venerdì 17 luglio 2015

Insegnamento di compassione.

Domenica XVI del Tempo Ordinario – Anno B – 19 luglio 2015
Rito Romano
Ger 23,1-6; Sal 22; Ef 2,13-18; Mc 6,30-34

Rito Ambrosiano
Gdc 2, 6-17 ; Sal 105; 1Ts 2, 1-2. 4-12; Mc 10, 35-45
VIII Domenica dopo Pentecoste.

1) Compassione: partecipazione profonda alla vita dell'altro.
Coerente con il fatto di aver scelto i suoi Apostoli “perché stessero con lui e per mandarli a predicare.” (Mc 3,14 – 15), Gesù invita a stare con Lui i discepoli che tornano dal loro giro missionario perché si riposino: “Venite in disparte, in un luogo solitario, e riposatevi un po’ ” (Mc 6, 31). La missione nata dalla comunione di vita con Cristo ha bisogno di ristoro, richiede di andare in disparte per essere “soli” con Gesù, in un luogo solitario per parlare al cuore (cfr Osea 2). Questa “sosta di riposo” in disparte è usata dal Messia non solo per dare la possibilità ai suoi discepoli di recuperare le forze ma anche per introdurli ad una conoscenza più approfondita dei “misteri del regno” (cfr. Mc 4,10-11) e renderli ancora più capaci di annunziare la Parola. Qualcuno ha scritto: “Cammina per cercare gli altri, ma fermati per trovare te stesso”. E’ quanto ci viene ricordato dall’invito del Signore ai suoi discepoli. Anche con le migliori intenzioni e, persino, allo scopo di far del bene agli altri, si può smarrire se stessi. Ci si può “svuotare” al limite di non verificare più il senso e l’orientamento per cui si lavora. Se questo può succedere all'apostolo, al missionario, tanto più accade a chi si è come ingolfato nella vita attiva di tutti i giorni, la vita che porta con sé una serie di impegni e di problemi tutti all'esterno di noi.
E’ dunque indispensabile accogliere l’invito di Gesù che dice anche a noi: “Venite in disparte, con me”. Se stiamo con Gesù, impariamo da lui il cuore di Dio. In questo tempo in disparte, il Signore concede ciò che ha promesso di più prezioso, ciò che è più necessario: concede se stesso. Riempiti dalla Sua presenza possiamo ritornare tra la gente, portando con noi il cuore di Dio che fa di noi un santuario di bellezza e compassione.
Secondo me, Gesù non è preso dal dubbio di scegliere tra la stanchezza dei discepoli e la domanda della gente che cerca. Il Cristo fai riposare gli amici e risponde ai cercatori di Lui e della Sua parola. In questo modo i discepoli imparano ad essere a disposizione dell’uomo, sempre. Imparano a non appartenere a se stessi, ma al dolore e all’ansia di luce dei cercatori di Luce. Imparano da Gesù la sua semplice e divina capacità di commuoversi. Stando con Cristo, imparano da Lui il Suo sguardo che si commuove. Lo stesso tesoro che noi oggi dobbiamo salvare: la compassione, cioè il moto del cuore che muove la mano a fare.

