mercoledì 7 giugno 2023

Nell’Eucaristia Cristo si fa cibo, medicina e amico della nostra conversazione.

Corpus Domini – Anno A - 11 giugno 2023

Rito Romano

Dt 8,2-3.14-16; Sal 147; 1Cor 10,16-17; Gv 6,51-58

 

Rito Ambrosiano

Dt 8,2-3. 14b-16a; Sal 147; 1Cor 10,16-17; Gv 6, 51-58

 

 

 

1)    Stupore per un dono immenso.

Domenica scorsa abbiamo celebrato la Trinità, mistero di Amore, che è fonte inesauribile di Vita che incessantemente si dona e si comunica, e che fa di noi Sua dimora, dove ogni cosa ritrova Dio, ascolta Dio, sussurra Dio, spera e ama Dio. “Dio è amore: per questo Lui  è Trinità… L’amore suppone uno che ama, ciò che è amato e l’amore stesso” (Sant’Agostino, De Trinitate, VIII, 10, 14). Il Padre è, nella Trinità, colui che amala fonte e il principio di tutto; il Figlio è colui che è amatolo Spirito Santo è l’amore con cui si amano.

Oggi, solennità del Santissimo Corpo e Sangue di Cristo o Corpus Domini come ancora si usa chiamarla, siamo inviatati a celebrare nello stupore il mistero della presenza reale del Signore nell’Eucaristia che ci dona il cibo e la bevanda del cielo, per alimentare questa nostra vita terrena e per affrontare il cammino verso la vita celeste.

            Oggi, la Chiesa non solo celebra l’Eucarestia, ma la reca solennemente in processione. Quello che il Redentore ci ha donato nell’intimità del Cenacolo, oggi lo manifestiamo apertamente, perché l’amore di Cristo non è riservato ad alcuni, ma è destinato a tutti. 

Oggi annunciamo pubblicamente che il Sacrificio di Cristo è per la salvezza del mondo intero. E ciò non vale solo per il passato. Il fatto che Dio ha amato gli uomini al punto tale da mandare il suo Figlio a riscattarli dalla loro misera condizione, non è un passato da rimpiangere come ormai concluso: esso infatti si riversa nel presente. Quell’amore è attuale, vivo e operante oggi in modo stupefacente. 

Oggi la Chiesa ci invita ad entrare con stupore in questo “mistero della fede”, che il sacerdote, ogni volta che celebra la Messa così sintetizza, con le ineffabili parole di Gesù in cui si compie il grande dono di Sé: “Prendete e mangiate, questo è il mio corpo. Prendete e bevete questo è il calice del mio sangue. Fate questo in memoria di Me” (Lc22, 16).

Nella sua enciclica sull’Eucarestia San Giovanni Paolo II così scriveva manifestando questo stupore: “Quando penso all'Eucarestia, guardando alla mia vita di sacerdote, di vescovo, di successore di Pietro, mi viene spontaneo ricordare i tanti momenti e i tanti luoghi in cui mi è successo di celebrarla... la cattedrale di Wawel, la basilica di San Pietro... in cappelle poste sui sentieri di montagna, sulle sponde di laghi, sulle rive dei mari, l'ho celebrata in altari costruiti negli stadi, nelle piazze delle città. Questo scenario così variegato, me ne fa sperimentare fortemente il carattere universale e, per così dire, cosmico. Sì, cosmico. Perché quando viene celebrata sul piccolo altare di campagna, l'Eucarestia è sempre celebrata, in un certo senso, sull'altare del mondo. Essa unisce il cielo e la terra. Comprende e pervade tutto il creato. Il Figlio di Dio si è fatto uomo, per restituire tutto il creato, in un supremo atto di lode, a Colui che lo ha fatto dal nulla... Davvero è questo, il Mysterium Fidei, che si celebra nell’Eucarestia; il mondo, uscito dalle mani di Dio creatore, torna a Lui, redento da Cristo” (Lett. Enc. Ecclesia de Eucaristia, n. 8).

