giovedì 11 luglio 2013

Farsi prossimo agli altri, come Cristo si è fatto prossimo a me.

Rito romano
XV Domenica del Tempo Ordinario – Anno C - 14 luglio 2013
Dt 30, 10-14; Sal 18; Col 1, 15-20; Lc 10, 25-37
Tu hai parole di spirito e vita – Parabola del Samaritano

Rito ambrosiano
VIII Domenica di Pentecoste
1Sam 8,1-22a; Sal 88; 1Tm 2,1-8; Mt 22, 15-22
Dare a Cesare e a Dio.

1) Quattro personaggi e un luogo da individuare.
All’ascolto o lettura della parabola del Samaritano, nascono subito alcune domande:
Il sacerdote chi è? Sono io quel sacerdote.
E il levita? Sono ancora io.
E l’uomo ferito? Ancora io.
E il samaritano chi è? È Gesù. E Gesù cosa fa? Si fa mio prossimo, si prende cura di me in modo tale da diventare Lui come me: diventa ferito, nudo, crocifisso al mio posto, e io. invece, sono curato, rivestito di dignità e riportato in vita.
Il sacerdote e il levita avevano compiuto il loro servizio nel tempio di Gerusalemme e ritornavano a casa. Al vedere l’uomo ferito non si fermarono. Forse ritenevano morto quello che invece era solo mezzo morto, e non volevano toccarlo, perché il cadavere rendeva culturalmente impuri (Cf. Lev 21,1). Oppure avevano paura di essere anch’essi aggrediti. In loro tutto ciò è più forte della compassione. In quanto sacerdote e levita rappresentavano uomini che dovevano incarnare il comandamento dell’amore di Dio. Ma l’amore del prossimo? Purtroppo, culto e compassione erano in loro due cose distinte.
E la locanda che cos’è? La Chiesa, che accoglie tutti.
2) Chi ci è prossimo1?
Noi siamo abituati all’espressione “buon Samaritano” e ci sembra un modo di dire normale, che però ovvio non è. Di tratta di un un ossimoro2 (una contraddizione). In effetti per gli Ebrei di duemila anni fa i samaritani erano gli eretici, gli scismatici, gli esseri disprezzati ancor più dei pagani. Quindi se c’era qualcuno che non poteva essere il loro prossimo, erano i samaritani . Inoltre Gesù non dice che il samaritano è da aiutare perché prossimo, ma “osa” donare ai suoi compaesani un Samaritano quale esempio della perfezione umana e divina, per avere la vita felice ed eterna.
Questo dono è stato capito così bene nella Chiesa che Gesù è da sempre indicato come il “buon Samaritano”, e la Chiesa stessa si fa “prossimo” all’umanità indigente.
Cristo e la Chiesa con Lui si chinano sull’uomo debole e ferito, per salvarlo, perché il Regno di Dio ha questo “prezzo”: la compassione.
Il Figlio di Dio, la Misericordia fatta carne, porta la benedizione di Dio, facendosi prossimo dell’uomo, che da lui è compatito, curato e guarito per il Regno dei Cieli.
Per farci capire la grandezza e la profondità di questa sua prossimità, Gesù usa varie parabole: quella del buon pastore che salva le pecore spogliate, battute e messe a morte (Gv 10,10), quella del figlio del padrone della vigna che si presenta dopo i profeti mandati invano (Gv 10; Lc 20,9-18), e quella del Samaritano che mostra un viaggiatore che non evita un uomo sanguinante per le ferite, ma gli gli va accanto per compassione e lo toglie dalla strada dove giaceva ferito.
Immaginiamoci la scena e immedesimiamoci nel ferito soccorso dal samaritano, che arriva dopo i sacerdoti e i leviti che non hanno voluto e non hanno potuto salvare l’uomo ferito, forse anche perché era uno sconosciuto, estraneo alla loro tribù e famiglia. E' riflessa qui la storia della salvezza in cui Gesù viene sotto l’aspetto di un samaritano disprezzato, rivela ciò che le altre tecniche della salvezza hanno dimenticato, costruisce proprio là dove queste tecniche hanno fallito.
In Cristo, Dio si è avvicinato all’uomo con una figura semplice ed umana. Il Dio che ora conosciamo “non è troppo alto né troppo lontano” da noi e la sua legge è molto vicina a noi; è nella nostra bocca e nel nostro cuore perché la mettiamo in pratica (prima lettura del rito romano). Solo facendo quello che anche Cristo ha fatto, incontriamo veramente il Prossimo (Dio) e il prossimo (l’uomo): il nostro cuore non matura che nell’accoglienza dell’Altro e dell’altro, ed ha un solo “bel difetto”, ha bisogno di essere amato.
Dunque Gesù, nel concludere la parabola, capovolge la seconda domanda (la prima è stata: “Cosa devo fare per avere la vita eterna?”) del dottore della Legge 3. Questi aveva chiesto: “Chi è il mio prossimo?”.
