venerdì 13 gennaio 2017

L’Agnello di Dio

II Domenica del Tempo Ordinario – Anno A – 15 gennaio 2017
Rito Romano
Is 49, 3. 5-6; Sal 39; 1 Cor 1, 1-3; Gv 1, 29-34

Rito Ambrosiano
Nm 20,2.6-13; Sal 94; Rm 8,22-27; Gv 2,1-11
II Domenica dopo l’Epifania

1) L’Agnello e la Colomba al Giordano e a Messa.
Dopo il tempo natalizio che si è concluso con la celebrazione delle tre epifanie di Gesù (a Betlemme con i Re magi, sulle rive del Giordano con il Battesimo, a Cana con il miracolo dei 600 litri di acqua trasformata in vino), ecco il tempo ordinario1, che nel linguaggio corrente evoca non solo quotidianità ma ripetitività e monotonia. Invece, la Chiesa con la sua Liturgia ci invita a vivere il tempo ordinario come prolungamento quotidiano2 - nella nostra umanità, nella nostra umile storia di ogni giorno - di quello che abbiamo vissuto a Natale.
Per aiutarci a prolungare nella vita ordinaria quanto è stato celebrato nel tempo di Natale ormai concluso, il Vangelo di oggi ci propone l’incontro tra Giovanni il Battista e Cristo, che al Giordano comincia il suo quotidiano lavoro di Salvatore. In effetti, Lui ci salva dal peccato prendendolo su di sé in quanto “Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo” (Gv 1,29)3.
Un giorno, che si prospettava un giorno come un altro, durante il suo “lavoro quotidiano” di predicatore e di battezzatore, Giovanni vide fra la gente, che andava da lui, il Messia da lui tanto atteso. Scorse in un uomo del quale non conosceva l’identità di Figlio di Dio un che di veramente eccezionale. Vide che su quest’Uomo discendeva come colomba lo Spirito di Dio e su di Lui rimaneva (cfr. Gv 1, 32), disse a gran voce “Ecco l’Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo”.
Due animali miti e pacifici, immagini di non-violenza e di dolcezza, sono al cuore di questa rivelazione: l’agnello e la colomba.
Gesù è l’agnello mite e innocente, che si lascia condurre alla morte (cfr. Ger 11,19; Is 53,7), offrendosi a Dio per il peccato del mondo. Questo Agnello, che è l’Amato, il Prediletto, è pure il Servo del Signore (cfr. soprattutto Is 53,4-6.12), che si carica del peccato del mondo, per toglierlo dalle nostre spalle e cancellarlo agli occhi del Padre, dal quale invoca e ottiene la misericordia e il perdono.
Lo Spirito Santo scende su Gesù come colomba, perché come colomba lo Spirito trova il suo nido di amore in Gesù. Dimorando su Cristo, questa colomba indica l’Amore del Padre che si stabilisce in Gesù come in una abitazione permanente (vedi Mt 3,16; Mc 1,10; Lc 3,22). Con gli occhi del corpo Giovanni vede un “semplice” uomo, che andava da lui mischiato fra gli altri peccatori penitenti. Grazie all’indicazione dello Spirito, con gli occhi dello spirito, il Battista riconosce nel cugino Gesù il Messia e lo indica a tutti ad alta voce quale Agnello di Dio, proclamando che veniva a cancellare il peccato.
Ma perché questo mite ed innocente Agnello deve morire? Di chi è vittima? Dell’ira di Dio, che si placa solamente con il sangue dei sacrifici? Della giustizia di Dio, la quale esige che un innocente versi il suo sangue come risarcimento delle offese?
Nell’Antico Testamento, come il libro dell’Esodo ci racconta, il sangue dell’agnello sugli stipiti delle case liberò il popolo ebreo dalla morte e la carne dell’agnello, mangiata all’inizio dell’esodo, diventa forza per il cammino di Israele.
Nel Nuovo Testamento, l’Agnello di Dio, il Figlio che è fatto servo, il buon pastore che si è fatto agnello, si fa garante non più e non solamente della liberazione del popolo di Israele, ma del “mondo” intero, di tutta umanità.
L’Agnello di Dio è vittima dell’amore del Padre per l’umanità. Per l’uomo Dio sacrifica suo Figlio, che sacrifica la propria vita per i suoi fratelli in umanità.
Questo Agnello, che conduce alla sorgente della vita, della felicità, e asciuga ogni lacrima dai nostri occhi (cfr. Ap 7,14-17), mostra un’obbedienza e un amore che vanno fino alla Croce. Lui è il Servo di Dio che prende su di sé – togliendolo via – il peccato del popolo. Infatti, “quando il tempo della misericordia di Dio arrivò, l’Agnello venne sulla terra e portò il perdono, portando via il peccato” (Sant’Agostino d’Ippona, Comment. in Ioan., 7, 5-6).
L’Agnello-Cristo prende su di sé e porta via il peccato del mondo, perché è il Servo innocente per antonomasia ed è solidale con i peccatori. Anche se è consapevole della sua innocenza e dalla sua origine divina, non prende le distanze dai peccatori, si mescola con loro e, oggi, con noi.

