venerdì 16 agosto 2013

Guerra alla guerra.

Rito romano
XX Domenica del Tempo Ordinario – Anno C – 18 agosto 2013.
Ger 38,4-6.8-10; Sal 39; Eb 12,1-4; Lc 12,49-53

Rito ambrosiano
XIII Domenica di Pentecoste.
Ne 1,1-4;2,1-8; Sal 83; Rm 15,25-32; Mt 21,10-16

1) La spada trasformata in aratro.
Il Vangelo di questa domenica descrive Gesù che, mentre è in cammino verso Gerusalemme dove lo attende la morte di croce, dice ai suoi discepoli: “Pensate che io sia venuto a portare la pace sulla terra? No, vi dico, ma la divisione (nella redazione di Matteo 10,34 si parla di ‘spada)”. E aggiunge: “D’ora innanzi in una casa di cinque persone si divideranno tre contro due e due contro tre; padre contro figlio e figlio contro padre, madre contro figlia e figlia contro madre, suocera contro nuora e nuora contro suocera” (Lc 12,51-53).
Ciò dicendo, Gesù non smentiva il suo insegnamento, che era ed è messaggio di pace per eccellenza. Lui è la nostra pace” (Ef 2,14), Lui è morto e risorto per abbattere il muro dell’inimicizia e inaugurare il Regno di Dio che è amore, gioia e pace.
In effetti, Gesù Cristo intendeva dire che era venuto a portare la guerra al Male che è offesa, al Maligno che uccide l’anima ed il corpo, al mondo che segue il Maligno e diventa un luogo di costante conflitto. Possiamo considerare le sue parole come una dichiarazione di guerra alla guerra. Guerra al Male: perché la guerra umana è un male in superficie, ma prima c’è il grande male, portato dal diavolo1, che impersona l’amore-del-nulla.
Secoli prima il profeta Isaia aveva proclamato; “Forgeranno le loro spade in aratri, le loro lance in falci” (Is 2,4) quanto Gesù compì divenendo “Arator Pacis2, Lui è il seminatore l’agricoltore che mette mano all’aratro, che “divide”, apre la terra la quale può così ricevere il seme. La terra siamo noi, se noi accogliamo la semente che viene dal suo costato trafitto produrremo non erba che presto diventa secca, ma diventeremo con lui e in lui frumento di vita.
L’esito del lavoro di questo “Arator Pacis” è la pace dell'amore, di un amore che non soltanto a noi si dona, ma in sé ci trasforma. E come Dio è veramente l'Amore che ci ama, così noi diventiamo l'amore che ama; trasformati da lui noi diventiamo amore, come Egli è l'Amore! E siamo nella sua pace.
Dunque quelli che vogliono seguirlo in questa “operazione-concordia”3 devono fare altrettanto colpendo la guerra nella sua origine che è l’amor proprio, cioè un amore disordinato di sé che diventa amore delle ricchezze, orgoglio per quello che si ha, invidia di chi ha di più, disprezzo dei poveri.
Se il Vangelo, in un primo tempo almeno, è causa di separazioni e discordie, la colpa non è della verità che il Vangelo insegna, ma del fatto che questa verità non è ancora amata e praticata in verità da noi cristiani.