La domanda sembra fatta per convincere Gesù che “amare Dio” è senza limiti e orizzonti, ma che “amare il prossimo” aveva dei limiti ben precisi. Mi pare che la domanda supponga che noi possiamo scegliere quale sia il prossimo da amare, con la possibilità di rifiutare coloro che non sono degni di essere amati. Gesù la capovolge: “Chi ha avuto compassione4 di lui?”. Dunque è importante non solamente sapere di chi dobbiamo avere compassione, ma conoscere chi ha compassione di noi. Oggi Lui vuole insegnarci non tanto chi è il nostro prossimo, ma farci capire Chi viene vicino a noi che giaciamo per strada. In primo piano non vi è colui che gestisce la sua compassione e la distribuisce a chi ritiene opportuno, ma colui che nel bisogno attende un gesto di compassione da un Viandante che si fa a lui prossimo, avvicinandosi e curandoci.
3) Il prezzo del Regno di Dio: la compassione.
Se nelle righe precedenti ho suggerito di immedesimarci nell’uomo ferito per capire che il nostro prossimo è Cristo, ora propongo di immedesimarci nel Samaritano per essere prossimi all’umanità ferita, che desidera risollevarsi, ma che da sola non può farlo. Il sacerdote e il levita non si fermarono come fece il samaritano, perché i loro occhi non erano come quelli del Signore. Il Samaritano, invece, ha gli occhi di Dio e guarda all’umanità come la guarda Gesù: “Cristo, il Figlio di Dio, posa il suo sguardo sul dolore umano e si serve del dolore per rivelarci il suo amore, per incarnarvi la sua carità. Quanto "scendere" dev'essersi compiuto in me, se solo il dolore può rivelarmi l'amor di Dio! Quanta carità da parte di Dio, s'Egli ha dovuto risalire con noi ogni nostro Calvario, perché potessimo credere all'Amore.” (Don Primo Mazzolari, Tempo di credere, Brescia 1964, p. 103).
Questo amore si commuove (muovere con), ha compassione (patire con), parola che -anche se meno forte di quella greca che indica “viscere commosse”- indica non tanto l'elemosina del ricco al povero, il soccorso del sano verso il malato, ma il vivere insieme la passione della vita del fratello e della sorella, la cui umanità è ferita.
L’etimologia della parola “compassione” ci spinge a viverla sentendo il dispiacere o male altrui, quasi li soffrissimo noi. Il dottore della legge questo l’ha capito bene. Gesù quindi conferma la sua risposta e lo invita a fare altrettanto. La carità è missione nella compassione, è un percorrere la strada sulle orme di Cristo Gesù nella quotidianità. Per fare questo Gesù chiede una disponibilità totale, spinge a lavorare ad un progetto comune, ad entrare in una storia, in un stabilità di vita. Questa è la via per la vita eterna: fare lo stesso tragitto che Gesù ha descritto e realizzato, venendo ad abitare il luogo della nostra infermità.
C’è da chiedere a Cristo uno sguardo ed un cuore come il suo. Mentre la ragione vuole misurare il dono di Dio in base a ciò che la ragione stessa può comprenderlo, Cristo ci rivela il Suo Cuore, che è di una tenerezza inimmaginabile. Tante persone nella Chiesa hanno capito e accolto questo cuore e la sua tenerezza.
Cito un esempio di una Missionaria della Carità, che conobbi a Roma. Era una suora italiana, che a 60 anni di età aveva lasciato la sua Congregazione dove era Consigliera generale, per entrare tra le suore di Madre Teresa di Calcutta. Questa Beata l’accolse e con attenzione materna le disse di venire a Calcutta quando il clima era più sopportabile. Dopo un mese di adattamento alla nuova vita, mandò questa “nuova” sorella a lavorare (o come Madre Teresa diceva: “a fare apostolato”) nella Casa dei morenti. Là in questa Casa di misericordia e di pietà vi erano e vi sono ancora varie stanzette, dove i malati terminali sono curati amorosamente. Sul muro di ogni stanzetta c’è una frase del Vangelo. La suora italiana cominciò a lavare le piaghe del malato e intanto guardava il muro della cella su cui c’era scritto: “Questo è il mio corpo”. Finito il suo “apostolato”, tornò in convento per la cena. Nel refettorio c’era anche Madre Teresa, che le chiese: “Che cosa hai fatto questo pomeriggio?”. La suora rispose: “Sono rimasta tre ore con Gesù”. Da samaritana sulle orme del Samaritano si era chinata sull’uomo, con il quale Gesù si identifica: “Ho avuto fame, ho avuto sete, ero in prigione, ero malato, nudo. Ogni volta che avete soccorso il più piccolo dei miei fratelli avete soccorso me” (cf Mt 25,35).
Viviamo nella misericordia e pratichiamo la compassione, mettendoci in ginocchio davanti al nostro prossimo come Gesù ha fatto alla lavanda (in francese: lavement) dei piedi e sulla Croce, e come fanno tanti uomini e donne che lavano le ferite fisiche e spirituali dei loro fratelli e sorelle.
Guardando noi in questa comunione di misericordia reciproca, gli altri potranno “leggere” il Vangelo e “vederlo” in azione. Tramite la nostra vita in Cristo la verità è data ai sapienti e l’amore ai cuori.