Nella Messa e per il dono di Gesù nell'Eucarestia ognuno di noi deve vivere la stessa meraviglia, gioia e gratitudine, di cui parla S. Giovanni Paolo II nel brano che ho appena citato.

Mettiamoci in adorazione davanti a questo Mistero grande e di misericordia. Il Cristo non poteva fare di più per noi. Davvero, nell’Eucaristia, il Redentore ci mostra un amore che va fino “all’estremo” (cfr. Gv 13,1), un amore che non conosce misura e confini.

Questo aspetto di carità universale del Sacramento eucaristico è fondato sulle parole stesse del Salvatore. Istituendolo, egli non si limitò a dire “Questo è il mio corpo », « questo è il mio sangue », ma aggiunse “dato per voi...versato per voi” (Lc 22,19-20). Non affermò soltanto che ciò che dava loro da mangiare e da bere era il suo corpo e il suo sangue, ma ne espresse anche il valore sacrificale, rendendo presente in modo sacramentale il suo sacrificio, che si sarebbe compiuto sulla Croce alcune ore dopo per la salvezza di tutti. 

 

2)    Mendicare il Corpo di Cristo crocifisso.

Nell’Eucarestia Gesù è presente non come una cosa, ma come una Persona, cioè come un “Io” che si dona a un “tu”, che lo mendica.

Quando andiamo a ricevere la Comunione, tendiamo la mano per ricevere il Signore della vita, siamo, quindi, dei mendicanti che tendono la mano per chiedere la carità del Pane di vita eterna. Riconosciamo di essere poveri che riceviamo tutto. Anzi riceviamo il Tutto, che non è qualcosa ma Qualcuno, che si dona a noi. Il ricevere il Pane di vita è comunione di persone, incontriamo Cristo e il suo Cuore parla al nostro cuore.

      In questo incontro eucaristico il Redentore non solo ci parla, ma agisce: “E’ Cristo che lì agisce, che è sull’altare. E’ un dono di Cristo, il quale si rende presente e ci raccoglie attorno a sé, per nutrirci della sua Parola e della sua vita. Attraverso l’Eucarestia, Cristo vuole entrare nella nostra esistenza e permearla della sua grazia. Viviamo quindi l'Eucarestia con spirito di fede, di preghiera, di perdono, di penitenza, di gioia comunitaria, di preoccupazione per i bisognosi e per i bisogni di tanti fratelli e sorelle, nella certezza che il Signore compirà quello che ci ha promesso: la vita eterna” (Papa Francesco). La vita è la relazione d’amore col Padre che la dona e coi fratelli che sono figli come te e questa è già vita eterna, è la vita di Dio, ed è quella che Gesù ci vuol comunicare.

Attraverso l’Eucaristia, si attua una relazione di comunione piena tra Gesù e noi perché possiamo sperimentare quel Dio che ha tanto amato il mondo da dare il proprio Figlio, perché il mondo viva. “Mangiare il pane vivo...mangiare il corpo...”: mangiare la carne, mangiare l'Amore, mangiare Dio: tutto è estremamente concreto e tutto è di una densità infinita. Mangiare l'Amore incarnato di Dio perché Dio continui ad incarnarsi e la carne dell'uomo sperimenti la vita di Dio: l'amore dell'uomo diventi l'Amore di Dio risplenda la sua Gloria. Tutto è Dio e tutto è così concretamente umano. Tutto è stupendo: tutto richiede “soltanto” il coraggio di credere l’ “Amore” infinito di Dio nell'oscurità della Croce di Gesù.

            L’Ostia è strettamente legata alla Croce. “Nell'Eucaristia Cristo attua sempre nuovamente il dono di sé che ha fatto sulla Croce. Tutta la sua vita è un atto di totale condivisione di sé per amore” (Papa Francesco). 

            L’Eucarestia è il Sacramento della Passione e Morte di Cristo per eccellenza. Gesù l’istituì in un “eccesso” d’amore, nella notte in cui fu tradito, quando, dopo avere benedetto e spezzato il pane e dopo aver benedetto il vino, li distribuì agli Apostoli dicendo: “Fate questo in memoria di me”. La Santa Messa rinnova misticamente la Morte di Cristo, ne proclama la Risurrezione nell’attesa della Sua venuta. 

