venerdì 9 aprile 2021

La misericordia è la giustizia di Dio che ricrea con amore.

 

II Domenica di Pasqua – Domenica della Misericordia - Anno B – 11 aprile 2021

 

Rito Romano

At 4,32-35; Sal 117; 1 Gv 5,1-6; Gv 20,19-31


Rito Ambrosiano

At 4,8-24; Sal 117; Col 2,8-15; Gv 20,19-31

Domenica II di Pasqua - (della Divina Misericordia)

(ormai tolte le vesti battesimali)

 

Premessa:

Per aiutare a cogliere la ricchezza di questa seconda domenica di Pasqua credo utile far presente che è una domenica dai quattro nomi. Eccone una breve illustrazione:.

    1. Domenica “in Albis. secondo una tradizione che risale ai primi secoli della Chiesa, l’odierna domenica prende il nome di Domenica in Albis perché in questo giorno, i battezzati durante la Veglia pasquale indossavano ancora una volta la loro veste bianca, simbolo della luce che il Signore aveva loro donato nel Battesimo. Poi, anche se avevano deposto la veste bianca, dovevano introdurre nella loro vita quotidiana la luce di Cristo ricevuta il giorno del Battesimo. La fiamma delicata della verità e del bene che il Signore aveva acceso in loro, la dovevano custodire diligentemente per portare così nel mondo qualcosa della luminosità e della bontà di Dio. 

    2. Domenica “Quasi modo” dalla prima parola dell’antifona dell’introito della Messa di oggi. Quasi modo géniti infántes, allelúja: rationabiles, sine dolo lac concupíscite, allelúja, allelúja allelúja (I Pt II, 2). Tramite la liturgia la Chiesa rivolge ai neobattezzati (cui era anticamente dedicata la liturgia odierna, e a noi tutti per estensione) questo invito: Come bambini appena nati, bramate il puro latte spirituale, che vi faccia crescere verso la salvezza. Alleluia.”. E’ l’invito a gustare come bambini le gioie spirituali delle primizie della vita cristiana.

    3. Domenica di S. Tommaso: quest'altro nome, maggiormente diffuso in Oriente, deriva invece dall'episodio evangelico letto in questo giorno, ossia la mirabile Teofania scaturita dall'incredulità dell'apostolo Tommaso, il quale non crede al Risorto sino a che non lo ha toccato. Dall'omelia di S. Gregorio Magno su questo Vangelo (XXVI), possiamo trarre il seguente insegnamento: Gesù appare ai discepoli riuniti, dopo essere entrato a porte chiuse (così come egli era entrato, nascituro, nell'utero ancora chiuso della Vergine Maria), e pur essendo incorrotto, essendo egli Risuscitato, è al contempo palpabile: con quali segni incomprensibili il Signore si manifesta!

    4. Domenica della divina Misericordia. Il Papa S. Giovanni Paolo II volle che questa domenica fosse celebrata come la Festa della Divina Misericordia: nella parola "misericordia", egli trovava riassunto e nuovamente interpretato per il nostro tempo l’intero mistero della Redenzione. La presenza di Dio che si oppone alle forze del mondo con il suo potere totalmente diverso e divino: con il potere della misericordia. È la misericordia che pone un limite al male. In essa si esprime la natura tutta peculiare di Dio – la sua santità, il potere della verità e dell’amore. 


1) Un incontro che conferma la fede.

I discepoli avranno perso la fede a causa della passione e morte di Gesù? Poteva la fede di questi futuri pescatori di uomini venire meno del tutto? Certo i giorni drammatici culminati con Cristo morto in Croce, l’aveva resa debole, fragile, incrinata e il cuore era pieno di paura. Tant’è vero che, anche se restano a Gerusalemme, si sono rinchiusi nel Cenacolo con le porte sprangate per paura dei Giudei. Ma, ecco che alcune donne (come ci ha ricordato il Vangelo di domenica scorsa) avevano annunciato loro che Cristo era risorto. Tuttavia questo annuncio non bastò loro. In effetti, è necessario, ma non sufficiente che qualcuno Lo abbia visto e annunciato: è necessario incontrarLo.

Nel luogo dove si erano rifugiati c’era ancora aria di paura. Paura dei Giudei, certo, ma anche e soprattutto paura di se stessi, della propria viltà, di come si erano comportati nella notte del tradimento. Eppure, nonostante il loro cuore inaffidabile - e il nostro cuore lento – Gesù venne in quella casa e stette in mezzo a loro.

Gesù sapeva che la fede non poteva rifiorire, essere confermata solamente dal ricordo di Lui, di quanto Lui aveva detto e fatto nei tre anni trascorsi con i suoi apostoli. Il ricordo, per quanto vivo, non basta a rendere viva una persona, al massimo può far nascere una scuola di vita e di pensiero.

Dunque Gesù, dopo aver lasciato il luogo di morte che era il sepolcro, entra in un luogo dove ci sono i suoi discepoli1 morti di paura, morti nel cuore, e sta in mezzo a loro, che - secondo me – non vuol dire solo al centro ma anche dentro.

Gesù risorto sta di nuovo con i suoi discepoli e cosa fa? Porta la sua pace. La prima esperienza di resurrezione è che nel luogo chiuso dove io mi trovo, nelle mie paure, Lui è lì presente al centro e mi annuncia la pace. E’ lì che Lo incontro, proprio nel chiuso delle mie paure.

Quindi, è importante questo incontro, perché è un fatto che cambia la vita. Dopo l’incontro della Maddalena, che cerca Cristo con santo amore e pura pietà, oggi siamo chiamati a celebrare l’incontro di amore e di pietà di Cristo che cerca noi. Il Risorto viene incontro a noi che siamo morti nelle nostre paure, nelle nostre fragilità, nel nostro peccato, nelle nostre chiusure, nel nostro buio, per farci risorgere attraverso la pace e la gioia.

La pace e la gioia sono un dono del Risorto, che affondano le loro radici nell’amore. Pace e gioia sono il dono del Risorto e, al tempo stesso, le tracce per riconoscerlo. Ma occorre frantumare l’attaccamento a se stessi. Solo così non si è più ricattabili e si è liberati dalla paura. La pace e la gioia fioriscono nella libertà e nel dono di sé, due condizioni senza le quali non è possibile alcuna esperienza della presenza del Risorto.

