mercoledì 28 gennaio 2026

La gioia ha una legge: le Beatitudini,

IV Domenica del Tempo Ordinario – Anno A – 1° febbraio 2026

Rito Romano

Sof 2,3;3,12-13; Sal 145; 1Cor 1,26-31; Mt 5,1-12

 

Rito Ambrosiano

Sir 7, 27-30. 32-36; Sal 127; Col 3, 12-21; Lc 2, 22-33

Festa della Santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe.

 

 

            1) La nuova legge: le Beatitudini.

            Il Vangelo di oggi ci propone le Beatitudini, che sono così conosciute, citate e commentate che rischiamo di pensare di conoscerle già e di non avere bisogno di rileggerle, di meditarle di nuovo per meglio comprenderle, metterle in pratica, convertendosi. Cica il nesso tra conversione e beatitudini, Papa Leone XIV ha detto: “Ciò che a noi appare grande e glorioso è stato prima scartato ed espulso, perché in contrasto con la mentalità mondana. Chi segue Gesù si trova a camminare sulla via delle Beatitudini, dove la povertà di spirito, la mitezza, la misericordia, la fame e la sete di giustizia, l’operare per la pace trovano opposizione e anche persecuzione. Eppure, la gloria di Dio brilla nei suoi amici e lungo il cammino li plasma, di conversione in conversione” (Angelus del 29 giugno 2025).

            Gesù non ha soltanto pronunciato le beatitudini, ma le ha vissute. Prima di descrivere l'ideale cristiano, le beatitudini descrivono la figura di Gesù, nei suoi comportamenti e nelle sue scelte. Nella formulazione di ciascuna beatitudine è visibile una tensione fra la prima e la seconda parte. 

La prima è caratterizzata da situazioni negative (povertà, sofferenza, persecuzione), la seconda da situazioni positive (possesso del Regno, consolazione, visione di Dio). Questo significa che le beatitudini non sono la promessa di interventi miracolosi che hanno lo scopo di cambiare le situazioni attuali. Le situazioni restano quello che sono. Le beatitudini offrono piuttosto un significato nuovo, suggeriscono criteri diversi di valutazione e di lettura. C'è una sfida da raccogliere nelle beatitudini. Se mancasse, parleremmo di ideali, ma non di beatitudini. È la nota della gioia: beati! Quale gioia? Fondata su quale radice? C'è infatti gioia e gioia. La gioia delle beatitudini trova il suo fondamento nella certezza di un futuro felice, in comunione con Dio e dono di Dio, e insieme nella gioiosa scoperta che già da ora è possibile pregustare un modo nuovo di vivere. 

            In effetti, la prima parola che Gesù ha detto nel Discorso della Montagna è: “Beati[1]” (Mt 5, 2). Quale nuovo Mosé, il Messia è salito sulla montagna e da questa cattedra dà la legge che afferma la gioia come un dovere per il cristiano. In effetti, le Beatitudini nel Vangelo di san Matteo rispondono al Decalogo del Libro dell’Esodo. La prima alleanza fatta fra Dio e il popolo di Israele fu ratificata con dono della Legge e con l’accettazione da parte d’Israele di questa divina volontà. Anche la Nuova Alleanza comincia con la legge, ma la legge della Nuova Alleanza sono le Beatitudini[2] ed è ratificata dal nostro “sì”, “fiat”, “amen”, grazie al quale in noi, come prima di tutti, in Maria, la gioia si è fatta carne ed ha messo la sua dimorata tra e in noi. 

            La legge cristiana, i comandamenti di Dio, i precetti della Chiesa, tutti si realizzano nel fatto stesso che abbiamo la gioia, che è Cristo, la gioia che deriva dal possesso di Dio, la gioia che deriva dal fatto che non soltanto siamo amati e crediamo all’amore, ma a quest’amore rispondiamo donandoci totalmente al Signore. E in ciò sta la felicità: di amare perché amati.

            La Legge dell’Antico Testamento ha portato a pienezza dal dono della “Legge delle Beatitudini” del Nuovo Testamento. Questo dono ci fa capire come effettivamente l’unica legge del cristiano non può essere che la gioia, dal momento che tutte le Beatitudini iniziano sempre con la stessa parola: “beati”. “Beati” perché poveri, “beati” perché miti, “beati” perché puri di cuore, “beati” perseguitati: comunque, sempre “beati”. Le beatitudini sono leggi  donate da Cristo per indicarci la vocazione dei fedeli associati alla gloria della sua Passione e della sua Risurrezione. Le Beatitudini “illuminano le azioni e le disposizioni caratteristiche della vita cristiana; sono le promesse paradossali che, nelle tribolazioni, sorreggono la speranza; annunziano le benedizioni e le ricompense già oscuramente anticipate ai discepoli; sono inaugurate nella vita della Vergine e di tutti i Santi” (CCC 1717). 

            Le Beatitudini sono una promessa di pienezza di vita e una legge che indica un programma di vita lieta. Tuttavia non si deve pensare alle beatitudini come a gioie esenti da prove e sofferenze, come a uno “stare bene” puramente terrestre. Si deve comprenderle come possibilità di sperimentare che ciò che si è e si vive ha un senso (cioè una direzione e un significato), fornisce una “convinzione”, dà una ragione per cui vale la pena vivere. Va anche ricordato che questa felicità la si misura alla fine del percorso di sequela, perché durante il cammino è presente, ma a volte può essere contraddetta dalle prove, dalle sofferenze, dalla passione.

            Vivere le Beatitudini è vivere come Cristo, ma è difficile, in effetti il cristianesimo “non è facile, ma felice” (Paolo VI).

 

 

            2) Ritratto di Cristo e nostro. 

            Le beatitudini non sono solo la nuova legge che Cristo promulga, esse “dipingono il suo santo volto e ne descrivono la carità” (CCC 1717), facendo emergere i tratti della sua figura e mettendo in evidenza il suo modo di pensare e di agire che dobbiamo fare nostro con amore.

            Da una parte, le beatitudini rappresentano il ritratto del Figlio di Dio venuto fra noi, dall’altra, descrivono le caratteristiche dello discepolo che, nella sequela del Maestro, per la forza dello Spirito, vive l’imitazione del suo Signore, lasciandosi abitare da Lui.  Dunque, mettiamo in pratica e beatitudini per divenire uomini nuovi con la grazia che ci viene da Gesù: in esse riconosciamo il progetto e il percorso della santità secondo il Vangelo, perché il santo non è che l’uomo nuovo reso tale da Cristo.

            Quello che Cristo esige non è soltanto di essere santi, perfetti nell’amore (“Siate perfetti com'è perfetto il Padrevostro che è nei cieli” - Mt 5, 48), ma di essere beati, felici nella nostra perfezione, perché la santità non può essere distinta dalla felicità. 

            Ma se la beatitudine suppone la perfezione, che cos’è perfezione? 

            È la presenza nel nostro cuore di Dio a cui abbiamo detto di “sì”.

            E’ il vivere la vita stessa di Dio, il quale si dona a ciascuno di noi. 

            Di conseguenza, è importante che ciascuno di noi diventi consapevole di questo dono che abbiamo ricevuto. E, nella misura che ne saremo consapevole, nella misura che veramente crederemo in questo dono, nella stessa misura faremo esperienza della gioia, che è esperienza di essere amati.

            Ma il tema della gioia non lo troviamo solamente nel Vangelo di oggi. Tutta la Liturgia della Parola di questa domenica mette in risalto la gioia, partendo in primo luogo dalla beatitudine della povertà, come appare dal ritornello del salmo responsoriale, dalla lettura di Sofonia e dallo stesso passo della prima lettera ai Corinti, dove Paolo dice che Dio si serve di quelli che non contano per confondere il mondo. “Beati i poveri” implica certamente un invito a mettere al centro della propria attenzione i poveri. Il povero di spirito è colui che si fida di Dio, attende da Dio, ripone la sua fiducia unicamente in Dio. Come la intende San Matteo la povertà di spirito non è riducibile a un astratto e generico distacco dai beni. Al contrario, è un atteggiamento concreto e pubblico, il cui contenuto è determinato dalle beatitudini successive: la costruzione della pace, la fame di giustizia, la misericordia, la limpidezza interiore. Tutti atteggiamenti concreti e attivi. Pur mettendo in primo piano atteggiamenti interiori e spirituali, San Matteo non dimentica di invitare a un concreto e coraggioso impegno per la giustizia e la pace.