Va però tenuto presente che il sacrificio di Cristo è un sacrificio di comunione e di lode.

 Già nell’Antico Testamento fra i vari tipi di sacrifici vi era quello chiamato “sacrificio di comunione” o “offerta di pace” perché voleva esprimere l’unione tra Dio e il donatore attraverso un’offerta di ringraziamento[1]. La vittima veniva spartita tra Dio, il sacerdote e l’offerente. La parte destinata a Dio veniva bruciata sull’altare. Il fedele mangiava dinanzi a Jahwé, quasi in sua compagnia. Era il pasto sacrificale, nel quale si stabiliva una comunione spirituale, un’alleanza tra Jahwé e l’offerente. E’ chiara qui l’idea di “mangiare[2] alla mensa del Signore”, con Lui, come suoi commensali. 

Nella Messa il rendimento di grazie è l’aspetto più significativo e sorprendentemente si trova fin dall’inizio. Notiamo che Gesù, anche prima di risuscitare Lazzaro, alza gli occhi e dice: “Padre, ti ringrazio che mi hai ascoltato” (Gv 11,41). Ringrazia prima di compiere il miracolo, sicuro che il Padre lo compirà.

Trasformando la propria morte in sacrificio di ringraziamento, Gesù ci fa capire che per lui la passione è un dono del Padre, è la sua glorificazione (cf Gv 12,28-33; 13,31-32). La morte stessa viene trasformata in vittoria; Gesù vince la morte con la morte; la morte sua diventa sacrificio di ringraziamento.

L’Eucaristia domenicale o quella quotidiana dovrebbero avere l’effetto di trasformare tutta la vita in perenne sacrificio di ringraziamento per mezzo di Cristo, e farci vivere ogni evento come un dono. Dico dovrebbe, perché spesso ci accostiamo con distrazione, per abitudine, o con pretesa, per vanità. L’Eucarestia è un dono di misericordia che possiamo ricevere dopo avere chiesto perdono e aver detto: “Signore, non sono degno di partecipare alla tua mensa: ma dì soltanto una parola e io sarò salvato”.

La Chiesa ha scelto, come ultimo momento in preparazione al ricevimento dell’eucarestia, di riprendere le parole del centurione romano di Cafarnao quando chiese a Gesù di guarire il suo servo fedele, purtroppo paralizzato e molto sofferente: “Signore, io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto, ma dì soltanto una parola e il mio servo sarà guarito” (Mt 8,8). L’atteggiamento di estrema umiltà e di profonda fiducia che caratterizzò la domanda di questo ufficiale pagano nel richiedere l’intervento salvifico di Cristo nella sua casa - una vera e propria professione di fede - vuole e deve essere l’atteggiamento di tutti noi, sacerdoti e fedeli (queste parole devono essere dette dal prete insieme con i fedeli) nel momento in cui stiamo per ricevere il Signore nel nostro cuore.

 

3)    Le Vergini consacrate e l’Eucarestia.

Di sicuro nessuno di noi è “degno” di Gesù, della sua presenza e del suo amore, ma sappiamo nella fede che ci basta anche solo un suo cenno, una parola, un solo sguardo ed Egli ci può salvare.

Attente a questa parola e con gli occhi del cuore aperti per ricevere questo sguardo, le Vergini consacrate sono testimoni significative di questa umiltà che fa sì che Cristo prenda dimora nel cuore umano e sia portato nel mondo.

Al sacrificio eucaristico di Cristo queste donne uniscono il loro sacrificio nel dono esclusivo di loro stesse a Cristo, in questo modo manifestano in modo speciale la dimensione eucaristica della vita quotidiana di ogni cristiano.

Il sacrificio è necessario alla vera vita, che per essere tale va vissuta eucaristicamente. A nessuno sfugge la forza che questa tentazione possiede nell’odierno panorama culturale. Le sirene del nostro tempo cantano la melodia di una vita senza sacrificio negli affetti, nel lavoro… E in questo modo, di fatto, condannano gli uomini a rimanere incagliati nelle prove della vita quotidiana, illudendoli che queste non dovrebbero esistere.

