venerdì 13 marzo 2020

Un incontro che disseta per sempre.

Rito Romano – III Domenica di Quaresima – Anno A – 15 marzo 2020
Es 17,3-7; Rm 5,1-2.5-8; Gv 4,5-42
La sete di Gesù e quella della Samaritana.

Rito Ambrosiano – III Domenica di Quaresima
Es 34,1-10; Sal 105; Gal 3,6-14; Gv 8,31-59
Domenica di Abramo.
  1. Sete che permette di trovare chi non si cercava.
Nel brano del Vangelo di questa domenica, San Giovanni ci presenta
  • un pozzo, quello che Giacobbe aveva lasciato a Giuseppe, perché ci si potesse abbeverare,
  • una brocca, che verrà abbandonata quale simbolo della vita di prima,
  • una donna samaritana che, dialogando con Gesù, predispone il cuore all’ascolto e crede che lo sconosciuto sia il Messia ed infine
  • Gesù che, dialogando con la samaritana, si manifesta come Messia.
Va, però, tenuto presente che questa donna andava a pren­dere acqua “materiale” e il vangelo non ci dice che avesse particolari esigenze spirituali. Dal racconto si può dedurre che si tratta di una giovane donna amante, contesa per la sua bellezza, una giovane donna che facilmente si abban­donava al primo venuto e,in fondo, era contenta della sua vita. Aveva aveva già avuto sette “mariti” e viveva con un altro uomo, ma non appare dal Vangelo che in lei ci fosse qual­che rimorso che preparasse il suo incontro con Cristo. Andava, forse cantando, portando sul capo o sulle spalle l’anfora vuo­ta, lieta di vivere e contenta di essere amata. Il fatto poi del suo linguaggio col Signore, a cui risponde portando il discorso su un piano puramente umano, dimostra che era ben lontana dal prevedere quello che sarebbe avvenuto, che era ben lontana anche dal desiderarlo.
Anche a noi può succedere di incontrare Cristo là dove non avremmo mai creduto trovarlo. Forse i nostri incontri più veri, più profondi, più vivi con Dio non si sono realizzati là dove pensavamo che fosse ad aspettarci, che era pronto a riceverci, ma nei luoghi più impensati, nei momenti più imprevedibili.
La cosa importante è di non spegnere la sete, di non soffocare la domanda di senso che anche il corpo manifesta e lasciarci attrarre da Cristo perché noi restiamo in Lui, che genera in noi una vita nuova. E’ grazie a questo processo che implica tempo e libertà che gli eventi della vita irrompono nella nostra vita e diventano incontri che ci trasformano.
L’importante è essere in cammino, come questa donna o come San Paolo che incontrò Gesù che stava perseguitando nei cristiani. Questi due (ma anche noi) s’incontrarono con Cristo in un momento in cui meno pensavano e meno sembravano preparati all’incontro. Ma questo è il bello degli incontri con Dio. Spesso non sono legati ai nostri sforzi. Sono un dono di un amore infinito, che ci riempie di stupore e gratitudine. Sorpresi da questo dono inatteso, siamo nella gioia perché sperimentiamo che siamo amati e che la sete di vita piena e duratura riceve la risposta esauriente in Cristo. Oso dire anche che nell’incontro con Cristo riceviamo il dono di noi stessi da Lui.