            Ecco dunque la legge cristiana: l’essere contenti, l’esser beati nell’amore ricevuto e condiviso con spirito di povertà.

            Con questa descrizione esistenziale che è proposta come legge, il Redentore risponde all’innato desiderio di felicità, il quale è di origine divina. Dio l’ha messo nel cuore dell'uomo per attirarlo a sé, perché egli solo lo può colmare. “Noi tutti certamente bramiamo vivere felici, e tra gli uomini non c’è nessuno che neghi il proprio assenso a questa affermazione, anche prima che venga esposta in tutta la sua portata (Sant'Agostino, De moribus ecclesiae catholicae, 1, 3, 4: PL 32, 1312). “Come ti cerco, dunque, Signore? Cercando Te, Dio mio, io cerco la felicità. Ti cercherò perché l'anima mia viva. Il mio corpo vive della mia anima e la mia anima vive di Te” (Sant'Agostino, Le Confessioni, 10, 20, 29). 

            “Dio solo sazia” (San Tommaso d’Aquino, Expositio in symb. Ap. 1). E’ per questo che è giusto e doveroso riconoscere che la gioia delle beatitudini trova il suo fondamento nella certezza di un futuro felice, in comunione con Dio e dono di Dio, e insieme nella gioiosa scoperta che già ora è possibile pregustare un modo nuovo di vivere. 

            

            3) Le beatitudini e la vita consacrata nel mondo.

            Il mondo pone il fondamento della propria gioia nel possesso dei beni, nel successo, o in altre cose simili. Invece Cristo con il Vangelo della gioia ci invita a mettere il fondamento della nostra gioia nel suo amore ed assomigliargli assumendo i suoi paradossali tratti di uomo vero, perché povero, mite, umile, piangente, affamato e assetato di giustizia, misericordioso, puro di cuore, artigiano di pace, perseguitato per la giustizia (cfr. Mt. 5, 3 – 10)

            Un modo significativo di imitare Cristo e mettere in pratica le beatitudini è quello delle vergini consacrate nel mondo. Con il dono totale di se stesse, queste donne testimoniano che è possibile essere felici e non lasciarsi affascinare dalle cose del mondo pur vivendoci. Davanti alle cose umane siamo come gli antichi greci davanti alla Medusa: rimanevano pietrificati. E noi stessi rimaniamo pietrificati e non abbiamo più la capacità di credere, di andare fino a Dio. Le cose terrene hanno un potere affascinatore; non soltanto ci strappano a Dio, ma ci paralizzano, ti impediscono di accedere a Lui, ci impediscono di avere una vera esperienza di quella che è la nostra vera ricchezza, Dio stesso.  Questa consacrate ci ricordano che Dio solo sazia (San Tommaso d'Aquino, Expositio in symb. Ap. 1), che Dio solo basta (Santa Teresa d’Avila[3]), che il nostro corpo vive della nostra anima e la nostra anima vive di Dio, cercando il quale cerchiamo la felicità (Cfr. Sant’Agostino, Le Confessioni, 10, 20, 29). E trovando Dio, troviamo la vera ed eterna felicità (P. Olivier Marie).

 

 

Lettura patristica

Sant’Agostino d’Ippona

Sermo 53, 1-6.9

 

Chi sono i veri beati

 

       "Tutti vogliono essere beati”. Chi non correrebbe celermente, quando gli si dice: Sarai beato? Ascolta volentieri, e quando vien detto: Se avrai fatto questo, non si ricusi l’impegno, se si aspira al premio; e si accenda l’animo all’alacrità dell’opera con l’aiuto della ricompensa. Ciò che vogliamo ciò che desideriamo, ciò che chiediamo, sarà dopo: ciò che, al contrario, ci viene ordinato di fare, in vista di ciò che verrà dopo, sia ora. Ecco, comincia a rimeditare i detti divini, ivi compresi i precetti e i pesi evangelici: "Beati i poveri di spirito poiché di essi è il regno dei cieli" (Mt 5,3). Dopo, sarà tuo il regno dei cieli; ora, sii povero di spirito . Vuoi che dopo sia tuo il regno dei cieli? Guarda di chi sei tu ora. Sii povero di spirito. Chiedi forse di sapere che significa essere povero di spirito? Chi è superbo non è povero di spirito: quindi l’umile è povero di spirito. Alto è il regno dei cieli: "ma, chi si umilia sarà esaltato" (Lc 14,11).

 

       "Chi è il mite?" Sta attento a qual che segue: "Beati", egli aggiunge, "i miti, perché possederanno la terra" (Mt 5,5). Ora tu vuoi possedere la terra: bada, però, di non essere posseduto dalla terra. Possederà il mite, sarà posseduto il non-mite. E, quando ascolti del premio promesso e cioè che possederai la terra, non dilatare il grembo dell’avarizia, con la quale vuoi possedere ora la terra, con esclusione persino del tuo vicino: non ti inganni una tale opinione. Possederai la terra solo quando aderirai a colui che ha fatto il cielo e la terra. Questo infatti significa essere mite: non resistere al tuo Dio, affinché in ciò che fai di bene, ti piaccia egli e non te stesso; mentre in ciò che giustamente soffri di male, non sia egli a dispiacerti, bensì te stesso. Infatti, non è piccola cosa se cercherai di piacere a lui dispiacendoti; dispiaceresti a lui, per contro, piacendo a te stesso.

 

       "Coloro che piangono". Fa’ attenzione al terzo: "Beati coloro che piangono, perché saranno consolati" (Mt 5,4). Nel lutto è l’impegno, nella consolazione la ricompensa. Infatti, coloro che piangono carnalmente, quali consolazioni hanno? Temibili molestie. Sarà consolato chi piange, se teme di non piangere ancora. Ad esempio, il figlio morto contrista mentre dà gioia il nato: quello è tolto via, questo è accolto, in quello è tristezza in questo timore: in nessuno quindi è consolazione. Dunque, vera consolazione sarà quella che vien data e non può essere tolta; cosicché quelli che amano essere consolati dopo, ora piangono da pellegrini.

 

       "Gli affamati". Ed ecco il quarto, opera e servizio: "Beati coloro che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati" (Mt 5,6). Tu vuoi essere saziato. Donde? Se brami la sazietà di carne - una digerita sazietà -, tornerai ad aver fame. "E chi beve di quest’acqua, tornerà ad avere sete" (Jn 4,13), egli dice. La medicina che si applica ad una ferita, non fa più male, se è riuscita a risanarla; per contro, ciò che si applica alla fame, quasi esca, si risolve a poco. Infatti, passata la sazietà, ritorna la fame. Arriva perciò quotidianamente il rimedio di sazietà, ma non è risanata la ferita dell’infermità. Abbiamo fame quindi, e saziamoci di giustizia, affinché dalla medesima giustizia possiamo essere saziati, della quale ora abbiamo fame e sete. Saremo in effetti saziati di quello di cui abbiamo fame e sete. Il nostro uomo interiore abbia fame e sete: egli ha in effetti il suo cibo e la sua bevanda. "Io sono", spiega egli, "il pane che è disceso dal cielo" (Jn 6,41). Ora che hai il pane dell’affamato, desidera anche la bevanda dell’assetato: "Poiché presso di te è la fonte della vita" (Ps 35,10).

 

       "I misericordiosi". Ora, attento al seguito che dice: "Beati i misericordiosi, poiché di loro Dio avrà misericordia" (Mt 5,7). Fa’ e sarà fatto: fa’ con l’altro, perché sia fatto a te. Infatti, tu abbondi e difetti: abbondi di cose temporali, difetti delle eterne. Ascolti il mendicante e sei tu stesso mendico di Dio. Ti si chiede, e chiedi a tua volta. E come avrai agito con il tuo richiedente, così Dio agirà con il suo. Sei pieno e vuoto ad un tempo: riempi il vuoto della tua pienezza, affinché la tua vuotaggine sia riempita della pienezza di Dio.

