donde a me la grazia?», non mostra affatto di ignorare donde viene tale grazia, quasi che Elisabetta, ricolma di Spirito Santo, non sappia che la madre del Signore è venuta da lei obbedendo alla volontà di Dio, ma vuol dire: Che cosa ho fatto di buono? Quali grandi opere ho compiuto per cui la madre del Signore giunga fino a me? Per quale giustizia, per quali buone azioni, per quale fedeltà interiore ho meritato che la madre del mio Signore venga fino a me?


       "Ecco, appena il tuo saluto è giunto alle mie orecchie, il fanciullo ha trasalito di gioia nel mio seno" (Lc 1,44). L’anima del beato Giovanni era santa: ancora chiuso nel seno di sua madre e sul punto di venire al mondo, conosceva colui che Israele ignorava; per questo esultò, e non soltanto esultò, ma esultò nella gioia. Aveva compreso che il Signore era venuto per santificare il suo servitore, ancor prima che nascesse dal ventre materno.


       Voglia il cielo che capiti anche a me, che ho fede in tali misteri, di essere trattato da pazzo dagli increduli. I fatti stessi e la verità hanno dimostrato chiaramente che io ho creduto non ad una pazzia ma alla sapienza, perché ciò che è consideralo follia da costoro è per me motivo di salvezza.


       Se la nascita del Signore non fosse stata tutta celeste e beata, se essa non avesse avuto niente di divino e di superiore alla natura umana, la sua dottrina non si sarebbe affatto diffusa per tutta la terra. Se fosse stato soltanto un uomo colui che era nel seno di Maria, e non il Figlio di Dio, come poteva avvenire che in quel tempo ed anche ora venissero guarite non solo le più diverse malattie dei corpi, ma anche quelle delle anime? Chi di noi non è stato insensato, di noi che ora, per misericordia divina, abbiamo l’intelligenza e la conoscenza di Dio? Chi di noi non ha mancato di fede nella giustizia, di noi che ora, per mezzo di Cristo, possediamo e seguiamo la giustizia? Chi di noi non è stato nell’errore e nello sconforto, di noi che oggi, per l’avvento del Signore, non conosciamo più né esitazioni né turbamenti, ma siamo sulla via, cioè siamo in Gesù che ha detto: "Io sono la via" (Jn 14,6)?


sabato 11 dicembre 2021

La ragione della nostra gioia è il fatto che Dio ci è vicino

Rito Romano

3ª Domenica di Avvento -  Anno C – 12 dicembre 2021

Sof 3,14-18; Sal Is 12; Fil 4,4-7; Lc 3,10-18

Domenica “Gaudete”.


Rito Ambrosiano

5ª Domenica di Avvento

Is 30,18-26b; Sal 145; 2Cor 4,1-6; Gv 3,23-32a8

Il Precursore

 

1) Dio è vicino: Gioite!

Questa 3ª Domenica1 di Avvento è un invito alla gioia, perché la visita di Dio nel mondo è imminente: nell’incarnazione il Dio-Amore si avvicina.  La vicinanza di Dio non è una questione di spazio e di tempo, bensì una questione di amore: l’amore avvicina. Anche il prossimo Natale verrà a ricordarci questa verità fondamentale della nostra fede e, dinanzi al Presepe, potremo assaporare la letizia cristiana, contemplando nel neonato Gesù il volto del Dio che per amore si è fatto a noi vicino.

Fra pochi giorni Gesù, il Vangelo della Gioia, viene per abitare in mezzo a noi. Il primo che gioì di questa visita fu Giovanni il Battista, che esultò di gioia nel grembo di sua madre quando percepì la presenza del Salvatore nel grembo di Maria, che era venuta a visitare la cugina Elisabetta.

Non deve ingannarci il fatto che Giovanni il Battista conduca nel deserto una vita austera, ma non triste. E’ vero che il suo vestito è fatto peli di cammello e mangia cavallette, ma è altrettanto vero che lui annuncia la gioia di Gesù presente. Già da piccolo, Giovanni (= Dio è misericordia) aveva accolto Cristo nascente ed ebbe una gioia nascente. Da grande questo grande profeta prepara la via a Cristo e lo indica dicendo: “Ecco l’Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo”. Come si può annunciare questa lieta novella e non essere nella gioia?

