venerdì 19 aprile 2013

Il Pastore di amici. Un amico che ci ama per primo e continua ad amarci

IV Domenica di Pasqua – Anno C – 21 aprile 2013

Rito romano
At 13, 14. 43-52; Sal 99; Ap 7, 9. 14-17; Gv 10, 27-30
Il buon Pastore

Rito ambrosiano
At 21,8b-14; Sal 15; Fil 1,8-14; Gv 15,9-17
Vi ho chiamato amici: il Pastore di amici



Una breve premessa:
Nella nostra cultura attuale la figura del pastore è quasi sconosciuta e definire qualcuno pecora è un’offesa. 
Nella Bibbia, invece, la pastorizia è ben nota ed ha un significato positivo e profondo. Infatti nella Sacra Scrittura Dio stesso viene rappresentato come pastore del suo popolo. "Il Signore è il mio pastore, non manco di nulla " (Sal 23,1). "Egli è il nostro Dio e noi il popolo che egli pasce" (Sal 95,7). Il futuro Messia è anch'esso descritto con l'immagine del pastore: "Come un pastore egli fa pascolare il gregge e con il suo braccio lo raduna; porta gli agnellini sul seno e conduce pian piano le pecore madri" (Is 40,11). Questa immagine ideale di pastore trova la sua piena realizzazione in Cristo. Egli è il buon pastore che va in cerca della pecorella smarrita; si impietosisce del popolo perché lo vede "come pecore senza pastore" (Mt 9,36); chiama i suoi discepoli "il piccolo gregge" (Lc 12, 32). Pietro chiama Gesù "il pastore delle nostre anime" (1 Pt 2, 25) e nella lettera agli Ebrei "il grande pastore delle pecore" (Eb 13,20).
Dunque Gesù è il Pastore vero, perché è colui che guida con amore il suo gregge, provvede perché rimanga unito, difende le sue pecore dai pericoli. Il buon pastore conosce le pecore ad una ad una (non sono anonime) e si preoccupa per ciascuna di esse, le conta quando ritornano all'ovile perché nessuna vada perduta e se ne manca una, lascia le altre per cercare quella perduta.
Definendo pecore i propri seguaci e amici, Cristo sottolinea la relazione vitale che li unisce a Lui. Questa relazione di salvezza viene poi ulteriormente definita dai seguenti verbi: “ascoltano e seguono” riferiti a noi credenti, “conosco” riferito a Gesù.

1) Il Pastore buono, appassionato e provvidente.
Gesù conosce e ama ciascuno dei suoi seguaci. E non deve sembrare così strano che ci chiami pecore se lui stesso si è lasciato definire “agnello”, anche perché il suo compito di “togliere i peccati del mondo” diventi la nostra missione di portare il suo perdono a tutti i popoli.
Nel vangelo di oggi, Lui parla di noi come sue pecore e di se stesso come di pastore buono, che dà la vita per le sue pecore... Pecore a cui egli non rinuncia mai e che ama fino a donare la vita per loro: mosso dalla passione per noi non ha esitato e affrontare la passione della Croce. Lui è il pastore buono e innamorato e dà la vita perché noi abbiamo la vita eterna. Viene spontaneo chiedersi come facciamo, noi pecore così fortunate, a lasciare questa Via per smarrirci su strade che portano a dei burroni… fortunatamente lui, il Pastore immensamente buono ci cerca, ci chiama per nome e, quando ci trova, ci mette sulle sue spalle e, in quanto divino Pastore buono, misericordioso e fedelmente innamorato, ci conduce ai pascoli eterni del cielo (cfr 1 Pt 2,25).
Siamo nelle mani del Buon Pastore, che ci conduce amorevolmente ad uno ad uno e ci introduce nella vita vera, nella vita di amici, come il Vangelo ambrosiano ricorda. Da parte nostra però non basterà che di dichiariamo “amici” di Cristo. La vera amicizia con Gesù si esprime nel modo di seguirlo: con la bontà del cuore, con l’umiltà, con la mitezza e la misericordia.
Seguire Gesù è impegnare la nostra volontà e muovere i nostri i passi dietro Colui la cui Parola di Vita abbiamo ascoltato e amato. Dietro a lui i nostri passi non vacillano, Egli ci porterà ai verdi pascoli, anche se dovessimo attraversare una valle oscura... non temeremmo perché lui è con noi (cfr. Sal 23). 
Ma per seguire occorre 
ascoltare, impegnando la mente ed il cuore. Il vero ascolto è obbedienza (etimologicamente obbedire viene da ob-audire= prestare ascolto), come hanno fatto gli apostoli che cosi divennero pescatori di uomini e pastori di anime. L’obbedienza vera è, dunque, dare ascolto e mettere in pratica la parola d’amore che Cristo ci dice. L’obbedienza va vissuta non solo eseguendo dei gesti ma con il desiderio di imparare da Lui il criterio della propria vita, mettendoci alla sequela della verità dell’amore, lasciandoci guidare dall’amore di un Pastore buono, di un Amico vero.