 

       "I puri di cuore". Ascolta quel che segue: "Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio" (Mt 5,8). Questo è il fine del nostro amore, il fine per cui ci perfezioniamo, per cui ci consumiamo. Si finisce il cibo, si finisce il vestito: il cibo, perché si consuma mangiando; il vestito, perché si finisce [si porta a termine] tessendo. E di questo e di quello si dice del pari che finisce: ma questa fine tende alla consumazione, quella alla perfezione. Qualunque cosa facciamo, o facciamo bene, sosteniamo, lodevolmente ci scaldiamo, incolpevolmente desideriamo, quando sarà pervenuto alla visione di Dio, non lo ricercheremo più. Cosa cerca in effetti colui al quale si fa presente Dio? O cosa potrà bastare a colui al quale non basta Dio? Noi vogliamo vedere Dio, chiediamo di vedere Dio, ardiamo dal desiderio di vedere Dio. Chi mai non è d’accordo? Ma, osserva quel che è detto: "Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio". Questo prepara, affinché tu veda. In effetti, per parlare secondo la carne, a che pro desideri il sorgere del sole con occhi cisposi? Siano sani gli occhi, e quella luce sarà una gioia: non sono sani gli occhi, quella luce risulterà un tormento. Non ti sarà permesso infatti di vedere con cuore non-puro, poiché non si vede che con cuore puro. Sarai respinto, sarai allontanato, non vedrai. "Beati", infatti, "i puri di cuore, perché vedranno Dio". Quanti beati ho già enumerato? Quali cause di beatitudine, quali opere, quali doveri, quali meriti, quali premi? Non è detto in alcun luogo. "Essi vedranno Dio. Beati i poveri di spirito, perché di essi è il regno dei cieli. Beati i miti: possederanno la terra. Beati quelli che piangono: saranno consolati. Beati coloro che hanno fame e sete della giustizia: saranno saziati. Beati i misericordiosi: troveranno misericordia". Da nessuna parte è detto: Essi vedranno Dio. Arrivati però ai puri di cuore, ecco che qui si promette la visione di Dio.

 

       "In che senso la visione di Dio è promessa specificamente ai puri di cuore". Quindi, non che tu debba intendere quei precetti e quei premi nel senso che ascoltando: "Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio", tu ritenga che i poveri di spirito non vedranno, o non vedranno i miti, o coloro che piangono, o quelli che hanno fame e sete della giustizia, oppure i misericordiosi. Non argomenterai che, visto che questi vedranno in quanto puri di cuore, quelli siano separati dalla visione. Tutte queste cose sono infatti comuni a tutti loro. Essi vedranno, però non vedranno specificamente per questo e cioè perché poveri di spirito, perché miti, o perché piangono, hanno fame e sete della giustizia, o perché sono misericordiosi: ma anche perché sono puri di cuore. Di modo che, se determinate opere corporali si addicono a determinate membra del corpo, sì che si può dire, ad esempio: Beati coloro che hanno i piedi, perché cammineranno; beati coloro che hanno le mani, perché opereranno, beati coloro che hanno la voce, perché grideranno; beati coloro che hanno bocca e lingua, perché parleranno; beati coloro che hanno gli occhi, perché così potranno vedere? In tal modo, quasi componendo delle membra spirituali, egli [Gesù] insegnò ciò che è pertinente ad uno in rapporto con l’altro. Adatta è l’umiltà per avere il regno dei cieli; atta la mansuetudine per possedere la terra; adatte fame e sete di giustizia per essere saziati; atta la misericordia per implorare misericordia; adatto un cuore puro per vedere Dio.

 



[1] La traduzione con l’aggettivo “beati” del termine greco “makárioi” da dove viene pure l’espressione “magari” non rende adeguatamente il significato che questo aggettivo ha in greo. “Beati” non va inteso solamente come un aggettivo, ma come un invito alla felicità, alla pienezza di vita, alla consapevolezza di una gioia che niente e nessuno può rapire né spegnere (cfr. Gv 16,23). “Beati” ha anche il valore di “benedetti” (cf. Mt 25,34), in opposizione ai “guai” (cfr. Mt 23,13-32; Lc 6,24-26), ma indica qualcosa che non è soltanto un’azione di Dio che rende giusti e salvati nel giorno del giudizio (cfr Sal 1,1; 41,2), ma che già da ora dà un senso, una speranza consapevole e gioiosa a chi è destinatario di tale parola.

[2] Le Beatitudini vengono non di rado presentate come l'antitesi neotestamentaria al Decalogo, come, per così dire, l'etica più elevata dei cristiani nei confronti dei comandamenti dell'Antico Testamento. Questa interpretazione fraintende completamente il senso delle parole di Gesù. Gesù ha sempre dato per scontata la validità del Decalogo (cfr., per es., Mc 10,19; Lc 16,17); il Discorso della montagna riprende i comandamenti della Seconda tavola e li approfondisce, non li abolisce (cfr. Mt 5,21-48); ciò si opporrebbe diametralmente al principio fondamentale premesso a questo discorso sul Decalogo: “Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non son venuto per abolire, ma per dare compimento. In verità vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà dalla Legge neppure uno iota o un segno, senza che tutto sia compiuto” (Mt 5,17s). Comunque è importante sottolineare che Gesù non intende di abolire il Decalogo, al contrario, lo rafforza.

 

[3] La preghiera completa di Santa Teresa d’Avila è: “Nulla ti turbi, nulla ti spaventi. Tutto passa, solo Dio non cambia. La pazienza ottiene tutto. Chi ha Dio non manca di nulla: solo Dio basta! Il tuo desiderio sia vedere Dio, il tuo timore, perderlo, il tuo dolore, non possederlo, la tua gioia sia ciò che può portarti verso di lui e vivrai in una grande pace”.

giovedì 22 gennaio 2026

Conversion is the total “yes” of one who delivers one's existence to the Gospel

Third Sunday in Ordinary Time- Year A- January 25, 2026

Roman Rite

Is 8:23b-9:3; Ps 27; 1Cor 1:10-13; Mt 4:12-23

Jesus, Light of the world

 

Ambrosian Rite – Feast of the Holy Family of Jesus, Mary and Joseph

Sir 7:27-30 32-36; Ps 127; Col 3:12-21; Lk 2:22-33

 

1)  Following Christ is the first conversion.

     The central point of today's gospel is clear: to follow Jesus Christ, who calls to communion with him.

      In fact, after announcing the kingdom and conversion, the first thing the Redeemer of the world does is to show us how the kingdom of God is realized. The main modality of this realization is to follow Jesus Christ because, following him, we become what we are: children in and with the Son. By following the path of the Son, we fully realize our truth as children. It is precisely in the walking of Christ before us and in our going after him, perhaps groping and making a mistake, that the new man is born.

     It should be borne in mind that this path of conversion requires not only a "moral conversion", which implies a change of life. It demands an "intellectual conversion", which implies a change in the way of thinking and feeling. Finally, it requires an "existential conversion", which implies living in the presence of Christ following him with loving trust and total abandonment.

     Therefore, conversion is not reducible to a small adjustment of our journey, but it is a real reversal of it. Conversion is going against the current way of doing things, where the "current way" is the superficial, inconsistent and illusory lifestyle that often drags us, dominates us and makes us slaves of evil or, in any case, prisoners of moral, intellectual and existential mediocrity.

      It is by following the Son of God that faith becomes reality and personal relationship with him. This relationship is not only a relationship of friendship but of practice: we follow him, we make the same journey and we become children in him. It is precisely following Jesus that everything is realized. Following Jesus, however, is not our initiative. We follow him because we are called. Following is our response to his proposal to convert, to believe in him, to live in relationship with him and to live like him.

 

2) Vocation to conversion.

 In today's passage the Apostle and Evangelist Matthew tells us that Jesus left Nazareth where he had lived a normal daily life so that none of his fellow villagers[1] had seen in him someone exceptional, and went to Capernaum to bring the light of God. He went to a place where there were a great mixture of Jews and other peoples, and for this reason was called by the Jews "Galilee of the Gentiles" or "province of the pagans." 

     The human logic would have expected that the messianic proclamation would have started from the heart of Judaism that is from Jerusalem[2]. Instead, it starts from a peripheral region, Galilee, generally despised and considered tainted by paganism. But what it could be considered a surprise, for St. Matthew is the fulfillment of an ancient prophecy and the telltale sign of Jesus, the universal Messiah that grinds all forms of particularism.

     From this "apparent" suburb[3] Jesus began to illuminate both the Holy City and the world, and his announcement is summarized by St. Matthew in a concise formula “Repent, for the kingdom of heaven is at hand” (Mt. 4:17). These first words of Jesus are simple and few. St. Mark writes: " This is the time of fulfilment, the kingdom of God is at hand: repent, and believe in the Gospel" (Mk 1:15). The words recorded in today’s Gospel are even more spare ("Repent, for the kingdom of heaven is at hand") and, perhaps because of their own sobriety, there are not clear to us modern men and women. To understand these words and to understand well the difference between John's message and the message of Jesus, I’d like to propose an explanation trying to bring out their eternally alive meaning.

