giovedì 1 giugno 2023

Trinità: vuol dire che Dio è unico ma non solitario..

 Solennità della Trinità – Anno A -  4 giugno 2023

 

Rito Romano

Es 34,4-6.8-9; Dn 3,52-56; 2Cor 13,11-13; Gv 3,16-18

 

Rito Ambrosiano
Es 3,1-15; Sal 67; Rm 8,14-17;Gv 16,12-15

 

 

            1)“Il Padre è l’Amante, il Figlio è l’Amato, lo Spirito Santo è l’Amore” (S. Agostino).

Il dogma della Trinità non è il frutto di fantasie poetiche, non è il risultato di elucubrazioni filosofiche. Non è neppure una fredda formulazione teologica, che offre il pretesto di dire che è un mistero così distaccato dalla nostra vita che più di un cristiano si sente tranquillamente autorizzato a ignorarlo. Il Mistero della Trinità è sì un Mistero grande, che supera la nostra mente, ma che parla profondamente al nostro cuore, perché nella sua essenza altro non è che l'esplicitazione di quella densa espressione di San Giovanni: “Dio è amore” (1 Gv 4, 8.16).  Se Dio è amore, non può essere solitudine in se stesso. Perché per un rapporto d’amore occorre essere almeno in due. Amare soltanto se stessi non è amore, è egoismo. Dio Amore è, allora, almeno uno che ama da sempre e uno che da sempre è amato e ricambia l’amore: un eterno Amante. un eterno Amato e un eterno Amore. 

L’Amante è Dio Padre nell’amore, infinitamente libero e generoso nell’amare, da null’altro motivato all’amore che dall’amore. 

L’Amato, l’eterno Amato, è Colui che accoglie da sempre l'amore: è l'eterna gratitudine, il grazie senza principio e senza fine, è il Figlio nell’amore. 

L’Amore è lo Spirito Santo, nel quale il Loro amore è sempre aperto a donarsi, a “uscire da sé”: perciò lo Spirito è detto dono di Dio, fonte viva dell'amore, fuoco che accende in noi la capacità di ricambiare l’amore con l'amore.

Questo mistero d’amore è concreto e a noi vicino più di quanto pensiamo,  e lo viviamo nella pratica quando, soprattutto nei momenti più importanti o critici in cui abbiamo più bisogno di Dio, facciamo il segno della croce. Segnandoci con questo santo segno, quasi senza esserne pienamente consapevoli, invochiamo Dio Uno e Trino dicendo: “Nel nome del Padre, del Figlio, dello Spirito Santo”. Non solo invochiamo Dio Trinità perché ci aiuti, ma Lo lodiamo con la preghiera “Gloria al Padre, e al Figlio e allo Spirito Santo … Amen”, che Santa Teresa di Calcutta spesso recitava così: “Gloria al Padre–Preghiera, e al Figlio-Povertà, e allo Spirito Santo-Zelo per le anime. Amen-Maria”.

 

            2) Liturgia di lode.

Oggi, dunque, la Liturgia della Chiesa ci invita a celebrare la solennità della Santissima Trinità, che non è un dogma astratto, che non incide sulla dalla nostra vita. Il dogma di Dio Uno e Trino ci insegna che Dio è Amore eterno e infinito: “Dio è amore” (Id.), rivelandoci che  Dio, “è comunione di Persone divine le quali sono una con l’altra, una per l’altra, una nell’altra: questa comunione è la vita di Dio, il mistero d’amore del Dio Vivente” (Papa Francesco), e che noi, fatti a immagine e somiglianza di questo Dio, siamo chiamati a vivere questa comunione con Dio, in Lui e per Lui, e tra di noi. D’altronde l’amore è veramente se stesso nella relazione con un altro che lo costituisce: “Per essere carità, l’amore deve tendere verso un altro” (San Gregorio Magno).

Oggi, la Chiesa non solamente ci fa contemplare il mistero stupendo da cui proveniamo e verso il quale andiamo, ci rinnova l’invito a vivere ogni giorno “la comunione con Dio e tra di noi sul modello della comunione divina. Siamo chiamati a vivere non gli uni senza gli altri o contro gli altri, ma gli uni con gli altri e per gli altri” (Papa Francesco).

Oggi, la Liturgia della Chiesa ci fa celebrare la festa della Trinità quale lode a Dio non solamente per quello che Lui fa per noi, ma per come Lui è in se stesso e per noi. Lui è amore purissimo, infinito ed eterno. Dio è Creatore e Padre misericordioso, Dio è Figlio Unigenito, eterna Sapienza incarnata, morto e risorto per noi, Dio è Spirito Santo che tutto muove, la storia e il mondo, verso la piena ricapitolazione finale, per far sì che tutti gli uomini possano dire con tutto il loro essere “Padre nostro”.

