Rito romano
XXXIII Domenica del Tempo Ordinario – Anno C – 16 novembre 2025
Ml 3, 19-20; Sal 97; 2 Ts 3, 7-12; Lc 21, 5-19
Fedeltà nell'attesa vissuta come a di Cristo
Rito ambrosiano
I Domenica di Avvento[1] – Anno A
Is 51, 4-8; Sal 49; 2Ts 2,1-14; Mt 24,1-31
Avvento: tempo di attesa della tenerezza di Dio.
Premessa:
Alla fine dell'anno liturgico, la parola di Dio di questa penultima domenica ci fa riflettere, soprattutto nel Vangelo, sulla fine del mondo, sulla seconda e definitiva venuta di Cristo sulla terra, per giudicare i vivi e i morti. Questa venuta, da sempre è stata vista come imminente, a scadenze temporali, segnati da veggenti o altre figure che dicono di prevedere il futuro. E ciò in seguito a fatti drammatici che hanno attinenza con i fenomeni naturali, ma anche con il comportamento umano, quali le guerre, o i terremoti, di particolare attualità in questi mesi. Gesù ci mette in guardia da facili profezie che parlano della fine.
Il brano del vangelo di questa domenica, riguarda, infatti, l'inizio del discorso di Gesù sulla fine dei tempo.
Il Vangelo di Luca nell'odierna liturgia, ci dice che non c'è rapporto alcuno tra la distruzione del tempio di Gerusalemme, come si credeva da parte di giudei e cristiani suoi contemporanei, e la fine del mondo. Questo vangelo annunzia che, prima della consumazione dei secoli, i discepoli di Gesù devono andare incontro a molte persecuzioni, le quali, se superate, diventano garanzia di salvezza, perché mettono in evidenza la costanza della fede, la quale è assolutamente necessaria in ogni circostanza e momento della storia. Anche se molte cose crollano, rimanere saldi nel Signore è ciò che non delude. In effetti, Gesù ci rivela che la fine ultima del mondo non è la morte, ma è la vita.
1) Il problema è capire cosa fare adesso, non sapere cosa succedere alla fine.
Dunque, leggendo il brano del Vangelo di Luca di questa domenica (21,5-19) è facile pensare esclusivamente, o quasi, agli avvenimenti della fine del mondo che chiuderanno la storia umana: la fine del mondo, la vittoria del Signore, il giudizio ultimo. Invece lo scopo di questo dialogo di Gesù non è quello di soddisfare la curiosità di chi aspira a conoscere come sarà questo “al di là” del tempo e dello spazio, ma di illuminare il presente. L’ascolto di queste parole permette al discepolo di Cristo di “vedere” il mondo – che passa e finisce – come “segno” di una realtà che rimane per sempre. Gesù, la sua persona, la sua parola, sono la chiave interpretativa di tutta la realtà e della storia: Egli è il Figlio di Dio che si è fatto uomo, è la Parola incarnata, è la fragilità che passa e la vita eterna che rimane, Egli è “il nuovo Tempio, [2] in nuovo luogo dove si incontra Dio” (Benedetto XVI). è l’Amore che si rivela come passione e compassione sulla Croce.
La Croce, che grazie a Cristo non è più uno squallida legno di morte, ma uno splendido trono, che irradia l’Amore. La Croce di Gesù è il momento più intenso della rivelazione del senso di tutto ciò che esiste: è il punto più drammatico della oscurità, della fragilità, dell’assurdo non senso e pure è il momento della luce più intensa, della vita che risorge, che vince al di là della morte. La Croce di Gesù è la rivelazione che il senso finale di tutto è l’Amore: l’amore che si annienta, che muore per diventare veramente amore, che si svuota di sé per accogliere il dono più grande.
2) L’Amore è il senso più vero di questo mondo che passa e che muore, per poter entrare nell’infinito dell’Amore che non passa più.
Così, non sappiamo come sarà l’“oltre”, l’“al di là”, ma sappiamo che sarà la pienezza dell’amore che è già la vita del mondo nell’“al di qua”.
Gesù invita i suoi discepoli (vale a dire: noi) a non attaccarsi alle cose che passano, a non farsi illusioni, a non crearsi idoli, ma a vivere intensamente l’“oggi” che passa incominciando a gustare l’amore che non passerà mai, e che diventerà sempre più grande. Vivere l’amore, liberare, dilatare gli spazi dell’amore, è il messaggio di Gesù attraverso il suo discorso escatologico[3]: solo l’Amore rimane per sempre.