     "The time is fulfilled." The time awaited, prophesied and foretold has come to fullness. The time of living without knowing the beauty of life with Christ has come to completion. The ​​time of deceptions has come to an end. It is time to open our eyes to God and contemplate His face which then becomes, in a measure, ours.

     "The Kingdom is at hand." John the Baptist said that a king would soon come to establish a new kingdom: The Kingdom of Heaven. Jesus gives the good news that the King has come and that the doors of the Kingdom are open. This Kingdom is not according to the old-fashioned imagination of a poor Jew of twenty centuries ago, an ancient thing, a dead memory or a shattered dream. The Kingdom of Heaven is within us. It starts now and it is also our work for happiness in this life on this earth. It depends on our will, on our answering yes or no to the vocation of Christ who calls us to be holy, namely, to look at heaven, to wish for heaven and hope to live forever in heaven. The Kingdom of God is peace and joy[4].

     "Repent" says Jesus. “Repent”: even this "old” word has been distorted from its true meaning. The Greek word of the Gospel, “metanoeite” cannot be translated in English as “to do penance." Metanoia is properly a change of the way of thinking, a change of mind and the transformation of the soul. Metamorphosis is a change in the form; metanoia is a change of spirit, a change of mentality.  The right translation is "conversion" which is the renewal of the inner man. The idea of ​​"repentance” and “penance " are applications and illustrations of Jesus’ invitation to turn to Him, to move toward the light.

     The Messiah invites us to convert to the light of truth and to the bliss of love.

     Loving Him we’ll know Him better and knowing Him better we will love Him even more. We love only what we know well, love makes transparent those we love. The first conversion is to believe in the Word of Love. “Faith, tied as it is to conversion, is the opposite of idolatry; it breaks with idols to turn to the living God in a personal encounter. Believing means entrusting oneself to a merciful love which always accepts and pardons, which sustains and directs our lives, and which shows its power by its ability to make straight the crooked lines of our history. Faith consists in the willing- ness to let us be constantly transformed and renewed by God’s call. “(Pope Francis, Lumen Fidei, nr 13)

 

2) A call in the call

     The passage of Pope Francis’ Encyclical leads us to comment the second part of today's Gospel that speaks of the calling of the first disciples. The offer to follow Him is done on the shore of Lake Capernaum where Jesus was preaching and where men were busy with their work.

     There is no exceptional setting for the calling of the first disciples: a port on the shore of a lake, a place of work for fishermen.

     Let’s try to bring out the essential features of this tale of life.

     Jesus is the protagonist. He is the central character. His is the initiative (“He saw two brothers “- Peter and Andrew - “and said unto them ‘Follow me.’ He saw two other brothers “- James and John of Zebedee – “and called them "). 

     It is not the man who proclaims himself a disciple, but it is Jesus that converts the man and calls him to be his disciple choosing him with love. The disciple then is not called in the first place to learn a doctrine but to live with a Presence that is the emotional center of his life of “called one”. In the first place there is the attachment to the person of Jesus.

     This membership requires a profound detachment. James and John, Peter and Andrew leave their nets, the boat and their father. In other words, they live work and family. Work ensures security and social esteem; the father represents the roots. This is a radical departure.

     This separation makes it possible to respond to Jesus’call by following Him fully and freely. The two verbs "to leave" and "to follow" indicate a shift of the center of the life of the person called. The call of Jesus is not in view of a social arrangement, does not located in one place, but sets off on a mission. 

     Finally, we see that the characteristics of the disciple are at least two: communion with Christ ("follow me ") and a move towards humanity ("I will make you fishermen of men"). The second one stems from the first. Jesus does not put his disciples in a separate, closed space. He sends them along the roads of the world. In this respect Pope Francis speaking of Saint Peter Favre, a French Jesuit, invites us to imitate this “Companion of Jesus" letting “Christ occupy the center of the heart[5]."

     The Consecrated Virgins live this "centrality" of Christ, following him in full abandonment and loving trust and imitating the first four apostles chosen by Jesus. It is not a coincidence that they were fishermen. The fisherman, who lives most of his days in the pure solitude of the water, is the person who knows how to wait. It is the patient person who is in no hurry, drops his net and relies on God. The water throws tantrums, the lake has its own eccentricities and the days are never alike. Starting to go off in search of fish, the fisherman does not know if he will return with a boat full or without even a fish to put on the fire for his meal. He puts himself in the hands of the Lord who sends abundance and famine. He consoles himself for the bad day thinking about the good one to come.

     With talent and feminine sensibility capable of supreme dedication, the Consecrated Virgins live the same call of the apostles-fishermen. They live the same path of holiness of those who choose to follow Christ with dilated heart and the same humility of the Holy Family of Nazareth (as the Ambrosian liturgy reminds us today) of which obviously Jesus was the center and where the home of the one was the affection of the Other. 

     Mary and Joseph guarded and helped Jesus to grow not only because He would have said words of eternal life, but because in faith they knew that He was the Word of Life forever.

 

 

Theological Reading

St. Thomas Aquinas

Summa Theologica, III,  Qu.37 

 

Whether Christ was becomingly presented in the temple?

 

Objection: 1. It would seem that Christ was unbecomingly presented in the Temple. For it is written (Ex 13,2): "Sanctify unto Me every first-born that openeth the womb among the children of Israel." But Christ came forth from the closed womb of the Virgin; and thus He did not open His Mother's womb. Therefore Christ was not bound by this law to be presented in the Temple.

2. Further, that which is always in one's presence cannot be presented to one. But Christ's humanity was always in God's presence in the highest degree, as being always united to Him in unity of person. Therefore there was no need for Him to be presented to the Lord.

3. Further, Christ is the principal victim, to whom all the victims of the old Law are referred, as the figure to the reality. But a victim should not be offered up for a victim. Therefore it was not fitting that another victim should be offered up for Christ.

4. Further, among the legal victims the principal was the lamb, which was a "continual sacrifice" [Vulg.: 'holocaust'], as is stated Nb 28,6: for which reason Christ is also called "the Lamb---Behold the Lamb of God" (Jn 1,29). It was therefore more fitting that a lamb should be offered for Christ than "a pair of turtle doves or two young pigeons."

 

On the contrary On the contrary is the authority of Scripture which relates this as having taken place (Lc 2,22).

I answer that As stated above (Article [1]), Christ wished to be "made under the Law, that He might redeem them who were under the Law" (Ga 4,4-5), and that the "justification of the Law might be" spiritually "fulfilled" in His members. Now, the Law contained a twofold precept touching the children born. one was a general precept which affected all---namely, that "when the days of the mother's purification were expired," a sacrifice was to be offered either "for a son or for a daughter," as laid down Lv 12,6. And this sacrifice was for the expiation of the sin in which the child was conceived and born; and also for a certain consecration of the child, because it was then presented in the Temple for the first time. Wherefore one offering was made as a holocaust and another for sin.The other was a special precept in the law concerning the first-born of "both man and beast": for the Lord claimed for Himself all the first-born in Israel, because, in order to deliver the Israelites, He "slew every first-born in the land of Egypt, both men and cattle" (Ex 12,12-13 Ex 12,29), the first-born of Israel being saved; which law is set down Ex 13. Here also was Christ foreshadowed, who is "the First-born amongst many brethren" (Rm 8,29).Therefore, since Christ was born of a woman and was her first-born, and since He wished to be "made under the Law," the Evangelist Luke shows that both these precepts were fulfilled in His regard. First, as to that which concerns the first-born, when he says (Lc 2,22-23): "They carried Him to Jerusalem to present Him to the Lord: as it is written in the law of the Lord, 'Every male opening the womb shall be called holy to the Lord.'" Secondly, as to the general precept which concerned all, when he says (Lc 2,24): "And to offer a sacrifice according as it is written in the law of the Lord, a pair of turtle doves or two young pigeons."

 

Reply to Objection: 1. As Gregory of Nyssa says (De Occursu Dom.): "It seems that this precept of the Law was fulfilled in God incarnate alone in a special manner exclusively proper to Him. For He alone, whose conception was ineffable, and whose birth was incomprehensible, opened the virginal womb which had been closed to sexual union, in such a way that after birth the seal of chastity remained inviolate." Consequently the words "opening the womb" imply that nothing hitherto had entered or gone forth therefrom. Again, for a special reason is it written "'a male,' because He contracted nothing of the woman's sin": and in a singular way "is He called 'holy,' because He felt no contagion of earthly corruption, whose birth was wondrously immaculate" (Ambrose, on Lc 2,23).

