martedì 23 dicembre 2014

Natale: nascita del Cuore del nostro cuore.

Stupiti dalla Luce, dalla Gioia e dalla Semplicità 1

Rito Romano e Ambrosiano: Messa della notte, dell'aurora, del giorno di Natale

  1. Il Presepe vivente: noi.
Un anonimo ha scritto: “ Il nostro corpo è il Presepe vivente nei luoghi dove siamo chiamati a vivere e a lavorare. Le nostre gambe, come quelle degli animali che hanno riscaldato Gesù la notte del Suo natale. Il nostro ventre, come quello di Maria che ha accolto e fatto crescere Gesù. Le nostre braccia. Come quelle di Giuseppe che hanno cullato, sollevato, abbracciato Gesù e per Lui hanno lavorato. La nostra voce, come quella degli angeli per lodare il Verbo che si è fatto carne. I nostri occhi, come di tutti quelli che la notte l’hanno visto nella mangiatoia. Le nostre orecchie, come quelle dei pastori che hanno ascoltato –stupefatti- il canto angelico proveniente dal cielo. La nostra intelligenza, come quella dei Re Magi che hanno seguito la stella fino alla “casa” di Gesù: la grotta. Il nostro cuore come la mangiatoia che ha accolto l’Eterno che si è fatto piccolo e povero come uno di noi”.
Andiamo dunque al presepe per diventare noi sempre più Presepe vivente che rivela l’Uomo e Dio. L’Uomo che non siamo ancora ma che siamo chiamati ad essere e Dio che non può manifestarsi che in una umanità diafana, che fa passare attraverso di essa questo Amore che è unicamente Amore.
Se andiamo al presepe è perché il Natale è il centro della Storia universale. E’ in rapporto al Natale che tutti i secoli sono contati.
Se andiamo al presepe è perché nella nascita di Cristo c’è la nostra nascita, la nostra dignità, la nostra grandezza e la nostra libertà.
Se andiamo al presepe è perché lì Dio si rivela non più come un padrone che ci domina, che rivendica dei diritti su di noi, ma come un Amore dolce, che si vuole nascondere in noi, e che non smette di aspettarci perché la “sola” cosa che può fare sempre è di amarci.