E’ per questo che il Redentore invita a “camminare nella carità” (espressione usata per indicare gli Esercizi spirituali prima fatti e poi scritti da S. Ignazio di Loyola e ripresa da Papa Francesco)
Ma non dimentichiamo che la carità non è solo fare la carità ai poveri dando loro soldi o altri aiuti materiali, ma è crescere rivestiti della speranza cristiana nel vincolo dell’amore fraterno e nella fede salda (cfr 1 Gv 2,14). La via amoris dolorosa(cioè il cammino dell’amore nel dono completo di sé) che è la Via Crucis, è per il cristiano quella strada che lo porta alla piena configurazione nel Cristo. A questo riguardo Santa Chiara disse di San Francesco d’Assisi innamorato di Cristo: “Lo amò fino ad assomigliarGli fisicamente” e si chiese: “Potrò anch’io fare così?”.
La vita di questa Santa Suora mostra che è possibile assomigliare a Cristo, se ci si mette alla sua scuola di carità., se si cammina costantemente dietro l’Amato tanto atteso. Qui intendo la parola attesa nel senso originario di “tendere a”, “essere alla ricerca di”.
Quindi si “attende” il Signore:
– cercandolo. Sulla ricerca di Dio è molto chiaro un apoftegma[4] dei Padri del deserto che dice: “Un uomo alla ricerca di Dio chiese a un cristiano: “Come posso trovare Dio?”. Il cristiano replicò: “Ora te lo mostro”. Lo portò sulla riva del mare e immerse la faccia dell’altro nell’acqua per tre volte. Poi gli chiese: “Cosa desideravi più di ogni altra cosa quando la tua faccia era nell’acqua?”. “L’aria”, replicò l’uomo che cercava Dio. “Quando desidererai Dio come hai desiderato l’aria, lo troverai”, disse il cristiano”.
– Perseverando nel suo amore. “Come l’amore è forte nelle grandi difficoltà,così è perseverante nella grigia, noiosa vita quotidiana.Esso sa che per piacere a Dio una cosa è necessaria:Fare con grande amore le cose più piccole.” (S. Suor Faustina Kowalska).
– testimoniando la sua verità, e non fantasticando sulla vicinanza della fine del mondo.
In questa testimonianza ci sono di esempio le Vergini Consacrate. In effetti la consacrazione verginale fa crescere in loro un atteggiamento di fiducia nei confronti del mondo, dell’umanità e uno stile di ascolto della storia e delle problematiche umane congiungendola, per consuetudini di lavoro e di vita, ad ogni uomo e donna per cui si fanno compagne di viaggio, strumenti di comunione e testimoni di amore.
Questa donne consacrate partecipano all’opera creativa di Dio attraverso il lavoro che permette loro di provvedere al proprio sostentamento e di aprirsi alla condivisione dei beni.
Inoltre con la loro vita danno voce all’invocazione dello Spirito e della Chiesa: “Maranathà, Vieni Signore Gesù” (Ap 22,20), tenendo viva un’attesa vigilante e profetica.[5]
Infine le vergini consacrate richiamano il desiderio di Dio agli uomini e alle donne del proprio tempo e svelano una modalità con cui Dio oggi si fa presente nella storia e la redime.
*
NOTE
[1] Il tempo d’Avvento Ambrosiano comincia dai primi vespri della domenica che segue immediatamente l’11 novembre, festa di San Martino, ragione per la quale nella tradizione ambrosiana prende anche il nome di Quaresima di San Martino. Non è formato da quattro settimane, come nel Rito Romano, ma da sei settimane. Termina con le feriae de Exceptato (“ferie dell’Accolto”) che costituiscono in sostanza la novena di Natale. La domenica precedente il Natale è detta Domenica dell’Incarnazione; in essa il sacerdote veste paramenti bianchi anziché morelli. In terra ambrosiana la benedizione delle case è fatta durante questo periodo, mentre in terra “romana” si fa nel periodo pascuale.
[2] Etimologicamente, la parola “TEMPIO” discende dal latino “TEMPLUM”, a sua volta derivato da “TEM-LO”, un antico termine di radice indoeuropea che significa “tagliare”. “TEM-LO” è affine al greco “TéMNO”, avente identico significato, da cui “TéMENOS”, che significa “recinto sacro”. In sintesi, l’etimologia della parola “TEMPIO” sta a designare un’area, una porzione di spazio ritagliata dal mondo, recintata e destinata ad ospitare una presenza sovrumana, un luogo speciale consacrato al culto di Dio.
