venerdì 11 settembre 2020

La correzione fraterna è fatta con e per amore.

 

Rito Romano – XXIII Domenica del Tempo Ordinario – Anno A – 6 settembre 2020

Ez 33,1.7-9; Rm 13,8-10; Mt 18,15-20


Rito Ambrosiano – II Domenica dopo il martirio di San Giovanni il Precursore

Is 60,16b-22; Sal 88; 1Cor 15,17-28; Gv 5,19-24


    1) La correzione fatta con amore guadagna il fratello.

Il brano evangelico di questa domenica segue immediatamente il racconto della parabola della pecorella smarrita. Ne è una applicazione concreta e mostra che la correzione fraterna è l’espressione più alta dell’amore fraterno. Se un fratello ha commesso una colpa si deve applicare, in primo luogo, la correzione personale. Se non ascolta, bisogna chiamare in aiuto qualche testimone. Se continua a non ascoltare il richiamo alla conversione, bisogna rivolgersi alla comunità. Se non ascolta neppure questa, si deve, solo allora, considerarlo come un pagano o pubblicano, cioè come uno che s’è messo fuori comunità.

Quando il Signore parla di correzione fraterna ci vuole insegnare alcune cose:
1) il vero amore non chiude gli occhi sui difetti e non lascia le situazioni e le persone come sono, con i loro limiti e i loro difetti, ma aiuta a crescere.

2) per essere fraterna e non scadere al livello di risentimento istintivo la correzione deve essere ispirata dall'amore e pronta al perdono.

3) la correzione deve essere discreta e paziente, scoraggiata solo da una risposta così ostinata e orgogliosa da diventare rifiuto totale.

In breve, alla domanda: “In che cosa consiste la correzione fraterna?”, si potrebbe rispondere che l’amore fraterno comporta anche un senso di responsabilità reciproca. Quindi, se il mio fratello commette una colpa contro di me, devo usare carità verso di lui, prima di tutto parlandogli personalmente per fargli presente che quello che ha detto o fatto non è buono. Questo modo di agire si chiama correzione fraterna, che non è mossa da una reazione all’offesa subita, ma dall’amore per il proprio fratello (Benedetto XVI).

Con la correzione fraterna conduciamo il nostro prossimo lontano dal male e lo induciamo al bene. Essa, dunque, è qualcosa di più della riconciliazione e del perdono, perché perdonare, riconciliarsi bisogna sempre. Se ho perdonato al fratello, gli sono fratello; ma lui magari non mi è fratello, è una fraternità a metà. Solo quando lui stesso si ravvede dellerrore diventa fratello, allora la fraternità è reciproca.

Perciò, facciamo nostro l’insegnamento che a questo riguardo S. Francesco di Sales dava affermando: Quando ci accingiamo a correggere un fratello, scriviamo prima su un foglio e ripetiamoci a più riprese queste due frasi bibliche: Forse che io ho piacere della morte del malvagio - dice il Signore Dio - o non piuttosto che desista dalla sua condotta e viva? (Ezechiele 18, 23) e Perché osservi la pagliuzza nell'occhio del tuo fratello, mentre non ti accorgi della trave che hai nel tuo occhio? O come potrai dire al tuo fratello: permetti che tolga la pagliuzza dal tuo occhio, mentre nell'occhio tuo c'è la trave? Ipocrita, togli prima la trave dal tuo occhio e poi ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall'occhio del tuo fratello(Matteo 7, 3-5)




    2) All’amore fraterno, che corregge, si unisce la preghiera.

A questo insegnamento sulla correzione fraterna Gesù unisce quello sul perdono da dare 70 volte 7, vale a dire sempre, e sulla onnipotenza della preghiera, purchè fatta in comunità, anche se è costituita da solo due o tre persone. Naturalmente queste persone per pregare Dio devono essere riconciliate tra di loro.

Quantunque in questo passo evangelico si parli molto di perdono senza limite, è detto chiaramente che il male va denunciato e che bisogna correggere chi lo compie. Le parole del Vangelo di oggi illuminano come i fratelli possono distruggere le barriere che il diavolo costruisce tra di loro. La Chiesa, infatti, ha la consapevolezza che il “peccato” ha il potere di distruggere la comunione e far perdere così al sale il sapore. Una comunità divisa perché qualche “fratello ha commesso una colpa” e non è stato “guadagnato” al perdono, non può compiere la sua missione nel mondo, vale solo per essere calpestata dagli uomini come si fa con sale che non serve più a niente.

Gesù ci dice di non restare indifferenti “se qualcuno ha peccato”, perché c’è di mezzo la vita di comunione con Dio e tra di noi, perché c’è di mezzo il Cielo da schiudere agli uomini attraverso la Chiesa.

Non si tratta di una semplice questione giudiziaria per salvaguardare l’ordine della società o della famiglia. Gesù non offre la propria versione dei differenti gradi di giudizio in un processo per il buon ordine dello Stato Egli mostra come il giudizio di misericordia del Padre che è nei cieli si realizza nella Chiesa che è sulla terra. Occorre avere a cuore il destino del nostro fratello e della nostra sorella come aveva ben intuito San Francesco d’Assisi: “E in questo voglio conoscere se tu ami il Signore ed ami me suo servo e tuo,  se ti comporterai in questa maniera, e cioè:  che non ci sia alcun frate al mondo, che abbia peccato, quanto è possibile peccare,  che, dopo aver visto i tuoi occhi, non se ne torni via senza il tuo perdono, se egli lo chiede;e se non chiedesse perdono,  chiedi tu a lui se vuole essere perdonato.  E se, in seguito, mille volte peccasse davanti ai tuoi occhi,  amalo più di me per questo:  che tu possa attrarlo al Signore; ed abbi sempre misericordia per tali fratelli”. (San Francesco d’Assisi, Lettera a un ministro)

Anche la prima lettura della Messa di oggi con il brano del profeta Ezechiele mette in evidenza questo medesimo insegnamento: il profeta è come una sentinella, e ha l’imprescindibile dovere di annunciare le esigenze di Dio, di denunciare la menzogna dovunque si trovi. Ma lo scopo è sempre quello di aiutare il fratello a prendere coscienza del suo stato di peccato, perché possa pentirsi. Lo scopo è di creare nei peccatori un disagio, perché è proprio in una situazione di disagio che spesso Dio si inserisce e spinge al ritorno.

Alla luce di queste brevi riflessioni, si capisce la seconda frase di Gesù riportata in questo brano del Vangelo di San Matteo: “perdonare non sette volte, ma settanta volte sette”. Occorre dunque perdonare sempre, un perdono senza misura, perché Dio ci ha fatto oggetto di un perdono senza misura. Il perdono al prossimo è la diretta conseguenza del perdono di Dio verso di noi. Se è un dovere di carità denunciare il male e correggere chi lo compie, è perché tu hai già perdonato e ami il peccatore. per questo hai il diritto di correggerlo. Nella comunità cristiana continua il peccato, ma parallelamente continua, ancora più “ostinato”, il perdono dei peccati.


3) La preghiera come correzione e intercessione

Anche se è necessaria una severità, a volte anche grande, essa deve nascere da un cuore misericordioso come quello del Pastore buono, che dopo averla tolta dalle spine dei rovi, prende la pecorella sulle spalle. La corregge sorreggendola. Come suggerisce l’etimologia, il verbo “correggere” significa “reggere insieme” e non punizione.

