venerdì 15 novembre 2019

Il Vangelo non anticipa le cose ultime, svela il senso ultimo delle cose

Rito romano
XXXIII Domenica del Tempo Ordinario – Anno C – 17 novembre 2019
Ml 3, 19-20; Sal 97; 2 Ts 3, 7-12; Lc 21, 5-19
Fedeltà nell'attesa vissuta come a di Cristo
 
Rito ambrosiano
I Domenica di Avvento[1] – Anno A
Is 51, 4-8; Sal 49; 2Ts 2,1-14; Mt 24,1-31
Avvento: tempo di attesa della tenerezza di Dio. 
 
Premessa:
Alla fine dell'anno liturgico, la parola di Dio di questa penultima domenica ci fa riflettere, soprattutto nel Vangelo, sulla fine del mondo, sulla seconda e definitiva venuta di Cristo sulla terra, per giudicare i vivi e i morti. Questa venuta, da sempre è stata vista come imminente, a scadenze temporali, segnati da veggenti o altre figure che dicono di prevedere il futuro. E ciò in seguito a fatti drammatici che hanno attinenza con i fenomeni naturali, ma anche con il comportamento umano, quali le guerre, o i terremoti, di particolare attualità in questi mesi. Gesù ci mette in guardia da facili profezie che parlano della fine.
Il brano del vangelo di questa domenica, riguarda, infatti, l'inizio del discorso di Gesù sulla fine dei tempo.
Il Vangelo di Luca nell'odierna liturgia, ci dice che non c'è rapporto alcuno tra la distruzione del tempio di Gerusalemme, come si credeva da parte di giudei e cristiani suoi contemporanei, e la fine del mondo. Questo vangelo annunzia che, prima della consumazione dei secoli, i discepoli di Gesù devono andare incontro a molte persecuzioni, le quali, se superate, diventano garanzia di salvezza, perché mettono in evidenza la costanza della fede, la quale è assolutamente necessaria in ogni circostanza e momento della storia. Anche se molte cose crollano, rimanere saldi nel Signore è ciò che non delude. In effetti, Gesù ci rivela che la fine ultima del mondo non è la morte, ma è la vita.

          Il problema è capire cosa fare adesso, non sapere cosa succederà alla fine.
            Dunque, leggendo il brano del Vangelo di Luca di questa domenica (21,5-19) è facile pensare esclusivamente, o quasi, agli avvenimenti della fine del mondo che chiuderanno la storia umana: la fine del mondo, la vittoria del Signore, il giudizio ultimo. Invece lo scopo di questo dialogo di Gesù non è quello di soddisfare la curiosità di chi aspira a conoscere come sarà questo “al di là” del tempo e dello spazio, ma di illuminare il presente. L’ascolto di queste parole permette al discepolo di Cristo di “vedere” il mondo – che passa e finisce – come “segno” di una realtà che rimane per sempre. Gesù, la sua persona, la sua parola, sono la chiave interpretativa di tutta la realtà e della storia: Egli è il Figlio di Dio che si è fatto uomo, è la Parola incarnata, è la fragilità che passa, è la vita eterna che rimane, Egli è “il nuovo Tempio, [2] in nuovo luogo dove si incontra Dio” (Benedetto XVI), è l’Amore che si rivela come passione e compassione sulla Croce.
            La Croce, che grazie a Cristo non è più uno squallido legno di morte, ma uno splendido trono, che irradia l’Amore, la Croce di Gesù è il momento più intenso della rivelazione del senso di tutto ciò che esiste: è il punto più drammatico della oscurità, della fragilità, dell’assurdo non senso e pure è il momento della luce più intensa, della vita che risorge, che vince al di là della morte. La Croce di Gesù è la rivelazione che il senso finale di tutto è l’Amore: l’amore che si annienta, che muore per diventare veramente amore, che si svuota di sé per accogliere il dono più grande.
            L’Amore è il senso più vero di questo mondo che passa e che muore, per poter entrare nell’infinito dell’Amore che non passa più. Così, non sappiamo come sarà l’“oltre”, l’“al di là”, ma sappiamo che sarà la pienezza dell’amore che è già la vita del mondo nell’“al di qua”.
            Gesù invita i suoi discepoli (vale a dire: noi) a non attaccarsi alle cose che passano, a non farsi illusioni, a non crearsi idoli, ma a vivere intensamente l’“oggi” che passa incominciando a gustare l’amore che non passerà mai, e che diventerà sempre più grande. Vivere l’amore, liberare, dilatare gli spazi dell’amore, è il messaggio di Gesù attraverso il suo discorso escatologico[3]: solo l’Amore rimane per sempre.
            E’ per questo che il Redentore invita a “camminare nella carità” (espressione usata per indicare gli Esercizi spirituali prima fatti e poi scritti da S. Ignazio di Loyola e ripresa da Papa Francesco)
            Ma non dimentichiamo che la carità non è solo fare la carità ai poveri dando loro soldi o altri aiuti materiali, ma è crescere rivestiti della speranza cristiana nel vincolo dell’amore fraterno e nella fede salda (cfr 1 Gv 2,14). La via amoris dolorosa(cioè il cammino dell’amore nel dono completo di sé) che è la Via Crucis, è per il cristiano quella strada che lo porta alla piena configurazione nel Cristo. A questo riguardo Santa Chiara disse di San Francesco d’Assisi innamorato di Cristo: “Lo amò fino ad assomigliarGli fisicamente” e si chiese: “Potrò anch’io fare così?”.
            La vita di questa Santa Suora mostra che è possibile assomigliare a Cristo, se ci si mette alla sua scuola di carità., se si cammina costantemente dietro l’Amato tanto atteso. Qui intendo la parola attesa nel senso originario di “tendere a”, “essere alla ricerca di”.
          