Dio si mette nelle nostre mani di misericordia. Non cerchiamo altri responsabili. Il solo responsabile siamo noi, perché ciascuno di noi ha il compito di portare nel suo cuore il Dio vivente, il dio che non si impone mai, ma sempre si propone chiamandoci a vivere e rivivere il suo pellegrinaggio, ad aprire la porta alla quale lui bussa: “Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno mi apre, io entrerò e mi siederò alla sua mensa e cenerò con lui e lui con me” (Ap 3,20).
Quanto detto finora vale per tutti i cristiani: secolari e religiosi. Ma per le persone che si consacrano in che modo si specifica la vocazione ad essere samaritani? Mostrare con la loro esistenza che culto e compassione non sono contrapposti. Ad una sua suora che chiedeva a San Vincenzo de Paolis: “Se sto facendo l’adorazione del Ss.mo Sacramento e un povero bussa alla porta, che devo fare? Continuare a pregare oppure andare dal povero? Il Santo fondatore delle Figlie della Carità rispose: “Non lasci Dio, se lasci Dio per Dio”. Il che non vuol dire solo che nel povero c’è Dio, quindi si può smettere di pregare per aiutare il bisognoso. Vuol dire che in una consacrazione verginale a Dio, si hanno occhi così puri da vedere nel povero Dio e servirlo nella misericordia e nella lode.
4) Locanda del “Tutti-accoglie”.
Gesù nella parabola di oggi parla anche del fatto che il Samaritano portò l’uomo ferito ne “Il Tutti accoglie5”, che è tradotto con locanda o albergo.
Questo “Il Tutti-accoglie” è una fragile casa, sospesa tra Gerico e Gerusalemme, che nasce ovunque uno è disposto ad accogliere tutti.
Dio accoglie tutti, accoglie nel segno profondo dell'amore.
La Chiesa accoglie tutti, maternamente. In questo “ospizio pubblico” ci si prende cura del sofferente come una madre sta chinata sul figlio per curarlo. Questo prendersi cura6 in greco è una parola che indica come la madre sta sopra il figlio, una cura preoccupata che diventa però attiva sopra di lui. A questo servizio di cura materna sono chiamate in modo particolare le Vergini Consacrate. Il Rito della loro Consacrazione le invita a dedicarsi con amore, a curare e alleviare le piaghe fisiche e spirituali di ogni fratello o sorella feriti nell’anima e nel corpo, perché grazie al cuore puro sanno vedere nel volto del sofferente il Volto dei volti: quello di Cristo.
1 Il prossimo, in greco “plesion”, in ebraico “re’a”, designa “uno che è vicino”, che abita accanto, con cui si ha qualcosa in comune. Per l’ebreo era il connazionale, in quanto membro del popolo eletto; tutt’al più vi si potevano includere i convertiti al giudaismo.
2 L'ossimoro (dal “oxìmoron” composto da oxùs = acuto e moròs = ottuso) è una figura retorica, che consiste nell'accostamento di due termini di senso contrario, contraddittorio o comunque in forte antitesi tra loro. L’effetto che si ottiene è quello di un paradosso apparente. Per es.: lucida follia; tacito tumulto; silenzio assordante; convergenze parallele; insensato senso, piacere disgustoso. Se alcuni ossimori sono stati immaginati per attirare l'attenzione del lettore o dell'interlocutore, altri nascono per indicare una realtà che non possiede nome. Questo può accadere perché una parola non è mai stata creata, oppure perché il codice della lingua, in virtù di alcuni limiti formali, deve contraddire se stesso per poter indicare alcuni concetti particolarmente profondi. E’ il caso dell’espressione “buon Samaritano”.
3 I dottori della legge ebrei contavano 613 precetti, di cui 365 negativi (un per ogni giorno dell’anno), 248 positivi, come era –secondo gli antichi- il numero delle ossa, per indicare che la legge entra “negativamente” ogni giorno nell’uomo per purificarlo, togliergli la negatività del male e penetrare ”positivamente” le ossa, struttura del corpo, strutturando l’uomo nel bene.
4 Il testo greco dice splancnìzomai “essere mosso, preso nelle viscere”, nel profondo dell'anima, viscere materne, viscere d’amore, tipiche di Dio il cui guardare a noi diventa compassione. “Ne ebbe compassione” si traduce oggi indebolendo un po’ l'originaria vivacità del testo. In virtù del lampo di misericordia che colpisce l’anima del Samaritano, lui stesso diviene il prossimo, andando oltre ogni interrogativo e ogni pericolo. Dunque qui la domanda è mutata: non si tratta più di stabilire chi tra gli altri sia il mio prossimo o chi non lo sia. Si tratta di me stesso. Io devo diventare il prossimo, così l'altro conta per me come “me stesso”.
5 In greco c’è la parola pandòcheion che significa “accoglie tutti” ed è una casa tra Gerusalemme, la Gerusalemme celeste, e Gerico. Questa casa che accoglie tutti è il simbolo della Chiesa che accoglie tutti.
6 In greco c’è epemelethe da epi - meleomai che vuol dire prendersi cura di, preoccuparsi di, darsi pena, badare, vigilare