2) La vocazione: “spazio” di libertà.
Se i due verbi “seguire” e “ascoltare”, usati nel vangelo romano di oggi, sono verbi che indicano un dialogo profondo, una comunione nell'esistenza, non soltanto nelle idee, il terzo verbo “conoscere” fonda la vocazione degli Apostoli e di ciascuno di noi. Essa è chiamata ad un rapporto di comunione fra Gesù e i suoi discepoli e coinvolge la persona intera: idee, amore, comportamento. Una chiamata per ricevere la vita: «Io do loro la vita eterna» e per condividerla con l’umanità intera.
Se due sono le note che caratterizzano, come dice Gesù, le sue pecore: ascoltare e seguire, con una precisazione: ascoltare la sua voce e percorrere la strada che Egli stesso percorre, il sapersi conosciuti e amati da Cristo vuol dire non tenere questo dono per se stessi. Con questa conoscenza di Cristo siamo chiamati ad essere sale e luce per il mondo. E’ vero poi che questo è un mondo che cambia, come oggi si è soliti dire, ma questa non è una ragione per affannarsi in ricerche e progetti diversi: la voce di Gesù è già risuonata e la direzione del suo cammino è già tracciata. Alla comunità cristiana è richiesta anzitutto la fedeltà della memoria, non anzitutto la genialità dell'invenzione di programmi pastorali nuovi.
Gesù è un amico che ci conosce e ci fa capire che è impegnato il cuore. Non si conosce veramente se non ciò che si ama. E' l'amore che è capace di andare oltre ad ogni evidenza. E' un conoscere dal di dentro, dall'intimo. E' un conoscere l'Essere, la Vita, la Verità seguendone la Via. E’ una conoscenza nell'Amore, che libera.
Gesù ha più volte detto che la sua libertà non sta nel prendere le distanze dal Padre, ma nel fare in tutto al sua volontà. Libertà e obbedienza al Padre (che è sempre l'obbedienza al dono di sé) coincidono. Lo spazio vero della libertà è l'amore, a cui Cristo ci chiama. La vocazione è un dono da accogliere con stupore: “Lo stupore per il dono che Dio ci ha fatto in Cristo, imprime alla nostra esistenza un dinamismo nuovo, impegnandoci a essere testimoni del Suo amore. E diveniamo testimoni, quando, attraverso le nostre azioni, parole, modo di essere, un ALTRO appare e si comunica. Si può dire che la testimonianza è il mezzo con cui la verità dell'amore di Dio raggiunge l'uomo nella storia, invitandolo ad accogliere liberamente questa novità radicale. Nella testimonianza Dio si espone, per così dire, al rischio della libertà dell'uomo”. (Benedetto XVI, Sacramentum veritatis, n. 85).
Oggi, è la domenica del Buon Pastore, dedicata alle vocazioni sacerdotali, ma non dobbiamo dimenticare quelle religiose, perché chi si impegna a seguire Cristo nella povertà obbedienza e castità ricorda a tutto il Popolo di Dio che :“La povertà, la castità, l'obbedienza, non valgono nulla fintanto che non sono espressioni dell'amore, fintanto che non è l'amore, insomma, che ci spoglia nella povertà, non è l'amore che ci purifica nella castità, non è l'amore che ci immola nell'obbedienza.” (Divo Barsotti). Le Vergini Consacrate in particolare vivono ciò conformandosi ogni giorno di più alla preghiera che il Vescovo ha fatto su di loro il giorno della consacrazione: “Conducile nella via della salvezza, perché esse desiderino ciò che ti piace e siano sempre vigilanti per compierlo. Per Gesù Cristo, nostro Signore” (RCV, n21)





Due suggerimenti:
una preghiera ed una lettura.