  Quindi si “attende” il Signore:
–       cercandolo. Sulla ricerca di Dio è molto chiaro un apoftegma[4] dei Padri del deserto che dice: “Un uomo alla ricerca di Dio chiese a un cristiano: “Come posso trovare Dio?”. Il cristiano replicò: “Ora te lo mostro”. Lo portò sulla riva del mare e immerse la faccia dell’altro nell’acqua per tre volte. Poi gli chiese: “Cosa desideravi più di ogni altra cosa quando la tua faccia era nell’acqua?”. “L’aria”, replicò l’uomo che cercava Dio. “Quando desidererai Dio come hai desiderato l’aria, lo troverai”, disse il cristiano”.
–       Perseverando nel suo amore. “Come l’amore è forte nelle grandi difficoltà,così è perseverante nella grigia, noiosa vita quotidiana. Esso sa che per piacere a Dio una cosa è necessaria:Fare con grande amore le cose più piccole.” (SSuor Faustina Kowalska).
–       testimoniando la sua verità, e non fantasticando sulla vicinanza della fine del mondo.
            In questa testimonianza ci sono di esempio le Vergini Consacrate. In effetti la consacrazione verginale fa crescere in loro un atteggiamento di fiducia nei confronti del mondo, dell’umanità e uno stile di ascolto della storia e delle problematiche umane congiungendola, per consuetudini di lavoro e di vita, ad ogni uomo e donna per cui si fanno compagne di viaggio, strumenti di comunione e testimoni di amore.
      Questa donne consacrate partecipano all’opera creativa di Dio attraverso il lavoro che permette loro di provvedere al proprio sostentamento e di aprirsi alla condivisione dei beni.
         Inoltre con la loro vita danno voce all’invocazione dello Spirito e della Chiesa: “Maranathà, Vieni Signore Gesù” (Ap 22,20), tenendo viva un’attesa vigilante e profetica.[5]
       Infine le vergini consacrate richiamano il desiderio di Dio agli uomini e alle donne del proprio tempo e svelano una modalità con cui Dio oggi si fa presente nella storia e la redime.

NOTE

[1] Il tempo d’Avvento Ambrosiano comincia dai primi vespri della domenica che segue immediatamente l’11 novembre, festa di San Martino, ragione per la quale nella tradizione ambrosiana prende anche il nome di Quaresima di San Martino. Non è formato da quattro settimane, come nel Rito Romano, ma da sei settimane. Termina con le feriae de Exceptato (“ferie dell’Accolto”) che costituiscono in sostanza la novena di Natale. La domenica precedente il Natale è detta Domenica dell’Incarnazione; in essa il sacerdote veste paramenti bianchi anziché morelli. In terra ambrosiana la benedizione delle case è fatta durante questo periodo, mentre in terra “romana” si fa nel periodo pasquale.

