giovedì 15 giugno 2023

L’amore è dare tutto, è donare se stessi (S. Teresa di Lisieux)

XI Domenica del Tempo Ordinario – Anno A -  18 giugno 2023

 

Rito Romano

Ez 17,22-24; Sal 91; 2Cor 5,6-10; Mc 4,26-34

 

Rito Ambrosiano

III Domenica dopo Pentecoste

Gen 2,18-25; Sal 8; Ef 5,21-33; Mc 10,1-12

 

 

 

            1) L’Amore sotterrato nella terra

            Il seme per essere produttivo deve essere messo sotto terra. Così Dio, perché il suo Regno nasca e cresca, ha messo il suo Amore dentro la terra, nel giardino del grembo della Vergine Maria: “così è germinato questo Fiore”(Dante, Il Paradiso Canto XXXIII).  Il vero e grande Seminatore continua a “gettare” il Figlio, il seme divino, sulla terra. Ma noi terreni, siamo terra fertile come la Madonna? 

            Guardando la nostra estrema fragilità, ci viene immediato dire che non lo siamo. Guardandoci nel Cristo diciamo di sì. Inoltre non dobbiamo dimenticare che Gesù Cristo, Parola di Dio, non viene a noi solamente come dono, ma come perdono. 

            A noi il compito di aprire la terra del nostro cuore, mendicando la misericordia che ricrea. Una bella antifona della liturgia ambrosiana dice: “Antequam discutias mecum, Domine, miserere mei”: “Prima di parlare con me, Signore, perdonami, secondo la tua grande misericordia (cfr Sal 50), secondo la tua giustizia rivestita di pietà e tenerezza”.

            Questa tenerezza di Dio ci prende come il ramoscello, di cui parla il profeta Ezechiele nelle prima lettura romana di oggi: Così dice il Signore Dio: prenderò dalla cima dei cedro, dalle punte suoi rami coglierò un ramoscello e lo pianterò sopra un monte alto, massiccio; lo pianterò sul monte alto d'Israele. Metterà rami e farà frutti e diventerà un cedro magnifico. Sotto di lui tutti gli uccelli dimoreranno, ogni volatile all'ombra dei suoi rami riposerà. Sapranno tutti gli alberi della foresta che io sono il Signore.

            Nelle mani di Dio, ogni uomo che accolga il Suo dono, che viva della sua Parola, che cammini sui passi del suo Figlio, può diventare annunciatore di salvezza e operaio intraprendente del Regno di amore, di giustizia e di pace a cui l’umanità intera anela.

            Certo, Dio Padre ci prende con le sue “mani” e ci pianta il alto. Certo, Dio Padre è il Seminatore, il Verbo è la Semente, il terreno è l'uomo. Ma in questo processo il terreno non è affatto passivo. La qualità del raccolto dipende infatti dalla buona predisposizione della terra, insomma dalla fertilità del terreno profondo e insondabile che è il cuore dell'uomo. Come ben si esprime un famoso esempio della Scrittura, la Parola ha sempre la sua efficacia come la pioggia che discende dal cielo (cfr Is 55, 10 - 11): essa ha in sé qualità per irrigare e predisporre alla crescita, ma se il terreno è arido e refrattario, non potrà che dare  pochi frutti. 

            Il terreno dell'uomo si predispone sulla base della volontà e della predisposizione dell'uomo stesso, che di fronte alla Parola non deve mai mostrarsi sospettoso o diffidente, ma considerarla come un Dono, aprendosi deliberatamente con fiducia e lasciandosi formare da essa. 

            Tuttavia, credo che ancor prima della buona volontà e della fiducia, dobbiamo essere puri ed umile per accogliere il seme, come ce ne ha dato un esempio grande la Madonna. Lei, l’Immacolata da sempre, si è messa umilmente a servizio della Parola, noi, a cui il dolore  ed il perdono tolgono il peccato, possiamo fare altrettanto. Maria con la sua purezza immensa e la sua umiltà senza limiti ha nobilitato a tal punto l’umana natura che “il suo Fattor non disdegnò di farsi sua Fattura”(Dante, Il Paradiso Canto XXXIII) . Noi possiamo diventare terra degna, nobile e feconda, imitando la Madonna nella sua umiltà, grazie alla quale non era definita dall’esito delle cose da fare, ma dall’amore di Dio. E, resi puri dal perdono implorato, saremo vera dimora di Dio.