Il risorto Gesù, ricco di misericordia e di bontà e di pace, non è fermato dalle porte chiuse del Cenacolo. Sant’Agostino spiega che “le porte chiuse non hanno impedito l’entrata di quel corpo in cui abitava la divinità. Colui che nascendo aveva lasciata intatta la verginità della madre poté entrare nel cenacolo a porte chiuse” e confermare le debole fede mostrando le piaghe gloriose (cfr Inno ai Vespri di Pasqua).


2) Un gesto di misericordia.

Come ci è detto nel brano del Vangelo di oggi, otto giorni dopo Gesù ricompare in mezzo ai suoi discepoli, e questa volta Tommaso è presente. E Gesù lo interpella: “Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la mano e mettila nel mio costato; e non essere più incredulo, ma credente”. Tommaso si inginocchia e fa una splendida professione di fede: “Mio Signore e mio Dio!”.

Il Risorto Gesù mostra i segni della passione, fino a concedere all’incredulo Tommaso di toccarli. La condiscendenza divina ci permette di imparare anche da Tommaso incredulo e non solamente dai discepoli credenti. Infatti, toccando le ferite del Signore, il discepolo esitante guarisce non solo la propria, ma anche la nostra diffidenza.

In un primo tempo, egli non aveva creduto a Gesù apparso in sua assenza, e aveva detto: “Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il dito nel posto dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, non crederò”. Otto giorni dopo, Cristo risorto tornò nel cenacolo, stette2 nel mezzo (Gv 20,19). Gesù sta in piedi, diritto (è la posizione del Vivente, il cui corpo “giaceva” nel sepolcro) e si rivolge alla comunità intera, infatti, dice: “Pace a voi”, nella quale ora c’è anche Tommaso, al quale Gesù si rivolge personalmente e –come ho citato poco sopra- gli dice: “Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!”. Per farsi riconoscere è il Risorto stesso che sceglie i segni della crocifissione: il fianco e le mani trafitte. Gesù invita Tommaso a realizzare il suo desiderio: vedere e toccare i buchi provocati dai chiodi che avevano sostenuto Gesù in Croce, e la ferita che la lancia aveva aperto nel costato del Redentore.

La Risurrezione non abolisce la Croce: la trasfigura. Le tracce della crocifissione sono ancora visibili, perché sono proprio loro a indicare l’identità del Risorto e a indicare la strada che il discepolo deve percorrere per raggiungerlo. Il Risorto porta per sempre le ferite, ora gloriose, memoria perenne del suo amore immenso e misericordioso per noi. San Tommaso poté mettere il dito nel buco dei chiodi e spingere la mano nella ferita aperta dalla lancia, perché riteneva giustamente che segni qualificanti dell’identità di Gesù fossero soprattutto le piaghe, nelle quali si rivela anche oggi fino a che punto Dio ci ha amati e che il Risorto è il Crocifisso. Le ferite di Cristo restano misteriosamente aperte anche dopo la risurrezione: sono la porta sempre spalancata, attraverso la quale il Figlio di Dio si apre a noi e noi entriamo in Lui. Come Tommaso, noi oggi siamo chiamati a vedere e toccare il Corpo di Cristo, per entrare in comunione con Lui.


3) L’Amore è missione.

Il brano del Vangelo di oggi non ci parla solo dell’incontro tra il Risorto e san Tommaso, ma va oltre, affinché tutti possano ricevere il dono della pace e della vita con il “Soffio creatore”. Infatti, per due volte Gesù disse ai discepoli: “Pace a voi!”, e aggiunse: “Come il Padre ha mandato me, anch'io mando voi”. Detto questo, soffiò su di loro, dicendo: “Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati”. È questa la missione della Chiesa perennemente assistita dallo Spirito Santo: portare a tutti il lieto annuncio, la gioiosa realtà dell'Amore misericordioso di Dio.

L’amore è sempre missionario, perché manda la persona fuori di sé. Non nel senso di uscire di testa, cioè di impazzire, ma in quello di uscire dal proprio egoismo per affermare l’altro, perché l’altro viva. L’amore del Padre che ci offre il Figlio ci spinge verso i fratelli ( cfr 2 Cor 5, 14) perché anche loro scoprano questo amore divino e lo accolgano. Allora Dio sarà tutto in tutti (cfr 1 Cor 15, 28).

Perché possiamo compiere questa missione, Gesù ci dona il suo soffio di vita: la vita di Dio diventa la nostra vita. E’ lo spirito nuovo, che ci toglie il cuore di pietra e ci dà un cuore di carne, capace di vivere secondo la parola di Dio e di “abitare” la terra (cfr Ez 36, 24 ss). E’ quel soffio che Dio alitò su Adamo (cfr Gn 2,7) e che il nuovo Adamo “spirò” dalla Croce, facendo scaturire dal suo fianco sangue (segno dell’Eucaristia) e acqua (segno del Battesimo). E’ lo Spirito del Figlio di Dio, che ci rende capaci di vivere da fratelli e sorelle, vincendo il male con il bene. Per questo la missione dei discepoli consiste nel perdonare i peccati. Il perdono fraterno realizza sulla terra l’amore del Padre. In questo modo la Chiesa, sacramento di salvezza per tutti, continua la missione dell’Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo.

Con il dono del suo Spirito, Gesù invia anche noi a continuare nel mondo la sua opera di misericordia e riconciliazione. A questo ministero di misericordia partecipano in modo molto significativo le Vergini consacrate nel mondo.

Quando una cosa viene consacrata, essa è sottratta ad ogni altro uso per essere adibita solo ad uso sacro. Così è di un oggetto, quando è destinato al culto divino. Ma può esserlo anche di una persona, quando essa viene chiamata da Dio a rendergli un culto perfetto. Essere consacrate a Cristo, vuol dire lasciarsi condurre da Lui, fidarsi di Lui e portare il suo amore misericordioso nella vita di ogni giorno. “Preghiamo il Signore che moltiplichi sulle vergini consacrate la grazia, affinché compiano le dovute opere di misericordia, e tutti coloro che le vedono glorifichino il Padre della Misericordia che è nei Cieli” (Santa Faustina Kowalska.). Come, fra l’altro, è confermato nel Rituale delle Vergini Consacrate, il quale afferma che il loro compito e di “attendere, ognuna secondo il proprio stato e propri carismi, alle opere di penitenza e misericordia3, all’attività apostolica e alla preghiera” (Prenotanda, n. 2)

 

1 Il fatto che il Vangelo di oggi parli di “discepoli”, non di “apostoli” vuol dire che la cerchia è più ampia e comprende anche noi.