2) Gesù formatore ed evangelizzatore.
Per capire bene i 5 versetti che compongono il brano del Vangelo di oggi è utile parlare del contesto. Il capitolo 6 di San Marco mostra un grande contrasto. Da un lato si parla del banchetto della morte, promosso da Erode con i grandi di Galilea, nel palazzo della Capitale, durante il quale viene ucciso Giovanni Battista (Mc 6,17-29). Dall'altro, il banchetto della vita, promosso da Gesù per la gente di Galilea, affamata nel deserto, in modo che non perissero lungo il cammino (Mc 6,35-44).
I cinque versetti della lettura di questa domenica (Mc 6, 30-34) sono collocati esattamente tra questi due banchetti e sottolineano due cose: 1) Gesù formatore dei discepoli e 2) Gesù annunciatore della Buona Novella che non è solo una questione di dottrina, ma di accoglienza, di bontà, di tenerezza, di disponibilità, di rivelazione dell'amore di Dio.
2.1. Formazione.
I vv 30-32 di Marco al capitolo 6 mostrano come Gesù formava i suoi amici alla responsabilità. Il Cristo coinvolgeva i discepoli nella missione e li portava in un luogo più tranquillo per poter riposare e fare una revisione (cf Lc 10,17-20). Si preoccupava della loro alimentazione e del loro riposo, poiché l’opera della missione era tale che non avevano tempo per mangiare (cf Gv 21,9-13). La formazione della "sequela di Gesù" non era in primo luogo la trasmissione di verità da imparare a memoria, bensì una comunicazione della nuova esperienza di Dio e della vita che irradiava da Gesù per i discepoli. La comunità che si formava attorno a Gesù era l’espressione di questa nuova esperienza di comunione. La formazione portava le persone ad avere altri occhi, altri atteggiamenti. Faceva nascere in loro una nuova consapevolezza nei riguardi della missione e di loro stessi. Faceva sì che mettessero i loro piedi accanto a quelli degli esclusi. Produceva la “conversione” per aver accettato la Buona Novella (Mc 1,15).
2.2. Evangelizzazione.
Poi nei vv 33-34 sempre del capitolo 6 di Marco, leggiamo che, mosso dalla compassione, Gesù cambia l' uso del suo tempo ed accoglie la gente che lo cerca.
La gente aveva intuito che Gesù era andato all'altra riva del lago, e lo seguì. Quando Gesù, scendendo dalla barca, vide quella moltitudine, rinunciò al riposo e cominciò ad insegnare. Qui appare come la gente era smarrita. Gesù rimase commosso, “perché erano come pecore senza pastore”. Queste parole ricordano il salmo del buon pastore (Sal 23). Quando Gesù vede che la gente non ha pastore, si offre come guida. Riprende ad insegnare. Guida la moltitudine che altrimenti sarebbe smarrita nel deserto della vita, e la gente poteva così cantare: “Il Signore è il mio pastore! Non manco di nulla!”.
L’annuncio della Buona Novella mostra che Gesù si muove con sollecitudine e che è spinto dalla compassione.
Cristo percorre tutta la Galilea: i villaggi, i paesi, le città (Mc 1,39). Cambia perfino la residenza e va a vivere a Cafarnao (Mc 1,21; 2,1), città crocevia di diversi cammini. E questo facilitava la divulgazione del Vangelo. E’ sempre in cammino. I discepoli vanno con lui, ovunque. Nei prati, lungo le strade, in montagna, nel deserto, in barca, nelle sinagoghe, nelle case.
Era spinto da una compassione che nasceva dalla passione per il Padre e per la gente povera ed abbandonata della sua terra. In qualsiasi luogo. dove trovava gente che lo ascoltava, parlava e trasmetteva la Buona Novella.
La gente di Galilea era impressionata dal modo di insegnare di Gesù, perché era di fronte a un insegnamento nuovo! Dato con autorevolezza! Diverso da quello degli scribi!” (Mc 1,22.27). Ciò che più faceva Gesù era insegnare (Mc 2,13; 4,1-2; 6,34). Più di quindici volte il vangelo di San Marco dice che Gesù insegnava. Ma questo Evangelista non dice quasi mai ciò che il Messia insegnava. Forse non gli interessava il contenuto? Dipende da ciò che si intende per contenuto. Insegnare non vuol dire solamente trasmettere verità che la gente doveva imparare a memoria. Il contenuto che Gesù aveva ed ha da dare non emerge solo dalle parole, ma anche nei gesti e dal modo in cui entra in rapporto con le persone. Il contenuto non è mai separato dalla persona che lo comunica.
San Marco definisce il contenuto dell'insegnamento di Gesù come “Buona Novella di Dio” (Mc 1,14). La Buona Novella che Gesù proclama viene da Dio e parla di Dio. In tutto ciò che Dio dice e fà, traspaiono i tratti del volto di Dio. Traspare l’esperienza che lui stesso ha di Dio, l’esperienza del Padre. Rivelare Dio come Padre è la fonte, il contenuto e lo scopo della Buona Novella di Gesù.
Questa lieta e buona novella deve avere in tutti i cristiani degli annunciatori. Tuttavia mi permetto di sottolineare il particolare e specifico contributo dato dalla Vergini Consacrate per portare il vangelo nel mondo. La loro consacrazione nella verginità non è fuga dal mondo, fatta per paura o disinteresse o per una deresponsabilizzazione, ma per esprimere attraverso i segni più efficaci e incisivi gli elementi che fanno parte dell'essenza stessa di ogni vita cristiana e della sequela del Signore: essere sempre pronte a lasciare tutto per il regno dei Cieli; rifiutare la logica del mondo; tendere ai beni spirituali che non passano, a cui tutti sono chiamati; affermare il primato dell'amore di Dio su tutti gli altri valori; vivere nella totale disponibilità all'ascolto del Verbo e nella lode divina; imitare Cristo stando alla sua presenza il più possibile, offrire con una esistenza che diventa servizio d'amore una realizzazione esemplare di quello che la Chiesa tutta deve essere. Come dice la preghiera di Consacrazione di San Leone Magno : “Tu...hai riservato ad alcune tue fedeli un dono particolare scaturito dalla fonte della tua misericordia. Alla luce dell’eterna sapienza hai fatto loro comprendere, che mentre rimaneva intatto il valore e l’onore delle nozze, santificate all’inizio dalla tua benedizione, secondo il tuo provvidenziale disegno, devono sorgere donne vergini che, pur rinunziando al matrimonio, aspirassero a possederne nell’intimo la realtà del mistero. Così le chiami a realizzare, al di là dell’unione coniugale, il vincolo sponsale con Cristo di cui le nozze sono immagine e segno. (RCV, n.38).