2) Natale: un fatto, non un’emozione e tantomeno una favola.
Nella Messa della notte e dell’aurora la liturgia di Natale propone la narrazione della nascita di Gesù secondo Luca (2,1-20). Nella Messa del giorno le affermazioni del prologo (introduzione) del Vangelo di San Giovanni sull’origine divina del Verbo, non sono fine a se stesse, ma necessarie per capire l’incarnazione, per capire Gesù nel suo ruolo di rivelatore. Il centro del prologo (introduzione) è l’affermazione: “La Parola è divenuta carne” (1,14).
Il racconto di San Luca inizia con un inquadramento storico: data, luogo, persone e cause prossime del fatto2.
Nella notte di questo giorno di Natale, dal ventre gentile di Maria nasce al mondo l’Amore, incarnato nella carne dell'uomo. La nascita di Gesù è un evento storico, accaduto in un tempo e in un luogo preciso. E quando questo fatto è annunciato ai pastori, questi si dicono tra di loro “Andiamo fino a Betlemme, vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere” (Lc 2,15).
I pastori di Betlemme si dicono l’un l’altro “andiamo al di là”3 a vedere il Bambino. Si tratta proprio di “attraversare” la notte ed il cuore, di andare al di là, osare il passo che va oltre, la “traversata”, con cui usciamo dalle nostre abitudini di pensiero e di vita e oltrepassiamo il mondo puramente materiale per giungere all’essenziale. 
Andare al di là significa, ultimamente, cambiare il nostro rapporto malato con il tempo e con le persone. I pastori si affrettarono. Una santa curiosità e una santa gioia li spingevano. Tra noi forse accade molto raramente che ci affrettiamo per le cose di Dio. Oggi Dio non fa parte delle realtà urgenti. Le cose di Dio, così pensiamo e diciamo, possono aspettare. Eppure Egli è la realtà più importante, l’Unico che, in ultima analisi, è veramente importante.
E, quando dopo la traversata arrivarono alla grotta, cosa videro i pastori?
Un bambino avvolto in fasce e deposto nella mangiatoia come gli Angeli avevano annunciato loro. È la meraviglia del Natale: ad essere proclamato Signore, il Principe della pace, Messia e Salvatore è un bambino che ha, come trono, una mangiatoia e, come palazzo reale, una grotta. La totale semplicità del primo presepe stupisce. Il particolare che più meraviglia è l’assenza di ogni tratto meraviglioso nella grotta. I pastori sono sì avvolti e intimoriti dalla gloria di Dio, ma il segno che ricevono dagli Angeli è semplicemente: “Troverete un bambino avvolto in fasce e deposto nella mangiatoia”. E quando giungono a Betlemme non vedono altro che “un bambino deposto nella mangiatoia”.
La meraviglia del Natale sta qui. Senza la rivelazione degli angeli non capiremmo che quel bambino deposto in una mangiatoia è il Signore. È la meraviglia del Natale: ad essere proclamato Signore, Messia e Salvatore è un bambino avvolto in fasce e deposto nella mangiatoia.
Senza il bambino deposto nella mangiatoia non capiremmo che la gloria del vero Dio è diversa dalla gloria dell’uomo. E la gloria di Dio è la vita in pace dell’uomo (cfr Sant’Ireneo): “Gloria a Dio nell’altro dei cieli e pace in terra agli uomini che Dio ama”. La pace fra gli uomini è la trascrizione terrestre di quanto avviene nel cielo. Grazie al Natale si può davvero fare nostro il canto degli angeli annuncianti che nell’alto dei cieli c’è la gloria e che in terra fra gli uomini c’è la pace. Se dunque si vuole dare gloria a Dio, occorre costruire la pace.
Immedesimiamoci nei pastori, che furono i primi adoratori del Corpo del Verbo di Dio incarnato. Andiamo da Gesù bambino con la stessa fede dei pastori, che credettero subito all’Angelo, imitiamoli nella loro generosità umile, che esercitarono offrendo il poco che avevano: “latte e panni di lana bianca”. Seguiamoli nel loro sincero amore a Cristo: quando sono dovuti tornare alle loro case ed ai loro greggi hanno lasciato il loro cuore a Betlemme. Cuore che il bambino Gesù ridonò loro arricchito di amore e così poterono camminare sulla via del vita, perché per avanzare nella vita non basta il pensiero, è l’amore che spinge in avanti, al di là.

3) “La Parola è divenuta carne” (Gv 1,14) a Betlemme.
Facendosi carne la Parola di Dio si è fatta visibile: Parola che non solo si sente, ma si vive e fa vivere. “Carne” significa anche che il Verbo non si è sottratto all'opacità della storia, ma al contrario vi è entrato, condividendola. La Parola di Dio si comunica all’uomo mediante una profonda condivisione di esperienze, inserendosi nelle contraddizioni dell'uomo: nella sua morte e nel suo dolore, nelle sue domande e nelle sue sconfitte. Gesù è così veramente un Dio fra di noi, compagno della nostra esistenza. Gesù Cristo è l’evento in cui l’alleanza voluta da Dio con ciascuno di noi si compie sotto i nostri occhi in un modo esemplare.
Anche questo è la bellezza del Natale di Betlemme.
Betlemme! Nella lingua ebraica la città dove secondo le Scritture è nato Gesù significa “casa del pane”. Là, dunque, nacque il Messia, che avrebbe detto di sé: “Io sono il pane della vita” (Gv 6,35.48).
A Betlemme è nato Colui che, nel segno del pane spezzato, avrebbe lasciato il memoriale della sua Pasqua. L’adorazione del Bambino Gesù in questa Notte Santa prosegua nell’adorazione eucaristica. Adoriamo il Signore, fattosi Carne per salvare la carne nostra, fattosi Pane vivo per dare la vita ad ogni essere umano. Riconosciamo, come nostro unico Dio, questo fragile Bambino che sta inerme nel presepe. “Nella pienezza dei tempi, ti sei fatto uomo tra gli uomini per unire la fine al principio, cioè l’uomo a Dio” (cfr S. Ireneo, Adv. haer., IV, 20,4). Nel Figlio della Vergine, “avvolto in fasce” e deposto “in una mangiatoia” (Lc 2,12), riconosciamo e adoriamo “il Pane disceso dal cielo” (Gv 6,41.51), il Redentore venuto sulla terra per dare la vita al mondo.