Per correggere nella verità

- occorre amare l’altro al punto di desiderare di portare con lui il peso dei suoi peccati, come ha fatto Cristo prendendo su di sé il peccato del mondo;

- occorre amare in Cristo, che ci chiama a prendere il suo giogo dolce e leggero: la Croce che purifica e perdona;

- occorre pregare insieme con Cristo. Gesù non è un altro tra noi, ma è Colui che tutti ci unisce in solo corpo, tutti ci unisce in un medesimo Spirito. Lui ci unisce tutti in un medesimo amore che corregge perdonando, perché in noi peccatori vede delle persone non condannabili, ma perdonabili.

Gesù ha implorato il perdono e noi ci uniamo a Lui nella preghiera, soprattutto eucaristica, chiedendo a “Abbà, Papà” che la sua volontà sia fatta, cioè che nessuno si perda. Pregando in comunione di carità esercitiamo –in un certo senso - il ministero di “sciogliere” dai lacci del peccato e di “legare” di nuovo alla comunione1 con il Padre e con i “fratelli”.

Questa preghiere di “correzione” e di intercessione è esercitata in modo particolare dalla Vergini Consacrate nel mondo.

Queste donne, figlie della Chiesa, sanno che il Signore non vuole la morte del peccatore, ma che si converta e viva (cfr Ez 18,23; 33,11). In effetti, il desiderio di Dio è sempre quello di perdonare, salvare, dare vita, trasformare il male in bene. Ebbene, è proprio questo desiderio divino che, nella preghiera, diventa desiderio della persona umana e si esprime attraverso le parole dell’intercessione. Con la preghiera di intercessione si presta la propria voce ed anche il proprio cuore, alla volontà divina: il desiderio di Dio è misericordia, amore e volontà di salvezza, e questo desiderio di Dio trova in queste donne (e anche in ciascuno dei cristiani) e nella loro preghiera la possibilità di manifestarsi in modo concreto all’interno della storia degli uomini, per essere presente dove c’è bisogno di grazia.

L’insegnamento della Chiesa, luogo del perdono, e l’esempio delle Vergini consacrate ci educhi ad aprire sempre di più il cuore alla misericordia smisurata di Dio, perché nella preghiera quotidiana sappiamo desiderare la salvezza dell’umanità e chiederla con perseveranza e con fiducia al Signore che è grande nell’amore, un amore sorprendente e sconfinato.

Consegnando il libro della Liturgia delle Ore, il Vescovo si rivolge alla consacrata con queste parole: “La preghiera della Chiesa risuoni senza interruzione nel tuo cuore e sulle tue labbra come lode perenne al Padre e viva intercessione per la salvezza del mondo” (Rituale della Consacrazione delle Vergini, riti esplicativi, n. 48), perché il primo e irrinunciabile impegno delle vergini consacrate è quello della preghiera, come viene espressamente richiesto durante il rito di consacrazione (cfr. Ibid., Premesse, n. 2). Per questo, ogni vergine appartenente all’Ordo tiene costantemente presente che la preghiera non è solamente una personale, generosa risposta alla voce dello Sposo e un’umile richiesta di aiuto per mantenersi fedele al santo proposito e al dono ricevuto, ma è intima partecipazione alla vita del Corpo mistico di Cristo, intercessione instancabile per la Chiesa e per il mondo.


1 Il termine comunione traduce la parola greca koinonia , che a sua volte la parola ebraica khaburah. Tutte e due indicavano, in origine, una cooperativa, una società, come quella dedita alla pesca composta da Pietro, Giacomo e Giovanni. Nell'ambiente giudaico contemporaneo a Gesù khaburah indicava, tra l'altro, la comunità di almeno dieci persone riunita per celebrare la Pasqua. Quindi anche gli apostoli riuniti con Gesù durante la sua ultima cena formavano una khaburah: la partecipazione al Mistero Pasquale del Signore gettava le fondamenta della comunione.  In effetti, nella Pasqua celebrata da Cristo nel Cenacolo avviene qualcosa di assolutamente nuovo: Dio che s'era fatto carne, provocando scandalo e rifiuto, diviene tanto prossimo all'uomo da farsi carne da mangiare e sangue da bere. La comunione tra gli uomini si fonda nella comunione con Gesù; in virtù del suo Mistero Pasquale, il Figlio di Dio comunica se stesso ai suoi apostoli che, uniti a Lui, divengono così figli del suo stesso Padre. 

Per questo, la comunione non è il frutto degli sforzi dell'uomo, delle sue capacità di mediazione, non nasce dal voto di fiducia della maggioranza, non si stabilisce nei palazzi del potere politico, non si fonda sulle affinità umane o su comuni ideali. La comunione è un dono dello Spirito Santo, il soffio della vita eterna che la mattina di Pentecoste irruppe nel Cenacolo e prese dimora nella Vergine Maria e negli Apostoli, dando alla luce la Chiesa. Da quel giorno, nel corso della storia, lo Spirito di Cristo risorto rompe le barriere di razza, lingua e cultura, e unisce i cristiani nel suo amore che ha vinto il peccato e la morte. 

 

Lettura Patristica

Dalle «Omelie» di san Giovanni Crisostomo, vescovo


(Om. sul diavolo tentatore 2, 6; PG 49, 263-264)



Le cinque vie della riconciliazione con Dio



“Volete che parli delle vie della riconciliazione con Dio? Sono molte e svariate, però tutte conducono al cielo.
La prima è quella della condanna dei propri peccati. Confessa per primo il tuo peccato e sarai giustificato (cfr. Is 43, 25-26). Perciò anche il profeta diceva: «Dissi: Confesserò al Signore le mie colpe, e tu hai rimesso la malizia del mio peccato» (Sal 31, 5).
Condanna dunque anche tu le tue colpe. Questo è sufficiente al Signore per la tua liberazione. E poi se condanni le tue colpe sarai più cauto nel ricadervi. Eccita la tua coscienza a divenire la tua interna accusatrice, perché non lo sia poi dinanzi al tribunale del Signore.
Questa è dunque una via di remissione, e ottima; ma ve n'è un'altra per nulla inferiore: non ricordare le colpe dei nemici, dominare l`'ira, perdonare i fratelli che ci hanno offeso. Anche così avremo il perdono delle offese da noi fatte al Signore. E questo è un secondo modo di espiare i peccati. «Se voi infatti perdonerete agli uomini le loro colpe, il Padre vostro celeste perdonerà anche a voi» (Mt 6, 14).
Vuoi imparare ancora una terza via di purificazione? E' quella della preghiera fervorosa e ben fatta che proviene dall'intimo del cuore.
Se poi ne vuoi conoscere anche una quarta, dirò che è l'elemosina. Questa ha un valore molto grande. Aggiungiamo poi questo: Se uno si comporta con temperanza e umiltà, distruggerà alla radice i suoi peccati con non minore efficacia dei mezzi ricordati sopra. Ne è testimone il pubblicano che non era in grado di ricordare opere buone, ma al loro posto offrì l'umile riconoscimento delle sue colpe e così si liberò dal grave fardello che aveva sulla coscienza.
Abbiamo indicato cinque vie di riconciliazione con Dio. La prima è la condanna dei propri peccati. La seconda è il perdono delle offese. La terza consiste nella preghiera, la quarta nell'elemosina e la quinta nell'umiltà.
Non stare dunque senza far nulla, anzi ogni giorno cerca di avanzare per tutte queste vie, perché sono facili, né puoi addurre la tua povertà per esimertene. Ma quand'anche ti trovassi a vivere in miseria piuttosto grave, potrai sempre deporre l'ira, praticare l'umiltà, pregare continuamente e riprovare i peccati, e la povertà non ti sarà mai di intralcio. Ma che dico? Neppure in quella via di perdono in cui è richiesta la distribuzione del denaro cioè l'elemosina, la povertà è di impedimento. No. Lo dimostra la vedova che offrì i due spiccioli.
Avendo dunque imparato il modo di guarire le nostre ferite, adoperiamo questi rimedi. Riacquistata poi la vera sanità, godremo con fiducia della sacra mensa e con grande gloria andremo incontro a Cristo, re della gloria, e conquisteremo per sempre i beni eterni per la grazia, la misericordia e la bontà del Signore nostro Gesù Cristo.”