Il Tempio è la casa di Dio. Abitando in mezzo al suo popolo, Dio si rende presente ai suoi fedeli. Nel mondo bibliico il tempio occupa il centro della vita religiosa e nazionale e gode di una forte carica simbolica. Dunque, la fine del Tempio di Gerusalemme, luogo di Dio e principio di vita, è simbolo della fine del mondo.
Il Tempio per il Cristiano è il Corpo di Cristo ed è anche la Chiesa, l’assemblea dei fedeli. Il termine Chiesa alla lingua italiana e francese dal latino ecclesĭa, che a sua volta viene dal greco classico ἐκκλησία (ekklēsía). In greco classico, per ἐκκλησία si intendeva un’assemblea politica, militare o civile. La parole inglese “church” viene dall’antico inglese cirice, derivante dal germanico “kirik”, che a sua volta viene dal Greco κυριακή kuriakē, che vuol dire “del Signore” ” (forma possessiva di κύριος kurios “, cioè “lord”.
L’espressione è ripresa nelle parti più recenti della Bibbia detta dei Settanta (la versione in greco della Bibbia) per tradurre i termini ebraici qāhāl e ‛ēdāh, con il senso di “adunanza” del popolo ebraico, adunanza religiosa e politica allo stesso tempo. È dunque nella Bibbia dei Settanta che il termine ἐκκλησία inizia ad assumere in greco un significato specificamente “cultuale e giuridico”. Gli scrittori del Nuovo Testamento non hanno ricavato questo termine dall’uso che se ne faceva in Grecia, ma dal testo biblico dei Settanta.
[3] Escatologia, con l’aggettivo escatologico, vuol dire discorso (logos) sulle cose ultime (eschaton), quindi sulla morte e sulla vita eterna. Circa dimensione escatologica della Chiesa si può sinteticamente dire che la Chiesa contiene in germe ciò che, attraverso il passaggio degli uomini e del cosmo, raggiungerà la piena e definitiva maturazione nella vita eterna. La visione beatificante del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo sarà il premio di chi, nella ferialità della vita quotidiana, spesso intrisa di sofferenza, ha cercato di accogliere, vivendola, la Parola di Dio.
> nella tradizione="" catechistica="" della="" chiesa="" si="" utilizza="" il="" termine="" “novissimi”="" (dal="" latino="" <em="" style="box-sizing: border-box; caret-color: rgb(102, 102, 102); color: rgb(102, 102, 102); font-family: Roboto; font-size: 18px;">novissima, “le cose ultime”) per indicare quattro parole chiave del destino finale dell’uomo:
Morte: ultima cosa che accade in questo mondo. Grazie a Cristo, la morte cristiana ha un significato positivo. “Per me il vivere è Cristo e il morire un guadagno” (Fil 1,21 ). “Non muoio, entro nella vita” (Santa Teresa del Bambino Gesù).Giudizio di Dio: l’ultimo giudizio che ognuno dovrà sostenere.Inferno: lo “stato di definitiva auto-esclusione dalla comunione con Dio e con i beati” (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1031);Paradiso: il sommo bene che avranno “coloro che muoiono nella grazia e nell’amicizia di Dio e che sono perfettamente purificati” (Ibid., n. 1023).
[4] Apoftegma (o apotegma, in greco αποφθεγμα) è un sostantivo di origine greca il cui significato va rintracciato in relazione ai verbi apophthénghesthai, che significa “enunciare una sentenza”, o apophtheggomai che significa “enunciare una risposta in forma definitiva”. La parola, quindi, assume il significato di “detto”, “sentenza”, “massima” e si usa per una frase o sentenza di tipo aforistico che reca in estrema sintesi una verità profonda ed al contempo stringente. In particolare l’apoftegma ha dei tratti in comune con l’aneddoto, con la sentenza e con il proverbio, pur non essendo completamente riconducibile ad alcuno di essi.
> nella tradizione="" catechistica="" della="" chiesa="" si="" utilizza="" il="" termine="" “novissimi”="" (dal="" latino="" <em="" style="box-sizing: border-box; caret-color: rgb(102, 102, 102); color: rgb(102, 102, 102); font-family: Roboto; font-size: 18px;">
[5] A questo proposito si veda l’articolo di Maryvonne Gasse (o.v.) La femme en ligne de front. Un combat eschatologique, pp. 395-398 du livre “L’Ordre des Vierges – Une vocation ancienne et nouvelle – Don du Seigneur à son Eglise”, Imprimerie Saint Josephe 2013, pp 463.