4)A Betlemme Maria ha dato la vita alla Vita.
Anche noi, in questo Natale, ci diciamo l’un l’altro: andiamo - o meglio, torniamo - a Betlemme. Torniamo alla semplicità e alla purezza delle origini; riscopriamo la culla in cui siamo nati. Troppo ci siamo allontanati da Betlemme; la nostra fede si è sovraccaricata di ragionamenti complicati e qualche volta astrusi che stonano con lo spettacolo di questo “bambino nella mangiatoia”.
A- Concretamente, che cosa significa per noi oggi andare a Betlemme?
Non basta andare al Presepe della Chiesa o a quello, che abbiamo fatto in casa dove c’è una capanna e contemplare il mistero di Gesù bambino con vicino Maria, Giuseppe, il bue, l’asino, i pastori e i Re Magi. Dobbiamo fare in modo che tutto quello che siamo e abbiamo serva per portare il lieto annuncio di questo mistero di gioia e di pace agli uomini, e in particolare ai poveri.
Questo Mistero è un fatto che continua, non una leggenda per bambini. La memoria soccorre la fede, ma più che la memoria, è il vedere come il Signore entra tutti i momenti nel nostro mondo per rimanere con noi.
Ogni giorno c’è un povero “Cristo” che si ferma con noi, che scende nella nostra povertà, e accetta la nostra ospitalità.
Ogni giorno, per chi crede, è Natale.
Cristo nasce anche oggi. Andiamo a vederlo.
Che cosa Gli possiamo dire? Tutto, perché un bambino non fa soggezione. Perfino i mendicanti parlano ai bambini che incontrano per la strada: perfino la gente che non sa o non osa rivolgere la parola ad anima viva, davanti a un bambino si fa coraggio. Un bambino capisce ogni lingua.
Che cosa Gli possiamo chiedere? Tutto. Oppure niente: chiediamoGli “solamente” che resti con noi. Noi possiamo ancora essere cattivi, ma se Lui resta con noi, il male è vinto e allora sentiremo meno male al cuore. Oggi, c’è già qualche cosa di nuovo: c’è Lui.
B- Concretamente, ora, come possiamo andare via dal presepe, che custodisce il Bambino Gesù?
Imitando i pastori che se ne tornarono ai loro ovili ed alle loro case (cioè alla vita quotidiana), glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto. Noi siamo chiamati ora a fare lo stesso: a glorificare Dio per la parola che abbiamo udita, per il pane che egli ora ci spezza, per la gioia che ci ha moltiplicato nel cuore. Siamo chiamati, tornando a casa, a dire ad altri ciò che abbiamo appreso non da un bambino, ma da questo Bambino, che a Betlemme Maria ha dato alla luce. Una giovane donna ha dato alla luce la Luce, che entra nel mondo per rimanere con noi, sempre, come ce lo insegna San Giovanni Evangelista quando racconta il Natale del Verbo: “E il Verbo si è fatto carne e prese dimora in mezzo a noi”.
C- Concretamente, come possiamo essere la dimora di Cristo?
Imitando la Madonna. Se vogliamo dire di sì a Dio come ha fatto Lei, vuol dire che in fondo al nostro cuore almeno un po’ di generosità è ancora viva. Come la Vergine Maria vogliamo che Dio dimori sempre in noi e ciò accade ogni volta che umilmente, silenziosamente accogliamo Cristo nel più profondo del nostro cuore.
Guardando il Presepe e vedendo il Bambino affidato a Maria, capisco perché l’Onnipotente si fa bambino: perché l’onnipotenza si veste della più grande impotenza facendosi “difendere” da un’umile donna, e chiede a tutti, ed ha bisogno di tutto, anche di una misera stalla, del fiato di un bue e di un asino, di un po' di paglia, di una grotta, che è la casa del Condiscendente. Il Presepe è la scuola che confonde i sapienti e depone i potenti, che porta la pace con l’amore che fa vivere, perché è povera forza la forza che uccide. La carità di Dio è così grande, che non ha bisogno della forza per proporsi.
Nel Presepe Maria diventa l’ostensorio che mostra l’amore di Gesù. Le Vergini consacrate nel mondo, e noi con loro, sono chiamate ad essere la culla del vero Adamo, dove il mondo intero è messo al mondo nella comunione divina. “Mi aspetto pertanto che la ‘spiritualità della comunione’, indicata da San Giovanni Paolo II, diventi realtà e che voi siate in prima linea nel cogliere ‘la grande sfida che ci sta davanti’ in questo nuovo millennio: fare della Chiesa la casa e la scuola della comunione” (Papa Francesco, Lettera in occasione dell’Anno della Vita consacrata, novembre 2014).