venerdì 28 agosto 2020

Seguire Cristo, con la croce.

 

Rito Romano – XXII Domenica del Tempo Ordinario – Anno A – 30 agosto 2020

Ger 20, 7-9; Sal 62; Rm 12,1-2; Mt 16,21-27


Rito Ambrosiano – Domenica dopo il martirio di San Giovanni il Precursore

Is 65,13-19; Sal 32; Ef 5,6-14; Lc 9,7-11


1) Parole scandalose1.

Può sembrare strano che Pietro diventi pietra d’inciampo a Cristo pochi istanti dopo di averLo riconosciuto come Figlio del Dio vivente. Eppure, anche se è la diretta e immediata continuazione del racconto evangelico di domenica scorsa, il brano di oggi presenta l’incapacità di Pietro a capire Cristo quando parla del suo destino di Crocefisso. Sono due momenti di uno stesso episodio, che presenta due aspetti apparentemente contraddittori. Da una parte la fede di Pietro e l’autorità di servizio a lui affidata per aver “capito” chi è Cristo. Dall’altra l’incomprensione del mistero della Croce da parte del Primo degli Apostoli e il rimprovero rivoltogli da Gesù. La debolezza di Pietro non contraddice il suo essere roccia per la Chiesa. Essa vuol dire che Pietro è tale per grazia, in virtù di un’elezione divina, e non per le sue qualità naturali.

Tuttavia, nel Vangelo di questa domenica c’è anche dell’altro: Gesù vuol fare percorrere ai suoi discepoli, noi compresi, un cammino dalla fede in Lui, Figlio di Dio, alla fede in Lui, Figlio sofferente dell’uomo, passione di Dio per l’uomo. Si può, infatti, accettare che Gesù sia Signore, ma rifiutare che Egli debba soffrire. Si può confessare che Gesù è Figlio di Dio, e tuttavia non accettare che Egli è un Dio crocefisso.

Pietro, e noi con lui, è ancora prigioniero della logica degli uomini e tenta di impedire che Gesù si conformi alla logica di Dio. Allora Gesù risponde al discepolo: “Va dietro di me, satana”, cioè mettiti dietro2 di me per seguirmi e imparare come ragionare come Dio e non come gli uomini, e seguire la Via di Dio e non le vie degli uomini. È perché sia chiaro che cosa significhi veramente seguire Lui, ancora una volta Gesù ricorda ai suoi discepoli: “Se qualcuno vuol venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua”.

Rinnegare se stessi significa rinunciare alla propria idea di Dio, per accettare quella di Gesù: non più un Dio glorioso e potente, ma un Dio che si svela nell'amore e nel dono di sé.

Cristo rinnova oggi il suo invito insistente a ciascuno di noi, affinché prendiamo ogni giorno la propria croce e seguirlo sulla via dell’amore totale a Dio Padre e all’umanità: “Chi non prende la propria croce e non mi segue – ci dice, – non è degno di me. Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà” (Mt 10,38-39). Come le sue anche le nostre braccia devono aprirsi per offrire e non per prendere, per dare la vita e non per possedere quella degli altri

E’ la logica del chicco di grano che muore per germogliare e per “dare la vita” (=far nascere) (cfr. Gv 12,24) deve “dare la vita” (=morire). Gesù stesso “è il chicco di grano venuto da Dio, il chicco di grano divino, che si lascia cadere sulla terra, che si lascia spezzare, rompere dalla morte e, proprio attraverso questa, si apre e può così portare frutto nella vastità del mondo” (Benedetto XVI).


2) La logica sapiente della Croce.

Dio non è la proiezione dei nostri desideri ma Amore che si dona: questa è fondamentalmente la logica della Croce, sia per Gesù sia per i suoi discepoli. L’esistenza cristiana implica il gesto quotidiano di prendere la croce di ogni giorno su di sé. Con Cristo la Croce svela che il Figlio di Dio potente e glorioso si manifesta non con la forza che uccide, ma con l’amoroso dono di sé a Dio e al prossimo. Nella Croce si manifesta l’amore gratuito e misericordioso di Dio.

In effetti la Croce se non fosse sofferenza carica dell’amore di Dio sarebbe assurda e inutile.

Potremmo anche dire che rinnegare se stessi significa cambiare la logica della propria esistenza: non più una vita vissuta a vantaggio proprio, ma una vita vissuta come dono per condividere la salvezza ricevuta come grazia.

Rinnegare se stessi vuol dire incamminarsi dietro Cristo con la propria croce per salire con Lui sulla Sua Croce. E’, questo, un aspetto da tener bene in conto, perché camminare, progredire, crescere vuol dire diventare capaci del dono di sé che la croce in ultimo esige, ma anche diventare capaci di accogliere il dono che in essa è ricevuto, quello di un amore costoso. Costerà infatti a Dio stesso, molto più che all’uomo, sconfiggere il peccato.

Certo va tenuto presente che, per tutto quello che rappresenta e quindi anche per il messaggio che contiene, la Croce è scandalo e stoltezza. L’Apostolo Paolo lo scrisse con una forza impressionante: “La parola della Croce infatti è stoltezza per quelli che si perdono, ma per quelli che si salvano, ossia per noi, è potenza di Dio... è piaciuto a Dio salvare i credenti con la stoltezza della predicazione. Mentre i Giudei chiedono segni e i Greci cercano sapienza, noi invece annunciamo Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani” (1 Cor 1,18-23).

Perché la parola della Croce è così fondamentale della vita e della predicazione di Cristo? La risposta non è difficile: la Croce rivela “la potenza di Dio” (cfr 1 Cor 1,24), che è diversa dal potere umano; rivela infatti il suo amore: “Ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio, è più forte degli uomini” (ibid. v. 25). Distanti secoli da Paolo, noi vediamo che nella storia ha vinto la Croce e non la saggezza che si oppone alla Croce.

La Croce di Cristo è sapienza, perché manifesta davvero chi è Dio, cioè potenza di amore che arriva fino alla Croce per salvare l’uomo. Dio si serve di modi e strumenti che a noi sembrano a prima vista solo debolezza. Il Crocifisso svela, da una parte, la debolezza dell’uomo e, dall’altra, la vera potenza di Dio, cioè la gratuità dell’amore: proprio questa totale gratuità dell'amore è la vera sapienza. 