2. As the Son of God "became man, and was circumcised in the flesh, not for His own sake, but that He might make us to be God's through grace, and that we might be circumcised in the spirit; so, again, for our sake He was presented to the Lord, that we may learn to offer ourselves to God" [*Athanasius, on Lc 2,23]. And this was done after His circumcision, in order to show that "no one who is not circumcised from vice is worthy of Divine regard" [*Bede, on Lc 2,23].

3. For this very reason He wished the legal victims to be offered for Him who was the true Victim, in order that the figure might be united to and confirmed by the reality, against those who denied that in the Gospel Christ preached the God of the Law. "For we must not think," says Origen (Hom. xiv in ) "that the good God subjected His Son to the enemy's law, which He Himself had not given."

4. The law of Lv 12,6,[8] "commanded those who could, to offer, for a son or a daughter, a lamb and also a turtle dove or a pigeon: but those who were unable to offer a lamb were commanded to offer two turtle doves or two young pigeons" [*Bede, Hom. xv in Purif.]. "And so the Lord, who, 'being rich, became poor for our [Vulg.: 'your'] sakes, that through His poverty we [you] might be rich," as is written 2Co 8,9, "wished the poor man's victim to be offered for Him" just as in His birth He was "wrapped in swaddling clothes and laid in a manger" [*Bede on Lc 1]. Nevertheless, these birds have a figurative sense. For the turtle dove, being a loquacious bird, represents the preaching and confession of faith; and because it is a chaste animal, it signifies chastity; and being a solitary animal, it signifies contemplation. The pigeon is a gentle and simple animal, and therefore signifies gentleness and simplicity. It is also a gregarious animal; wherefore it signifies the active life. Consequently this sacrifice signified the perfection of Christ and His members. Again, "both these animals, by the plaintiveness of their song, represented the mourning of the saints in this life: but the turtle dove, being solitary, signifies the tears of prayer; whereas the pigeon, being gregarious, signifies the public prayers of the Church" [*Bede, Hom. xv in Purif.]. Lastly, two of each of these animals are offered, to show that holiness should be not only in the soul, but also in the body.

 

 

Whether it was fitting that the Mother of God should go to the temple to be purified?

 

 

Objection: 1. It would seem that it was unfitting for the Mother of God to go to the Temple to be purified. For purification presupposes uncleanness. But there was no uncleanness in the Blessed Virgin, as stated above (Questions [27],28). Therefore she should not have gone to the Temple to be purified.

2. Further, it is written (Lv 12,2-4): "If a woman, having received seed, shall bear a man-child, she shall be unclean seven days"; and consequently she is forbidden "to enter into the sanctuary until the days of her purification be fulfilled." But the Blessed Virgin brought forth a male child without receiving the seed of man. Therefore she had no need to come to the Temple to be purified.

3. Further, purification from uncleanness is accomplished by grace alone. But the sacraments of the Old Law did not confer grace; rather, indeed, did she have the very Author of grace with her. Therefore it was not fitting that the Blessed Virgin should come to the Temple to be purified.

 

On the contrary On the contrary is the authority of Scripture, where it is stated (Lc 2,22) that "the days of" Mary's "purification were accomplished according to the law of Moses."

I answer that As the fulness of grace flowed from Christ on to His Mother, so it was becoming that the mother should be like her Son in humility: for "God giveth grace to the humble," as is written Jc 4,6. And therefore, just as Christ, though not subject to the Law, wished, nevertheless, to submit to circumcision and the other burdens of the Law, in order to give an example of humility and obedience; and in order to show His approval of the Law; and, again, in order to take away from the Jews an excuse for calumniating Him: for the same reasons He wished His Mother also to fulfil the prescriptions of the Law, to which, nevertheless, she was not subject.

 

Reply to Objection: 1. Although the Blessed Virgin had no uncleanness, yet she wished to fulfil the observance of purification, not because she needed it, but on account of the precept of the Law. Thus the Evangelist says pointedly that the days of her purification "according to the Law" were accomplished; for she needed no purification in herself.

2. Moses seems to have chosen his words in order to exclude uncleanness from the Mother of God, who was with child "without receiving seed." It is therefore clear that she was not bound to fulfil that precept, but fulfilled the observance of purification of her own accord, as stated above.

3. The sacraments of the Law did not cleanse from the uncleanness of sin which is accomplished by grace, but they foreshadowed this purification: for they cleansed by a kind of carnal purification, from the uncleanness of a certain irregularity, as stated in the FS, Question [102], Article [5]; FS, Question [103], Article [2]. But the Blessed Virgin contracted neither uncleanness, and consequently did not need to be purified.

 



[1] “Isn’t this the son of Joseph?” (Lk 4:22). Mark and Matthew add “Is he not the carpenter, the son of Mary, and the brother of James and Joses and Judas and Simon? And are not his sisters here with us?” (Mk 6:3; Mt 13:55)

[2] At the time of Christ's earthly life Jerusalem was the religious center for a loyal Jew, but politically it could be considered of minor importance compared to the Roman power.

[3] Let us remember that Capernaum, far from the Temple, is however closer to the Mediterranean Sea and on the route of the caravans of merchants, and becomes the crossroads of a new history, the history of salvation.

[4] “For the kingdom of God is not a matter of food and drink, but of righteousness, peace, and joy in the holy Spirit; whoever serves Christ in this way is pleasing to God and approved by others.”  (Rm 14:17-18)

[5]  It is only possible to go to the limits of the world if we are centered in God! And Favre travelled without pause to the geographic frontiers, so much so that it was said of him: “it seems he was born not to stay put anywhere” (Epistolae I, 362). Favre was consumed by the intense desire to communicate the Lord. If we do not have his same desire, then we need to pause in prayer, and, with silent fervor, ask the Lord, through the intercession of our brother Peter, to return and attract us: that fascination with the Lord that led Peter to such apostolic “folly”.  (Pope Francis,Homely at the Chiesa del Gesu’ , Rome
Friday,  January 3, 2014)

La conversion est le « oui » total de celui qui livre son existence à l'Évangile


Troisième dimanche en temps ordinaire - Année A - 25 janvier 2026

Rite romain

Est 8:23b-9:3 ; Ps 27 ; 1Cor 1:10-13 ; Mt 4:12-23

Jésus, Lumière du monde

 

Rite ambrosien – Fête de la Sainte Famille de Jésus, Marie et Joseph

Sir 7:27-30, 32-36 ; Ps 127 ; Col 3:12-21 ; Luc 2:22-33

 

1) Suivre le Christ est la première conversion.

     Le point central de l'évangile d'aujourd'hui est clair : suivre Jésus-Christ, qui appelle à la communion avec lui.

      En fait, après avoir annoncé le royaume et la conversion, la première chose que fait le Rédempteur du monde est de nous montrer comment le royaume de Dieu s'accomplit. La principale modalité de cette prise de conscience est de suivre Jésus-Christ car, en le suivant, nous devenons ce que nous sommes : des enfants dans et avec le Fils. En suivant le chemin du Fils, nous réalisons pleinement notre vérité en tant qu'enfants. C'est précisément dans la marche du Christ devant nous et en le poursuivant, peut-être en le tâtonnant et en faisant une erreur, que le nouvel homme naît.

     Il faut garder à l'esprit que ce chemin de conversion nécessite non seulement une « conversion morale », ce qui implique un changement de vie. Cela exige une « conversion intellectuelle », ce qui implique un changement dans la façon de penser et de ressentir. Enfin, cela nécessite une « conversion existentielle », ce qui implique de vivre en présence du Christ en le suivant avec une confiance aimante et un abandon total.

     Par conséquent, la conversion ne se réduit pas à un petit ajustement de notre parcours, mais c'est un véritable renversement de celui-ci. La conversion va à l'encontre de la manière actuelle de faire les choses, où la « manière actuelle » est le mode de vie superficiel, incohérent et illusoire qui nous entraîne souvent, nous domine et fait de nous esclaves du mal ou, en tout cas, prisonniers de la médiocrité morale, intellectuelle et existentielle.

      C'est en suivant le Fils de Dieu que la foi devient réalité et relation personnelle avec lui. Cette relation n'est pas seulement une relation d'amitié, mais aussi de pratique : nous le suivons, nous faisons le même voyage et nous devenons des enfants en lui. C'est précisément en suivant Jésus que tout se réalise. Suivre Jésus, cependant, n'est pas notre initiative. Nous le suivons parce que nous sommes appelés. Voici notre réponse à sa proposition de convertir, de croire en lui, de vivre en relation avec lui et de vivre comme lui.