1 La liturgia eucaristica di questa domenica di Natale è ricca di testi per le diverse celebrazioni: della vigilia, della notte, dell'aurora e del giorno; tutti momenti significativi e anche suggestivi. Quindi, tento di offrire con umiltà una riflessione sui tre momenti per meditare insieme la verità del Natale e contemplarne la bellezza.

2 In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. Questo primo censimento fu fatto quando Quirino era governatore della Siria. Tutti andavano a farsi censire, ciascuno nella propria città. Anche Giuseppe, dalla Galilea, dalla città di Nazareth, salì in Giudea alla città di Davide chiamata Betlemme: egli apparteneva infatti alla casa e alla famiglia di Davide. Doveva farsi censire insieme a Maria, sua sposa, che era incinta” (Lc 2,1-5).

3 Questa è la traduzione letterale dal greco dielthomen, e in latino transeamus donde la parola transito.

 
Lettura Patristica
Dai «Discorsi» di san Leone Magno, papa

Disc. 1 per il Natale, 1-3; PL 54, 190-193

Riconosci, cristiano, la tua dignità
Il nostro Salvatore, carissimi, oggi è nato: rallegriamoci! Non c'è spazio per la tristezza nel giorno in cui nasce la vita, una vita che distrugge la paura della morte e dona la gioia delle promesse eterne. Nessuno è escluso da questa felicità: la causa della gioia è comune a tutti perché il nostro Signore, vincitore del peccato e della morte, non avendo trovato nessuno libero dalla colpa, è venuto per la liberazione di tutti. Esulti il santo, perché si avvicina al premio; gioisca il peccatore, perché gli è offerto il perdono; riprenda coraggio il pagano, perché è chiamato alla vita.
Il Figlio di Dio infatti, giunta la pienezza dei tempi che l'impenetrabile disegno divino aveva disposto, volendo riconciliare con il suo Creatore la natura umana, l'assunse lui stesso in modo che il diavolo, apportatore della morte, fosse vinto da quella stessa natura che prima lui aveva reso schiava. Così alla nascita del Signore gli angeli cantano esultanti: «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama» (Lc 2, 14). Essi vedono che la celeste Gerusalemme è formata da tutti i popoli del mondo. Di questa opera ineffabile dell'amore divino, di cui tanto gioiscono gli angeli nella loro altezza, quanto non deve rallegrarsi l'umanità nella sua miseria! O carissimi, rendiamo grazie a Dio Padre per mezzo del suo Figlio nello Spirito Santo, perché nella infinita misericordia, con cui ci ha amati, ha avuto pietà di noi, «e, mentre eravamo morti per i nostri peccati, ci ha fatti rivivere con Cristo» (cfr. Ef 2, 5) perché fossimo in lui creatura nuova, nuova opera delle sue mani.
Deponiamo dunque «l'uomo vecchio con la condotta di prima» (Ef 4, 22) e, poiché siamo partecipi della generazione di Cristo, rinunziamo alle opere della carne. Riconosci, cristiano, la tua dignità e, reso partecipe della natura divina, non voler tornare all'abiezione di un tempo con una condotta indegna. Ricordati chi è il tuo Capo e di quale Corpo sei membro. Ricordati che, strappato al potere delle tenebre, sei stato trasferito nella luce del Regno di Dio. Con il sacramento del battesimo sei diventato tempio dello Spirito Santo! Non mettere in fuga un ospite così illustre con un comportamento riprovevole e non sottometterti di nuovo alla schiavitù del demonio. Ricorda che il prezzo pagato per il tuo riscatto è il sangue di Cristo.

Nessun commento:

Posta un commento