Noi tutti dobbiamo formare la nostra vita su questa vera sapienza: non vivere per noi stessi, ma vivere nella fede in quel Dio del quale tutti possiamo dire: “Mi ha amato e ha dato se stesso per me”. A ben riflettere, ogni amore è donare un “po’” della propria vita a chi si ama. Gesù la dona tutta e ci mostra che il cuore della sua, ed anche nostra, missione è proprio la Pasqua: solo la sua morte e risurrezione fanno comprendere il significato ultimo di ogni sua opera e parola. Non solo! Quello che Gesù annuncia di se stesso è il significato di ogni esistenza umana e il segreto della stessa creazione. Al centro c'è sempre la domanda sul senso della vita e della morte, il mistero del male e la vittoria ultima dell'amore. La morte è principio della vita e la vita è offerta d'amore di se stessa. Questo spiega la severità del rimprovero a Pietro, paragonato - paradossalmente - al principe del male e della morte. Gesù non può accogliere il rimprovero, perché ora, in Lui, la Morte stessa viene redenta e strappata dal suo vecchio volto. Ora la vita donata totalmente è la suprema obbedienza al Padre, vertice del sacrificio d’amore di Gesù.

La Croce che il Signore ci chiede di prendere, non sono “le croci” inevitabili della limitatezza della condizione umana, quelle che gli altri ci addossano o che ci ritroviamo sulle spalle per una malattia, una costrizione, una difficoltà.

La Croce che Cristo ci chiede di abbracciare è quella che nasce dal seguire lui, dalla libertà di amare, sempre e comunque, senza distinzione fino ad amare il nemico, colui che ci sta facendo del male.

La croce è simbolo e icona dell’amore verginale, perché la croce di Cristo è la pienezza massima dell’amore, umano e divino, per Dio e per ogni uomo, che abbraccia tutti e non esclude nessuno; è la sintesi al massimo grado di amore ricevuto e donato, di amore crocifisso e già risorto o illuminato dai chiarori dell’alba della risurrezione. La croce è il cuore del mondo, così è stato nella storia della salvezza, e questo cuore deve avere la vergine consacrata nel mondo, scegliendo l’amore verginale.

Questo amore verginale è fondamentalmente “amore pasquale”, crocifisso-risorto, dunque deve percorrere quel cammino preciso, perché la persona consacrata abbia gli stessi sentimenti del suo Sposo crocifisso, il Figlio di Dio che dà la vita mentre la riceve dal Padre, e vive una vita nella verginità come come un modo di ricevere e offrire la sua stessa vita. La verginità come il martirio è un grande atto di amore in risposta all’immenso amore di Dio. Idea, questa, proposta nell’Ordo del 1970, al cap. I, viene pure aggiunto che “le vergini nella Chiesa sono quelle donne che, sotto l’ispirazione dello Spirito Santo, fanno voto di castità al fine di amare più ardentemente il Cristo e servire con più libera dedizione i fratelli ... loro compito è quello di attendere alle opere di penitenza e di misericordia, all’attività apostolica e alla preghiera” (Rituale di Consacrazione delle Vergine, Cap 1,2). Un certo chiarimento al riguardo ci viene dall’omelia inserita nel Rito di Consacrazione delle Vergini: “... Siate di nome e di fatto ancelle del Signore a imitazione della Madre di Dio. Integre nella fede, salde nella speranza ferventi nella carità. Siate prudenti e vigilanti, custodite il grande tesoro della verginità nell’umiltà del cuore. Nutrite la vostra vita religiosa con il Corpo di Cristo, fortificatela con il digiuno e la penitenza, alimentatela con la meditazione della Parola, con l’assidua preghiera e con le opere di misericordia. Occupatevi delle cose del Signore; la vostra vita sia nascosta con Cristo in Dio; vi stia a cuore di intercedere incessantemente per la propagazione della fede e per l’unità dei cristiani. Abbiate una particolare sollecitudine nella preghiera per gli sposi; ricordatevi anche di coloro che, dimenticando l’amore del Padre, si sono allontanati da lui, perché egli li salvi nella sua misericordia. Ricordatevi che siete legate al servizio della Chiesa e dei fratelli; perciò esercitando il vostro apostolato nella Chiesa e nel mondo, nell’ordine spirituale e materiale, la vostra luce risplenda davanti agli uomini, perché sia glorificato il Padre che è nei cieli e si compia il suo disegno di riunire in Cristo tutte le cose. Amate tutti e prediligete i poveri, soccorreteli secondo le vostre forze, curate gli infermi, insegnate agli ignoranti, proteggete i fanciulli, aiutate i vecchi, consolate le vedove e gli afflitti. Voi che siete vergini per Cristo, diventerete madri nello Spirito, facendo la volontà del Padre, cooperando con amore, perché tanti figli siano generati o ricuperati alla vita di grazia”.



1Etimologicamente parlando la parola “scandalo” non vuol dire cattivo esempio che indica una cattiva strada, ma “inciampo”, un ostacolo che impedisce il cammino, facendo cadere.

2La parola del vangelo nel testo greco è “opiso” che non vuol dire vai “lontano” da me, ma mettiti “dietro” di me. Gesù non allontana chi ama, gli chiede di seguirlo prendendo la sua croce.

 

Lettura Patristica


Imitazione di Cristo, II, 12, 1-15


La via regale della croce


       1) A molti sembrano assai dure queste parole: «Sacrifica te stesso, prendi la tua croce e segui Gesù» (Mt 16,24). Ma saranno assai più aspre queste estreme parole: "Andate lontano da me, voi maledetti, nel fuoco eterno!" (Mt 25,41).


       Quelli che adesso ascoltano e praticano le parole circa la croce, allora (al giudizio finale) non temeranno di sentirsi gridare quelle altre parole di eterna dannazione.


       Quando il Signore verrà all’ultimo giudizio, "allora comparirà nel cielo il segno del figlio dell’uomo (la croce)" (Mt 24,30).


       Allora tutti i servi della Croce, che in questa vita imitarono il Crocifisso, si avvicineranno a Cristo giudice con grande fiducia.


       2) Perché dunque hai tanta paura di accostarti alla croce, per mezzo della quale si va al regno?


       Nella croce vi è la salvezza, nella croce la vita, nella croce la protezione dai nemici. Attraverso la croce viene infusa nell’anima la celeste soavità, vien data la robustezza alla mente, gaudio allo spirito. Nella croce vi è il compendio delle virtù, nella croce la perfezione della santità. Non vi è salvezza per l’anima, né speranza di vita eterna se non nella croce.


       Prendi su dunque la tua croce e segui Gesù; e andrai alla vita eterna.


       Ti ha preceduto Lui portando la sua croce, ed è morto Lui prima in croce, affinché anche tu porti la tua croce e muoia volentieri sulla croce; ché se lo imiterai morendo come Lui, lo imiterai anche vivendo parimenti con Lui. E se gli sarai stato compagno nella pena, lo sarai anche nella gloria.


       3) Tutto dunque si riduce alla croce e al morire sulla croce e per giungere alla vita e alla vera pace interna non vi è altra via che quella della santa croce e della quotidiana mortificazione.