2 Il verbo greco che indica “stare”, in un suo composto significa “risorgere” (an-istemi: stare su). Il morto giace, messo a parte. Il Risorto sta diritto, nel mezzo della comunità dei credenti.


3 La Chiesa - servendosi della Bibbia, ma anche della propria esperienza bimillenaria - riassume l'atteggiamento positivo verso chi è in difficoltà, con due serie di opere di misericordia: quelle corporali e quelle spirituali.

Le sette opere di misericordia corporale sono:

1) Dar da mangiare agli affamati,

2) Dar da bere agli assetati,

3) Vestire gli ignudi,

4) Alloggiare i pellegrini,

5) Visitare gli infermi,

6) Visitare i carcerati,

7) Seppellire i morti.

Le sette opere di misericordia spirituale sono:

8) Consigliare i dubbiosi,

9) Insegnare agli ignoranti,

10) Ammonire i peccatori,

11) Consolare gli afflitti,

12) Perdonare le offese,

13) Sopportare pazientemente le persone moleste,

14) Pregare Dio per i vivi e per i morti.

Ricorrendo al numero sette per due volte, la Chiesa intende dare a quel numero il valore simbolico raccolto nella Bibbia. Come a dire che in quel numero, che significa completezza, si vuol esprimere tutto ciò che riguarda l’aiuto verso il prossimo.


Lettura Patristica

San Gregorio Magno

Omelia 26, 7-9

Tommaso, modello di fede per noi


       "Ma Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Didimo, non era con loro quando venne Gesù" (Jn 20,24). Questo discepolo fu l’unico assente; al suo ritorno sentì ciò che era avvenuto, ma non volle credere a quel che aveva udito. Il Signore ritornò e presentò al discepolo incredulo il costato perché lo toccasse, mostrò le mani e, facendo vedere le cicatrici delle sue ferite, sanò la ferita della sua infedeltà. Cosa, fratelli carissimi, cosa notate in tutto ciò? Credete dovuto a un caso che quel discepolo fosse allora assente, e poi tornando udisse, e udendo dubitasse, e dubitando toccasse, e toccando credesse? Non a caso ciò avvenne, ma per divina disposizione. La divina clemenza mirabilmente stabilì che quel discepolo incredulo, mentre toccava le ferite nella carne del suo Maestro, sanasse a noi le ferite dell’infedeltà. A noi infatti giova più l’incredulità di Tommaso che non la fede dei discepoli credenti perché mentre egli, toccando con mano, ritorna alla fede, l’anima nostra, lasciando da parte ogni dubbio si consolida nella fede. Certo, il Signore permise che il discepolo dubitasse dopo la sua risurrezione, e tuttavia non lo abbandonò nel dubbio... Così il discepolo che dubita e tocca con mano, diventa testimone della vera risurrezione, come lo sposo della Madre (del Signore) era stato custode della perfettissima verginità.

       [Tommaso] toccò, ed esclamò: "Mio Signore e mio Dio! Gesù gli disse: Perché mi hai veduto, Tommaso, hai creduto" (Jn 20,28-29). Quando l’apostolo Paolo dice: "La fede è fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono" (He 11,1), parla chiaramente, perché la fede è prova di quelle cose che non si possono vedere. Infatti delle cose che si vedono non si ha fede, ma conoscenza (naturale). Dal momento però che Tommaso vide e toccò, perché gli viene detto: "Perché mi hai veduto, hai creduto?" Ma altro vide, altro credette. Da un uomo mortale certo la divinità non può essere vista. Egli vide dunque l’uomo, e confessò che era Dio, dicendo: "Mio Signore e mio Dio"! Vedendo dunque credette, lui che considerando (Gesù) un vero uomo, ne proclamò la divinità che non aveva potuto vedere.

       Riempie di gioia ciò che segue: "Beati quelli che non hanno visto, e hanno creduto" (Jn 20,29). Senza dubbio in queste parole siamo indicati in special modo noi che non lo abbiamo veduto nella carne ma lo riteniamo nell’anima. Siamo indicati noi, purché accompagniamo con le opere la nostra fede. Crede veramente colui che pratica con le opere quello che crede. Al contrario, per quelli che hanno la fede soltanto di nome, Paolo afferma: "Dichiarano di conoscere Dio, ma lo rinnegano con i fatti" (Tt 1,16). E Jc aggiunge: "La fede senza le opere è morta" (Jc 2,26).


venerdì 2 aprile 2021

L’Amore è più forte della morte: Cristo è risorto e vive in noi e con noi.

 

Rito Romano - Domenica di Pasqua di Resurrezione – 4 aprile 2021.

At 10, 34a. 37-43; Sal 117; Col 3, 1-4; Gv 20, 1-9 o Mc 16, 1 - 8


Rito Ambrosiano –

At 1,1-8a; Sal 117; 1Cor 15,3-10a; Gv 20,11-18



    1) Cristo che è morto per amore risorge per Amore.

E’ Pasqua. In questo giorno di gioia facciamo nostra la preghiera di Papa Francesco: “Che il Signore ci renda partecipi della sua Risurrezione: ci apra alla sua novità che trasforma, alle sorprese di Dio, tanto belle; ci renda uomini e donne capaci di fare memoria di ciò che Egli opera nella nostra storia personale e in quella del mondo; ci renda capaci di sentirlo come il Vivente, vivo ed operante in mezzo a noi; ci insegni, cari fratelli e sorelle, ogni giorno a non cercare tra i morti Colui che è vivo”, affinché in Lui e per Lui possiamo vivere per sempre, nella consolazione e nella pace.

E’ Pasqua, lieto giorno del Triduo Pasquale, l’ultimo dei tre giorni santi, in cui la Chiesa fa memoria del mistero della passione, morte e risurrezione di Gesù.