Oggi, in questa Solennità, da una parte, siamo chiamati a “contemplare, per così dire, il Cuore di Dio, la sua realtà profonda, che è quella di essere Unità nella Trinità, somma e profonda Comunione di amore e di vita” (Benedetto XVI). Dall’altra siamo invitati a pregare perché il Dio Uno e Trino sostenga la nostra fede, “ci ispiri sentimenti di pace di speranza, e ci dia la grazia per impegnarci negli avvenimenti quotidiani” (Papa Francesco), rendendoci lievito di comunione e di consolazione, di misericordia e di perdono, di grazia e di compassione. 

Questo implica prendere sul serio l’invito che Cristo anche oggi ci rinnova, accogliendo e testimoniando il Vangelo dell’amore. Vivere l’amore di Dio e verso il prossimo, condividendo gioie e sofferenze, imparando a chiedere e concedere perdono.

Ci è chiesto di edificare la Chiesa affinché sia sempre più “popolo adunato dall’unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”. Questa bella definizione di San Cipriano (De Orat.Dom. 23; cfr LG 4) ci introduce nel mistero della Chiesa, resa comunità di salvezza dalla presenza di Dio Trinità. Come l’antico popolo di Dio, essa è guidata nel suo nuovo Esodo dalla colonna di nube durante il giorno e dalla colonna di fuoco durante la notte, simboli della costante presenza divina. 

 

2) La Trinità nella nostra vita.

Tutta la vita cristiana è accompagnata dalla Trinità. Direi di più, e spero di dire bene, la Trinità è la “stoffa” della nostra vita. In effetti, siamo battezzati (=immersi)  nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo e siamo chiamati ad aver parte alla vita della Beata Trinità, quaggiù nell'oscurità della fede, e, oltre la morte, nella luce eterna” (Catechismo della Chiesa Cattolica, 263).

E non il Battesimo soltanto, ma anche tutti gli altri Sacramenti della Chiesa sono conferiti con il segno della Croce e nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. 

In effetti, siamo stati confermati con l’unzione nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. 

Nel sacramento della Penitenza Siamo perdonati per i nostri peccati nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. 

Sempre in questo nome gli sposi sono uniti in Matrimonio ed il loro amore è elevato in quello di Dio che si fa garante della loro reciproca fedeltà.

Nell’Eucaristia il Dio Trinità, che in se stesso è amore (cfr 1 Gv 4,7-8), si coinvolge pienamente con la nostra condizione umana. Nel pane e nel vino consacrati è l'intera vita divina che ci raggiunge e si partecipa a noi nella forma del Sacramento. 

Nell’Ordinazione Sacerdotale i preti sono consacrati nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Grazie a ciò il sacerdote si trova inserito nella dinamica trinitaria con una particolare responsabilità. La sua identità scaturisce dal ministero della Parola e dei Sacramenti, il quale è in relazione essenziale con il mistero dell’amore salvifico del Padre (cfr. Gv 17,6-9.24; 1Cor 1,1; 2Cor 1,1), con l’essere sacerdotale di Cristo, che sceglie e chiama personalmente il suo ministro a stare con Lui (cfr Mc 3,15), e con il dono dello Spirito (Cfr Gv 20,21)” (Congregazione per il Clero, Direttorio per il Ministero e la vita dei Presbiteri, 11 Febbraio 2013).

            Nella malattia e nell’ultima ora,  quando il sacerdote ci ungerà , lui raccomanderà l’anima nel nome del Padre che ci ha creati, del Figlio che ci ha redenti e dello Spirito Santo che ci ha santificati.

            In questo modo tutta la nostra esistenza di cristiani si trova sotto l’irradiazione della Trinità, che abita in noi in stato di grazia: “Noi verremo a lui – ci ha promesso Gesù – e fare la nostra dimora in Lui”.

            Se quella di essere dimora di Dio, abitazione vivente della Trinità, è vocazione di ogni cristiano, lo è in modo particolare per le Vergini consacrate.

Con dono completo di se stesse nelle mani del Vescovo, queste donne  testimoniano in modo speciale la dimensione trinitaria della vita cristiana.