       Va’ pure dove vuoi, cerca pure quello che ti pare, ma non troverai lassù una via più alta e quaggiù una via più sicura che la via della croce.


       Disponi pure e comanda che tutto sia fatto secondo la tua volontà e il tuo parere, ma non potrai che fare questa constatazione: bisogna sempre soffrire qualche cosa o per amore o per forza: vedi dunque che sempre troverai la croce. Difatti: ora dovrai patire qualche dolore nelle membra, ora dovrai subire qualche tribolazione di spirito nell’anima.


       4) Talvolta ti sentirai oppresso per l’abbandono di Dio; talvolta sarai tormentato dal prossimo, e, quel che è più, spesso tu stesso sarai di fastidio a te.


       E non potrai sollevarti un po’ o liberarti dal male con qualche rimedio o con qualche conforto, ma ti toccherà sopportare finché a Dio piacerà; poiché Dio vuole che tu impari a soffrire il dolore senza consolazione e che tu ti sottometta a lui senza riserva e che soffrendo tu diventi più umile.


       Nessuno partecipa con tanto cordoglio alla passione di Gesù, se non colui a cui sarà toccato di patire qualche cosa di simile a lui.


       La croce dunque è sempre pronta e ti aspetta dappertutto. Per quanto tu scappi via non potrai mai sfuggirle; anche perché, dovunque tu vada, per lo meno porterai appresso te e sempre troverai te stesso. Guarda pure in alto, guarda pure in basso, guarda pure fuori, guarda pure dentro... in ogni punto troverai sempre la croce. Ed è necessario che dappertutto tu porti pazienza se vuoi mantenere in te la pace e meritare l’immortale corona.


       5) Ma se tu la porti volentieri, la croce porterà te; e ti condurrà alla desiderata meta, ove, cioè, non c’è più da soffrire, anche se questo non sarà certo quaggiù.


       Se invece tu la porti con ripugnanza, la troverai più pesante e aggraverai di più la tua pena, mentre poi non risolvi niente, perché già, tanto, non puoi fare a meno di portarla. Se poi getti via una croce, ne troverai senza dubbio un’altra, e forse più gravosa.


       6) Come puoi tu pensare di poter sfuggire a ciò che nessun uomo ha mai potuto evitare? Chi mai ci fu tra i Santi nel mondo che abbia vissuto senza croce?


       Nemmeno Nostro Signore Gesù Cristo, in tutto il tempo in cui visse sulla terra, fu mai un’ora sola senza croce e dolore. "Era necessario" - dice - "che il Cristo patisse tutto questo e risorgesse dai morti per entrare così nella sua gloria" (Lc 24,26 Lc 24,46).


       E allora come puoi tu pensare di cercare una via diversa da quella che è la via maestra, cioè la via della santa croce?


       7) L’intera vita di Cristo non fu che croce e martirio... e tu cerchi per te ozio e piacere?


       T’inganni, t’inganni, se cerchi qualcos’altro all’infuori del patire dolori: perché l’intera nostra vita mortale è piena di sofferenze e limitata tutt’intorno da una fila di croci. E quanto più in alto uno avrà progredito nella vita dello spirito, tanto più pesanti croci troverà, perché quanto più cresce in lui l’amore verso Dio, tanto più penoso gli riuscirà l’esilio quaggiù.


       8) Costui peraltro, anche se afflitto da tanti lati, non è del tutto privo di sollievo di qualche consolazione: perché, dal sopportare la sua croce, sente che gli viene un accrescimento di merito grandissimo; infatti siccome egli si sottopone alla croce con amore, tutta l’acerbità della pena gli si converte in fiducia di consolazione divina. E quanto più la carne viene straziata dai dolori, tanto più lo spirito si corrobora per l’interna grazia.


       Anzi talvolta si è talmente confortati nello stato di tribolazione e contrarietà causate dal desiderio della conformità con la croce di Cristo, che non si vorrebbe più vivere senza dolori e avversità, perché si è convinti di essere tanto più graditi a Dio quanto più numerose e dolorose pene si saranno tollerate per suo amore. Certamente però una cosa simile non è virtù umana, ma è la grazia di Cristo che tali meraviglie opera nella debole carne, conducendola al punto di farle accettare ed amare col fervore dello spirito, ciò che, naturalmente, sempre aborre e fugge.


       9) Non è certo secondo natura portare la croce, amare la croce, castigare e ridurre in schiavitù il proprio corpo, fuggire gli onori, ricevere contumelie serenamente, disprezzare se stesso e desiderare di essere disprezzato, sopportare tranquillamente le cose più avverse e dannose e non desiderare nessuna prosperità in questo mondo.


       Se tu riguardi solo a te stesso, vedi subito che con le sole tue forze, non saresti capace di nessuna di queste cose; ma se confidi in Dio, ti sarà data dal cielo la forza; e il mondo e la carne ti diverranno soggetti. Non solo, ma non temerai nemmeno il demonio, il tuo nemico, se sarai armato di fede e segnato col segno della croce di Cristo.


       10) Mettiti dunque come uno scudiero fedele e coraggioso a portare virilmente la croce del tuo Signore, crocifisso per tuo amore. Sii pronto ad affrontare molte avversità e molte angustie in questa misera vita: perché dappertutto così sarà per te; e così troveresti in realtà, dovunque tu volessi fuggire.


       È necessario che sia così; e non c’è altro rimedio per liberarsi dalla tribolazione, dai mali, dai dolori, che sopportarli. Bevi dunque con amore il calice del Signore se vuoi essere suo amico e se desideri aver parte con lui. Quanto alle consolazioni, affidale a Dio; ne disponga lui come più gli piacerà.


       Tu, dal canto tuo, disponiti a sopportare le sofferenze e figurati che siano grandissime gioie; perché "le sofferenze del tempo presente non possono essere paragonate alla gloria futura" (Rm 8,18) che dobbiamo meritarci, anche se un solo uomo li dovesse patire tutti!


       11) Quando sarai giunto a questo punto, che cioè il soffrire ti sembrerà dolce e gustoso per amore di Cristo, allora puoi star sicuro che hai raggiunto la perfezione, perché hai già trovato il paradiso in terra.


       Ma finché il patire ti riuscirà odioso e cercherai di fuggirlo, sarai sempre oppresso dal male; e il patimento ti seguirà dovunque tu fugga.


       12) Se al contrario ti decidi a vivere come devi, cioè a patire e a morire, tosto tutto andrà meglio per te e troverai la pace.


       Ricordati che, anche se tu fossi stato rapito fino al terzo cielo come Paolo, non saresti certo per questo assicurato dal patire! Gesù infatti disse a riguardo di lui: "Io gli mostrerò quante pene dovrà soffrire per il mio nome" (Ac 9,16).


       Se dunque vuoi amare Gesù e servirlo in perpetuo sappi che devi soffrire.


       13) Ma del resto, magari tu fossi degno di patire qualche cosa per il nome di Gesù! Quale grande gloria sarebbe per te, quanta letizia per tutti i santi di Dio, e, anche, quale mirabile esempio per il prossimo!


       Infatti tutti ammirano la forza nel sostenere i dolori, anche se poi sono pochi quelli che vogliono farlo. A ragione poi dovresti soffrire qualche piccola cosa per amore di Cristo, dal momento che tanta gente soffre cose più penose per il mondo.


