Rito
Romano
XXXIV
Domenica Tempo Ordinario - Anno A - Cristo Re dell’Universo, 23
novembre 2014
Ez
34,11-12.15-17; Sal 22; 1Cor 15,20-26.28; Mt 25,31-46
Rito
Ambrosiano
2ª
Domenica di Avvento
Is
51,7-12a; Sal 47; Rm 15,15-21; Mt 3,1-12
1)
Re Pastore.
In
questa domenica del rito romano, celebriamo Cristo Re dell’Universo1,
sovrano di un Regno di misericordia, di giustizia e di pace, fondato
sul dono che Lui fa di se stesso a noi sulla Croce.
Gesù
non è sceso dal trono della Croce, perché è dalla Croce che lui
regge, governa il Regno nuovo e felice. Dallo “scandaloso” trono
il Signore Gesù ci guarda diritto e profondo negli occhi come guardò
al buon ladrone ed anche a noi dice: “Oggi, ora sarai con me nel
Paradiso, nel Regno eterno, nell'amore infinito”.
Il
regno della Terra diventa il Regno del cielo grazie alla Croce, dalla
quale ci offre il suo amore di Re Pastore, come ci indica la prima
lettura presa dal libro del profeta Ezechiele.
Infatti,
Ezechiele (34,11-17), deluso dai pastori d'Israele (re, sacerdoti e
maestri) che pensano a se stessi anziché al gregge, sogna un pastore
diverso: un pastore che non “disperde” ma “raduna”; conduce
al pascolo le sue pecore e le fa riposare; va in cerca della pecora
smarrita e fascia quella ferita. Sono tutti tratti che ritroviamo nei
Vangeli, applicati a Gesù.
Il
Cristo è il vero pastore, che cura l’interesse del suo gregge e
che va in cerca di tutte le pecorelle smarrite, perché nessuna di
loro può rimanere isolata dal suo amore e dal suo sguardo di bontà
divina. Cristo esercita la sua regalità come buon pastore, perché
la sua regalità, che oggi celebriamo, è regalità di amore e
servizio, di donazione, di misericordia.
2)
Re della vita.
Nella
Seconda Lettura, il brano della prima lettera ai Corinzi ci aiuta a
cogliere in modo sintetico il significato della solennità di Cristo
Re. L’Apostolo Paolo ci parla della vera regalità di Cristo, che
Egli esercita nel mistero di morte e risurrezione. Una regalità che
verrà portata a pienezza, quando, dopo aver egli superata la
barriera della morte corporale, farà superare tale barriera a tutta
l’umanità nel giudizio universale. La morte infatti sarà per noi
l’ultimo “nemico” da abbattere, mentre ora la pensiamo come un
transito verso l’eternità, di cui non bisogna aver assolutamente
paura, in quanto Cristo ha vinto la morte. Lui ha vinto tutto.
Quindi
ispirati da Gesù, nostro amato Re e Signore dell’universo,
preghiamo Dio Padre, che ha inaugurato il suo Regno di amore con la
risurrezione di Cristo, perché ci renda operai appassionati e
sinceri, affinché la regalità del Suo Figlio sia riconosciuta in
ogni angolo della terra. Al termine dell’anno liturgico, che è
tempo di santità e di perfezione nella carità, uniamoci alla
preghiera del Sacerdote celebrante e con lui diciamo: “Dio
onnipotente ed eterno, che hai voluto rinnovare tutte le cose in
Cristo tuo Figlio, Re dell’universo, fa’ che ogni creatura,
libera dalla schiavitù del peccato, ti serva e ti lodi senza fine”.
3)
Re Giudice.
Ma
è la terza lettura liturgica: il Vangelo di Matteo (25,31-46),
che ci mostra maggiormente il lato più sorprendente della regalità
di Gesù. La parabola del giudizio (Mt 25,31-36) è una pagina che si
impone all'attenzione non solo per la forza del suo messaggio, ma
anche per la suggestione della sua scenografia. Tre sono le sue
parti: l'introduzione scenica che presenta la venuta gloriosa del
Figlio dell'uomo, la convocazione dei popoli e la loro separazione
(25,31-33); il dialogo del Re che prima parla con quelli di destra e
poi con quelli di sinistra (25,34-45); infine la conclusione, che
descrive l'esecuzione delle sentenze (25,46).