[2] Etimologicamente, la parola “TEMPIO” discende dal latino “TEMPLUM”, a sua volta derivato da “TEM-LO”, un antico termine di radice indoeuropea che significa “tagliare”. “TEM-LO” è affine al greco “TéMNO”, avente identico significato, da cui “TéMENOS”, che significa “recinto sacro”. In sintesi, l’etimologia della parola “TEMPIO” sta a designare un’area, una porzione di spazio ritagliata dal mondo, recintata e destinata ad ospitare  una presenza sovrumana, un luogo speciale consacrato al culto di Dio.
Il Tempio è la casa di Dio. Abitando in mezzo al suo popolo, Dio si rende presente ai suoi fedeli. Nel mondo bibliico il tempio occupa il centro della vita religiosa e nazionale e gode di una forte carica simbolica. Dunque, la fine del Tempio di Gerusalemme, luogo di Dio e principio di vita, è simbolo della fine del mondo.
Il Tempio per il Cristiano è il Corpo di Cristo ed è anche la Chiesa, l’assemblea dei fedeli.  Il termine Chiesa nella lingua italiana e francese dal latino ecclesĭa, che a sua volta viene dal greco classico ἐκκλησία (ekklēsía). In greco classico, per ἐκκλησία si intendeva un’assemblea politica, militare o civile. La parole inglese “church” viene dall’antico inglese cirice, derivante dal germanico “kirik”, che a sua volta viene dal Greco κυριακή kuriakē, che vuol dire “del Signore” ” (forma possessiva di κύριος kurios “, cioè “lord”.
L’espressione è ripresa nelle parti più recenti della Bibbia detta dei Settanta (la versione in greco della Bibbia) per tradurre i termini ebraici qāhāl e ‛ēdāh, con il senso di “adunanza” del popolo ebraico, adunanza religiosa e politica allo stesso tempo. È dunque nella Bibbia dei Settanta che il termine ἐκκλησία inizia ad assumere in greco un significato specificamente “cultuale e giuridico”. Gli scrittori del Nuovo Testamento non hanno ricavato questo termine dall’uso che se ne faceva in Grecia, ma dal testo biblico dei Settanta.

[3] Escatologia, con l’aggettivo escatologico, vuol dire discorso (logos) sulle cose ultime (eschaton), quindi sulla morte e sulla vita eterna.  Circa dimensione escatologica della Chiesa si può sinteticamente dire che la Chiesa contiene in germe ciò che, attraverso il passaggio degli uomini e del cosmo, raggiungerà la piena e definitiva maturazione nella vita eterna. La visione beatificante del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo sarà il premio di chi, nella ferialità della vita quotidiana, spesso intrisa di sofferenza, ha cercato di accogliere, vivendola, la  Parola di Dio.
Nella tradizione catechistica della chiesa si utilizza il termine “novissimi” (dal latino novissima, “le cose ultime”) per indicare quattro parole chiave del destino finale dell’uomo:
 - Morte: ultima cosa che accade in questo mondo. Grazie a Cristo, la morte cristiana ha un significato positivo. “Per me il vivere è Cristo e il morire un guadagno” (Fil 1,21 ). “Non muoio, entro nella vita” (Santa Teresa del Bambino Gesù).
- Giudizio di Dio: l’ultimo giudizio che ognuno dovrà sostenere.
- Inferno: lo “stato di definitiva auto-esclusione dalla comunione con Dio e con i beati” (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1031);
- Paradiso: il sommo bene che avranno “coloro che muoiono nella grazia e nell’amicizia di Dio e che sono perfettamente purificati” (Ibid., n. 1023).

[4] Apoftegma (o apotegma, in greco αποφθεγμα) è un sostantivo di origine greca il cui significato va rintracciato in relazione ai verbi apophthénghesthai, che significa “enunciare una sentenza”, o apophtheggomai che significa “enunciare una risposta in forma definitiva”. La parola, quindi, assume il significato di “detto”, “sentenza”, “massima” e si usa per una frase o sentenza di tipo aforistico che reca in estrema sintesi una verità profonda ed al contempo stringente. In particolare l’apoftegma ha dei tratti in comune con l’aneddoto, con la sentenza e con il proverbio, pur non essendo completamente riconducibile ad alcuno di essi.

[5] A questo proposito si veda l’articolo di Maryvonne Gasse (o.v.) La femme en ligne de front. Un combat eschatologique, pp. 395-398 du livre “L’Ordre des Vierges – Une vocation ancienne et nouvelle – Don du Seigneur à son Eglise”, Imprimerie Saint Josephe 2013, pp 463.

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