venerdì 31 luglio 2015

Fede nel Pane.

Domenica XVIII del Tempo Ordinario – Anno B – 2 agosto 2015

Rito Romano
Es 16,2-4.12-15; Sal 77; Ef 4,17.20-24; Gv 6,24-35

Rito Ambrosiano
1Re 7,51-8,14; 2 Cor 6,14-7,1; Mt 21,12-16
X Domenica dopo Pentecoste

1) Pane offerto per amore.
Il Vangelo di domenica scorsa ci ha proposto il miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci. Contemplando Gesù che dà il pane a una moltitudine di persone, abbiamo imparato da Lui a condividere il cibo con compassione.
Il Vangelo di oggi ci mostra Gesù non che dà il pane, ma che si dà come Pane. Cristo è il Pane vero, che dà la vita per sempre e permette di mettere in pratica la legge della vita, che è il dono di sé: “Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la sua vita la perde e chi odia la sua vita in questo mondo la conserverà per la vita eterna” (Gv 12, 23-26). “Io sono il buon Pastore...; e offro la vita per le pecore” (Gv 10,14s).
Oggi, Gesù ci ripete l’espressione più alta della sua volontà di donazione: “Io sono il pane di vita: chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà più sete... Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna... Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda” (Gv 6, 32.35.54.55). E nella S. Messa si ripetono le più grandi parole di Gesù: “Prendete e mangiatene tutti: questo è il mio Corpo offerto in sacrificio per voi” (cfr. Mt 26,26; Lc 22,19). Dunque, la nostra esistenza cristiana, come quella di Gesù, va vissuta come offerta d’amore, che arriva fino al sacrificio completo di se stessi per servire il mondo.
A questo riguardo San Paolo scrive: “Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, ad offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio1; è questo il vostro culto spirituale. Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a Lui gradito e perfetto”  (Rm 12,18-21). Queste parole possono sembrare paradossali, perché il sacrificio esige di norma la morte della vittima. San Paolo, invece, afferma che chi si sacrifica vive e che questo modo nuovo di vivere è “il vostro culto spirituale”.
Inoltre definisce così questo nuovo modo di vivere: Con questa espressione l’Apostolo non indica sacrificio meno concreto dell’antico, anzi vuole parlare di un culto più concreto e realistico – un culto nel quale l’uomo stesso nella sua totalità di un essere dotato di ragione e di cuore, diventa adorazione, glorificazione del Dio vivente.
Con queste parole l’Apostolo delle Genti ci aiuta a capire o ad approfondire il significato e il valore dell’offerta della nostra vita a Dio, che è la base della nostra esistenza cristiana. L’esortazione a “offrire i corpi” si riferisce all’intera persona; infatti, in Rm 6, 13 San Paolo invita a “presentare voi stessi”. Del resto, l’esplicito riferimento alla dimensione fisica del cristiano coincide con l’invito a “glorificare Dio nel vostro corpo” (1 Cor 6,20): si tratta cioè di onorare Dio nella più concreta esistenza quotidiana. In effetti, offrire noi stessi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio, non vuol dire tanto soffrire o morire o fare qualcosa di particolare, quanto donare se stessi alla carità di Dio, vivere come Dio vuole, consacrare a Dio i nostri corpi, ma anche i nostri sentimenti, le persone che amiamo e il lavoro che facciamo. Vuol dire lasciar entrare Dio nella nostra vita e dare così un valore profondo a tutto ciò che facciamo.
Se vivere l’offerta vuol dire celebrare un culto spirituale, allora non potremo più vivere l’Eucaristia come qualcosa di staccato dalla nostra vita, da ciò che facciamo nella giornata. Al contrario, la nostra giornata dovrebbe essere un prolungamento dell’Eucaristia, vivendo eucaristicamente.
Come?
Dobbiamo semplicemente imparare a fare nella nostra giornata gli stessi passi che siamo chiamati a fare in ogni Eucaristia. Essa è sacrificio di comunione che permette di fare la comunione, ricevendo la presenza di Cristo in noi. Ciò implica che i nostri cuori siano aperti e che noi portiamo all’altare il “sì” del nostro amore. E’ un “sì” (= Fiat, Amen) che porta all’altare la nostra offerta e l’offerta di noi stessi all’Amore. Questo aprirci per vivere un incontro profondo, reale con Gesù nella Messa, ci permette di aprirci agli altri, di incontrare gli altri in Dio.
Il vivere il momento della consacrazione Eucaristica, ci insegna a consacrare a Dio ogni nostro lavoro, ogni incontro, ogni pensiero o progetto. Poi, il ricevere la benedizione di Dio deve risvegliare in noi la chiamata ad essere benedizione. Ognuno di noi dovrebbe saper trasmettere la benedizione alle persone, che incontriamo ogni giorno. Se riusciremo a fare questi passi nella vita quotidiana, allora sperimenteremo la bellezza dell’offrirci insieme con Gesù nella Santa Messa, e sentiremo che realmente Gesù eleva al Padre tutto quello che abbiamo vissuto e cercato di offrire nella nostra giornata.