Alla domanda delle varie persone, che vanno da lui per imparare a vivere una vita vera: “Maestro, che cosa dobbiamo fare?”
(Lc 3,10.12.14), potremmo dire che non solamente lui indica cosa fare, dando consigli molto pratici e profondi (lo spiegherò fra poco), ma fa sue le parole della prima e seconda lettura di oggi e risponde “...Rallegratevi …siate sempre lieti nel Signore...” (Sof 3,14; Fil 4,4), che danno la chiave di lettura al suo “vangelo” fatto di comportamenti concreti, per una conversione che tocca anche il semplice quotidiano. La vita di ogni giorno non è mai banale quando ogni nostro gesto quotidiano è fatto secondo il Vangelo. In questo caso il gesto apre una finestra sull’infinito.


2) Che fare?

Se il Profeta Sofonia (I lettura) ci invita a dire,:“sì” a Dio, nel Vangelo di oggi Giovanni il Battezzatore ci invita a dire “sì” al prossimo, rispondendo alla domanda: “Che fare?”.

Questa domanda: “Che dobbiamo fare?” è rivolta a Gesù da parte di tre categorie di persone. La prima è quella della folla, praticamente tutta la gente normale.

La seconda è quella dei pubblicani, una categoria particolare di ricchi, che avevano l’appalto delle tasse. Categoria la più odiata di tutte perché per conto dell’oppressore incassavano i soldi delle imposte e, spesso, rubavano alla gente e l’imbrogliavano.

Infine, c’è la terza categoria: i soldati, che con le armi possono ottenere tutto quello che voglio, anche ciò che momentaneamente non si può avere con il denaro.

A costoro Giovanni il Battista risponde dando tre indicazioni, che non hanno perso di attualità.

La prima: “Chi ha due tuniche, ne dia una a chi non ne ha, e chi ha da mangiare faccia lo stesso”. Detto in altre parole, siamo invitati a condividere. Se la condivisione fosse praticata costantemente la faccia della Terra sarebbe diversa. La regola principale per una ecologia umana, per il nostro abitare umanamente la Terra è quella di prenderci cura gli uni degli altri, applicando la regola d’oro: “Fai agli altri ciò che vuoi sia fatto a te”. Inoltre, non dimentichiamo che “c'è più gioia nel dare che nel ricevere” (At 20, 20) e che quindi la carità apporta molte più soddisfazioni di quanto ne precluda la chiusura egoistica.

La seconda indicazione è rivolta ai pubblicani ma vale per tutti: “Non esigete nulla di più di quanto vi è stato fissato”. E’ un consiglio così semplice da sembrare scontato. Invece è importante perché se si è onesti, non si cede alla cupidigia del denaro, che rende l’essere umano insaziabile e corruttibile, deridendo la legge, sfruttando le persone e vendendosi per il denaro da accumulare senza sosta. La strada buona indicata da Giovanni il Precursore è quella di essere onesti, tenaci e semplici in tutto, perfino nelle piccole cose.

La terza istruzione è per i soldati. A chi riveste ruoli di autorità Giovanni rivolge l’invito a non approfittare della forza per imporre la propria volontà.

Insomma, il Battista chiede concretamente a tutti di avere un comportamento onesto e rispettoso, che esprima uno spirito di fraternità e quindi di accoglienza della paternità comune di Dio.

La sua concretezza la si vede anche nell’invitare al gesto del battesimo o, come sarebbe meglio dire, dell'immersione, un gesto concreto con il quale rendere visibile a se stessi e agli altri il proprio desiderio di abbandonare il peccato e di intraprendere una nuova via per accogliere Cristo ed il Suo Regno dei Cieli.


3) Gioia e Misericordia.

Giovanni dice che “viene uno più forte di me e vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco”. Gesù è il più forte, perché è Dio, è un Dio di Amore che parla al cuore e vince con la forza del perdono. E più forte perché ha il potere della Misericordia.