 

2) Vocation à la conversion.

 Dans le passage d'aujourd'hui, l'Apôtre et Évangéliste Matthieu nous dit que Jésus a quitté Nazareth où il avait mené une vie quotidienne normale, de sorte qu'aucun de ses compagnons n'[1]avait vu en lui quelqu'un d'exceptionnel, et qu'il est allé à Capharnaüm pour apporter la lumière de Dieu. Il se rendit dans un lieu où il y avait un grand mélange de Juifs et d'autres peuples, et pour cette raison il fut appelé par les Juifs « Galilée des Gentils » ou « province des païens ». 

     La logique humaine aurait prévu que la proclamation messianique ait commencé au cœur du judaïsme, c'est-à-dire à Jérusalem[2]. Au lieu de cela, elle part d'une région périphérique, la Galilée, généralement méprisée et considérée comme entachée par le paganisme. Mais ce que cela pourrait être considéré comme une surprise, pour saint Matthieu, c'est l'accomplissement d'une ancienne prophétie et le signe révélateur de Jésus, le Messie universel qui broie toutes les formes de particularisme.

 Depuis cette banlieue « apparente »,[3] Jésus commença à illuminer à la fois la Ville Sainte et le monde, et son annonce est résumée par saint Matthieu dans une formule concise : « Repentez-vous, car le royaume des cieux est proche » (Mt. 4:17). Ces premières paroles de Jésus sont simples et peu nombreuses. Saint Marc écrit : « C'est le temps de l'accomplissement, le royaume de Dieu est proche : repentez-vous et croyez à l'Évangile » (Mc 1:15). Les paroles consignées dans l'Évangile d'aujourd'hui sont encore plus épurées (« Repentez-vous, car le royaume des cieux est proche ») et, peut-être à cause de leur propre sobriété, elles ne sont pas claires pour nous, hommes et femmes modernes. Pour comprendre ces mots et bien comprendre la différence entre le message de Jean et celui de Jésus, j'aimerais proposer une explication visant à faire ressortir leur sens éternellement vivant.

 « Le temps est accompli. » Le temps attendu, prophétisé et prédit est devenu plein. Le temps de vivre sans connaître la beauté de la vie avec le Christ est arrivé à son terme. Le temps des tromperies est arrivé à sa fin. Il est temps d'ouvrir les yeux à Dieu et de contempler Son visage qui devient, dans une certaine mesure, le nôtre.

 « Le Royaume est à portée de main. » Jean-Baptiste a dit qu'un roi viendrait bientôt établir un nouveau royaume : le Royaume des Cieux. Jésus annonce la bonne nouvelle que le Roi est venu et que les portes du Royaume sont ouvertes. Ce Royaume n'est pas, selon l'imagination à l'ancienne d'un pauvre Juif d'il y a vingt siècles, une chose ancienne, un souvenir mort ou un rêve brisé. Le Royaume des Cieux est en nous. Tout commence maintenant et c'est aussi notre travail pour le bonheur dans cette vie sur cette terre. Cela dépend de notre volonté, de notre réponse oui ou non à la vocation du Christ qui nous appelle à être saints, à savoir à regarder le ciel, à souhaiter le paradis et espérer vivre éternellement au ciel. Le Royaume de Dieu est paix et joie[4].

     « Repentez-vous », dit Jésus. « Repentez-vous » : même ce « vieux » mot a été déformé de son véritable sens. Le terme grec « Metanoèite » de l’Evangile ne saurait être traduit par « poenitemini » en latin ou « faites pénitence » en français. La Metanoia est à proprement un changement de façon de penser, un changement d'esprit et la transformation de l'âme. La métamorphose est un changement de forme ; La métanoïa est un changement d'esprit, un changement de mentalité.  La bonne traduction est « conversion », qui est le renouveau de l'homme intérieur. L'idée de « repentance » et de « pénitence » sont des applications et des illustrations de l'invitation de Jésus à se tourner vers Lui, à avancer vers la lumière.

     Le Messie nous invite à nous convertir à la lumière de la vérité et à la félicité de l'amour.

     En l'aimant, nous Le connaîtrons mieux et en Le connaissant mieux, nous L'aimerons encore plus. Nous aimons seulement ce que nous connaissons bien, l'amour rend transparents ceux que nous aimons. La première conversion consiste à croire en la Parole d'Amour. « La foi, liée à la conversion, est l'opposé de l'idolâtrie ; il rompt avec les idoles pour se tourner vers le Dieu vivant lors d'une rencontre personnelle. Croire signifie se confier à un amour miséricordieux qui accepte et pardonne toujours, qui soutient et dirige nos vies, et qui montre sa puissance par sa capacité à redresser les lignes tordues de notre histoire. La foi consiste dans la volonté de nous laisser constamment transformer et renouveler par l'appel de Dieu. « (Pape François, Lumen Fidei, n° 13)

 

2) Un appel dans l'appel

     Le passage de l'encyclique du pape François nous amène à commenter la seconde partie de l'Évangile d'aujourd'hui qui parle de l'appel des premiers disciples. L'offre de Le suivre se fait sur la rive du lac Capharnaüm, où Jésus prêchait et où les hommes étaient occupés à leur travail.

     Il n'existe pas de cadre exceptionnel pour l'appel des premiers disciples : un port sur la rive d'un lac, un lieu de travail pour les pêcheurs.

     Essayons de mettre en lumière les aspects essentiels de ce récit de vie.

 Jésus est le protagoniste. Il est le personnage central. C'est à lui l'initiative (« Il vit deux frères » — Pierre et André — et leur dit: «Suivez-moi». «Il vit deux autres frères» —Jacques et Jean de Zébédée – «et les appela »). 

     Ce n'est pas l'homme qui se proclame disciple, mais Jésus qui convertit l’ homme et l'appelle à être son disciple, en le choisissant avec amour. Le disciple n'est donc pas appelé à apprendre une doctrine mais à vivre avec une Présence qui est le centre émotionnel de sa vie d’« appelé ». L’attachement à la personne de Jésus vient en premier.

     Cette adhésion exige un détachement profond. Jacques et Jean, Pierre et André quittent leurs filets, leur barque et leurs pères. Autrement dit, ils quittent métiers et familles. Le métier la garantit sécurité et l’estime sociale, le père représente ses propres racines. Il s’agit d’un détachement radical. 

     Ce détachement permet de répondre à l’appel de Jésus, de se mettre totalement et gratuitement dans ses pas. Les deux verbes « quitter » et « suivre » indiquent un déplacement du centre de la vie de la personne appelée. L'appel de Jésus ne vise pas un aménagement social, ne place pas dans un état, mais met en marche pour une mission. 

 Enfin, on voit que les caractéristiques du disciple sont au moins deux : la communion avec le Christ (« suivez-moi »)et un mouvement vers l'humanité (« Je ferai de vous pêcheurs d'hommes »). La seconde découle du premier. Jésus ne place pas ses disciples dans un espace séparé et clos. Il les envoie sur les routes du monde. À cet égard, le pape François, parlant de saint Pierre Favre, un jésuite français, nous invite à imiter ce « Compagnon de Jésus » en laissant « le Christ occuper le centre du [5]cœur ».

     Les Vierges consacrées vivent cette « centralité » du Christ, le suivant dans un abandon total et une confiance aimante, et en imitant les quatre premiers apôtres choisis par Jésus. Ce n'est pas un hasard s'ils étaient pêcheurs. Le pêcheur, qui vit la plupart de ses journées dans la pure solitude de l'eau, est celui qui sait attendre. C'est la personne patiente qui n'est pas pressée, laisse tomber son filet et compte sur Dieu. L'eau fait des caprices, le lac a ses propres excentricités et les jours ne se ressemblent jamais. En partant au large à la recherche de poissons, le pêcheur ne sait pas s'il reviendra avec un bateau plein ou même sans un poisson à mettre sur le feu pour son repas. Il se confie au Seigneur qui envoie l’ abondance et la famine. Il se console pour la mauvaise journée en pensant à la bonne à venir.

     Dotées de talent et de sensibilité féminine capables d'une dévotion suprême, les Vierges consacrées vivent le même appel que les apôtres-pêcheurs. Elles suivent le même chemin de sainteté que ceux qui choisissent de suivre le Christ avec le cœur dilaté et la même humilité que la Sainte Famille de Nazareth (comme le rappelle aujourd'hui la liturgie ambrosienne), dont Jésus était évidemment le centre et où la demeure de l'un était l'affect de l'Autre. 