            In effetti, la verginità è in qualche modo la deificazione dell’uomo: “Non si può fare miglior elogio della verginità se non mostrando che essa deifica, per così dire, coloro che partecipano ai suoi puri misteri, al punto di farli comunicare alla gloria di Dio, il solo veramente santo e immacolato, ammettendoli nella propria familiarità grazie alla purezza e alla incorruttibilità” (San Gregorio di Nissa, De Virginitate,  1, 1-2; 256 s.)

 

La verginità ha dunque origine dalla Trinità e si vive nella Trinità, legata com’è alla generazione del Figlio da parte del Padre, portata come dono agli uomini dal Verbo che viene nel mondo allo stesso modo con cui è generato dal Padre, ossia verginalmente, da una Vergine. È così che nel cristiano la verginità produce effetti analoghi a quelli verificatisi “in Maria, l’Immacolata, quando tutta la pienezza della divinità che era nel Cristo risplendette in lei (...). Gesù non viene più con la sua presenza fisica, ma vive spiritualmente in noi e, con sé, ci porta il Padre” (Ibid., 2).

Che questo ideale di vita caratterizzato dalla verginità almeno spirituale venga proposto a tutti i cristiani, anche sposati, come esigenza di perfezione, è chiaro. Ma il Nisseno e gli altri Padri vedono chiaramente che chi sceglie, sempre per dono di Dio, la verginità anche corporale astenendosi dal matrimonio, imitando Gesù e Maria, ritrova l’integrità originaria nella quale l’uomo è stato creato o, come dice il santo vescovo di Nissa, la condizione “del primo uomo nella sua prima vita” (Ibid., 12, 4. 4; 416 s).

 

Lettura Patristica

Salviano di Marsiglia (405 – 451)

De gubernatione, 4, 9-10


       Chi lavora un campo, lo lavora per conservarlo coltivato. Chi pianta una vigna, la pianta per custodirne le viti. Chi mette insieme un gregge, lo fa per dedicarsi poi a moltiplicarlo. E chi edifica una casa o pone delle fondamenta, anche se già non vi abita, abbraccia il lavoro a cui si sobbarca nella speranza della futura dimora. E perché debbo fermarmi a parlare dell’uomo, quando gli stessi animali più piccoli fanno tutto per la brama di beni futuri? Quando le formiche nascondono nei loro cunicoli sotterranei chicchi di ogni genere, li depositano, li ammassano tutti per amore della loro stessa vita? Le api, quando costruiscono il fondo dei favi o colgono il polline dei fiori, perché vanno in cerca del timo se non per desiderio del miele? E perché si affannano dietro i fiori, se non per amore della futura prole? Dio dunque, che infonde anche agli animali più piccoli l’amore per le loro opere, avrà privato solo se stesso dell’amore per le sue creature? Tanto più che l’amore per ogni realtà buona discende in noi dal suo amore sublime. È lui infatti la fonte, l’origine di tutto; e poiché, come sta scritto: "In lui viviamo, ci muoviamo e siamo" (Ac 17,28), da lui abbiamo ricevuto tutto l’affetto con cui amiamo le nostre creature.



       Ma tutto il mondo, tutto il genere umano è una sua creatura. Così dall’amore con cui amiamo le nostre creature egli ha voluto che noi comprendessimo quanto egli ama le sue creature. Infatti, come leggiamo, "l’intelletto contempla la Sua realtà visibile per il tramite di ciò che è stato fatto" (Rm 1,20); così egli volle che noi comprendessimo il suo amore per noi dall’amore che egli ci ha dato per i nostri cari. E come volle - come sta scritto - "che ogni paternità e in cielo e in terra prendesse nome da lui" (Ep 3,15), volle anche che noi riconoscessimo il suo affetto paterno. E dirò solo paterno? Anzi più che paterno. Lo prova la voce del Salvatore nel Vangelo, che dice: "Tanto infatti Dio ha amato questo mondo da dare il suo Figlio unico per la vita del mondo" (Jn 3,16). E l’Apostolo dice: "Dio non perdonò a suo Figlio, ma lo sacrificò per noi. Come dunque con lui non ci avrà donato tutto?" (Rm 8,32).

       Ecco dunque, come ho detto: Dio ci ama più che un padre il proprio figlio. Ed è evidente che il suo affetto per noi è maggiore dell’affetto per i figli, perché per amore nostro non risparmiò il suo Figlio. E che più? Aggiungo: il Figlio giusto, il Figlio unigenito, il Figlio di Dio. Che si può dire ancora? Per noi: cioè per i malvagi, per gli iniqui, per gli empi. Chi potrà dunque misurare l’amore di Dio verso di noi?

 

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