Il Giovedì Santo abbiamo fatto memoria dell’Ultima Cena, nella quale Gesù, il vero Agnello pasquale, offrì sé stesso per la nostra salvezza (cfr 1 Cor 5,7) offrendoci come cibo il suo corpo donato e come bevanda il suo sangue versato.

Il Venerdì Santo, abbiamo fatto memoria della passione e della morte del Signore Gesù. Abbiamo adorato Cristo Crocifisso, partecipando alle sue sofferenze con la penitenza e il digiuno. Volgendo “lo sguardo a colui che hanno trafitto” (cfr Gv 19,37), abbiamo contemplato l’immenso amore che Gesù ha per noi.

Ma non ci si è fermati al Venerdì Santo, quando il Cristo, e con Lui l’amore e la dedizione di Dio per noi, è stato picchiato e ucciso sulla Croce. Non ci siamo fermati neppure al giorno del Sabato Santo, quando con Cristo morto, il mondo diventò desolazione di morte e Dio tacque.

Nella notte del Sabato Santo, abbiamo celebrato la Veglia Pasquale, nella quale ci è annunciata la risurrezione di Cristo, la sua vittoria definitiva sulla morte che ci chiede di essere in Lui uomini nuovi. “Io vivo e voi vivrete” (Gv 14, 19)dice Gesù ai suoi discepoli, quindi a noi. Grazie alla comunione esistenziale con Lui, grazie all’essere inseriti in Lui, che è la Vita, noi vivremo oggi e per l’eternità.

E’ arrivato il giorno in cui il “morto” Gesù è diventato un ricordo del passato. Cristo è risorto, vive per l’eternità e la morte è stata sconfitta: Lui ha “il potere sopra la morte e sopra gli inferi” (Ap 1. 18)

Nel giorno di Pasqua facciamo memoria di Cristo risorto. E’ risorto Colui che – fino alla fine - era rimasto sulla Croce per noi. E’ risorto Colui che ora esiste e vive per noi e per noi “intercede fino alla fine” (cfr Rm 8,34).

La Risurrezione di Cristo è il varco aperto dall’amore che redime e assume su di sé tutti i peccati. La risurrezione è la vittoria dell’amore smisurato del Dio di misericordia sulla morte che Gesù, Agnello innocente, ha patito.

L’Agnello di Dio, immolato per i peccati del mondo, testimonia la verità grande e bella di questo Amore che non ci costringe a seguirlo. Dio muore nel Verbo incarnato per suscitare in noi una adesione completamente libera al suo Amore. Niente è più convincente che dell’amore rivelato da Cristo in Croce, offerta divina per la nostra libertà. Niente è più attraente di Gesù, Sole di Pasqua, che mostra le piaghe ormai gloriose e chiama alla vera vita, effusa nei nostri cuori come frutto del Suo completo dono di sé.

            2) Tre fedeltà.

La Risurrezione mostra che Dio vince sempre, ma con l’amore: un amore grazie al quale Cristo dona la sua vita, muore al nostro posto perché noi viviamo per sempre. Questo amore si rivelò alle donne, che per prime andarono al sepolcro, perché erano prime nell’amore e chi ama cerca perché la morte non uccide l’amore.

La risurrezione è anche il trionfo di tre fedeltà: quella del Padre che non abbandona Gesù nella morte, quella di Gesù che non abbandona i discepoli nella dispersione e quella delle donne che, di prima mattina vanno al sepolcro. In queste donne c'era tristezza, perché credevano che la loro grande avventura con Gesù fosse terminata e, prima di ritornare alla vita precedente, andarono alla tomba perché l’amore fedele continuava.

Spinte dall’amore andarono alla tomba e la videro vuota dell’Amato. Cercavano Cristo e incontrarono un Suo angelo (parola d’origine greca che vuol dire messaggero). Questo messaggero angelico disse loro che Gesù, il Crocifisso, era risorto. Queste donne, che erano rimaste fedeli all’Amore che avevano visto morire, avrebbero dovuto gioire, invece restarono impaurite e senza parole. San Marco (è il racconto secondo questo Evangelista che si legge quest’anno) probabilmente vuole dire che l’essere umano non soltanto ha paura della Croce, ma anche di fronte all’evento, che la capovolge e la trasforma in vita e gloria, resta stupito, immobile, come se non riuscisse a crederci. “Voi cercate Gesù il Nazareno, il Crocifisso, è risorto” (Mc 16,6): un annuncio, questo, che attira l’attenzione sul Crocifisso. La risurrezione è la manifestazione del senso vero, profondo e misterioso del cammino terreno di Gesù, che trova il suo culmine nella crocifissione. Fra i due momenti - il Gesù di Nazareth e il Gesù risorto - vi è un rapporto di profonda continuità, come tra ciò che è nascosto e ciò che è svelato. La Risurrezione è la verità della Croce. Non è cambiato il volto della dedizione, dell’amore e del servizio che Gesù ha mostrato nel suo cammino terreno, ma è divenuto luminoso e vittorioso. Senza la memoria della Croce la risurrezione perderebbe il suo significato.

La risurrezione di Gesù non è semplicemente la notizia di una generica vittoria della vita sulla morte. È una notizia molto più precisa: è l’Amore che vince la morte.

La risurrezione di Gesù inaugura un nuovo, preciso modo di vivere. Si tratta di una notizia lieta e impegnativa. Di più: la Croce dice il volto nuovo del Dio rivelato da Gesù: un volto rifiutato perché troppo distante da come gli uomini lo pensano. Qui si apre lo spazio per quella profonda conversione “teologica” a cui ogni cristiano è invitato. Dio ha veramente il volto che Gesù ha rivelato: in questo volto il Padre si è riconosciuto. È dunque la nostra immagine di Dio che va cambiata.

“Egli vi precede in Galilea, là lo vedrete, come vi ha detto” (16,7). Gesù, appena risorto, pensa ai discepoli. Lo hanno abbandonato, ma per lui sono sempre i “suoi discepoli”.

Di fronte alla novità, come gli apostoli, spesso abbiamo un momento di smarrimento: «spesso preferiamo tenere le nostre sicurezze». “Abbiamo paura delle sorprese di Dio”. Anche quando si tratta di Gesù Cristo, abbiamo paura della Resurrezione perché, se crediamo veramente che sia risorto, allora la nostra vita cambia. Dunque preferiamo “fermarci ad una tomba, al pensiero verso un defunto, che alla fine vive solo nel ricordo della storia come i grandi personaggi del passato”.