2) Il sacrificio dell’Agnello è un sacrificio di comunione.
Gesù Cristo è l’Agnello immacolato che porta sulle sue spalle la croce dei nostri peccati, sale in croce e su questa croce s’immola da Agnello. Lui porta sulle sue spalle i nostri peccati, tutti, e sulla croce sono puliti dal suo Sangue, bruciati dal fuoco dello Spirito Santo che si sparge col suo Sangue.
Questo, che accadde sulla croce, riaccade misteriosamente nel battesimo e nella confessione sacramentale, dove il potere del suo Sangue toglie i miei peccati.
Questa salita in croce di Gesù si rinnova sacramentalmente ad ogni Messa, e noi, siccome siamo battezzati, siamo stati fatti un solo corpo con Lui, e come il suo corpo viene sacrificato nella Messa, anche noi siamo sacrificati con Lui. Perciò in questa Messa, rendiamo grazie a Dio, per Gesù Cristo, l’Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo, il nostro Salvatore, che ci toglie le tenebre e le ombre di morte, donandosi Lui stesso in Persona, nella comunione eucaristica.
Entrare in comunione con lui, fare la comunione, significa diventare ciò che (o meglio Colui che) mangiamo e rinnovare questo atto di consegna di noi stessi e del nostro peccato a Lui, che viene a noi come agnello per prenderlo su di sé.
Ad ogni Messa la Chiesa rinnova il sacrificio redentore di Cristo, e – tramite un atto di immenso amore Gesù prende sulle sua spalle il peccato per toglierlo dalle nostre spalle, come libero dono. La sua non è una espiazione4, intesa in senso giuridico, che è quanto di più lontano dalla concretezza dell’amore di Dio. La sua è un’espiazione che si coniuga con il perdono, che è la caratteristica del Dio di Gesù Cristo. Il peccato dunque è tolto non solo perché è cancellato, portato via, ma perché l’Amore è immesso nell’uomo.
Per continuare ad immettere questo Amore il modo privilegiato è quello di fare la comunione. Comunicare assumendo la carne dell’Agnello di Dio che si è fatto cibo per noi è entrare nella comunione con la persona del Signore vivo. Questa comunione, questo atto del “mangiare”, è realmente un incontro tra due persone, è un lasciarsi penetrare dalla vita di Colui che è il Signore, di Colui che è il mio Creatore e Redentore. Scopo di questa comunione è l’assimilazione della mia vita alla sua, la mia trasformazione e conformazione a Colui che è Amore vivo.
In questo contesto vorrei richiamare l’importanza della testimonianza verginale proprio in relazione al mistero dell'Eucaristia. Infatti il Mistero eucaristico manifesta un intrinseco rapporto con la verginità consacrata, in quanto questa è espressione della dedizione esclusiva della Chiesa a Cristo, che essa accoglie come suo Sposo con fedeltà radicale e feconda.
Nell'Eucaristia le vergini consacrate trovano ispirazione ed alimento per la sua dedizione totale a Cristo. Anticipando le “nozze dall’Agnello” (Ap 19, 7.9) queste donne consacrate nel mondo si affidano completamente all’Agnello eucaristico e testimoniano che Lui è conforto e spinta per essere, anche al giorno d’oggi, segno dell’amore gratuito e fecondo che Dio ha verso l’umanità.
Queste donne testimoniano che Cristo, che è la misericordia di Dio fatta carne, trasforma noi, assimilandoci a Lui. Ci rende capaci di vivere secondo la sua stessa logica di donazione e trasfigura il nostro quotidiano così che “se siamo appesantiti dal male, Gesù in Sacramento è la giustizia. Se abbiamo bisogno di aiuto, Lui è la forza. Se temiamo la morte, Lui è la vita. Se desideriamo il Cielo, Lui è la via. Se vogliamo fuggire le tenebre, Lui è la luce. Se cerchiamo il cibo, Lui è l’alimento” (cfr. Sant’Ambrogio).

1  L’anno liturgico è composto dal Temporale e dal Santorale. Il primo comprende il ciclo natalizio con i tempi di Avvento e di Natale: il ciclo pasquale con i tempi di Quaresima e di Pasqua; e le 34 domeniche del Tempo Ordinario. Il Santorale comprende i giorni in cui la liturgia celebra il ricordo dei Santi.
Il Triduo Pasquale, poiché ricorda la passione, la morte e la risurrezione di Gesù, è il centro e il culmine dell’anno liturgico. L’anno liturgico inizia con l’Avvento e termina con la solennità di Cristo Re, che si celebra la 34^ domenica del tempo ordinario

2  Il tempo ordinario è il tempo del cammino verso il Regno come condizione quotidiana. Nei cosiddetti “tempi forti” restiamo sempre pellegrini, ma con soste segnate da un impegno di conoscenza e di partecipazione ai misteri di Gesù che celebriamo; nel tempo ordinario ogni domenica ci fa celebrare la Pasqua del Signore, l’evento che ci permette la fede, la speranza e la carità sulla strada che ci porta al Regno di Dio.