Lettura patristica
Brani di
Origene (185-253), Sant’Ambrogio di Milano (339-397), Severo di Antiochia (circa 465-538)

“Accade dunque che sulla stessa strada discendessero prima un sacerdote, poi un levita, che magari avevano fatto del bene ad altre persone, ma non lo fecero a costui che era disceso da Gerusalemme a Gerico. Il sacerdote, che secondo me raffigura la Legge, lo vede; e ugualmente lo vede il levita, il quale, io credo, rappresenta i profeti. Tutti e due lo vedono, ma passano oltre e lo abbandonano là. Ma la provvidenza riservava quest’uomo mezzo morto alle cure di colui che era più forte della legge e dei profeti, cioè del Samaritano, il cui nome significa ‘Guardiano’. Questi è colui che non sonnecchia né dorme vegliando su Israele (Sal 121.4). È per soccorrere l’uomo mezzo morto che questo samaritano si è messo in cammino; egli non discende da Gerusalemme a Gerico, come il sacerdote e il levita, o piuttosto, se discende, discende per salvare il moribondo e vegliare su di lui. A lui i Giudei hanno detto: Tu sei un samaritano e un posseduto dal demonio (Gv 8.48); e Gesù, mentre ha negato di essere posseduto dal demonio, non ha voluto negare di essere samaritano, in quanto sapeva di essere buon “guardiano”.” (Origene, Comm. a Luca 34.5)