2) Soldati per una guerra contro la guerra.
Per questa guerra alla guerra, Gesù usa una strategia strana per quanto riguarda la scelta dei soldati, i mezzi da usare e gli ordini (sarebbe più giusto dire indicazioni, parole d’amore) da eseguire.
Il Signore della pace per la sua guerra alla guerra ha voluto scegliere i soldati più deboli. Per un misterioso disegno scelse delle persone povere e considerate mediocri dall’opinione pubblica, perché risplendesse più alto il prodigio della sovrumana postuma vittoria.
A questi soldati meschini Cristo non concesse né borsa, né bisaccia, né sandali e tantomeno armi. Inoltre li mandò come agnelli in mezzo ai lupi, come esseri benefici in mezzo a bestie feroci, dando l’ordine di non farsi divorare e di rendere gli sbranatori di agnelli mansueti come le loro antiche prede.
Gli apostoli4 furono fedeli al sublime assurdo di Colui che li mandava. E, come Cristo portarono la pace e la guerra. In effetti, va tenuto presente che se il Vangelo, in un primo tempo, era ed è causa di separazioni e di discorsi, la colpa non è delle verità che il Vangelo insegna, ma del fatto che queste verità non erano e non sono ancora praticate da tutti.
Quello che qui desidero sottolineare è che l’adempimento cristiano della pace non si realizza sul piano sociale e politico, ma nella direzione della profondità del cuore.
Come allora si adempie nel cristianesimo la battaglia per la pace? Come il male ha invaso il mondo per il peccato degli uomini e per la sua separazione da Dio, così la redenzione cristiana prima di tutto riconcilia l’uomo con Dio. Questa riconciliazione non può realizzarsi che nel più intimo centro dell’anima, là dove soltanto l’uomo può di nuovo incontrarsi con Dio in Cristo. La pace, frutto di questa riconciliazione con Cristo, non può essere che una pace interiore, che poi si irradia all’esterno verso il mondo intero.
Se vogliamo essere soldati di pace,è necessario e urgente tornare alla piena e pungente consapevolezza della centralità di Cristo. Gesù non è una scusa per parlare di altro e deve ritornare al centro di ogni nostro primario interesse e di ogni esperienza ecclesiale. Deve essere altresì l’ispiratore determinante ed efficace di ogni nostro impegno religioso, ecclesiale, culturale e sociale.
L’appartenenza a Cristo risorto, “centro del cosmo e della storia”, come scrisse Giovanni Paolo II nella sua prima indimenticabile enciclica Redemptor hominis, definisce tutto l’intendimento della nostra sequela di cristiani. Così ogni gesto in noi nasce come risposta all’avvenimento di Gesù di Nazareth e come desiderio di partecipare allo scopo per cui Egli è entrato nel tempo e nello spazio del mondo. 
Se a una persona qualsiasi, al tempo dei Vangeli, fosse stato chiesto: «Hai sentito parlare di Gesù?» e questi, poi, incontrandoLo per le strade polverose della Palestina, gli avesse rivolto questa domanda: «Ma tu che nome hai, come ti chiami?», Gesù avrebbe potuto rispondere: «Io sono il mandato (missus, in latino – apostolos, in greco) dal Padre». Queste parole definiscono la natura nuova della nostra esistenza che l’incontro con Cristo ha generato.
Siamo stati chiamati a essere come Lui “i mandati, gli inviati dal Padre”.
In questo mandato “apostolico” c’è la particolare forma di vita delle vergini consacrate che rispondono alla vocazione alla verginità perché Cristo è il centro affettivo (ed anche razionale) della loro vita e per ricordare a tutto il mondo che si vive per Cristo. Vivere nella consacrazione vuol dire vivere in pace la vita, perché la notte non è più notte, la morte non è più morte, e la verginità è sacrificio per essere nell’abbraccio del Signore, a cui ci si abbandona totalmente. Vivere la consacrazione verginale vuol dire essere come Gesù “segno di contraddizione” (Lc 2, 34) ed essere come la Madonna madri di Cristo, madri dell’uomo nuovo.
Esse testimoniano che siamo stati creati per amare e che la nostra reale ed e vera felicità sta nell’essere “posseduti” da Cristo, nel quale il cuore umano può riposare ed essere appagato. Come affermava il Card. John H. Newman5: “La fede può rendere sereni, ma l’amore ci rende felici”. 
1 Il termine “diavolo” deriva dal latino diabŏlus, traduzione fin dalla prima versione della Vulgata (traduzione in latino della Bibbia, fatta nel V secolo d.C.) del termine greco Διάβολος, diábolos, (“dividere”, “colui che divide”, “calunniatore”, “accusatore”; dal greco διαβάλλω, dia-bàllo, verbo formato da dia “attraverso, per” e bàllo “getto, metto”, quindi getto, caccio attraverso, trafiggo, metaforicamente calunnio).
 Nel greco classico διάβολος era un aggettivo denotante qualcosa o qualcuno quale calunniatore e diffamatore; fu usato nel III secolo a. C. per tradurre, nella traduzione greca della Bibbia detta dei “Settanta”, l'ebraico Śāṭān (“avversario”, “nemico”, “colui che si oppone”, “accusatore in giudizio”, “contraddittore”, reso negli scritti cristiani come Satana e qui inteso come “avversario, nemico di Dio”).
2 Arator in latino è letteralmente ‘colui che ara’, tradotto spesso con seminatore.
3 E’ un uso militare il dare un nome alle campagne di guerra e alle operazioni militari.
4 Dal greco απόστολος, apóstolo: mandato, inviato.
5 Il Beato Card. John Henry Newman (1801-1890), convertito dall’anglicanesimo, quando fu fatto cardinale scelse come motto “Cor ad cor loquitur” (= Il cuore parla al cuore). Egli fu un grande teologo e fondatore degli Oratori di San Filippo Neri, in Inghilterra.
Il motto ricalca le parole che il Cardinale Newman scelse per il suo stemma quando divenne Cardinale nel 1879 e sono di san Francesco di Sales, del quale era molto devoto. Questo motto permette di penetrare nella sua comprensione della vita cristiana come chiamata alla santità, sperimentata come l’intenso desiderio del cuore umano di entrare in intima comunione con il Cuore di Dio.