LETTURA PATRISTICA
DISCORSO 362
LA RISURREZIONE DEI MORTI.
di sant’Agostino, vescovo
(PL 39,1611-1634)
1. 1. Vi abbiamo fatto leggere passi del Vangelo e dell’Apostolo adatti al discorso che ci ripromettiamo di svolgere secondo la promessa fatta. Quelli di voi che erano presenti la volta scorsa, ricordano che avevamo distinto in due parti la nostra trattazione sull’argomento della risurrezione: una – da svolgere in considerazione di coloro che hanno una posizione di dubbio o di negazione -: se ci si può aspettare la risurrezione dei morti, l’altra – da svolgere in stretta aderenza alle Scritture -: quale potrà essere nella risurrezione la vita dei giusti. Ma sulla prima parte in cui abbiamo sostenuto che i morti risorgono, ci siamo già intrattenuti, come certo ricordate, tanto a lungo che mancò il tempo di svolgere la seconda parte che abbiamo dovuto rimandare a oggi. Voi siete qui a richiedere quello che vi devo, e io riconosco venuto il tempo di darvelo.
2. 1. Preghiamo dunque insieme, con pio slancio del cuore, il Signore perché io possa assolvere in modo conveniente il mio debito e sia a voi salutare l’ascoltarmi. La parte che dobbiamo trattare ora è, lo si deve riconoscere, la più difficile, ma l’amore è più forte di tutte le difficoltà, e all’amore tutti dobbiamo servire, perché Dio, che vuole questo da noi, renda facile e gioioso quello che è difficile.
Connessione con il discorso precedente.
2. 2. Ricordate che nel discorso precedente avevamo voluto rispondere ad alcuni che dicono: Mangiamo e beviamo perché domani moriremo. Già li rimproverò l’Apostolo aggiungendo: Le parole cattive corrompono i buoni costumi e concludeva: Siate sobri, o giusti, e non peccate: alcuni infatti dimostrano di non conoscere Dio, ve lo dico con tutta vergogna 1. Queste parole dell’Apostolo le abbiamo udite tutti e le abbiamo impresse nel nostro cuore: e chi ascolta e accoglie nel cuore la parola, la deve testimoniare nell’agire. L’ascoltatore è come un campo che riceve il seme del seminatore: chi riceve la parola nel cuore fa come chi, rotta la zolla, copre il seme gettato, chi poi agisce in modo conforme alla parola ascoltata e accolta, cresce a formare la messe e con pazienza dà frutto, chi il trenta chi il sessanta chi il cento 2; e a lui si prepara non già il fuoco, che invece attende la paglia, ma il granaio dove viene riposto il frumento.
3. 2. Nella risurrezione dei morti si troverà in quei granai reconditi la felicità perpetua, anch’essa nascosta, dei giusti che la Scrittura assicura saranno là accolti.
Immagini usate per indicare la venuta del Regno.
3. 3. Altrove viene usata anche l’immagine dei canestri, che è richiamata da quella della rete usata da Gesù, per indicare il regno dei cieli : Il regno dei cieli è simile a una rete gettata in mare che raccoglie ogni genere di pesci. Quando è piena, i pescatori la tirano a riva e poi, seduti, raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi 3. Il Signore vuole dire che la parola di Dio è diffusa tra i popoli come una rete gettata nel mare: mediante i sacramenti cristiani essa raccoglie buoni e cattivi, ma non tutti coloro che la rete raccoglie sono anche riposti nei canestri, intendo dire nelle sedi dei santi; nelle segrete dimore della vita beata non potranno giungere tutti quelli che si dicono cristiani, ma quelli che lo sono realmente. Allo stesso modo pesci buoni e cattivi entrano nella rete e i buoni tollerano i cattivi, finché alla fine vengono separati. In un altro passo si legge anche: Tu li nascondi al riparo del tuo volto 4, che è riferito ai santi che entrano là dove né gli occhi né il pensiero dei mortali li possono seguire. Il riparo del tuo volto indica qualcosa di troppo nascosto, segreto per essere penetrato: non lo si deve interpretare materialmente quasi che Dio abbia un volto enorme con qualche nascondiglio dove riporre i santi: sono interpretazioni materiali che il credente deve sapere respingere. Il riparo del volto di Dio significa qualcosa che solo alla sua vista è noto. Dunque quello che è a noi nascosto viene espresso con immagini varie, ora granai ora canestri, che non corrispondono alle cose che intendiamo comunemente con tali vocaboli, perché in tal caso non sarebbero interscambiabili, corrispondendo a realtà diverse; ma con l’uno o l’altro vocabolo si vuole suggerire qualcosa che è a noi sconosciuto. Con immagini di cose note agli uomini si vuole far loro capire, per quanto è possibile, quello che non conoscono. L’uno e l’altro termine – granai o canestri – dovete interpretarli riferiti a qualcosa di nascosto. E se vi chiedete che cosa, ascoltatelo dalla voce ispirata: Li nasconderai al riparo del tuo volto.