Questo è il vero appello della Pasqua: “Non chiudiamoci alla novità che Dio vuole portare nella nostra vita! Siamo spesso stanchi, delusi, tristi, sentiamo il peso dei nostri peccati, pensiamo di non farcela. Non chiudiamoci in noi stessi, non perdiamo la fiducia, non rassegniamoci mai: non ci sono situazioni che Dio non possa cambiare, non c’è peccato che non possa perdonare se ci apriamo a Lui” (Papa Francesco, Pasqua 2013).

Le “pie” donne che per prime andarono al sepolcro al levar del sole, ebbero la reazione di paura trasformata in fiducia, l’istinto di fuga divenne sequela, il loro silenzio si fece annuncio e la loro vita venne trasfigurata.

Andiamo anche noi da Cristo risorto ed anche per noi la paura si trasformerà in fiducia, la fuga si convertirà in sequela, e il silenzio diventerà stupito annuncio di una Presenza incontrata.

Un esempio particolare di come oggi si possano imitare le donne fedeli che andarono alla tomba e furono le prime portatrici del vangelo della Risurrezione sono le Vergini consacrate nel mondo.

Il loro essersi donate completamente a Cristo, al quale hanno aderito come unico, indiviso amore, testimonia la fede nella Risurrezione dello Sposo regale e eterno. Il Signore Gesù nel vangelo presenta se stesso come lo Sposo ( Mt 9, 14-15, e par.), a cui si deve andare incontro (Mt 25, 1-13, qui 6), nella vigilanza continua. Sono nozze d’amore e dunque di Sangue, consumate, cioè portate a pienezza sulla Croce, l’Albero della Vita. Le vergini consacrate rispondendo di sì al Vescovo che ha chiesto loro: “Volete essere consacrate con solenne rito nuziale a Cristo, Figlio di Dio e nostro Signore?” (Rituale della Consacrazione delle Vergini, n. 30), hanno accolto la chiamata a crescere ogni giorno di più nel loro rapporto con il Signore, accogliendo con fiducia il progetto di Dio nell’ordinarietà della vita quotidiana.


Lettura Patristica

San Massimo di Torino

Sermone 53, 1, 2, 4

CCL 23, 214-216.


Pasqua: giorno senza tramonto

Tutta la creazione è invitata ora ad esultare e a gioire, perché la resurrezione di Cristo ha spalancato le porte degli inferi, i nuovi battezzati hanno rinnovato la terra e lo Spirito Santo apre il cielo. L'inferno, a porte spalancate, lascia uscire i morti, dalla terra rimessa a nuovo germogliano i resuscitati, il cielo aperto accoglie coloro che ad esso salgono. Il ladrone è asceso in paradiso, i corpi dei santi hanno accesso alla città santa, i morti ritornano presso i vivi. In virtù di una specie di sviluppo della resurrezione di Cristo, tutti gli elementi son portati verso l'alto. L'inferno lascia risalire alla sommità quelli che deteneva, la terra invia verso il cielo coloro che aveva sepolto, il cielo presenta al Signore coloro che accoglie. Con un unico e medesimo movimento, la passione del Salvatore ci fa risalire dai bassifondi, ci solleva dalla terra e ci colloca nei cieli. La resurrezione di Cristo è vita per i defunti, perdono per i peccatori e gloria per i santi. Quando Davide dice che bisogna esultare e rallegrarci in questo giorno che il Signore fece (cf. Sal. 117, 24), egli esorta tutta la creazione a festeggiare la resurrezione di Cristo.
La luce di Cristo è un giorno senza notte, un giorno senza fine. Ovunque risplende, ovunque irraggia, ovunque è senza tramonto. Che cosa sia questo giorno di Cristo, ce lo dice l'Apostolo: La notte è già "inoltrata, il giorno s'avvicina (Rom. 13, 12). La notte è già inoltrata, non ritornerà più. Comprendilo: una volta apparsa la luce di Cristo, le tenebre del demonio si sono date alla fuga e l'oscurità del peccato non ritorna più; le foschie del passato sono disciolte dallo splendore eterno. Infatti il Figlio è questa stessa luce cui il giorno, suo Padre, ha comunicato l'intimo segreto della sua divinità (cf. Sal. 18, 3). Egli è la luce che ha detto per bocca di Salomone: Feci levare nel cielo una luce senza declino (Eccli. 24, 6). Come la notte non può succedere al giorno celeste, così le tenebre non possono succedere alla giustizia di Cristo. Il giorno celeste risplende, scintilla e sfolgora senza posa, e non può essere coperto da oscurità alcuna. La luce di Cristo splende, brilla e irraggia senza sosta, e non può essere coperta dalle ombre del peccato; da cui le parole dell'evangelista Giovanni: La luce risplende fra le tenebre; ma le tenebre non l'hanno ricevuta (Gv. 1, 5).
Questa è la ragione per cui, fratelli, noi tutti dobbiamo esultare in questo santo giorno. Nessuno si sottragga alla gioia comune a causa della consapevolezza dei propri peccati; nessuno si allontani dalle preghiere del popolo di Dio, a causa del peso dei propri errori. In questo giorno tanto privilegiato nessun peccatore deve perdere la speranza del perdono. perché. se il ladrone ha ricevuto la grazia del paradiso, come potrà mai il cristiano non avere quella del perdono?

 




venerdì 26 marzo 2021

La Settimana grande perché santa.

 

Rito Romano - Domenica delle Palme1- Anno B – 28 marzo 2021.

Is 50,4-7; Sal 21; Fil 2,6-11; Mc 14,1-15,47


La Settimana Autentica

Rito Ambrosiano – Domenica delle Palme nella Passione del Signore.

Is 52, 13-53,12; Sal 87; Eb 12,1b-3; Gv 11,55-12,11.


Premessa: Cristo accolto come Re con le Palme si prepara a salire sul trono della Croce e trasformare la corona di spine in corona di gloria a Pasqua.

Due sono le caratteristiche essenziali del Regno di Cristo.