       14) Sii persuaso che tu devi vivere come chi sta per morire; e che quanto più uno muore a se stesso, tanto più comincia a vivere per Dio. Nessuno è atto a comprendere le cose di Dio, se non si sarà sottoposto a tollerare per Cristo le avversità. Nulla vi è di più gradito a Dio, nulla vi è di più salutare per te in questo mondo, che patire volentieri per Cristo.


       E se ti fosse lasciata libertà di scelta, ti converrebbe piuttosto desiderare di soffrire contrarietà per amore di Cristo, che esser deliziato da tante consolazioni; perché, così, saresti più simile a Cristo e più conforme ai santi; infatti il nostro merito e la perfezione del nostro stato non consiste nell’avere molte soavi consolazioni, ma piuttosto nel saper sostenere i grandi dolori e le avversità.


       15) E, a onor del vero, se per la salvezza dell’umanità ci fosse stato qualche metodo migliore e più utile che il soffrire, certamente Cristo ce lo avrebbe insegnato con la parola e con l’esempio! Ma invece Egli ai discepoli che lo seguivano e a tutti quelli che desiderano seguirlo, non dà altra esortazione, ben chiara, che quella di portare la croce: "Se uno vuol venire dietro di me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua" (Lc 9,23)


       Dopo aver dunque letto attentamente e meditato tutte queste cose, ecco qual è la conclusione: "Si entra nel regno di Dio solo attraverso molte tribolazioni" (Ac 14,21).


venerdì 21 agosto 2020

Cristo non è un’opinione, ma una Presenza.

 

Rito Romano – XXI Domenica del Tempo Ordinario – Anno A – 23 agosto 2020

Is 22,19-23; Sal 137; Rm 11,33-36; Mt 16,13-20


Rito Ambrosiano – Domenica che precede il martirio di San Giovanni il Precursore

1Mac 1, 10.41-42; 2,29-38; Sal 118; Ef 6, 10-18; Mc 12, 13-17.



Una premessa doverosa.

Tutto il vangelo è pervaso da una domanda: Chi è Gesù?Ci si domanda sempre chi è lui. Tuttavia, nel brano evangelico di oggi c’è un capovolgimento. Non ci si chiede più chi è lui, è lui che chiede ai discepoli, noi compresi: Chi sono io per te? Ed è molto diverso quando noi mettiamo in questione una persona da quando accettiamo di lasciarci mettere in questione e di rispondere.

Nel primo caso, potremmo rispondere dicendo la nostra opinione nella quale siamo già più o meno esistenzialmente coinvolti, anche perché, come si usa dire: un’opinione vale l’altra.

Nel secondo caso, siamo chiamati a rispondere riconoscendo una presenza. In effetti, Cristo non è riducibile a un’idea circa la quale possiamo avere un’opinione. Cristo è una presenza che ci chiede di prendere posizione. La presenza del Figlio di Dio tra gli uomini è un fatto che non si può eliminare dalla storia nostra e del mondo. L’accoglierlo o rifiutarlo non è come accogliere o rifiutare un’opinione. Il dire che Cristo è il Figlio del Dio vivente per San Pietro non fu esprimere una formula, ma riconoscere una Presenza. Fu l’esplicitazione di una scelta di vita che implicava una comunione di vita e non semplicemente la condivisione di opinioni.

Chiedendo: “Voi, chi dite che io sia?”, Cristo non fa un’indagine di opinione, ma fa la domanda dell’amante che, con questa domanda, non chiede all’amata un’opinione su di lui, ma se lui è per lei tutto. San Pietro rispondendo: “Tu sei il Figlio del Dio vivente”, riconobbe ad alta voce che Cristo era tutto per lui e per gli apostoli. Per questa avevano lasciato tutto: per avere il Tutto.

  Gesù non aveva bisogno della risposta di Pietro per avere informazioni o conferme su se stesso, per sapere se era più bravo degli altri maestri. Cristo vuole sapere se per Pietro e gli altri apostoli Lui era il centro affettivo della loro vita. Voleva sapere se i compagni della sua umana avventura lo amavano davvero, con un cuore aperto.

La conoscenza di Cristo è data a chi lo ama. Al di fuori dellamore non c’è conoscenza vera. Ci può essere conoscenza astratta di qualche teoria. Ma per quanto riguarda una persona noi la conosciamo davvero nella misura in cui lamiamo, e Dio è amore, e lo conosciamo attraverso lamore.

L’amore di sé, l’amore per una donna o per un uomo, il rapporto con gli altri, il modo in cui la realtà colpisce la sensibilità umana, il desiderio di conoscere, l’esperienza del bello, tutto questo sarebbe incomprensibile, se mancasse il rapporto dell’uomo con l’infinito Amore fatto carne.

Il Figlio di Dio … ha lavorato con mani d’uomo, ha pensato con mente d’uomo, ha agito con volontà d’uomo, ha amato con cuore d’uomo. Nascendo da Maria Vergine, egli si è fatto veramente uno di noi, in tutto simile a noi fuorché nel peccato (Conc. Vat. II, Cost. Gaudium et spes, 22). E’ importante allora recuperare lo stupore di fronte a questo mistero, lasciarci avvolgere dalla grandezza di questo evento: Dio, il vero Dio, Creatore di tutto, ha percorso come uomo le nostre strade, entrando nel tempo dell’uomo, per comunicarci la sua stessa vita (cfr 1 Gv 1,1-4). E lo ha fatto non con lo splendore di un sovrano, che assoggetta con il suo potere il mondo, ma con l’umiltà di un figlio di falegname.

Sull’esempio di Pietro riconosciamo Cristo non come espressione di un concetto ma come Persona vivente. Lui è il Messia, è il Dio che cammina con gli uomini perché gli uomini camminino con Dio, Lui è il Vivente. Lui è Verità gravida di vita, è fontana da cui la vita sgorga potente, inesauribile e illimitata, sorgente della vita. Se cerchiamo oltre le parole, se scendiamo al loro momento sorgivo, possiamo capire la risposta di Pietro per quello che è davvero: una dichiarazione d’amore: “Tu sei la mia vita. Trovando te ho trovato la vita”.

Non ci resta che fare altrettanto, perché anche noi troviamo la Vita e rispondiamo con la vita.


1) E’ la vita che deve rispondere.

Chi è Cristo? Questa domanda esistenziale, sempre attuale e ineliminabile, è rivolta al mondo, ai discepoli e, oggi, a noi.

Il mondo, la gente risponde, nel migliore dei casi, che il Messia è un profeta, voce di Dio e suo respiro. E’ una bella risposta ma è sbagliata, soprattutto perché Gesù non è riducibile ad una delle personalità religiose che hanno detto e fatto cose grandiose. Gesù non ha portato nel mondo solo un messaggio profondo e vero, ma ha portato Dio stesso.

Pietro, che aveva il primato dell’amore, a nome dei discepoli, risponde: “Tu sei il Cristo, Figlio di Dio vivente”, mette in risalto ciò che per molti è una strana “pretesa”: Cristo non è solamente un importante personaggio storico, non solo è vero, ma vivo. Quindi il problema non è tanto quello di conoscerlo come si conosce una teoria del passato anche se ancora attuale, ma incontrare Lui, la Vita vera che dà vita allora come oggi: sempre.