Desiderio della patria vissuto nella fede.
4. 4. Stando così le cose, o fratelli, noi siamo pellegrini in questa nostra vita e ancora aspiriamo nella fede alla nostra patria, non sappiamo quale. Ci è appunto ignota la patria di cui siamo cittadini, perché andando lontano da essa nel nostro pellegrinaggio terreno, ci siamo dimenticati di essa. A eliminare tale dimenticanza dai nostri cuori, è venuto tra noi pellegrini Cristo nostro Signore che è il re di quella patria. La sua divinità, con l’assunzione della nostra carne, diventa per noi la via, perché attraverso il Cristo-uomo noi camminiamo, e nel Cristo-Dio dimoriamo. Quelle cose nascoste che occhio non vide né orecchio udì né mai entrarono in cuore di uomo 5, noi non sappiamo con quali parole illustrarle, con quali occhi guardarle. Talvolta possiamo conoscere qualcosa senza riuscire a esprimerlo, ma non siamo in grado di dire quello che non conosciamo. Se dunque può avvenire che io non riesca a dire quello che pure conosco, ben più difficile sarà il mio parlare perché anch’io, o fratelli, cammino come voi seguendo la fede, non ancora godendo la visione. Ma questo vale anche per l’Apostolo stesso, non solo per me: egli consola la nostra ignoranza e rafforza la nostra fede: Fratelli, io non ritengo ancora di esservi giunto. Questo soltanto so: dimentico del passato e proteso verso il futuro, corro verso la meta per arrivare al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù 6. E con questo dimostra di essere anch’egli in cammino. Altrove ancora scrive: Finché abitiamo nel corpo siamo in esilio lontano dal Signore, camminiamo nella fede e non ancora in visione 7. E ancora: Nella speranza noi siamo stati salvati. Ora ciò che si spera, se visto, non è più speranza; infatti ciò che già uno vede, come potrebbe ancora sperarlo? Ma se speriamo quello che non vediamo, lo attendiamo con perseveranza 8.
Oggetto dell’insegnamento è la conoscenza di fede: non si può andare oltre.
5. 5. Così dunque ascoltate da me la voce che risuona nei salmi, una voce pia umile e mansueta che non si leva con forza violenta o con furia: essa dice in un passo di Salmo: Ho creduto, per questo ho parlato 9. E citando questa testimonianza l’Apostolo aggiunge da parte sua: Anche noi crediamo e perciò parliamo 10. Non quello che ho conosciuto, io posso dirvi: se è questo che voi desiderate, non intendo ingannarvi: ascolterete quello che io credo. Non stimate cosa da poco ascoltare quello che io credo perché questo corrisponde alla verità. Sarebbe invece temeraria presunzione se vi dicessi di ascoltare quello che conosco. Tutti noi diciamo quello che crediamo: e questo, se dobbiamo prestare fede a quanto hanno scritto i santi, vale anche per coloro che vissero prima di noi, dei quali lo Spirito Santo si servì per rivelare quanto bastava fosse rivelato a chi è in cammino. Tutti diciamo quello che crediamo: solo il Signore diceva quello che conosceva. Non deve stupire che solo il Signore conoscesse quello che diceva intorno alla vita eterna del futuro, mentre coloro che seguono il Signore parlano perché hanno creduto. Troviamo scritto in un passo che lo stesso nostro Signore Gesù Cristo, il quale pur sapeva che cosa dire, rivolgendosi ai suoi discepoli dichiarava di non poterlo dire: Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso 11. Egli rimandava di dire quello che conosceva non per difficoltà sua a dire, ma per le capacità deboli dei suoi. Da parte nostra ora, riconoscendo l’incapacità che è di noi tutti, esprimiamo per quanto possiamo quello che crediamo come è giusto credere, senza tentare di dire, come sarebbe giusto dire, quello che conosciamo. Voi da parte vostra attingete tutto quello che potete. E se qualcuno è in grado di ricevere più di quello che io posso dire, non si fermi al piccolo ruscello, ma corra alla fonte ricca: La sorgente della vita è presso colui alla cui luce vediamo la luce 12.
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