Quello di Giovanni è un battesimo di penitenza, ben diverso dal sacramento che Gesù istituì. Con il Battesimo di Cristo non ci si immerge semplicemente nelle acque del Giordano per proclamare il nostro impegno di conversione, ma si effonde su di noi il sangue redentore del Cristo che ci purifica e ci salva. Grazie a Gesù nel battesimo riacquistiamo la dignità e la gioia di chiamarci ed essere realmente “figli” di Dio. La misericordia è la veste di luce che il Padre ci ha donato nel Battesimo.

Il battesimo di Giovanni - con acqua - purifica e prepara il credente al battesimo di Gesù - in Spirito Santo – che è dono radicale e assolutamente gratuito della misericordia divina che ci rende una cosa sola con Lui e in Lui.

Ricordiamoci del nostro battesimo mediante il quale siamo stati immersi nel grembo dell’Amore Misericordioso di Dio, che ci custodisce come la pupilla dei suoi occhi. Viviamo la Misericordia come “secondo battesimo”, che, come acqua, usa quelle delle nostre lacrime di peccatori pentiti.

Con il cuore purificato facciamoci cirenei e samaritani, testimoniando con le opere e con la vita donata e offerta a e con Cristo per la salvezza del mondo. La Misericordia è il nome stesso di Dio (Papa Francesco). Dalla Misericordia divina, che pacifica i cuori, scaturisce l’autentica pace nel mondo, la pace tra i popoli, culture e religioni diverse.

Le Vergini Consacrate nel mondo sono particolari “apostole” della Misericordia divina perché hanno preso sul serio l’invito di San Paolo ai Romani: “Vi esorto per la Misericordia di Dio ad offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio, è questo il vostro culto spirituale, non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a Lui gradito e perfetto (Rm 12-12). In questa offerta completa di sé, perché grazie al dono della verginità, le Vergini Consacrate nel mondo dedicano al Signore e al suo Regno tutte le loro forze di amore.

Consapevoli che il Signore, nella Sua Misericordia, le ha scelte, le ha perdonate, le ha  abbracciate e riabbracciate, portano con la preghiera e la loro vita buona la tenerezza della Misericordia alle persone che incontrano nell’esistenza quotidiana.

Grazie al dono della verginità, queste donne consacrate amano il Signore con cuore indiviso e si prendono cura del prossimo per amore di Lui, che è Misericordia infinita.

L’augurio che faccio loro in primo luogo, ma che rivolgo a tutti, è quello di diventare persone della misericordia di Dio. Rivestiti della lucente veste della misericordia, portiamo al mondo il lieto annuncio che Dio è nella gioia quando può perdonare, perché: “la gioia di Dio è perdonare” (Papa Francesco). Imitiamo “Gesù Cristo ché è venuto ad annunciare e realizzare il tempo perenne della grazia del Signore, portando ai poveri il lieto annuncio, la liberazione ai prigionieri, la vista ai ciechi e la libertà agli oppressi (cfr Lc 4,18-19). In Lui, specialmente nel suo Mistero Pasquale, il senso più profondo del giubileo trova pieno compimento. Quando in nome di Cristo la Chiesa convoca un giubileo, siamo tutti invitati a vivere uno straordinario tempo di grazia. La Chiesa stessa è chiamata ad offrire in abbondanza segni della presenza e della vicinanza di Dio, a risvegliare nei cuori la capacità di guardare all’essenziale. E’ chiamata ad essere luogo di festa e di perdono in particolare, in questo periodo dell’anno che “è il tempo per la Chiesa di ritrovare il senso della missione che il Signore le ha affidato il giorno di Pasqua: essere strumento della misericordia del Padre” (Papa Francesco, Omelia nei Primi Vespri della Domenica della Divina Misericordia, 11 aprile 2015).