 

 

2) L’amore seminato nel cielo.

            Il frutto che nasce dalla terra permette, a chi lo mangia, di vivere, ma non gli impedisce di morire. Cristo, seme seminato nel cielo mediante la Croce, “produce” il pane di immortalità. 
            Se noi lo seguiamo fino là, la Parola divina si insinua nella nostra vita, per trasformarla secondo il suo progetto d'amore, proprio come il seme che, “caduto” e disperso fra le “zolle” di cielo, si dipana misteriosamente e il nostro cuore, terra prima incolta e abbandonata in un campo fruttuoso di raccolti: il seme cresce un po' alla volta, viene alimentato dalla terra e dal clima appropriato della stagione, si tramuta prima in piccole spighe finché il terreno celestizzato non diventa grano pronto per la mietitura. 

            Non dimentichiamo che prima di essere seminato in cielo mediante la Croce, Gesù si è inginocchiato davanti agli uomini, lavandolo loro i piedi. Imitiamo anche in questo il Redentore che con il gesto della lavanda dei piedi ha mostrato l’amore divino con tutte le componenti umane: simpatia, tenerezza, generosità, commozione e servizio, con quella vibrazione umana, che rende Gesù vicino a tutti e ne conquista i cuori.

            Come un granellino di senape, Gesù si è fatto piccolo, povero e indifeso, condividendo la condizione dei deboli e dei reietti e per questo è stato esaltato con un nome al di sopra di ogni altro nome (Fil 2, 9). Una volta morto e sepolto, Gesù ha apportato la crescita del Regno che aveva già diffuso in germe con le sue parole e con le sue opere: per mezzo delle sue apparizioni da Risorto, nell'Ascensione al Cielo e nella realizzazione della promessa del dono dello Spirito a Pentecoste e nella continuità del suo annuncio per mezzo della Chiesa, Cristo fa crescere costantemente il seme del Regno e ne dispiega i fruttuosi raccolti dappertutto.

            Come afferma infatti il vangelo di oggi, noi non conosciamo né saremo mai in grado di conoscere tempi e modalità con cui Dio fa crescere il suo seme, non ci è dato sapere quali procedimenti, tempi, sentieri Dio metta in atto per far crescere la propria semente, non sapremo mai quanti passi sono necessari fino al conseguimento dell'obiettivo. Nessuno può illudersi di pronosticare futuri risultati o di anticipare eventi e soluzioni. Occorre semplicemente lasciare fare a Dio, le cui vie e i cui sentieri sono differenti dai nostri (Is 55, 5) e saper attendere nell'umiltà, nella fede e nella speranza. 

            Affidarci a Dio nellessere seminatori nel suo nome comporta certamente l'essere piccoli e crescere progressivamente, senza bruciare le tappe. Chi si trova oggi a godere di una buona posizione di successo o a fare l'inventario delle copiose risorse acquisite ha dovuto iniziare con poco, affrontare le dure lotte e gli immancabili sacrifici che ogni traguardo comporta.

            Il versetto successivo, in ogni caso e in tutti i campi, inizia con una serie di fallimenti, di frustrazioni e di incomprensioni altrui, conosce insidie a volte precostituite, richiede costanza, fiducia e perseveranza nella prova e nella tentazione di voler abbandonare. Ma quando finalmente l'obiettivo è raggiunto, ebbene i risultati sono paragonabili alla pianta che è scaturita da un insignificante granellino di senapa: ora è talmente grande da torreggiare su tutta la flora antistante e da diventare sede di numerosi nidi di uccelli. 

            Prendere parte attiva alla novità del Regno realizzata da Cristo vuol dire seguire le sue orme instancabilmente e conseguire i medesimi premi di gloria anche se la tappa necessaria e inevitabile è sempre la Croce, dove Cristo manifestò che l’amore folle di Dio ha vinto il male, dove la morte è stata vinta dalla Vita. 

Riceviamo Cristo come il Cielo l’ha ricevuto quando gli uomini l’hanno messo in Croce.

            In modo particolare le Vergini Consacrate nel mondo devono essere la terra divenuta cielo grazie alla consacrazione. Queste donne si inseriscono nel solco di quelle consacrate, che subirono il martirio per rimanere fedeli al Signore.  Esse furono numerosissime, specialmente i primi tre secoli della vita della Chiesa.