Lettura Patristica
Beda il Venerabile (+ 735)
In Evang. Marc., 2, 6, 30-34


       Ritornati gli apostoli da Gesù, gli riferirono tutte le cose che avevano fatto e insegnato (Mc 6,30).

       Gli apostoli non riferiscono al Signore soltanto ciò che essi avevano fatto e insegnato, ma, come narra Matteo, i suoi discepoli, o i discepoli di Giovanni, gli riferiscono il martirio che Giovanni ha subito mentre essi erano impegnati nell’apostolato (Mt 14,12). Continua pertanto:

       "E disse loro: «Venite voi soli in un luogo deserto a riposarvi un poco»" (Mc 6,31), con quel che segue.

       Fa così non soltanto perché essi avevano bisogno di riposo, ma anche per un motivo mistico, in quanto, abbandonata la Giudea che aveva con la sua incredulità strappato via da sé il capo della profezia, era sul punto di largire nel deserto, ai credenti di una Chiesa che non aveva sposo, il cibo della parola, simile a un banchetto fatto di pani e di pesci. Qui infatti i santi predicatori, che erano stati a lungo schiacciati dalle pesanti tribolazioni nella Giudea incredula e contestataria, trovano pace grazie alla fede che viene concessa ai gentili. E mostra che vi era necessità di concedere un po’ di riposo ai discepoli con le parole che seguono:

       "Erano infatti molti quelli che venivano e quelli che andavano; ed essi non avevano neanche il tempo di mangiare" (Mc 6,31).

       È chiara da queste parole la grande felicità di quel tempo che nasceva dalla fatica incessante dei maestri e dallo zelo amoroso dei discenti. Oh, tornasse anche ai nostri giorni tanta felicità, in modo che i ministri della parola fossero talmente assediati dalla folla dei fedeli e degli ascoltatori da non avere più nemmeno il tempo di prendersi cura del proprio corpo! Infatti, gli uomini cui è negato il tempo di prendersi cura del corpo, hanno molto meno la possibilità di dedicarsi ai desideri terreni dell’anima o della carne; anzi, coloro da cui si esige in ogni momento, a tempo opportuno e importuno, la parola della fede e il ministero della salvezza, hanno di conseguenza l’animo sempre ardentemente proteso a pensare e a compiere cose celesti, in modo che le loro azioni non contraddicano gli insegnamenti che escono dalla loro bocca.

       "E saliti sulla barca, partirono per un luogo deserto e appartato" (Mc 6,32).

       I discepoli salirono sulla barca non soli, ma dopo aver con sé il Signore, e si recarono in un luogo appartato, come chiaramente racconta l’evangelista Matteo (Mt 14,13).

       "E li videro mentre partivano e molti lo seppero e a piedi da tutte le città accorsero in quel luogo e li precedettero" (Mc 6,33)

       Dicendo che li precedettero a piedi, si deduce che i discepoli col Signore non andarono con la barca all’altra riva del mare o del Giordano ma, varcato con la barca un braccio di mare o del lago, raggiunsero una località vicina a quella stessa regione che gli abitanti del luogo potevano raggiungere anche a piedi.

       "E uscito dalla barca, Gesù vide una grande folla, e si mosse a compassione di loro, perché erano come pecore senza pastore, e prese a dare loro molti insegnamenti" (Mc 6,34).

       Matteo spiega più chiaramente in qual modo ebbe compassione di loro, dicendo: "Ebbe misericordia della folla e risanò i loro ammalati" (Mt 14,14). Questo è infatti nutrire veramente compassione dei poveri e di coloro che non hanno pastore, cioè mostrare loro la via della verità con l’insegnamento, liberarli con la guarigione dalle malattie corporali, ma anche spingerli a lodare la sublime liberalità del Signore ristorando gli affamati. Le parole seguenti di questo passo sottolineano appunto che egli fece tutto questo. Mette alla prova la fede delle folle e, dopo averla provata, la ricompensa con un degno premio. Cercando infatti la solitudine, vuol vedere se le folle vogliono o no seguirlo. Esse lo seguono e, compiendo il viaggio fino al deserto, «non su cavalcature o su carri, ma con la fatica dei loro piedi» (Girolamo), dimostrano quale pensiero essi abbiano per la loro salvezza. E Gesù, come colui che può, ed è salvatore e medico, fa intendere quanta consolazione riceva dall’amore di coloro che credono in lui, accogliendo gli stanchi, ammaestrando gli ignoranti, risanando gli infermi e ristorando gli affamati. Ma secondo il significato allegorico, molte schiere di fedeli, dopo aver abbandonato le città dell’antica vita, ed essersi liberati dall’appoggio di varie dottrine, seguono Cristo che si dirige nel deserto dei gentili. E colui che era un tempo «Dio conosciuto solo in Giudea» (Ps 75,2), dopo che i denti dei giudei sono diventati «armi e frecce, e la loro lingua una spada tagliente», viene esaltato «come Dio al di sopra dei cieli e la sua gloria si diffonde su tutta la terra»«(Ps 56,5-6).

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