1 Questa domenica, infatti è chiamata Domenica “Gaudete (=Gioite).



Lettura Patristica

Origene

In Luc., 22, 1-5



       Sta scritto di Giovanni: "Voce di colui che grida nel deserto: preparate la via al Signore, raddrizzate i suoi sentieri" (Lc 3,4 Is 40,3). Quanto segue si riferisce espressamente al nostro Signore e Salvatore. Non è infatti Giovanni che «ha colmato ogni valle», ma il nostro Signore e Salvatore. Osservi ciascuno che cosa era prima di avere la fede: si accorgerà che era una valle bassa, una valle in pendio che sprofondava negli abissi. Ma quando è venuto il Signore Gesù e ha inviato quale suo vicario lo Spirito Santo, «ogni valle è stata colmata». È stata colmata con le buone opere e i frutti dello Spirito Santo. La carità non lascia che in te resti una valle, perché, se tu possiedi la pace, la pazienza e la bontà, non soltanto cesserai di essere una valle, ma comincerai a divenire «montagna» di Dio.


       Queste parole: «Ogni valle sarà colmata», vediamo che ogni giorno si realizzano e si compiono tanto per i Gentili quanto per il popolo di Israele, che è stato rovesciato dalla sua grandezza: "ogni montagna e ogni colle sarà abbassato" (Lc 3,5 Is 40,4). Questo popolo era un giorno un monte e un colle, ed è stato abbattuto e smantellato. Ma "per il loro delitto è stata data la salvezza alle genti, per provocare la loro emulazione" (Rm 11,11).


       E per contro, non sbaglierai se vedrai in queste montagne e in queste colline abbattute le potenze nemiche che si levano contro gli uomini. Affinché infatti siano colmate le vallate di cui parliamo, dovranno essere abbattute le potenze nemiche, montagne e colline.


       Ma vediamo se si è compiuta la profezia seguente che concerne l’avvento del Cristo. Dice infatti: "E tutte le cose tortuose diverranno dritte" (Lc 3,5 Is 40,4). Ognuno di noi era tortuoso - sempreché lo sia stato allora senza esserlo ancora oggi - e, per la venuta di Cristo che si è compiuta anche nella nostra anima, tutto ciò che era tortuoso è diventato dritto. A che ti serve infatti che Cristo sia venuto un tempo nella carne, se non è venuto anche nella tua anima? Preghiamo dunque perché ogni giorno il suo avvento si compia in noi, onde possiamo dire: "Vivo, ma non più io; è Cristo che vive in me" (Ga 2,20). Se Cristo vive in Paolo e non vive in me, che vantaggio ne ho? Ma quando egli sarà venuto anche in me e io ne gioirò come ne ha gioito Paolo, anch’io potrò dire come Paolo: "Vivo, ma non più io; è Cristo che vive in me" (Ga 2,20).


       Consideriamo anche il resto di ciò che si annunzia a proposito dell’avvento del Cristo. Niente al mondo era più aspro di te. Guarda le tue passioni di un tempo, la tua ira e i tuoi altri vizi, sempreché ora siano scomparsi; e comprenderai che niente era più aspro di te, oppure, per esprimermi in un modo più chiaro, comprenderai che niente era più ingiusto di te. La tua condotta era ingiusta, ingiuste le tue parole e le tue opere. Ma è venuto il mio Signore Gesù, ha spianato le tue asperità, ha mutato in strade dritte tutto il tuo disordine, perché in te sorgesse una strada senza inciampi, un cammino dolce e puro, lungo il quale in te Dio Padre potesse procedere e Cristo Signore in te potesse fissare la sua dimora e dire: "Io e il Padre mio verremo e porremo in lui la nostra dimora" (Jn 14,23).


       Così continua: "e ogni carne vedrà la salvezza di Dio" (Lc 3,6 Is 40,5). Tu un tempo eri carne; ebbene, mentre eri carne, anzi mentre ancora sei carne, ecco il prodigio, vedi già «la salvezza di Dio».


       Quanto al significato delle parole: «ogni carne», senza che nessuna sia esclusa dalla visione «della salvezza di Dio», lo lascio comprendere a coloro che sono capaci di sondare il mistero e il cuore della Scrittura.