Come capire e vivere questa  “strana necessità del sacrificio”? Facendo esperienza del dono di sé e della gratuità.

C’è un rapporto tra la rinuncia e la gioia, tra il sacrificio e la dilatazione del cuore. Il sacrificio compiuto dall’amore casto  spalanca il cuore,  attesta l’amore preferenziale per il Signore e simboleggia, nel modo più eminente e assoluto, il mistero dell’unione del corpo mistico al suo corpo, della sposa all’eterno suo sposo. La verginità consacrata, infine, raggiunge, trasforma e penetra l’essere umano fin nel suo intimo, mediante una misteriosa somiglianza con il Cristo, che nell’Eucaristia ci offre il suo Corpo, Pane di vita.

 

 

 

 

 

 

 

Lettura Patristica

Sant’Agostino d’Ippona

Cons. Evan. 303

 

Cominciamo l'analisi seguendo Matteo, che scrive: Mentre cenavano, Gesù prese il pane e, pronunziata la benedizione, lo spezzo e lo diede ai discepoli dicendo: " Prendete e mangiate; questo è il mio corpo " (Mt 26,26). Le stesse cose narrano Marco e Luca (Mc 14,17-22 Lc 22,14-23); solo che Luca parla due volte del calice, una volta prima della distribuzione del pane e un'altra dopo. La prima volta è un'anticipazione, frequente in lui; la seconda volta, da non confondersi con quella ricordata prima, sta veramente a posto suo. Il racconto cosi combinato delle due volte rende bene il pensiero com'è espresso anche dagli altri. Quanto a Giovanni, egli in questo contesto non parla affatto del corpo e del sangue del Signore, ma, com'è risaputo, in un altro capitolo ci informa che il Signore tenne su questo tema un amplissimo discorso (Jn 6,12-21). Al presente egli racconta del Signore che si alza da mensa e lava i piedi ai discepoli spiegando loro anche il motivo del gesto che aveva compiuto (Jn 13,2-22).

Nel proporre questo motivo il Signore, ricorrendo a una testimonianza scritturale, indica velatamente che il traditore era uno che stava mangiando il pane con lui (Mt 22,21 Mc 14,17 Lc 22,14). Terminata questa digressione, egli si unisce al racconto riportato concordemente dagli altri tre. Scrive: Detto questo, Gesù si turbo nello spirito, s'indigno e disse: " In verità, in verità vi dico che uno di voi mi tradirà ".



E continua ancora Giovanni: I discepoli si guardavano l'un l'altro, incerti di chi parlasse (Jn 13,21-22). Matteo e Marco scrivono: Rattristati, cominciarono a chiedergli uno dopo l'altro: " Sono forse io? "(Mt 26,22 Mc 14,17). Rispondendo Gesù disse (cosi Matteo): " Colui che insieme con me bagna la mano nel piatto è lui quello che mi tradirà ". E continua ancora Matteo inserendo le seguenti parole: Il Figlio dell'uomo se ne va, come è scritto di lui, ma guai a colui dal quale il Figlio dell'uomo viene tradito; sarebbe meglio per quell'uomo se non fosse mai nato! (Mt 26,23-24 Mc 14,20-21). In questo racconto concorda anche Marco, che procede nello stesso ordine. Poi Matteo aggiunge: Rispondendo a Giuda, che lo tradiva e gli chiedeva: " Rabbi, sono forse io? ", gli rispose: " Tu l'hai detto " (Mt 26,25). Nemmeno qui è detto espressamente che fosse proprio lui il traditore. Infatti queste parole potrebbero intendersi come: Ma io non ho detto ecc. , e la frase poté essere pronunciata da Giuda - come del resto la risposta del Signore - in modo che non tutti se ne accorgessero.