     Marie et Joseph ont gardé et aidé Jésus à grandir non seulement parce qu'Il aurait prononcé des paroles de vie éternelle, mais parce qu'en la foi ils savaient qu'Il était la Parole de Vie pour toujours.

 

 

Extrait du Commentaire de Matthieu sur l'Évangile

de Chromatius d'Aquilée

 

Lorsqu'il apprit que Jean avait été arrêté, il se retira en Galilée [et ce qui suivra] jusqu'à  ce qu'une lumière se lève sur ceux qui habitaient à l'ombre de la mort. Quittant donc Nazareth, notre Seigneur et Sauveur, illuminant par sa présence divers lieux de Judée qu'il avait daigné visiter, vint sur le territoire de Zabulon et de Naphtali pour accomplir la prédiction prophétique et chasser l'erreur sombre, pour infuser la lumière de sa connaissance dans ceux qui croyaient en lui, non seulement les Juifs, mais aussi les Gentils. L'Évangéliste se souvient de ce fait dans le présent passage, faisant référence aux paroles du prophète lorsqu'il dit : Au-delà du Jourdain, le peuple de Galilée des Gentils, qui habitait dans les ténèbres, vit une grande lumière. Dans quelle obscurité ? Certainement dans l'erreur profonde de l'ignorance. Quelle est la grande lumière qu'il a vue ? Celui dont il est écrit : Il était la vraie lumière qui éclaire chaque homme qui vient dans ce monde (Jn 1:9). Le juste Siméon en témoigna dans l'Évangile, disant : « Lumière que tu as préparée pour éclairer les païens, et gloire à ton peuple Israël » (Lc 2:31-32). David prédit également que cette lumière devait se lever un jour dans les ténèbres, disant : « Une lumière est sortie des ténèbres pour les rectes de cœur » (P 111:4). Ésaïe parle aussi de cette lumière qui aurait pu s'élever pour illuminer l'Église, disant : Enveloppée de lumière, vêtue de lumière, Jérusalem, car ta lumière vient et la majesté du Seigneur est ressuscitée en toi (Is 60:1) [...]. 

2.

De cette lumière, donc, il a été dit dans le présent passage : Le peuple, qui habitait dans les ténèbres, a vu une grande lumière. Il vit cependant non pas avec la vue du corps, car c'est une lumière invisible, mais avec les yeux de la foi et la vision de l'esprit. Il poursuit alors : Dès lors, Jésus commença à prêcher et à dire : Fais pénitence, car le royaume des cieux est proche. Pour que ces paroles du Seigneur, par lesquelles il nous exhorte à la repentance, soient entendues, le Saint-Esprit avait auparavant invité le peuple à se repentir par la bouche de David, disant : « Si vous écoutez sa voix aujourd'hui, ne durcissez pas vos cœurs, comme pour me mettre à l'épreuve lorsqu'ils m'ont tenté dans le désert » (Ps 94:8-9). Dans ce même psaume ci-dessus, afin d'inviter les pécheurs à la pénitence et de suggérer des sentiments de scrupule, il s'exprime ainsi : Venez, inclinons-nous devant lui et faisons des supplications devant le Seigneur qui nous a créés, car il est notre Dieu. Le Seigneur nous exhorte à la pénitence, celui qui promet le pardon du péché, celui qui dit par la bouche d'Isaïe : C'est moi, c'est moi qui efface vos iniquités et je ne me souviendrai pas de vos péchés. Mais souviens-toi de ceci, tu es le premier à accuser tes offenses, afin d'être justifié (Is 43:25-26)... À juste titre, donc, le Seigneur exhorte le peuple à la pénitence, disant : « Faites pénitence, car le royaume des cieux est proche, afin que, suite à cette confession de leur péché, ils deviennent dignes du royaume des cieux qui approchait. » Car un homme ne peut recevoir la grâce du Dieu du ciel à moins d'être purifié de toute saleté de péché par la confession de pénitence, par le don du baptême du salut de notre Seigneur et Sauveur. 

3

Il poursuit alors : En passant près de la mer, il vit deux frères [et ce qui suit jusqu'à] et aussitôt, quittant le bateau et leur père, ils le suivirent. Ô heureux sont ces pêcheurs que le Seigneur a d'abord choisis pour le ministère de la prédication divine et la grâce de l'apostolat, parmi tant de docteurs de la Loi et de scribes, parmi tant de sages du monde ! Et ce choix était certainement digne de notre Seigneur et digne de sa prédication, afin d'obtenir que dans la prédication de son nom naîtrait une admiration qui aurait suscité une louange que le plus grand, le plus mesquin dans le monde et le plus humble dans le monde l'avaient été à l'époque. Celles-ci ne conquériraient pas le monde par la sagesse de la parole, mais délivreraient l'humanité de l'erreur mortelle par la simple prédication de la foi, comme le dit l'Apôtre : Que votre foi ne soit pas fondée sur la sagesse des hommes, mais sur la puissance de Dieu. Et encore : Dieu a choisi ce qui est insensé dans le monde, pour dérouter les sages, et il a choisi ce qui est faible dans le monde, pour dérouter les forts, et il a choisi ce qui est ignoble et méprisable dans le monde, et ce qui n'est rien, pour détruire ce qui existe (1 Cor 1:2-5). Il ne choisit donc pas les nobles du monde ni les riches, pour que la prédication ne suscite pas de soupçons, ni les sages de la terre pour qu'on croie qu'il avait persuadé l'humanité par la sagesse mondaine, mais il choisit les pêcheurs, illettrés, inexpérimentés, ignorants, afin que la grâce du Sauveur soit évidente. Humbles, il est vrai, dans le monde aussi pour l'exercice de leur art, mais véritablement sublimes pour la foi et pour la déférence de leurs âmes dévotes, méprisables pour la terre, mais très agréables au ciel, ignobles pour le monde, mais nobles au Christ, non inscrits au registre du sénat de cette terre, mais inscrits au registre des anges au ciel, pauvres pour le monde,  mais riches pour Dieu. Car le Seigneur sait qui choisir, celui qui connaît les secrets du cœur, ceux qui ne cherchaient certainement pas la sagesse du monde, mais désiraient la sagesse de Dieu, ni convoitaient les richesses du monde, mais aspiraient aux trésors célestes. Ainsi, dès qu'ils entendirent le Seigneur dire : Venez après moi immédiatement, laissez leurs filets, leur père et tous leurs biens, ils le suivirent. Et en cela, ils se sont véritablement révélés comme enfants d'Abraham, car après son exemple, lorsqu'ils ont entendu la voix de Dieu, ils ont suivi le Sauveur. Car ils renoncèrent immédiatement à leurs revenus matériels afin d'atteindre un gain éternel, ils laissèrent leur père terrestre pour avoir un Père céleste, et donc, sans raison, ils méritaient d'être choisis. 

4

Le Seigneur choisit donc des pêcheurs qui, changeant de profession de pêcheur pour le mieux, passèrent de la pêche terrestre à la pêche céleste, pour attraper la race humaine comme un poisson dans le tourbillon profond de l'erreur pour son salut, conformément à ce que le Seigneur lui-même leur dit : Venez après moi et je ferai de vous pêcheurs d'hommes. Il avait promis cette même chose auparavant par la bouche du prophète Jérémie, disant : Voici, j'enverrai beaucoup de pêcheurs, dit le Seigneur, et ils les pêcheront. Et après cela, j'enverrai des chasseurs, et ils les captureront (Jér 16:16). Ainsi, nous savons que les apôtres étaient appelés non seulement pêcheurs, mais aussi chasseurs : pêcheurs, car par les filets de la prédication de l'Évangile, ils attrapent tous les croyants du monde comme des poissons ; les chasseurs, donc, parce que, pour leur salut, ils capturent, comme une chasse voulue par le ciel, des hommes qui errent dans l'erreur de ce monde comme dans une forêt et vivent comme des bêtes sauvages... Par la prédication apostolique, donc, les croyants sont capturés chaque jour pour vivre. Et voyez comme cette prise céleste des apôtres est différente de celle de cette terre. Les poissons, en fait, lorsqu'ils sont capturés, meurent. Mais les hommes sont capturés pour vivre, selon ce que le Seigneur a dit Pierre, lorsqu'il avait attrapé une grande quantité de poissons : N'ayez pas peur : à partir de maintenant, c'est vous qui donnerez vie aux hommes. 