La prima è che questo Regno passa attraverso la croce. Poiché Gesù si dona totalmente, può come Risorto appartenere a tutti e rendersi presente a tutti. Nella santa Eucaristia riceviamo il frutto del chicco di grano morto, la moltiplicazione dei pani che prosegue sino alla fine del mondo e in tutti i tempi.

La seconda caratteristica dice: il suo Regno è universale. Si adempie l’antica speranza di Israele: questa regalità di Davide non conosce più frontiere. Si estende “da mare a mare” – come dice il profeta Zaccaria (9, 10) – cioè abbraccia tutto il mondo. Questo, però, è possibile solo perché non è una regalità di un potere politico, ma si basa unicamente sulla libera adesione dell’amore – un amore che, da parte sua, risponde all’amore di Gesù Cristo che si è donato per tutti.

L’intera esistenza di Cristo rivela che Dio è amore: è questa dunque la verità a cui Lui si prepara a rendere piena testimonianza con il sacrificio della sua stessa vita sul Calvario. La Croce è il “trono” dal quale ha manifestato la sublime regalità di Dio Amore: offrendosi in Croce per espiare il peccato del mondo, Lui ha sconfitto il dominio del “principe di questo mondo” (Gv 12, 31) e ha instaurato definitivamente il Regno di Dio.

La via per giungere a questa meta è lunga e non ammette scorciatoie: occorre infatti che ogni persona liberamente accolga la verità dell’amore di Dio. Egli è Amore e Verità, e sia l’amore che la verità non si impongono mai: bussano alla porta del cuore e della mente e, dove possono entrare, apportano pace e gioia.



1) Le Palme: dal trionfo umano a quello divino.

La Pasqua si avvicina. Inizia la Settimana Santa, che si conclude non con il venerdì di morte né con il sabato del silenzio tombale di Dio, ma sboccia nella domenica di Risurrezione.

Settimana drammatica, che inizia con un trionfo di gente festante, prosegue in una tensione tra odio e amore, e arriva al suo culmine in quella manifestazione di misericordia che è la Pasqua.

La Celebrazione eucaristica di oggi ha due parti.

La prima riguarda le Palme, cioè il trionfo di Gesù che viene solennemente riconosciuto come il Cristo. Il popolo in Gerusalemme accoglie Gesù cantando ed agitando rami di ulivo, foglie di palma, fronde tagliate dai campi.

Gesù entra in modo trionfale nella Città santa. Vi entra per celebrare la Pasqua nuova, che libera l’uomo dalla schiavitù del peccato e della morte mediante l’offerta della Sua vita.

Gesù entra trionfante in Gerusalemme, ma soprattutto entra nella gioia di ogni cuore fedele.

L’assurdo –umanamente parlando - è che, per entrare da Re in Gerusalemme, Lui ha chiesto in prestito un animale da cavalcare, dicendo ai suoi discepoli di andare dal padrone di un’asina, perché “il Signore ne ha bisogno”.

Può il Signore Iddio aver bisogno? Dio è tutto ed ha fatto tutto, come può aver bisogno di qualcosa. Eppure nel Messia2, Dio si fa mendicante del nostro amore per amore. E oggi ha “bisogno” di un asino per entrare “da Re” in Gerusalemme. “Come ebbe bisogno di un’asina e del suo puledro, in ogni momento Gesù ha bisogno di tutto quello che gli posso dare, perché il mio povero cuore si introduca nella Gerusalemme celeste della sua Carità” (don Primo Mazzolari, Domenica delle Palme, 1958).

Per comprendere quest’“ora” evangelica che oggi celebriamo, è utile dare una spiegazione sintetica del contesto storico in cui quel momento si innestava. Il popolo di Gerusalemme è in festa perché entra in città Colui che era aspettato da secoli per essere liberatore e guida verso la pienezza di vita. Questo popolo rende oggi omaggio alla Verità dell’Amore, che libera.

Nell’attesa, il popolo ebraico aveva sperimentato vicende senza numero: progressi, cadute, vittorie, eventi politici, profezie. Ma il pensiero costante del popolo eletto, specialmente dopo l’esilio da Gerusalemme, era stato questo punto proiettato nel futuro: l’avvento di Colui che lo avrebbe salvato.

Allora, ed oggi ancora, nell’ingresso solenne di Cristo nella Città Santa questo avvento diventa realtà. E’ importante notare che fu il popolo semplice e i puri di cuore a riconoscerLo. Per primi, infatti furono furono i ragazzi, i bambini, il cui cuore è puro e semplice, a gridare osanna al Figlio di Davide. Fu il popolino che proclamò la risposta a un interrogativo sempre attuale: “Chi sarà mai questo Gesù di Nazareth, che aveva predicato per tre anni lungo le vie della Galilea e della Giudea?” Nel luminoso giorno delle Palme il semplice popolo ha il grande intuito della realtà: Gesù è il Cristo; è Lui il centro della storia. Lui è l’Atteso da secoli, il vero Re, Colui che dona la felicità.

2) Passione di Cristo, travolto dall’amore per noi.

La seconda parte della celebrazione liturgica di oggi è la Passione di un Uomo-Dio appassionato.

La celebrazione di questa Pasqua è resa “possibile” dall’accettazione della Passione, che San Marco3 ci racconta mettendo in primo piano i fatti e le situazioni, e non le parole.

Man mano che da Betania, dove la Maddalena Gli ha unto i piedi (ritorneremo fra poco su questo episodio) e ci si inoltra nella passione, vediamo Gesù entrare in un silenzio sempre più profondo, fino a tacere del tutto. “Tu lo dici” è l’unica parola che egli risponde alle domande di Pilato. Da allora non dirà più niente, fino alla drammatica invocazione: “Eloì, Eloì, lamà sabactanì (Dio mio, Dio mio, perché mi ha abbandonato)”?” (Mc 15,34) e al seguente grande grido col quale spirò (Mc 15,36). Si compì così, fino all'estremo limite, l’abbandono di Gesù, che sembrava abbandonato anche dal Padre.

Si può dire che San Marco ci offre due elementi per leggere il modo in cui Gesù vive questo abbandono.

