XI Domenica del Tempo Ordinario - - Anno A – 14 giugno 2026
Rito Romano
Es 19, 2-6; Sal 99; Rm 5, 6-11; Mt 9, 36 -10,8
1) Lo sguardo compassionevole di Gesù.
“Gesù, vedendo le folle, ne ebbe compassione” (Mt 9, 36): lo sguardo di Gesù si volge dalle malattie fisiche della folla al suo disorientamento. Luii vede “folle stanche e sfinite, come pecore senza pastore” (Ibid.), dunque bisognose non soltanto di salute, ma anche di guida e di significato della vita.
La “compassione” è il sentimento che spinge Gesù a occuparsi delle folle malate e disorientate. La compassione è un sentimento che dice una profonda e interiore partecipazione. Il vocabolo greco fa riferimento al luogo fisico 'amore materno, il grembo. Si tratta di un amore viscerale, ostinato, che quasi non vede ragione, prescindendo da ogni valutazione di merito. Gesù ama la folla e basta. Direi di più: Gesù non solo prova compassione per l’umnaità sofferente. Lui, il Cristo è la compassione di dio per l’uomo, per ogni uomo e per tutto l’uomo. In effetti compassione che Dio ha provato per la nostra condizione umana lo ha spinto a divenire Egli stesso partecipe della nostra condizione umana e della nostra natura. La compassione di Dio per l’uomo è nel fatto che “il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi” (Gv 1,14a).
Abitando in mezzo a noi, il Redentore prova dolore per il dolore del mondo, il molto dolore dell’uomo. Gesù è la compassione, il pianto di Dio fatto carne. Piangere è amare con gli occhi. Quello che con i suoi occhi pieni di tenerezza compassionevole Lui guarda non è solamente lo sterminato accampamento umano, dove ha piantato la sua tenda. Gesù vede una moltitudine carica di dolore e di paure. Vede greggi di pecore smarrite perché non hanno pastore. La sua risposta è un dolore che lo prende alle viscere. E chiama i dodici e affida loro queste pecore smarrite e sofferenti: dovranno preservarle, custodirle, salvarle con la compassione, il con-patire, il meno sdolcinato dei sentimenti. Salvarlo e seminarlo nel mondo, attraverso sei azioni: predicate, guarite, risuscitate, sanate, liberate e donate.
Il brando evangelico di oggi ci rivele che la ragione d’essere ultima della chiamata degli Apostoli: rendere presente in mezzo alle folle la compassione di Gesù. Ogni uomo, a causa della sua stanchezza e sfinitezza, ha bisogno di vedere e di sentire la “compassione di Dio” nei suoi riguardi. Gli apostoli esistono perchél’esperienza della vicinanza di Dio sia una possibilità reale offerta ad ogni uomo in ogni tempo.
Lo aveva ben compreso l’apostolo Paolo, quando scriveva ai suoi cristiani di Filippi: “Dio mi è testimone del profondo affetto che ho per tutti voi nell’amore di Cristo Gesù” (Fil 1,8). L’affetto che l’apostolo sente per i suoi fedeli non è un trasporto semplicemente umano; è il trasporto stesso di Cristo. Poichè non è più Paolo che vive, ma è Cristo che vive in Paolo, egli nel suo amore verso i fedeli non è più mosso dal suo cuore ma dal cuore stesso di Cristo.
Perchéla compassione di Dio verso l’uomo continui a farsi sentire in ogni tempo e luogo, gli apostoli sono dotati dello stesso potere di Ges+: “Diede loro il potere di scacciare gli spiriti immondi e di guarire ogni sorta di malattie e d’infermità”. Non solo. Ma sono mandati per dire all’uomo che “il regno dei cieli è vicino”. L’Apostolo dunque ha un compito “informativo”: notificare un fatto, che cioè “il regno dei cieli è vicino”; ed un potere “effettivo”: far accadere il fatto che notifica: “guarite gli infermi, risuscitate i morti, sanate i lebbrosi, cacciate i demoni”.
2) L’invio in missione.
Tuttavia, nel Vangelo di oggi, Gesù invia i suoi Apostoli in missione, dicendo di non andare tra i pagani e di non entrare nelle città dei samaritani. Esprimendosi così ,sembra che intenda limitare l’orizzonte alla missione. Certamente è un brano, che va compreso nella situazione storica del momento. Sembrerebbe un invio che limita il compito dell’evangelizzazione. Ma non è del tutto così se lo si guarda bene: almeno due elementi, infatti, mantengono intatta la loro freschezza. Il primo è che non si parla semplicemente di “Casa d’Israele”, ma di “pecore perdute”. La prima espressione dice il limite, ma la seconda dice la vera natura dell'universalità evangelica, che non sta semplicemente nell'andare dovunque, ma nella ricerca dei perduti. Gesù stesso non è uscito dai confini di Israele. Missione non è correre dovunque e arrivare dappertutto. L'essenziale è far maturare, anche in un luogo solo, quei valori che hanno in sé una carica di universalità. L'essenziale è essere, dovunque ci si trovi, un segno dell'amore di Dio per tutti, sia pure di fronte ad un uomo solo.