Noi, oggi, nel solco della risposta di Pietro, siamo chiamati a rispondere che Cristo non solamente è esistito ed è vero, ma è conoscibile ed incontrabile. Lui è vivo e presente, è il Dio del fiore vivo e non dei morti pensieri.

Nel Vangelo di questa domenica sono descritti due modi di conoscere Cristo.

Il primo è quello di una conoscenza esterna, caratterizzata dall’opinione corrente e dalla riduzione del Messia a una persona grande quanto grandi sono stati i profeti. Infatti, alla domanda di Gesù: “La gente chi dice che sia il Figlio dell’Uomo?”, i discepoli rispondono: “Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti”. Vale a dire che Cristo è considerato come un personaggio religioso in più, magari il più grande ma simile a quelli già conosciuti.

Il secondo è quello della conoscenza che viene dall'esperienza di comunione. In effetti rivolgendosi personalmente ai discepoli che da tanto tempo sono con Lui, Gesù chiede: “Ma voi, chi dite che io sia?”. Dalla vita con Cristo, dall’esperienza di comunione con Gesù, Pietro ricava la risposta dando quella che è la prima confessione di fede: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”, professione di fede fatta anche a nome degli altri discepoli.

La fede va al di là dei semplici dati empirici o storici, ed è capace di cogliere il mistero della persona di Cristo nella sua profondità. La fede nasce dall’incontro e cresce nel rinnovarsi quotidiano di questo incontro tra Cristo, Pietro e gli altri discepoli, vale a dire anche noi, figli di Dio e della Chiesa.


2) La Chiesa ed il Papa, Garante di verità e di carità.

Il brano del Vangelo di oggi non parla solo di Cristo e di Pietro, ma anche alla Chiesa. Ci dice anzitutto che la Chiesa appartiene a Cristo: “La mia Chiesa” e ne sottolinea la perenne stabilità: la Chiesa è come una casa costruita sulla roccia, anche se poggia apparentemente sulla fragilità degli uomini: “Le porte degli inferi non prevarranno contro di essa”. Una stabilità sofferta, ma sicura. Sofferta perché la chiave di cui parla Cristo e che Lui dona a Pietro è la Croce. Sicura perché fondata sulla roccia di una fede solida e di un amore granitico. Pietro è roccia nella misura in cui ancora trasmette Cristo, tesoro per l’intera umanità. E’ roccia nella misura in cui mostra che Dio è vivo fra noi e ci chiama a partecipare al Suo amore crocifisso, disarmato1, costante2: eterno.

“Voi chi dite che io sia?” Chiese Cristo ai discepoli e Pietro disse solo “Dio”: Cristo non era solo ciò che Pietro diceva di lui, ma ciò di cui viveva: “Maestro solamente Tu hai parole di vita eterna”.

Il cristianesimo prima di essere una dottrina e una morale, è una Persona che ci ama ed è da amare. L’amore di Dio ha scritto il suo racconto sul corpo di Cristo con l’alfabeto delle ferite, indelebili come l’amore.

Le due immagini della roccia e delle chiavi, a cui Gesù ricorre sono in se stesse molto chiare: Pietro sarà il fondamento roccioso su cui poggerà l’edificio della Chiesa. Lui avrà le chiavi del Regno dei cieli per aprire o chiudere a chi gli sembrerà giusto, secondo verità e carità. Infine, Lui potrà legare o sciogliere nel senso che potrà stabilire o proibire ciò che riterrà necessario per la vita della Chiesa, che è e resta di Cristo. E’ sempre Chiesa di Cristo e non di Pietro.

Queste due immagini parlano di fede e di fiducia, della fede di Simone e della fiducia di Gesù. La pietra o roccia mette in evidenza la stabilità del credere come il verbo ebraico amen che significa appunto “sto saldo”.

È la roccia che tiene salda la casa. Ed è a questa Roccia che è data una piena autorità: “A lui sono affidate le chiavi”, per proibire e permettere, separare e perdonare. Non si dimentichi tuttavia che l'autorità di Pietro è vicaria. Pietro è l'immagine di un Altro, di Cristo, che è il vero Signore della Chiesa.

La fede, che emerge da queste parole: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”, non è il frutto di una speculazione, non c'entrano “carne e sangue”. Fosse stato per “la carne e il sangue, Pietro non avrebbe potuto vedere in Gesù solamente “qualcuno dei profeti”. Davanti a Gesù non basta il "pensiero secondo gli uomini", per quanto sottile e intelligente: a Dio, infatti, “è piaciuto nascondere queste cose ai sapienti e agli intelligenti per rivelarle ai piccoli”. Nel momento che, a nome della Chiesa intera, Pietro professa il fondamento della fede, è il più piccolo tra i piccoli suoi fratelli, ma ama Cristo più di tutti gli altri, per questo, e solo per questo, ne è divenuto il primo, vertice insostituibile di comunione. Non si tratta di un pio esercizio di umiltà, ma della verità fatta persona e amata più di se stesso.

E su Pietro che L’amava più di tutti gli altri, su salda pietra d’amore, Gesù ha edificato la Sua Chiesa, e le porte dell'Inferno non hanno prevalso e non prevarrano su di essa.

Il peso e la gloria del Primo tra gli Apostoli, come quelle dei suoi successori, nascono dal segno divino impresso nel suo cuore e nella sua mente. Pietro dovrà lottare ogni giorno, per tenere a bada “carne e sangue”.

Pietro dovrà proteggere la Verità e la Comunione accettando ogni giorno la consegna delle chiavi: la Croce che ha aperto le porte del Paradiso. La Croce è la “chiave” con la quale il Signore ha aperto il Cielo e chiuso l’inferno per tutti quelli che accolgono Lui, il Crocifisso. La Croce è il pastorale di Pietro e dei suoi successori, che possono pascere i fedeli perché sono i primi nell’amore, di un amore umile e mite che “scioglie” gli uomini dalla schiavitù del mondo, dalla carne e dal demonio, e li “lega” a Cristo in una fraternità eterna che li fa per sempre figli del Padre celeste.


3) Il principio mariano.

Non solo Pietro, ma in lui e con lui tutta la Chiesa dice: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”. Da quel giorno Pietro e la Chiesa annunciano la fede che vince il mondo in ogni suo centimetro quadrato, pronti a sporcarsi come Gesù alla ricerca di ogni pecora perduta, come Papa Francesco ce lo ricorda spesso.

Tutti noi, chiamati a riconoscere l’amore di Dio nelle situazioni più difficili, laddove il peccato “lega” gli uomini al dolore e alla morte per “scioglierli” nella libertà dei figli di Dio. Ma dobbiamo tenere presente che nella Chiesa, oltre al principio petrino3, vi è il principio mariano.

Nella lettera enciclica Mulieris dignitatem, San Giovanni Paolo II ricorda che Maria è “Regina degli Apostoli” pur senza rivendicare poteri apostolici per sé. Ella possiede qualcos’altro e qualcosa di più. Cos’è il “qualcosa di più” nel principio mariano nella chiesa? Balthasar ci dice che Maria scompare nel cuore della Chiesa per rimanervi come una reale presenza che però cede sempre il posto al proprio Figlio.