Il primo è la preghiera che Gesù rivolge al Padre sul Getsemani: “Abba, Padre! ogni cosa ti è possibile; allontana da me questo calice! Tuttavia, non quello che voglio io, ma quello che vuoi tu” (Mc 14,36). Gesù vive questa sofferta adesione alla volontà del Padre, come ripetendo ad ogni momento: “Non quello che io voglio, ma quello che tu vuoi”. E se all’inizio del suo stare in preghiere sul monte degli ulivi, ci viene descritto un Gesù angosciato e impaurito, alla fine - dopo la preghiera - ci viene descritto un Gesù che ha ritrovato la serenità e la fermezza: “Alzatevi, andiamo, colui che mi tradisce è vicino”. Il Padre non ha sottratto Gesù alla Croce, ma lo ha aiutato ad attraversarla.

Il secondo elemento è l’invocazione di Gesù sulla croce: “Dio mio, Dio mio perché...?”. Come è noto, si tratta dell’inizio di un Salmo4 21 (22), preghiera che esprime l'intensa sofferenza di un giusto perseguitato, ma anche la sua incrollabile fiducia in Dio.

Anche noi, come le donne, siamo invitati a “guardare” (Mc 15,40): contempliamo la sofferenza e la morte del Signore per scoprire in essa l’inattesa rivelazione del Figlio di Dio che rimane tenacemente, ostinatamente fedele alla “follia” dell’amore e che va sulla Croce per ciascuno di noi, per l’umanità intera.


3) Una vita donata, non sprecata.

Anche sulla Croce, Gesù è oltraggiato e pare che sia negata la logica di donazione che ha guidato tutta la sua vita: donazione che qui viene capovolta, incompresa e ritorta contro di Lui: “Ha salvato gli altri, non può salvare se stesso”. “Il Messia scenda dalla Croce e crederemo”. Di fronte a Gesù - se guardiamo questa scena dal punto di vista dei presenti - si scorgono due tipi di fede, e Gesù in Croce ne è lo spartiacque.

Da una parte, la fede di chi pretende che il Messia abbandoni la Croce e compia miracoli. Mi riferisco ai passanti, agli scribi e ai sacerdoti presenti sul Calvario per vedere come andava a fine.

Dall’altra, la fede di chi, come il centurione, coglie la divinità di Gesù proprio nella Croce: “Vedendolo morire in quel modo disse: costui è veramente Figlio di Dio”. È sulla Croce che si conosce veramente chi è Gesù e in che senso Lui è Messia e Figlio. Possiamo dire che il centurione pagano è un esempio di vero credente.

Ma c’è pure un tipo di fede spinta dall’amore. E’ la fede d una figlia sconosciuta di Israele che ha creduto in Gesù e lo onorò amorosamente e santamente. Il gesto di pietà di questa donna avvenne prima della Festa delle Palme, a Betania, dove troviamo Gesù a casa di Simone il lebbroso, qui, “..mentre stava a mensa, giunse una donna con un vasetto di alabastro, pieno di olio profumato, di nardo genuino, di gran valore: ruppe il vasetto di alabastro e versò l’unguento sul suo capo....”. Questo gesto, uno di quei segni d’amore di cui solo le donne sono capaci, provocò la reazione dei commensali, che lo giudicarono uno spreco.

Se si considera questo gesto dal punto di vista del puro e semplice buon senso umano sicuramente fu uno spreco, un eccesso. Ma con l’immolazione della Croce siamo messi davanti ad un altro eccesso, e questa volta da parte di Dio, che nel Figlio Gesù, compie un gesto d’amore estremo, spezzando il suo corpo e versando, non olio profumato, ma il suo stesso sangue.

Il Maestro ha accolto, gradito l’omaggio di quella donna, e lo ha indicato come gesto profetico: “Ella ha compiuto verso di me un’opera buona;... Ella ha fatto ciò ch’era in suo potere, ungendo in anticipo il mio corpo per la sepoltura. In verità vi dico che dovunque, in tutto il mondo, sarà annunziato il Vangelo, si racconterà pure in suo ricordo ciò che lei ha fatto”. Un’opera buona.

In quell’anonima donna sono riassunte tutte le donne, sono loro l’unico conforto nei giorni della passione, intrepide nell’amore, come la leggendaria Veronica, fedeli nella vicinanza, come la tradizione le presenta lungo il cammino verso il Calvario, forti ai piedi della croce, assieme alla Madre: “...c’erano anche alcune donne, che stavano ad osservare da lontano, tra le quali Maria di Magdala, Maria madre di Giacomo il minore e di Joses, e Salomè, che lo seguivano e servivano quando era ancora in Galilea, e molte altre che erano salite con lui a Gerusalemme...”.

Una presenza, questa delle donne, che è anche un segno, una vocazione, una missione.

A questa vocazione sono chiamate in modo particolare le vergine consacrate, che donando totalmente la vita a Cristo la mettono a sua disposizione per la Sua appassionata opera di salvezza.

Queste donne sono segno che la grande commozione che invade il cuore, alla lettura della Passione di Gesù, non può restare solamente emozione, ma una mozione di adesione a Cristo. Aderendo a Lui e testimoniandoLo, mostrano che Dio è un “movimento di dono di sé”.

Quando la Vergine Maria ricevette l’annuncio dal Figlio in Croce che sarebbe stata la madre di Giovanni: “Donna, ecco tuo figlio”, fu commossa almeno quanto lo fu il giorno dell’Annunciazione dell’Angelo. Le lacrime di gioia del primo annuncio e le lacrime di dolore del secondo annuncio non fecero ripiegare su se stessa la Vergine Madre. Rinnovò il suo “fiat”, il suo sì, e la Parola dell’Amore prese di nuovo dimora in lei e condivise la passione di Cristo per il mondo.

Come la Madonna stette sotto la Croce e divenne Madre dell’umanità, le Vergini Consacrate nel mondo stanno sotto la Croce in preghiera, scelgono uno Sposo crocifisso per vivere con Lui il dono di se stesse al mondo. La Verginità è lasciarsi afferrare completamente da Cristo, perché “l’incontro con Cristo, il lasciarsi afferrare dal suo amore allarga l’orizzonte dell’esistenza, le dona una speranza nuova, che non delude” (Papa Francesco, Lumen fidei, 53).