In
questa parabola vediamo un Re Giudice che giudica con amore e con
comprensione, ma anche con regole ben precise che egli stesso ha
dettato per la salvezza eterna dei suoi figli. Regola fondamentale è
la carità vissuta, attestata e concretizzata in comportamenti ed
azioni semplici, come quelli di dare da mangiare, bere, assistere,
essere vicino a chi è nel dolore, nella sofferenza,
nell’emarginazione. La cosa che commuove è che Dio non ci
giudicherà scorrendo l’elenco delle nostre debolezze, ma quello
dei nostri gesti di bontà. Non prenderà in esame le nostre ombre,
ma terrà conto dei semi di luce e di bene che abbiamo seminato. Se
come Davide nel salmo del pianto e del pentimento diciamo: “Distogli
il tuo sguardo dal mio peccato”, Dio esaudisce il nostro grido di
dolore, ci conferma nel suo amore, e nell’ultimo giorno distoglierà
il suo sguardo dal male e per sempre lo fisserà sul bene. Sul bene
semplice e concreto, perché Dio ha legato la salvezza al dono di un
po’ di pane, di un bicchiere d’acqua, di un vestito, di passi per
visitare un povero o un ammalato. Certo, Dio non si è legato alle
cose, ma al cuore che si serve delle cose. San Giovanni della Croce
scrisse: “Alla fine della vita, saremo giudicati sull’amore”.
Questa
è la grandezza della fede cristiana evangelica: il supremo confronto
tra uomo e Dio non è il peccato ma il bene. La misura di Dio e, di
conseguenza, la misura dell’uomo e quella della storia è il bene,
è l’amore di Dio. Il nostro futuro, cielo e paradiso, è generato
dal bene amorevole che ciascuno di noi ha donato agli innumerevoli
“Lazzaro” della terra, che meritano molto di più delle briciole
che domandano. Il giudizio di Dio è l’atto che dice la verità
ultima dell’uomo, e per trovarla non guarderà noi, ma intorno a
noi: le nostre relazioni, la porzione di poveri e di lacrime e di
amori che ci è stata affidata e che ognuno deve custodire con la
propria vita. Se c’è qualcosa di eterno in noi, se qualcosa di noi
rimane quando non rimane più nulla, questa cosa è l’Amore.
4)
Maria, Regina del Cielo e della Terra.
Tra
tutte le creature dell’universo, Dio ha scelto la Vergine Maria per
associarla in modo singolarissimo alla regalità
del suo Figlio fatto uomo. La Madonna distribuisce
regalmente e maternamente quanto ha ricevuto dal Figlio Re. Lei
protegge con la sua potenza noi suoi figli acquisiti ai piedi del
Trono della Croce e ci dona gioia con i suoi doni, poiché il Re ha
disposto che ogni grazia passi per le sue mani di generosa, materna
regina.
Ci
insegni Maria a testimoniare con coraggio il Regno di Dio e ad
accogliere Cristo come Re della nostra esistenza e dell’intero
universo.
A
questa testimonianza sono chiamate in modo speciale le vergini
consacrate nel mondo. Come insegna il Catechismo della Chiesa
Cattolica, ai nn. 922 e 923 : “Fin dai tempi apostolici, ci furono
vergini cristiane che, chiamate dal Signore a dedicarsi
esclusivamente a lui in una maggiore libertà di cuore, di corpo e di
spirito, hanno preso la decisione, approvata dalla Chiesa, di vivere
nello stato rispettivamente di verginità o di castità perpetua «
per il regno dei cieli » (Mt 19,12). «Emettendo il santo proposito
di seguire Cristo più da vicino, [le vergini] dal Vescovo diocesano
sono consacrate a Dio secondo il rito liturgico approvato e, unite in
mistiche nozze a Cristo Figlio di Dio, si dedicano al servizio della
Chiesa ». Mediante questo rito solenne (Consecratio
virginum), « la vergine è costituita persona consacrata » quale «
segno trascendente dell'amore della Chiesa verso Cristo, immagine
escatologica della Sposa celeste e della vita futura»”.
La Vergine consacrata testimonia in modo particolarissimo la regalità
di Cristo, che merita tutto, e con tutta la sua persona è annuncio
di carità e segno del carattere regale della vita cristiana. Infatti
coloro che custodiscono la verginità si rendono simili alla Vergine
Maria. “Come da Lei è nato il Figlio, il Verbo di Dio che regge il
mondo, così quelle che custodiscono la verginità generano parole
efficaci che istruiscono gli altri nella virtù” (Card. Spidlik) e
li reggono nella vita quotidiana.