5

Ézéchiel aussi, faisant ouvertement référence à ces pêcheurs évangéliques alors qu'ils attrapent des poissons afin qu'ils puissent vivre : « Et il y aura », disait-il, « une grande quantité de poissons, car là cette eau est venue, et tout homme à qui cette rivière viendra sera sauvé, et ils séqueront les pêcheurs et se dessécheront seulsLes filets, et ses poissons, seront comme des poissons dans une grande mer, une quantité très abondante. Magnifique est donc cette prise, et merveilleux sont les pêcheurs, qui pêchent non pas pour que ceux qu'ils attrapent meurent, mais pour qu'ils vivent. D'après ce qui se passe sur cette terre, les poissons qui ne sont pas capturés vivent, dans cette pêche, en revanche, ceux qui ne méritaient pas d'être capturés meurent. La façon dont la prise de ces pêcheurs pour donner vie à ceux qu'ils attrapent montre clairement le prophète dans la citation ci-dessus : Car c'est là que cette eau est venue et le poisson auquel cette rivière viendra vivra. Certes, le prophète ne parle pas de cette eau commune ni d'un fleuve terrestre, mais de l'eau du baptême du salut et du fleuve de la prédication de l'Évangile, dont les croyants tirent la nourriture de la vie. Voulez-vous savoir quelle est cette eau qui guérit, qui guérit, qui donne la vie ? Écoutez : le Seigneur qui dit dans l'Évangile : Quiconque boit de l'eau que je donne ne sera pas assoiffé à jamais, mais en lui il y aura une fontaine d'eau jaillissant vers la vie éternelle (Jn 4:13-14). Voulez-vous aussi savoir ce qu'est cette rivière dans laquelle vous avez la vie ? Écoutez le prophète qui dit : Le ruissellement du fleuve réjouit la cité de Dieu (Ps 45:5). Ainsi, pendant qu'ils pêchent, nous sommes pris par la mer de ce monde, nous sommes tirés du tourbillon de l'erreur, pour renaître dans l'eau du baptême et, purifiés par la rivière de l'Évangile, pour rester en vie. 

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Il poursuit alors : Et Jésus traversa toute la Galilée [et ce qui suit jusqu'à] et au-delà du Jourdain. Que cela arriverait, Ésaïe l'avait prédit en disant : Il a pris sur lui nos souffrances et a guéri notre douleur. Pour cette raison, le maître de la vie et médecin céleste, le Christ le Seigneur, était venu, c'est-à-dire pour instruire les hommes par son enseignement, la source de la vie, et pour guérir par la médecine céleste les maux du corps et de l'âme, libérer les corps possédés par le diable et restaurer la vraie et complète santé à ceux qui souffraient de toute forme d'infirmité. En fait, il guérissait les maladies physiques par la parole du pouvoir divin et, grâce à la médecine de l'enseignement céleste, il guérissait les blessures de l'âme. Et David montre clairement que ces blessures de l'âme ne sont guéries que par Dieu, lorsqu'il dit : Bénis le Seigneur, ô mon âme, et n'oublie pas tous ses bienfaits. Et il ajouta : Il pardonne toutes vos offenses et guérit toutes vos maux (Sal 102:2-3). Vrai, et le médecin parfait est donc celui qui donne la santé au corps et rend la santé à l'âme, notre Seigneur et Sauveur, qui est béni pour les siècles des siècles. Amen. (Chromatius d'Aquilée, Commentaire sur Matthieu, 

 

 

Le Christ, lumière de notre vie

Homélie de Lansperge le Chartreux (+ 1539)

Sermon 5, Opera omnia, 3, 315-317

Sermon 5, Opera omnia, 3, 315-317

Le peuple qui marchait dans les ténèbres a vu se lever une grande lumière (Is 9,1). Mes frères, nul n'ignore que nous sommes tous nés dans les ténèbres et que nous y avons vécu autrefois. Mais faisons en sorte de ne plus y rester, maintenant que le soleil de justice s'est levé pour nous. <>

Le Christ est donc venu illuminer ceux qui demeurent dans les ténèbres et l'ombre de la mort, pour guider leurs pas dans le chemin de la paix. De quelles ténèbres parlons-nous ? Tout ce qui se trouve dans notre intelligence, dans notre volonté ou dans notre mémoire, et qui n'est pas Dieu ou n'a pas sa source en Dieu, autrement dit tout ce qui en nous n'est pas à la gloire de Dieu et fait écran entre Dieu et l'âme, est ténèbres. 

Aussi le Christ, ayant en lui la lumière, nous l'a-t-il apportée pour que nous puissions voir nos péchés et haïr nos ténèbres. Vraiment, la pauvreté qu'il a choisie quand il n'a pas trouvé de place à l'hôtellerie, est pour nous la lumière à laquelle nous pouvons connaître dès maintenant le bonheur des pauvres en esprit, à qui appartient le Royaume des cieux.

L'amour dont le Christ a témoigné en se consacrant à notre instruction et en s'exposant à endurer pour nous les épreuves, l'exil, la persécution, les blessures et la mort sur la croix, l'amour qui finalement l'a fait prier pour ses bourreaux, est pour nous la lumière grâce à laquelle nous pouvons apprendre à aimer aussi nos ennemis.

Elle est pour nous lumière, l'humilité avec laquelle « il se dépouilla lui-même en prenant la condition de serviteur » (Ph 2,7), et, refusant la gloire du monde, voulut naître dans une étable plutôt que dans un palais et subir une mort honteuse sur un gibet. Grâce à cette humilité nous pouvons savoir combien détestable est le péché d'un être de limon, un pauvre petit homme de rien, lorsqu'il s'enorgueillit, se glorifie et ne veut pas obéir, tandis que nous voyons le Dieu infini, humilié, méprisé et livré aux hommes.

Elle est aussi pour nous lumière, la douceur avec laquelle il a supporté la faim, la soif, le froid, les insultes, les coups et les blessures, lorsque « comme un agneau il a été conduit à l'abattoir et comme une brebis devant le tondeur il n'a pas ouvert la bouche » (Is 53,7). Grâce à cette douceur, en effet, nous voyons combien inutile est la colère, de même que la menace, nous consentons alors à souffrir et nous ne servons pas le Christ par routine. Grâce à elle, nous apprenons à connaître tout ce qui nous est demandé : pleurer nos péchés dans la soumission et le silence, et endurer patiemment la souffrance quand elle se présente. Car le Christ a enduré ses tourments avec tant de douceur et de patience, non pour des péchés qu'il n'a pas commis, mais pour ceux d'autrui.

Dès lors, frères très chers, réfléchissez à toutes les vertus que le Christ nous a enseignées par sa vie exemplaire, qu'il nous recommande par ses exhortations et qu'il nous donne la force d'imiter avec l'aide de sa grâce.



[1] « N'est-ce pas le fils de Joseph ? » (Lc 4:22). Marc et Matthieu ajoutent : « N'est-il pas le charpentier, le fils de Marie, et le frère de Jacques, de José, de Judas et de Simon ? Et ses sœurs ne sont-elles pas ici avec nous ? » (Mc 6:3 ; Mt 13:55)

[2] À l'époque de la vie terrestre du Christ, Jérusalem était le centre religieux d'un Juif loyal, mais politiquement, elle pouvait être considérée comme d'une importance mineure par rapport à la puissance romaine.

[3] Rappelons que Capharnaüm, loin du Temple, est cependant plus proche de la mer Méditerranée et sur la route des caravanes de marchands, et devient le carrefour d'une nouvelle histoire, l'histoire du salut.

[4] « Car le royaume de Dieu n'est pas une affaire de nourriture et de boisson, mais de justice, de paix et de joie dans le Saint-Esprit ; celui qui sert le Christ de cette manière est agréable à Dieu et approuvé par les autres.  »(Rm 14:17-18)

[5]  Il n'est possible d'aller jusqu'aux limites du monde que si nous sommes centrés sur Dieu ! Et Favre voyagea sans pause vers les frontières géographiques, à tel point qu'on disait de lui : « il semble qu'il soit né pour ne pas rester nulle part » (Epistolae I, 362). Favre était consumé par le désir intense de communiquer avec le Seigneur. Si nous n'avons pas son même désir, alors nous devons nous arrêter dans la prière et, avec une ferveur silencieuse, demander au Seigneur, par l'intercession de notre frère Pierre, de revenir et de nous attirer : cette fascination pour le Seigneur qui a conduit Pierre à une telle « folie » apostolique.  (Pape François, Homely à la Chiesa del Gesu', Rome
, vendredi 3 janvier 2014)