3. Matteo continua con il racconto del mistero del corpo e del sangue del Signore dato ai discepoli, e lo stesso riferiscono Marco e Luca (Mt 26,26-28 Mc 14,22-24 Lc 22,17-20). Quand'ebbe consegnato il calice il Signore torno di nuovo a parlare del traditore, come segnala Luca: Ma ecco, la mano di chi mi tradisce è con me, sulla tavola. Il Figlio dell'uomo se ne va, secondo quanto è stabilito; ma guai a quell'uomo dal quale è tradito! (Lc 22,21-22) Da cio si lascia ben comprendere che seguirono a questo punto le parole riportate da Giovanni e omesse dagli altri evangelisti. Del resto anche Giovanni: tralascia dei particolari che gli altri invece riferiscono. Il Signore pertanto passo il calice ai discepoli e poi proferi le parole di cui Luca: Ma ecco che la mano di chi mi tradisce è con me, sulla tavola. A queste parole sono da collegarsi quelle riportate da Giovanni; Uno dei suoi discepoli, quello che Gesù amava, stava reclinato sul petto di Gesù. Simon Pietro gli fece un cenno e gli disse: " Di', chi è colui a cui si riferisce? ". Ed egli, reclinandosi cosi sul petto di Gesù, gli disse: " Signore, chi è? ". Rispose allora Gesù: " E colui per il quale intingero un boccone e glielo daro ". E, intinto il boccone, lo prese e lo diede a Giuda Iscariota, figlio di Simone. E allora, dopo quel boccone, satana entro in lui (Jn 13,23-27).



4. A questo riguardo c'è da esaminare in che senso Giovanni non sia in contrasto con Luca, se costui, parlando di Giuda, segnala che il diavolo era entrato nel suo cuore già prima, quando cioè contratto con i Giudei e, ricevuto il denaro, s'incarico di tradire il Maestro (Lc 22,3-5). Non solo, ma Giovanni sembrerebbe essere in contraddizione con se stesso, in quanto sopra dice che prima di ricevere il pezzetto di pane, quando era terminata la cena, il diavolo aveva già cacciato nel cuore di Giuda il proposito di tradirlo (Jn 13,2). Come puo infatti il diavolo entrare nel cuore dei malvagi se non cacciando nei loro disegni perversi altri suggerimenti perversi? Ne segue che in questo secondo momento Giuda dovette esser invasato dal demonio in una maniera più radicale: come, in senso diametralmente opposto, accadde agli Apostoli nel ricevere lo Spirito Santo. Essi lo avevano già ricevuto dopo la resurrezione del Signore quando egli, alitando su di loro, disse: Ricevete lo Spirito Santo (Jn 20,22). Che se poi il giorno di Pentecoste lo Spirito fu loro inviato dall'alto, vuol dire che lo ricevettero in misura più abbondante (Cf. At 2,1 ss). Preso dunque il boccone di pane, non c'è dubbio che anche allora satana entro in Giuda e, come immediatamente prosegue Giovanni, in seguito a questo gli disse Gesù: " Quello che devi fare fallo al più presto ". Nessuno dei commensali capi perché gli aveva detto questo; alcuni infatti pensavano che, tenendo Giuda la cassa, Gesù gli avesse detto: " Compra quello che ci occorre per la festa ", oppure che dovesse dare qualche cosa ai poveri. Preso il boccone egli subito usci. Ed era notte. Quand'egli fu uscito, Gesù disse: " Ora il Figlio dell'uomo è stato glorificato, e anche Dio è stato glorificato in lui. E Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito "(Jn 13,27-32).

 

 

 

 

 

 



[1]  Zebah selamin in ebraico, eucharisto in greco,

[2] Ciò si compie nel gesto di Gesù che mangia con i peccatori e soprattutto nell’Eucaristia. Il sacrificio di lode (tôdâ = grazie) descritto in Lv 7,11-17, ricorre spesso nei Salmi (cf Sal 22; 116; 107 ...). Lo schema è semplice: una persona si trova in un pericolo, invoca il Signore promettendo un sacrificio di rendimento di grazie, arriva l’aiuto desiderato, la persona va al tempio per offrire il sacrificio promesso.

 

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