Come quella di Gesù, anche la missione del discepolo è itinerante: «andando». E il suo compito è indicato da cinque forti indicazionii: la prima è riguarda il compito del servizio della Parola (predicare), le altre i quattro riguardano la liberazione dell'uomo dalle sue sofferenze (guarire, risuscitare, mondare, cacciare i demoni). E, poi, Cristo non descrive più i compiti da fare, ma come questi compiti devono esssere eseguiti: “Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date”. L'espressione greca dice la gratuità più assoluta. Gesù non ha mai preso nulla, così deve fare anche il suo discepolo. Non soltanto non si chiede nulla in cambio, ma nemmeno si guarda la dignità dell'ammalato o la particolare utilità della sua guarigione. Questa gratuità è la caratteristica essenziale dell'azione salvifica di Dio.
La missione, che sgorga dal cuore compassionevole di Cristp è quella di predicare e guarire la vita, o almeno prendersene curarecando sollievo alla soffereza. Tutto ciò per evangeizzaire proclamando con le parole e con le azioni che Dio a cura di ogni essere umano. Dio è vicino a ciascuno di noi con amore. Forse ci aspetteremoa una risposta più risolutiva al dolore delle folle, un soccorso più efficiente: perché il Signore soccorre la fragilità dell'uomo con la fragilità di altri uomini, anziché con la sua onnipotenza? Perché Lui interviene per i suoi figli, attraverso gli altri suoi figli. La risposta di Gesù alla sofferenza del mondo è ciascuno di noi, chimati ad essere le sue mani che leniscono le ferite umane.
Un esempio di persone lavoratrici della pietà, sono le Vergini consacrate. Queste donne ci mostrano come si puè essere, nella sempolicitò della vita quotidiana, mietitori di sofferenza, per portare il sollievo aredentemente desiderato con mani che sostengono e accarezzano, con parole che accarezzano il cuore.
Seguendo l’invito di Cristo e l’esempio di queste anime consacrate, che hanno bevuto alla Fonte amorosa della vita, gratuitamente diamo quanto gratuitemente abbiamo ricevuto
Gesù ha vissura la passione della compassione, umilmente seguiamolo annunciando con le parole e l’esempio che solo un amore senza condizioni può generare amanti senza condizioni.
Lettura Patristica
Sant’Agostino d’Ippona
DISCORSO 259
Sii compassionevole col tuo simile e Dio avrà compassione di te. Tu e l'altro siete ambedue uomini e ambedue miseri. Dio invece non è misero ma misericordioso. Che se il misero non usa compassione col misero come potrà presumere che gli venga usata misericordia da colui che è esente da ogni miseria? Riflettete, fratelli, su quello che vi dico. Immaginate uno che sia crudele contro una persona incorsa in un naufragio: sarà crudele finché anche lui non incorrerà nel naufragio. Se invece vi sarà incorso, ricordando la vita vissuta antecedentemente, quando s'imbatterà in un naufrago si sentirà colpito dall'identica condizione di miseria in cui s'era trovato lui stesso in passato, e, se non si era lasciato muovere a compassione per l'appartenenza alla comune famiglia umana, lo piegherà l'esperienza della identica sventura. Quant'è facile che provi compassione per uno schiavo uno che è vissuto in schiavitù! Come sorge spontanea, nell'animo di un operaio che non è stato pagato, la pena per un compagno di lavoro defraudato! Di una persona che piange la sorte del proprio figlio, come si commuove a calde lacrime uno che ha dovuto altre volte piangere per l'identico motivo! Concludendo: il trovarsi nella stessa sventura infrange la durezza del cuore umano, per quanto grande essa sia. E ora a te, che o sei stato in miseria o hai timore di caderci. Finché infatti sei in questo mondo, devi temere le sventure in cui finora non ti sei trovato, come pure devi ricordare quelle che hai vissute e quelle che vivi al presente. Ebbene, se ricordi le disavventure del passato, se temi le future, se attualmente sei nell'afflizione, non nutrirai compassione per chi è caduto in qualche disgrazia e ha bisogno del tuo soccorso aspettando così la compassione di colui che è al di sopra di ogni miseria? Se tu non dài nemmeno un po' di quello che hai ricevuto da Dio, come fai a pretendere che Dio ti dia quel che da te non ha ricevuto?
Nessun commento:
Posta un commento