2) Imitare l’Ostia, Pane di Vita e di Misericordia.
Se si vuole approfondire ancora un po’ l’invito di San Paolo ad offrire i nostri corpi in sacrificio gradito a Dio, possiamo meditare il passaggio di San Gregorio Palamas, che alla domanda quando viviamo questa offerta risponde: “Quando i nostri occhi hanno uno sguardo mite, e ci attirano e ci trasmettono la misericordia dall’alto. Quando le nostre orecchie sono attente agli insegnamenti divini, non solo per ascoltarli, ma per ricordarli e metterli in pratica (cfr Sal 102,18). Quando la nostra lingua, le nostre mani e i nostri piedi sono al servizio della volontà divina”.
Se poi attingiamo dal patrimonio dei teologi latini, troviamo San Tommaso d’Aquino che ci offre uno spunto molto bello per approfondire la nostra imitazione dell’Ostia: “La piccolezza dell’Ostia significa umiltà, la sua rotondità l’ubbidienza perfetta, la sua sottigliezza la sobrietà virtuosa, il suo biancore la purezza, l’assenza di lievito la benevolenza, la cottura la pazienza e la carità” (Sermone per il Corpus Domini).
E’ evidente, che quello che Gesù propone non è semplicemente una devozione al Santissimo Sacramento. Propone la vita del Figlio, che è ciò che celebriamo nel Santo Sacramento del Pane di vita. Questo Pane è segno dell’amore del Padre per tutti i figli, è segno efficace del corpo del Figlio donato a tutti i fratelli. E’ segno della nostra vita condivisa con tutti, ed è lì che vivi il pane, ed è questo il cibo che non perisce.
Per spiegare l’importanza di mangiare questo Pane di misericordia, per diventare ciò che mangiamo e per poterci offrire insieme con Gesù, è utile prendere l’esempio di ciò che accade a un bambino che ha commesso un errore e nei cui occhi domina non lui che ha rotto qualche cosa, ma la madre che lo guarda sorridendo e il padre che lo prende in braccio. Più che guardare a se stessi ed alla propria fragilità di peccatori, è più giusto guardare a Cristo che si offre a noi come Pane di Vita, ricco di misericordia. Più che guardare a noi stessi, è più giusto voltarsi verso (=con-vertirsi) Cristo, che perdona e nutre donandosi come Pane vero.
La grandezza dell’uomo, immagine di chi lo ha creato, è di essere dono. La legge dell’esistenza umana, come di quella divina, è l’amore nella sua realtà dinamica che è l’offerta, il dono di sé. Come Gesù aveva detto: “Chi vorrà salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per me, la salverà” (Lc 9, 24). Ci viene così sottolineata la paradossalità di questa legge: la felicità attraverso il sacrificio. Ma quanto più uno lo accetta, tanto più sperimenta già in questo mondo una maggiore completezza. In questo ci sono di esempio le Vergini consacrate nel mondo. Queste donne con l’offerta completa della loro vita mediante la verginità consacrata annunciano al mondo intero che Cristo può davvero colmare tutta la loro (e nostra) vita. Lui è il divino che fa fiorire l'umano. Il Pane che contiene tutto ciò che serve a mantenere la vita: amore, senso, libertà, coraggio, pace, bellezza, e a farla durare per l’eternità. Per questo il Vescovo durante la preghiera di consacrazione eleva questa invocazione: “O Dio, che ti compiaci di abitare come in un tempio nel corpo delle persone caste e prediligi le anime pure e incontaminate …Volgi lo sguardo, o Signore, su queste figlie che nelle tue mani depongono il proposito di verginità di cui sei l’ispiratore, per farne a te un’offerta devota e pura” (Rito di Consacrazione delle Vergini, n. 64).
Esse mostrano con la vita che credere è come mangiare un pane, va gustato con bocca, va custodito nell’intimo del cuore e assimilato perché si dirami per tutto l’essere. Vivendo l’imitazione di Gesù come ostie vergini mostrano che Gesù è un corpo che santifica e si trasforma in cuore, calore, energia, pensieri, sentimenti, canto. Il cristianesimo non è un corpo dottrinale, cui aggiungere sempre qualche nuova definizione dogmatica o morale, ma è una vita divina da assimilare, l’Amore da far entrare, perché giunga a maturazione l’uomo celeste che è in noi, affinché sboccino amore e libertà, nel tempo e nell’eternità.

1 San Paolo qualifica questo modo di vivere che è il sacrificio con questi tre aggettivi. Il primo dei quali – vivente – esprime una vitalità. Il secondo – santo – ricorda l’idea di una santità legata non a luoghi o ad oggetti, ma alla persona stessa dei cristiani. Il terzo – gradito a Dio – che richiama l’espressione biblica del sacrificio “in odore di soavità” (cfr. 1,13.17; ; ; ecc.).