In
breve: la liturgia di oggi ci invita a contemplare la regalità di
Cristo e poi ci chiede di vivere regalmente, cioè di far nostro uno
stile di vita alto, nobile, solenne perché così è la carità. Come
non pensare a quella piccola e fragile donna che è stata la Beata
Madre Teresa di Calcutta? A lei si sono inchinati tutti i potenti
della terra. La sua vita è stata quella di una regina al seguito di
Cristo Re. E tutti hanno reso omaggio a questa regina senza scettri e
senza corone ma resa bella da tutti i poveri che ha amato. E noi
sappiamo che in ciascuno di quei poveri ha amato Gesù. Facciamo
verginalmente altrettanto.
1
Questa
festa è stata opportunamente collocata nell’ultima domenica
dell’anno liturgico, per evidenziare che Gesù Cristo è il
Signore del tempo e che in Lui trova compimento l’intero disegno
della creazione e della redenzione.
Lettura
Patristica
Origene,
sacerdote
Venga il tuo regno
Dall'opuscolo
«La preghiera» Cap. 25; PG 11, 495-499.
“Il
regno di Dio, secondo la parola del nostro Signore e Salvatore, non
viene in modo da attirare l'attenzione e nessuno dirà: Eccolo qui o
eccolo là; il regno di Dio è in mezzo a noi (cfr. Lc 16, 21),
poiché assai vicina è la sua parola sulla nostra bocca e nel nostro
cuore (cfr. Rm 10, 8). Perciò, senza dubbio, colui che prega che
venga il regno di Dio, prega in realtà che si sviluppi, produca i
suoi frutti e giunga al suo compimento quel regno di Dio che egli ha
in sé. Dio regna nell'anima dei santi ed essi obbediscono alle leggi
spirituali di Dio che in lui abita. Così l'anima del santo diventa
proprio come una città ben governata. Nell'anima dei giusti è
presente il Padre e col Padre anche Cristo, secondo
quell'affermazione: «Verremo a lui e prenderemo dimora presso di
lui» (Gv 14, 23).
Ma questo regno di Dio, che è in noi, col
nostro instancabile procedere giungerà al suo compimento, quando si
avvererà ciò che afferma l'Apostolo del Cristo. Quando cioè egli,
dopo aver sottomesso tutti i suoi nemici, consegnerà il regno a Dio
Padre, perché Dio sia tutto in tutti (cfr. 1 Cor 15, 24. 28). Perciò
preghiamo senza stancarci. Facciamolo con una disposizione interiore
sublimata e come divinizzata dalla presenza del
Verbo. Diciamo al
nostro Padre che è in cielo: «Sia santificato il tuo nome; venga il
tuo regno» (Mt 6, 9-10). Ricordiamo che il regno di Dio non può
accordarsi con il regno del peccato, come non vi è rapporto tra la
giustizia e l'iniquità né unione tra la luce e le tenebre né
intesa tra Cristo e Beliar (cfr. 2 Cor 6, 14-15).
Se vogliamo
quindi che Dio regni in noi, in nessun modo «regni il peccato nel
nostro corpo mortale» (Rm 6, 12). Mortifichiamo le nostre « membra
che appartengono alla terra» ( Col 3, 5). Facciamo frutti nello
Spirito, perché Dio possa dimorare in noi come in un paradiso
spirituale. Regni in noi solo Dio Padre col suo Cristo. Sia in noi
Cristo assiso alla destra di quella potenza spirituale che pure noi
desideriamo ricevere. Rimanga finché tutti i suoi nemici, che si
trovano in noi, diventino «sgabello dei suoi piedi» (Sal 98, 5), e
così sia allontanato da noi ogni loro dominio, potere ed influsso.
Tutto ciò può avvenire in ognuno di noi. Allora, alla fine, «ultima
nemica sarà distrutta la morte» (1 Cor 25, 26). Allora Cristo potrà
dire dentro di noi: «Dov'è , o morte, il tuo pungiglione? Dov'è ,
o morte, la tua vittoria? » (Os 13, 14; 1 Cor 15, 55). Fin d'ora
perciò il nostro «corpo corruttibile» si rivesta di santità e di
« incorruttibilità; e ciò che è mortale cacci via la morte, si
ricopra dell'immortalità» del Padre (1 Cor 15, 54). Così regnando
Dio in noi, possiamo già godere dei beni della rigenerazione e della
risurrezione.”
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