In questo cammino verso il cielo Gesù, Pastore vero e appassionato, ci guida con amorosa provvidenza, possiamo pregare così: “Guidami, luce amabile,
tra l'oscurità che mi avvolge.
Guidami innanzi,
oscura è la notte,
lontano sono da casa.
Dove mi condurrai?
Non te lo chiedo,
o Signore!
So che la tua potenza 
m'ha conservato al sicuro 
da tanto tempo, 
e so che ora mi condurrai ancora, 
sia pure attraverso rocce e precipizi, 
sia pure attraverso montagne e deserti sino a quando sarà finita la notte. 
Non è sempre stato così: 
non ho sempre pregato 
perché tu mi guidassi!
Ho amato scegliere da me il sentiero, 
ma ora guidami tu!” (Beato J. H. NEWMAN).

Lettura Patristica
Cristo, buon pastore
Dalle «Omelie sui vangeli» di san Gregorio Magno papa

(Om. 14, 3-6; PL 76, 1129-1130)
“Io sono il buon Pastore; conosco le mie pecore», cioè le amo, «e le mie pecore conoscono me» (Gv 10, 14). Come a dire apertamente: corrispondono all'amore di chi le ama. La conoscenza precede sempre l'amore della verità.
Domandatevi, fratelli carissimi, se siete pecore del Signore, se lo conoscete, se conoscete il lume della verità. Parlo non solo della conoscenza della fede, ma anche di quella dell'amore; non del solo credere, ma anche dell'operare. L'evangelista Giovanni, infatti, spiega: «Chi dice: Conosco Dio, e non osserva i suoi comandamenti, è bugiardo» (1 Gv 2, 4).
Perciò in questo stesso passo il Signore subito soggiunge: «Come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e offro la vita per le pecore «(Gv 10, 15). Come se dicesse esplicitamente: da questo risulta che io conosco il Padre e sono conosciuto dal Padre, perché offro la mia vita per le mie pecore; cioè io dimostro in quale misura amo il Padre dall'amore con cui muoio per le pecore. 
Di queste pecore di nuovo dice: Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. Io do loro la vita eterna (cfr. Gv 10, 14-16). Di esse aveva detto poco prima: «Se uno entra attraverso di me, sarà salvo; entrerà e uscirà e troverà pascolo» (Gv 10, 9). Entrerà cioè nella fede, uscirà dalla fede alla visione, dall'atto di credere alla contemplazione, e troverà i pascoli nel banchetto eterno.
Le sue pecore troveranno i pascoli, perché chiunque lo segue con cuore semplice viene nutrito con un alimento eternamente fresco. Quali sono i pascoli di queste pecore, se non gli intimi gaudi del paradiso, ch'è eterna primavera? Infatti pascolo degli eletti è la presenza del volto di Dio, e mentre lo si contempla senza paura di perderlo, l'anima si sazia senza fine del cibo della vita. 
Cerchiamo, quindi, fratelli carissimi, questi pascoli, nei quali possiamo gioire in compagnia di tanti concittadini. La stessa gioia di coloro che sono felici ci attiri. Ravviviamo, fratelli, il nostro spirito. S'infervori la fede in ciò che ha creduto. I nostri desideri s'infiammino per i beni superni. In tal modo amare sarà già un camminare.
Nessuna contrarietà ci distolga dalla gioia della festa interiore, perché se qualcuno desidera raggiungere la metà stabilita, nessuna asperità del cammino varrà a trattenerlo. Nessuna prosperità ci seduca con le sue lusinghe, perché sciocco è quel viaggiatore che durante il suo percorso si ferma a guardare i bei prati e dimentica di andare là dove aveva intenzione di arrivare”.

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