Questo principio mariano è ben custodito e “promosso” dalle Vergini consacrate nel mondo. E’ l’amore da loro maternamente4 vissuto e accolto. In effetti, rispondendo alla loro vocazione queste donne consacrate vivono il principio mariano come accoglienza. Esse vivono la dimensione dell’accoglienza, dell’attualizzazione del dono vivificante della salvezza nell’oggi dell’umanità, dimensione essenziale della vita cristiana ed ecclesiale, che ha il suo modello in Maria, Vergine e Madre. Al momento dell’annunciazione, col suo “sì” la giovane donna di Nazareth accolse in sé il Verbo di Dio e Gli diede carne umana. Ai piedi della Croce, Maria fu investita da una nuova maternità che abbracciò e continua ad abbracciare l’intera umanità. Con un nuovo “sì”, accettò la volontà di Dio indicatale da Gesù morente, e restituì a Dio Padre il Figlio che aveva concepito in sé, accogliendo in sua vece Giovanni, e in lui l’umanità.

Le Vergini consacrate sono invitate a praticare questa fecondità dalla preghiera del Vescovo: “Che Gesù, nostro Signore, sposo fedele di quelle a Lui consacrate, vi doni, mediante la sua Parola, una vita felice e feconda… Che lo Spirito Santo, che fu dato alla Vergine Maria e che oggi ha consacrato i vostri cuori, vi animi con la sua forza per il servizio di Dio e della Chiesa” (Rituale della consacrazione delle Vergini, n. 36).

Queste donne, sull’esempio di Maria, praticano la “carità dell’unità” (Sant’Agostino), vivendo la consacrazione allo Sposo Gesù con un’esistenza incentrata sull’amore: amore ricevuto, corrisposto e donato.

 

1 Gesù non ha mai radunato eserciti e in questo mondo di prepotenti ha detto: Beati i miti, gli inermi, i tessitori di pace.

2 Niente mai, né angeli né demoni, né cielo né abisso, niente mai ci separerà dall’amore di Dio (cf. Rm 8, 39). Niente, mai: due parole assolute, perfette, totali: siamo inseparabili dall'amore di Cristo.

3 Per quanto riguarda il principio petrino, Hans Urs von Balthasar tratteggia cinque punti:

a. La dimensione istituzionale è la struttura che rappresenta Cristo, come Capo del Corpo, che continua ad esservi presente e genera vita attraverso i sacramenti, il ministero, e così via.

b. L’istituzione è dunque la condizione della possibilità della presenza personale, non-distorta, di Cristo nella Chiesa.

c. L’istituzione mette a disposizione una “regola” oggettiva sotto la quale si può vivere senza sbandamenti.

d. Il principio petrino è educativo in quanto ci forma alla mente di Cristo.

e. Esso garantisce l’autenticità del senso profetico della fede vivente dei credenti.

4 Adottando il linguaggio della famiglia, Hans Urs von Balthasar parla del ministero petrino nella Chiesa come del ruolo del capofamiglia. Maria invece è la Madre. Maria costituisce l’unità interna della chiesa mentre Pietro è, nell’ambito del collegio degli apostoli, il principio di unità esterno.


 

Lettura Patristica

Innocenzo III,

Sermo 21

La fede di Pietro nel Cristo


       "Beato te, Simone figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli" (Mt 16,17)... che abita le celesti menti e le illumina con la luce di verità. "Ha nascosto", infatti, "queste cose ai sapienti e le ha rivelate ai piccoli" (Mt 11,25), quale è Pietro, non superbo, bensì umile. Perciò Simone viene benedetto, come dire dichiarato obbediente; figlio di Giona, ovvero di Giovanni, che si interpreta grazia di Dio; infatti la virtù dell’obbedienza procede dalla grazia divina.


       Tale beatitudine si sostanzia soprattutto di conoscenza e di amore, come dire di fede e di carità. Delle quali virtù, l’una è prima, l’altra è precipua... Entrambe, il Signore le richiese da Pietro: la fede, quando gli dette le chiavi; la carità, quando gli affidò il gregge (Jn 21). Nella concessione delle chiavi, interrogando sulla fede, chiese: "Ma voi chi dite che io sia? E Pietro rispose: Tu sei il Cristo, il Figlio di Dio vivo" (Mt 16,15-16). Nell’affidamento del gregge, esigendo la carità, chiese: "Simone di Giovanni, mi ami tu più di costoro? Ed egli rispose: Signore, tu sai che io ti amo" (Jn 21,15)...


       Quale e quanta fosse la fede di Pietro, lo indicò senza dubbio la sua risposta: "Tu sei" - egli disse - "il Cristo, il Figlio del Dio vivo. Infatti, con il cuore si crede per ottenere la giustizia e con la bocca si fa la professione della fede per avere la salvezza" (Rm 10,10). Egli confessa difatti in Cristo due nature e una persona. La natura umana, quando dice: "Tu sei il Cristo", che significa "unto", secondo l’umanità, come afferma di lui il Profeta: "Il tuo Dio ti ha unto con olio di letizia, a preferenza dei tuoi eguali" (Ps 44,8). La natura divina, quando aggiunge: "Figlio del Dio vivo"...


       Quindi non "sei" soltanto Figlio dell’uomo, ma anche "Figlio di Dio": non morto, in ogni caso come gli dèi dei gentili... bensì "Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivo", che vive in sé e vivifica l’universo, "nel quale viviamo, ci muoviamo e siamo" (Ac 17,28). Una cotal fede il Signore non permise che subisse l’erosione di alcuna tentazione. Per cui, quando disse al beato Pietro, all’approssimarsi della Passione: "Simone, ecco Satana vi ha cercato per vagliarvi come il grano", aggiunse subito: "Ma io ho pregato per te, che non venga meno la tua fede; e tu, una volta ravveduto, conferma i tuoi fratelli" (Lc 22,31-32). Si può infatti ritenere che talvolta abbia dubitato, ragion per cui il Signore lo rimproverò: "Uomo di poca fede, perché hai dubitato?" (Mt 14,31); tuttavia, poiché convalidò la solidità della sua fede, lo liberò all’istante dal pericolo pelagiano.


       Questa fede vera e santa, non procedette da formulazione umana, ma da rivelazione divina. Motivo per cui Cristo concluse: "Beato te, Simone figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre che sta nei cieli". Su questa fede quasi su pietra, è fondata la Chiesa; ecco perché il Signore aggiunse: "Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa" (Mt 16,17-18). Questa dignità si esplicita in due modi, in quanto il beatissimo Pietro è nientemeno fondamento e insieme capo della Chiesa. In effetti, va detto che primo ed essenziale fondamento è Cristo, così come afferma l’Apostolo: "Nessuno può porre un fondamento diverso da quello che già vi si trova, che è Gesù Cristo" (1Co 3,11), esistono tuttavia fondamenta di second’ordine e secondari, ovvero gli apostoli e i profeti e, in merito a ciò, dice l’Apostolo: "Edificati sopra il fondamento degli apostoli e dei profeti" (Ep 2,20), dei quali altrove è detto per bocca del Profeta: "Le sue fondamenta sono sui monti santi" (Ps 86,1). Tra questi, il beatissimo Pietro è primo e precipuo.