“Dunque questo samaritano discende- e chi è che discende dal cielo se non colui che è salito al cielo, il Figlio dell’Uomo che è nel cielo (Gv 3.13)?- e vedendo quell’uomo mezzo morto che nessuno sino allora aveva potuto guarire... si avvicinò a lui; cioè, accettando di soffrire come noi, si è fatto nostro prossimo, ed esercitando la sua misericordia, ci si è fatto vicino. (...) Poiché dunque nessuno ci è più prossimo di colui che ha guarito le nostre ferite, amiamolo come Signore, e amiamolo anche come prossimo: niente infatti è così prossimo come il capo alle membra. Amiamo anche colui che è imitatore di Cristo: amiamo colui che soffre per la povertà altrui, a motivo dell’unità del corpo. Non è la parentela che ci fa l’un l’altro prossimi, , ma la misericordia, poiché la misericordia è conforme alla natura: non c’è niente infatti di più conforme alla natura che aiutare chi con noi partecipa della stessa natura.” (Ambrogio, Comm. a Luca 7.74, 84).

«Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gèrico». Cristo... non ha detto «uno scendeva», bensì «un uomo scendeva», perché il brano concerne tutta l'umanità. Questa, in seguito alla colpa di Adamo, ha lasciato il soggiorno elevato, calmo, senza sofferenza e meraviglioso del paradiso, a buon diritto chiamato Gerusalemme – nome che significa «La Pace di Dio» – ed è disceso verso Gèrico, regione bassa e cava, dove il caldo è soffocante. Gèrico, è il ritmo febbrile della vita di questo mondo, vita che allontana da Dio... Una volta che l'umanità ha imboccato quella vita, lasciando la via retta... il branco dei demoni selvaggi viene ad attaccarla come una banda di briganti. La spogliano del vestito della perfezione, non le lasciano nulla della sua forza d'animo, né della purezza, della giustizia o della prudenza, nulla di ciò che caratterizza l'immagine divina (Gen 1,26), ma dopo averla colpita con i colpi ripetuti dei diversi peccati, la atterrano e la lasciano finalmente mezza morta...La legge data da Mosè è passata..., ma le è mancata la forza, e non ha potuto condurre l'umanità alla piena guarigione, non ha potuto rialzare l'umanità che giaceva in questo modo... Infatti la Legge offriva dei sacrifici e delle offerte che «non hanno il potere di condurre alla perfezione coloro che si offrono a Dio»... perché «è impossibile eliminare i peccati con il sangue di tori e di capri» (Eb 10,1-4)...Infine, un Samaritano passò accanto. Apposta Cristo dona a se stesso il nome di Samaritano. Infatti... egli è venuto in persona, compiendo il disegno della Legge e mostrando con le sue opere «chi è il prossimo» e cosa significa «amare gli altri come se stesso». (Severo di Antiochia, Vescovo, Discorsi, 89 ).

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