2) Un Povero che chiede per poter donare.
Nel suo esodo Gesù passa per la Samaria e si ferma al pozzo di Giacobbe nei pressi della città di Sicar. Si siede su muretto che cinge il pozzo perché è stanco di camminare, ha sete, ma è povero e non ha mezzi per attingere l’acqua. Aspetta che venga qualcuno che possa attingere l’acqua per lui e dissetarlo, ma la sua umile richiesta è un “pretesto” per poter donare se stesso.
Cristo è così assetato di noi che non esita a chiedere dell’acqua per il suo corpo e così poter offrire se stesso come sorgente di acqua che disseta per sempre, perché sa che quanti vanno al pozzo a prender l'acqua hanno sete di un'altra acqua, anche se credono di non averne bisogno.
Cristo ha sete, ma la sua non è solo una sete fisica, è spirituale: ha sete di noi, che oggi siamo rappresentati dalla Samaritana. Gesù si fa buon Samaritano alla samaritana e, proponendo un’acqua che disseta anche il cuore, la invita alla conversione,.
In fondo che cosa significa “conversione”? 
Non è solo un atto della volontà, ma è una risposta all'Amore di Dio che si è fatto strada nel nostro spesso complicato, confuso o disordinato modo di vivere, che ci rende assetati di tutto. Chiediamo a Cristo di versare anche nei nostri cuori il vero amore così da avere un costante desiderio di Lui e il deserto della vita fiorirà, e saremo nelle sue mani amorose e salde, sempre.
Il cammino di conversione, che il cuore della donna di Samaria percorre, non è senza resistenze. La ricerca di Dio da parte dell'essere umano corre sempre il pericolo di rinchiudersi in se stessa, è sempre minacciata, quindi l’evangelista Giovanni mette a nudo le radici di questa chiusura su se stessi, mettendo in evidenza che, all’inizio, la Samaritana non capisce. In effetti quando si lascia andare al suo istinto e alla sua reattività, l’uomo non è più capace né di capire la parola di Dio, né di interpretare correttamente le proprie attese. Il cuore ha sete e come una cerva anela all’acqua, ma la cerca in modo sbagliato, con delle pretese e dei pregiudizi. La donna intuisce qualcosa del dono di cui Cristo parla (l'acqua), ma lo interpreta sul metro delle proprie preoccupazioni: “Signore, gli disse la donna, dammi di quest'acqua, perché non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua1. La tentazione di chi cerca Dio è sempre di rinchiudere il dono di Dio dentro la propria attesa. Ma Dio non si lascia rinchiudere nelle attese dell'uomo: le dilata. La donna cerca di situare Gesù nelle categorie religiose tradizionali, ma Gesù non esita a mostrare la loro inadeguatezza. Per due volte – a proposito del dono dell'acqua e del luogo del culto – la donna evoca la grandezza dei patriarchi 2, evoca il passato: la sua ricerca è chiusa nel passato. Gesù la costringe a guardare al futuro e a prendere coscienza che nel mondo è arrivata la novità e che questa rinnova il problema dalle fondamenta. La novità non sta in qualcosa che disseta il corpo arido, ma in Qualcuno che disseta il cuore ricolmandolo,
Già san Paolo aveva compreso che Gesù è “l'acqua che disseta”, quando affermò: “E la Roccia era Cristo”3, in riferimento al testo della prima lettura di oggi. Alle volte possiamo forse sentirci messi alla prova dall'arsura della sete, ma Gesù ci sarà sempre vicino con l'acqua viva del suo amore. L'acqua che è Cristo stesso non soltanto disseta, ma purifica e dà vita. Infatti, dal costato aperto di Cristo sono sgorgati acqua e sangue, simbolo dei sacramenti del battesimo e dell'eucaristia. Ma non è sufficiente essere dissetati, purificati, vivificati dall'Acqua di Cristo. Quest'acqua non è soltanto per noi, è per tutti.
La Samaritana lo ha capito. Ha lasciato per qualche istante Gesù ed è andata in città, facendosi “missionaria” verso i suoi concittadini. L’umanità intera ha bisogno di essere dissetata e lavata da quest'acqua di Cristo. La donna, giunta al punto in cui Gesù intendeva condurla, lascia le sue precedenti preoccupazioni e corre in città (cf. Gv 4,28). Il suo incontro con Cristo si fa comunitario, il suo cammino diventa missionario.
Questa ricerca e questo incontro della donna di Samaria e dei suoi concittadini è, ovviamente, un'immagine del cammino di ogni uomo verso Dio.