3  La frase “Ecco l’Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo” può essere tradotta anche così: “Ecco l’Agnello di Dio che porta su di sé il peccato del mondo”. Il verbo greco “airo”, che l’Evangelista e Apostolo Giovanni mette sulla bocca di Giovanni il Battista: “Ecco l’Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo”, non significa solo “portare”, “prendere sulle proprie spalle” ma anche “togliere via”.
Con questa espressione l’Evangelista Giovanni si riferisce sia al quarto carme del Servo del Signore (Is 53,1-12), sia all’agnello espiatorio (Lv 14, 12-13), sia all’agnello pasquale (Es 12, 1-14; Gv 19,36) che diventa il simbolo della redenzione.


4  Nel linguaggio corrente, il verbo “espiare” ha acquisito un significato negativo, nel senso di “subire una pena”, e poco importa se il reo accetti o meno la sentenza di condanna: se subisce la pena, espia. Invece l’idea biblica di ‘espiare’ è quella di “portare rimedio al male”. Nella prima lettera di Giovanni si legge: “In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma Dio ha amato noi e ha mandato suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati” (1Gv 4,10), ma sarebbe più esatto rendere “vittima di espiazione” con “strumento di perdono”. Ecco, espiazione è da intendere come purificazione, non come castigo sostitutivo e sacrificio “in risarcimento” del danno causato dal peccato. Gesù non è stato condannato da Dio al posto nostro, anche se ha sofferto al posto nostro e a vantaggio nostro. L’amore del Padre ha fatto del Figlio in croce lo strumento di purificazione dei nostri peccati, il ponte di riconciliazione con noi peccatori.



Lettura Patristica
Melitone di Sardi
In Pascha, 1-11; 31-34

È stata appena letta la Scrittura sull’esodo ebraico e sono state spiegate le parole del mistero: come viene immolato l’agnello e come viene salvato il popolo. Sforzatevi di ben comprendere, carissimi! E in questo modo che è nuovo e antico, eterno e temporaneo, corruttibile e incorruttibile, mortale e immortale il mistero della Pasqua: antico secondo la Legge, ma nuovo secondo il Logos; temporaneo per il simbolo, eterno per la grazia, corruttibile per l’immolazione dell’agnello, incorruttibile per la vita del Signore; mortale per la sepoltura [nella terra], immortale per la risurrezione dai morti.

       Antica è la Legge, ma nuovo il Logos; temporaneo il simbolo, eterna la grazia; corruttibile l’agnello, incorruttibile il Signore; immolato come agnello, risuscitato come Dio.

       Infatti, come pecora fu condotto al macello per essere immolato (Is 53,7), e tuttavia egli non era una pecora; e a mo’ di agnello senza voce, e tuttavia egli non era un agnello. In effetti, il simbolo è passato e la verità è stata trovata [verificata].

       Invero, al posto dell’agnello è venuto Dio e al posto della pecora un uomo, e nell’uomo, Cristo che contiene tutto.

       Così dunque l’immolazione dell’agnello, il rito della Pasqua e la lettera della Legge sono terminati in Cristo Gesù, in vista del quale tutto accadde nella Legge antica e più ancora nell’Ordine ("greco": Logos) nuovo.

       Infatti, anche la Legge diventata Logos, e l’antico nuovo - entrambi usciti da Sion e da Gerusalemme -, e il comandamento grazia, e il simbolo verità, e l’agnello Figlio, e l’agnello uomo, e l’uomo Dio.

       In effetti, partorito come Figlio, e condotto come agnello, e immolato come capretto, e sepolto come uomo, egli risuscitò come Dio, essendo per natura Dio e uomo.

       Lui che è tutto: legge in quanto giudica, Logos in quanto insegna, grazia in quanto salva, Padre in quanto genera, Figlio in quanto è generato, agnello in quanto soffre, uomo in quanto è sepolto, Dio in quanto è risuscitato.

       Questo è Gesù, il Cristo; "a lui la gloria nei secoli. Amen" (2Tm 4,18 Ga 1,5 2P 3,18).

       E questo è il mistero della Pasqua, quale è descritto nella Legge, come abbiamo letto poc’anzi...

       O mistero strano e inesplicabile! L’immolazione dell’agnello risulta essere la salvezza d’Israele, e la morte dell’agnello diviene la vita del popolo, e il sangue intimidì l’angelo.

       Dimmi, o angelo, cosa ti ha intimidito: l’immolazione dell’agnello o la vita del Signore? Il sangue dell’agnello o lo Spirito del Signore?

       È evidente che tu sei rimasto intimidito perché hai visto il mistero del Signore compiersi nell’agnello, la vita del Signore nell’immolazione dell’agnello, la prefigurazione del Signore nella morte dell’agnello.

       Ecco perché tu non colpisci Israele, mentre privi l’Egitto dei suoi figli. Quale inatteso mistero!

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