Lettura Patristica
Agostino (+ 430),
Comment. in Ioan., 26, 2.4.10.13

      Gli dissero allora: Che dobbiamo fare per compiere le opere di Dio? Egli li aveva esortati: Procuratevi il nutrimento che non perisce, ma che dura per la vita eterna. Ed essi rispondono: Che cosa dobbiamo fare?, cioè con quali opere possiamo adempiere a questo precetto? Rispose loro Gesù: Questa è l'opera di Dio: credere in colui che egli ha mandato (Jn 6,28). Questo, dunque, significa mangiare non il cibo che perisce, ma quello che dura per la vita eterna. A che serve preparare i denti e lo stomaco? Credi, e mangerai. La fede si distingue dalle opere, come dice l'Apostolo: L'uomo viene giustificato dalla fede, senza le opere (Rm 3,28-29). Esistono opere prive della fede in Cristo, che apparentemente sono buone: in realtà non lo sono perché non sono riferite a quel fine che le rende buone: Il fine della legge è Cristo, per la giustizia di ognuno che crede (Rm 10,4). Il Signore non ha voluto distinguere la fede dalle opere, ma ha definito la fede stessa un'opera. E' fede, infatti, quella che opera mediante l'amore (Ga 5,6). E non ha detto: Questa è l'opera vostra, ma ha detto: Questa è l'opera di Dio: credere in colui che egli ha mandato: in modo che colui che si gloria si glori nel Signore (1Co 1,31). Ora, siccome egli li invitava a credere, essi cercavano ancora dei segni per credere. Guarda se non è vero che i Giudei cercano dei segni. Gli dissero: Quale segno dunque fai tu perché vediamo e possiamo crederti? Quale opera compi (Jn 6,30)? Era dunque poco essere stati nutriti con cinque pani? Essi apprezzavano questo, ma essi a quel nutrimento preferivano la manna discesa dal cielo. Eppure il Signore si dichiarava apertamente superiore a Mosè. Mosè non aveva mai osato promettere un nutrimento che non perisce, ma che dura per la vita eterna. Il Signore promette qualcosa di più di Mosè. Si, per mezzo di Mosè era stato promesso un regno, una terra in cui scorreva latte e miele, una pace temporale, abbondanza di figli, la salute del corpo e tutti gli altri beni temporali. Ma tutti questi beni temporali erano figura dei beni spirituali. Ed erano questi, in definitiva, i beni che il Vecchio Testamento prometteva all'uomo vecchio. I Giudei dunque consideravano le promesse di Mosè e quelle di Gesù. Mosè prometteva lo stomaco pieno qui in terra, ma pieno di cibo che perisce; Cristo prometteva il cibo che non perisce, ma che dura per la vita eterna. Vedevano che egli prometteva di più, ma erano tuttora incapaci di vedere che stava compiendo opere maggiori. Pensavano alle opere che Mosè aveva compiuto e pretendevano opere ancora maggiori da colui che faceva delle promesse così grandiose. Che opere fai perché ti crediamo? Se vuoi renderti conto che essi confrontavano i miracoli di Mosè con quelli di Gesù, e, al confronto, consideravano inferiori le opere di Gesù, ascolta che cosa gli dicono: I nostri padri nel deserto mangiarono la manna. Ma che cos'è la manna? Forse non ne avete la stima che merita: ... Come sta scritto: Ha dato loro da mangiare un pane del cielo (Jn 6,31 Ps 77,24). Per mezzo di Mosè i nostri padri hanno ricevuto un pane venuto dal cielo, e Mosè non ha detto loro: Procuratevi un pane che non perisce. Tu prometti un cibo che non perisce ma che dura per la vita eterna, e non compi opere simili a quelle di Mosè. Egli non ha dato pani di orzo, ma ha dato un pane venuto dal cielo.

13. Rispose loro Gesù: In verità, in verità vi dico: non Mosè vi ha dato il pane dal cielo, ma il Padre mio vi dà il vero pane che viene dal cielo. Vero pane, infatti, è quello che discende dal cielo e dà la vita al mondo (Jn 6,32-33). Vero pane è dunque quello che dà la vita al mondo; ed è quel cibo di cui poco prima ho parlato: Procuratevi il cibo che non perisce, ma che dura per la vita eterna. La manna era simbolo di questo cibo, e tutte quelle cose erano segni che si riferivano a me. Vi siete attaccati ai segni che si riferivano a me, e rifiutate me che quei segni annunciavano? Non fu Mosè a dare il pane del cielo: è Dio che lo dà. Ma quale pane? Forse la manna? No, ma il pane di cui la manna era un segno, cioè lo stesso Signore Gesù. Il Padre mio vi dà il vero pane, perché il pane di Dio è quello che discende dal cielo e dà la vita al mondo. Allora gli dissero: Signore, donaci sempre di questo pane (Jn 6,32-34). Come la Samaritana, alla quale Gesù aveva detto: Chi beve di quest'acqua, non avrà più sete, li per li aveva preso la frase in senso materiale, ma desiderosa di soddisfare un bisogno, aveva risposto: Dammi, o Signore, di quest'acqua (Jn 4,13-15), così anche questi dicono: Donaci, o Signore, di questo pane che ci ristori, e non ci manchi mai.


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