1 Con la Domenica delle Palme inizia la Grande Settimana, che i Padri della Chiesa chiamavano al modo ebraico la Settimana delle Settimane che significa la Settimana per eccellenza, il cui punto focale sarà la notte di veglia che vivremo sabato prossimo, quando risuonerà l’ “alleluia pasquale”. Nel rito Ambrosiano questa settima è chiamata Settimana Autentica.

Una settimana in cui facciamo memoria di quella Prima Settimana di oltre due mila anni or sono che ha fatto del tempo un'eternità temporale e dell'eternità un tempo senza fine. Noi riviviamo i giorni della passione, della morte e della risurrezione del Signore Gesù che si fa maestro e compagno di viaggio per ciascuno di noi.

2 E’ il Messia (= Cristo), annunciato, atteso da secoli, ma cavalca un asinello e non un cavallo da battaglia come lo attendevano i Giudei. Messia mansueto che porta la pace, che illumina con la Sua presenza quanti praticano la giustizia e solleva i poveri dalla miseria. In questo giorno di festa di circa duemila anni fa, gli fu attribuito il nome che è diventato suo: Cristo, che vuoi dire Messia, l’Unto, il Consacrato da Dio; e che è poi il nome nostro, poiché ci chiamiamo cristiani.



Lettura Patristica

Sant’Agostino d’Ippona

Consenso Evangelico, 308


L'ora della Passione.

Dice Matteo: Sopra la sua testa collocarono in iscritto il motivo: Costui è Gesù, re dei Giudei (Mt 27,27). Marco prima di darci questa notizia scrive: Era l'ora terza allorché lo crocifissero (Mc 15,25) ; e quanto al motivo della crocifissione, egli ne parla dopo che ha parlato delle vesti che i soldati si divisero fra loro. E un problema che bisogna trattare con la massima attenzione per non cadere in gravi errori. Ci sono infatti degli eruditi che collocano la crocifissione del Signore all'ora terza, ritenendo poi che all'ora sesta scese quel buio che perduro fino all'ora nona, con la conseguenza che quando scese il buio il Signore era in croce già da tre ore. E la cosa potrebbe andare benissimo, se non ci fosse Giovanni a dirci che verso l'ora sesta Pilato si sedette in tribunale sul posto chiamato Litostrotos, in ebraico Gabbatà (Jn 19,13). Ecco le sue parole: Era la Parasceve della Pasqua, intorno all'ora sesta. Pilato disse ai Giudei: " Ecco il vostro re! ". Ma quelli gridarono: " Crocifiggilo, crocifiggilo! ". Disse Pilato: " Mettero in croce il vostro re? ". Risposero i sommi sacerdoti: " Non abbiamo altro re all'infuori di Cesare ". Allora lo consegno loro perché fosse crocifisso (Jn 19,14-16). Se pertanto verso l'ora sesta Pilato si sedette in tribunale e consegno Gesù ai Giudei perché lo mettessero in croce, come puo dirsi che all'ora terza Gesù fu crocifisso, come ritennero alcuni che non avevano capito bene le parole di Marco ? (Mc 15,33)


41. Vediamo prima a che ora il Signore poté essere crocifisso, poi vedremo per qual motivo Marco afferma che lo crocifissero all'ora terza. Quand'egli fu consegnato ai Giudei per esser crocifisso, Pilato, come è stato notato, si assise in tribunale; ed era circa l'ora sesta. Non era l'ora sesta piena ma si era sull'ora sesta; era cioè terminata l'ora quinta e anche dell'ora sesta ne era trascorso un pochino. Gli autori sacri non usano mai dire: Cinque e un quarto, o un terzo, o cinque e mezzo, o frasi simili; ma la Scrittura è solita indicare, specie nella cronologia, il tutto per la parte. Parlando, ad esempio, degli otto giorni alla fine dei quali Gesù sali sul monte (Lc 9,28), Matteo e Marco, considerando i giorni intermedi, dicono: Dopo sei giorni (Mt 17,1 Mc 9,1). E qui è da sottolinearsi come la frase di Giovanni è molto sfumata, in quanto non dice: "Sesta", ma: Verso l'ora sesta (Jn 19,14). Ma anche se non si fosse espresso cosi e avesse detto senz'altro "ora sesta", noi potremmo intendere la frase nel modo consueto della Scrittura di cui parlavo sopra e cioè prendere il tutto per la parte. Ne risulterebbe che, quando accadde cio che gli evangelisti riferiscono sulla crocifissione del Signore, era terminata l'ora quinta e l'ora sesta era da poco iniziata, finché, al termine della medesima ora sesta, mentre il Signore pendeva ancora dalla croce, scesero le tenebre menzionate concordemente dai tre evangelisti Matteo, Marco e Luca (Mt 27,45 Mc 15,33 Lc 23,44).


42. Come conseguenza necessaria ci si presenta comunque un'indagine ulteriore sulle parole di Marco. Egli ricorda che quei tali che misero in croce Gesù se ne divisero le vesti tirando a sorte quel che toccava a ciascuno, e continuando aggiunge: Era l'ora terza e lo crocifissero (Mc 15,24-25). Aveva già detto che, avendolo messo in croce, se ne spartirono le vesti; ed è quanto sottolineano anche gli altri evangelisti. Dopo la sua crocifissione vennero divise dunque le sue vesti, e se Marco avesse voluto soltanto indicare il tempo in cui avvenne il fatto gli sarebbe bastato dire: Era l'ora terza. Perché aggiungere: E lo crocifissero? Se scrive cosi, lo fa servendosi del metodo della ricapitolazione e con le sue parole vuole significarci qualcosa che troveremo solo se lo cerchiamo. Leggendosi infatti il suo scritto in un tempo in cui tutta la Chiesa sapeva a che ora il Signore era stato inchiodato al patibolo, un simile errore poteva essere corretto e, se fosse stata una falsità, poteva essere smentita. L'affermazione pertanto è da leggersi secondo l'intenzione dell'evangelista, il quale, sapendo certamente che il Signore non fu crocifisso dai Giudei ma dai soldati - come asserisce chiaramente Giovanni (Jn 19,23)-, si propone di mettere in risalto, anche senza dirlo a parole, che a crocifiggerlo furono quelli che gridando ne ottennero la sentenza di morte più che non quegli altri che, fedeli al loro incarico, eseguirono l'ordine del loro principale.