Il ricordo delle vergini consacrate martiri deve rimanere per queste donne un vivo richiamo al dono totale di sé che la consacrazione verginale richiede. (cfr Ecclesiae Sponsae Imago, Introduzione, 8 giugno 2018).      

 

 

 

 

 

Lettura Patristica

San Cipriano, vescovo e martire

Dal trattato «Sul Padre nostro» di 
(Nn. 4-6; CSEL 3, 268-270)


Per coloro che pregano, le parole e la preghiera siano fatte in modo da racchiudere in sé silenzio e timore. Pensiamo di trovarci al cospetto di Dio. Occorre essere graditi agli occhi divini sia con la posizione del corpo, sia con il tono della voce. Infatti come è da monelli fare fracasso con schiamazzi, così al contrario è confacente a chi è ben educato pregare con riserbo e raccoglimento. Del resto, il Signore ci ha comandato e insegnato a pregare in segreto, in luoghi appartati e lontani, nelle stesse abitazioni. E` infatti proprio della fede sapere che Dio è presente ovunque, che ascolta e vede tutti, e che con la pienezza della sua maestà penetra anche nei luoghi nascosti e segreti, come sta scritto: Io sono il Dio che sta vicino, e non il Dio che è lontano. Se l'uomo si sarà nascosto in luoghi segreti, forse per questo io non lo vedrò? Forse che io non riempio il cielo e la terra? (cfr. Ger 23, 23-24). E ancora: In ogni luogo gli occhi del Signore osservano attentamente i buoni e i cattivi (cfr. Pro 15, 3).
E allorché ci raduniamo con i fratelli e celebriamo con il sacerdote di Dio i divini misteri dobbiamo rammentarci del rispetto e della buona educazione: non sventolare da ogni parte le nostre preghiere con voci disordinate, né pronunziare con rumorosa loquacità una supplica che deve essere affidata a Dio in umile e devoto contegno. Dio non è uno che ascolta la voce, ma il cuore. Non è necessario gridare per richiamare l'attenzione di Dio, perché egli vede i nostri pensieri. Lo dimostra molto bene quando dice: «Perché mai pensate cose malvage nel vostro cuore?» (Mt 9, 4). E un altro luogo dice: «E tutte le chiese sapranno che io sono colui che scruta gli affetti e i pensieri» (Ap 2, 23).
Per questo nel primo libro dei Re, Anna, che conteneva in sé la figura della Chiesa, custodiva e conservava quelle cose che chiedeva a Dio, non domandandole a gran voce, ma sommessamente e con discrezione, anzi, nel segreto stesso del cuore. Parlava con preghiera nascosta, ma con fede manifesta. Parlava non con la voce ma con il cuore, poiché sapeva che così Dio ascolta. Ottenne efficacemente ciò che chiese, perché domandò con fiducia. Lo afferma chiaramente la divina Scrittura: Pregava in cuor suo e muoveva soltanto le sue labbra, ma la voce non si udiva, e l`ascolto il Signore (cfr. 1 Sam 1, 13). Allo stesso modo leggiamo nei salmi: Parlate nei vostri cuori, e pentitevi sul vostro giaciglio (cfr. Sal 4, 5). Per mezzo dello stesso Geremia lo Spirito Santo consiglia e insegna dicendo: Tu, o Signore, devi essere adorato nella coscienza (cfr. Bar 6, 5).
Pertanto, fratelli dilettissimi, chi prega non ignori in quale modo il pubblicano abbia pregato assieme al fariseo nel tempio. Non teneva gli occhi alzati al cielo con impudenza, non sollevava smodatamente le mani, ma picchiandosi il petto condannando i peccati racchiusi nel suo intimo, implorava l'aiuto della divina misericordia. E mentre il fariseo si compiaceva di se stesso, fu piuttosto il pubblicano che meritò di essere giustificato, perché pregava nel modo giusto, perché non aveva riposto la speranza di salvezza nella fiducia della sua innocenza, dal momento che nessuno è innocente. Pregava dopo aver confessato umilmente i suoi peccati. E così colui che perdona agli umili ascoltò la sua preghiera.

 

 

 

Nessun commento:

Posta un commento