Lettura patristica
Sant'Ambrogio (circa 340-397),
Vescovo di Milano e dottore della Chiesa 

Trattato su San Luca, 12. 49 -53 - SC 52

“Sono venuto a portare il fuoco sulla terra, e come vorrei che fosse già acceso”. Il Signore vuole che siamo vigilanti, attenti in ogni momento alla venuta del Salvatore...Ma poiché il guadagno è misero, e debole il merito quando soltanto il timore del supplizio impedisce di perdersi, mentre l'amore ha un valore superiore, il Signore stesso...infiamma il nostro desiderio di acquistare Dio quando dice : « Sono venuto a portare il fuoco sulla terra ».
Non certo il fuoco che distrugge, bensì quello che produce la volontà buona, quello che rende migliori i vasi d'oro della casa del Signore, consumando il fieno e la paglia (1 Cor 3, 12), divorando tutta la vanità del mondo, accumulata dalla passione del piacere terreno, opera della carne che deve perire.
Questo fuoco divino bruciava le ossa dei profeti, come dichiara Geremia : « C'era come un fuoco ardente, chiuso nelle mie ossa ». (Ger 20, 9). Infatti c'é un fuoco del Signore, di cui si dice : « Davanti a lui cammina il fuoco » (Sal 96, 3). Il Signore stesso è un fuoco « che arde senza consumarsi » (Es 3, 2). Il fuoco del Signore è luce eterna ; le lucerne dei credenti si accendono a questo fuoco : « Siate pronti, con la cintura ai fianchi e le lucerne accese » (Lc 12, 35). Una lucerna è necessaria perché i giorni di questa vita sono ancora notte.
Il Signore stesso, secondo la testimonianza dei discepoli di Èmmaus, aveva messo questo fuoco nel loro cuore : « Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture ? » (Lc 24, 32) Ci mostrano con evidenza qual'è l'azione di questo fuoco, che rischiara il profondo del cuore dell'uomo. Perciò il Signore verrà con il fuoco (Is 66, 15) per consumare i vizi nel momento della risurrezione, per colmare con la sua presenza i desideri di ciascuno, e proiettare la sua luce sui meriti e i misteri.”

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