3) La sete di Gesù Maestro.
Il Vangelo ci parla di un ambiente “scolastico” inconsueto, un pozzo, e un maestro inatteso: Dio. Un Maestro che oggi sceglie come cattedra un muretto, per insegnare non dall’alto ma all’altezza del cuore, e come ascoltatore una donna. Di questo fatto se ne stupirono per primi i discepoli sia perché era samaritana4 e sia perché era donna. Non sapevano ancora che la Chiesa di Cristo avrebbe posto una Donna quale mediatrice tra i figli e il Figlio. La Madonna che riunì in sé, unica fra tutte, le due supreme perfezioni della donna: la Vergine e la Madre, che soffrì per noi dalla notte della nascita a quella della morte di Gesù, fratello nostro.
Un Maestro che per fare attingere la verità dal suo cuore, chiede da bere. Nel Vangelo solo due volte è detto che Gesù ha sete: in questo incontro con la samaritana e sulla Croce. E dalla Croce continua a dire “ho sete”, rivolgendosi a ciascuno di noi, perché di ognuno di noi ha sete e ci dice: “Conosco il tuo cuore, la tua solitudine e il tuo dolore, le reazioni, i giudizi e le umiliazioni. lo ho sopportato tutto questo prima dite. Ho portato su di Me tutto questo per te affinché tu possa dividere anche la Mia potenza e vittoria. Conosco specialmente il tuo bisogno di amore e di bere alla fonte dell'amore e della consolazione. Quante volte la tua sete è stata vana; dissetandoti in modo egoistico, riempiendo la tua sete di piaceri illusori, cioè la vacuità ancora più grande del peccato! Hai sete di amore? “Venite a Me o voi assetati...” (Gv. 7,37). Io vi darò da bere fino a pienezza. Hai sete di essere amato? Ti amo più di quanto puoi immaginare, al punto di morire in croce per te.
Ho sete del tuo amore. Sì, questo è il solo modo di dirti il Mio amore: HO SETE DI TE. Ho sete di amarti e di essere amato. Per dimostrarti quanto sei prezioso per Me! HO SETE DI TE. Non dubitare mai della Mia Grazia, del mio desiderio di perdonarti, di benedirti e di vivere la mia vita in te. HO SETE DI TE. Aprimi, vieni a me, sii assetato di me, offrimi la tua vita. E io ti dimostrerò quanto conti per il Mio cuore”.5 Gesù Cristo, Figlio di Dio, ha sete della nostra sete (cfr San Gregorio di Nazianzo), ha desiderio del nostro desiderio. Ha bisogno di noi, ha sete di fratelli.
La nostra domanda è risposta alla sete di Cristo. Non è poi così paradossale affermare che La nostra preghiera di domanda è una risposta. E’ un dato di fatto. Con la forza dell’amore siamo chiamati a rispondere al lamento del Dio vivente: “Essi hanno abbandonato me, sorgente d'acqua viva, per scavarsi cisterne, cisterne screpolate6, risposta di fede alla promessa gratuita di salvezza7, risposta d'amore alla sete del Figlio unigenito8.
A tutti si rinnova l’invito di Dio: “O voi tutti assetati venite all'acqua, chi non ha denaro venga ugualmente; comprate e mangiate senza denaro e senza spesa, vino e latte9, Chi ha sete venga, chi vuole prenda in dono dell'acqua della vita10. E’ un chiaro invito di Gesù Cristo a tutti gli uomini. E’ un incoraggiamento a “bere” dalla fonte eterna: l'unica che toglie la sete del cuore e della mente, che guarisce l’anima e il corpo, l’unica che dona salvezza, la sola che dà la felicità che dura per sempre.
Ma teniamo ben presente che questa acqua scaturisce anche da coloro che hanno creduto in Lui come Salvatore, i quali, simili a vasi di terra, sono chiamati ad essere ripieni dell'Acqua della Vita11 e si dispongono umilmente a condividerla. 
Le Vergini Consacrate sono chiamate a vivere questa condivisione mediante la consacrazione, la donazione totale a Dio, da loro portato come vasi sacri, fragili come la creta ma forti della grazia, da cui attingere l’amore che dio ha riversato in loro.
Le Vergini consacrate, poi, con la loro dedizione assidua alla preghiera testimoniano che la preghiera e la vita spirituale autentica sono simili alla pulsione primaria, istintiva della sete che è bisogno primario ed elementare. È una necessità quasi “animalesca”, analoga a quella che il profeta Geremia raffigurava nella brama degli asini selvatici, che durante la siccità “si fermano sulle alture e aspirano l’aria come sciacalli” a causa delle fauci riarse, “mentre i loro occhi languiscono, perché non si trova più erba12. Ma il vivere la preghiera e la vita come risposta alla sete di Dio permette a loro, ed anche a noi di pregare così: “Il tuo amore è più dolce della vita, le mie labbra ti celebrano13. Queste donne testimoniano di aver capito la lezione di Gesù alla Samaritana. Non cercano Dio sulla montagna di Samaria né di Sion, Lo cercano e trovano dentro il loro cuore come pozzo da cui sgorga acqua di vita eterna. Sono assetate di Dio e per questo il loro Rituale per la Consacrazione cita il Salmo 41: “Come un cervo assetato cerca l’acqua viva, così la mia anima cerca te, Dio mio” (v. 2). Poi dissetate da Dio, “sono consacrate al culto divino della lode e del servizio a tutti gli uomini” (cfr aggiunta alla Preghiera eucaristica IV durante la Messa per la loro Consacrazione).
Con la loro vita queste donne dicono, come Abramo14: “Mi fido di Te; mi affido a Te, Signore”. Esse ci richiamano che credere in Dio significa fondare su di Lui la mia vita, lasciare che la sua Parola la orienti ogni giorno, nelle scelte concrete, senza paura di perdere qualcosa di se stessi, senza esitare a consacrarsi a Dio, completamente.

1Gv 4,15.
2Gv 4,12.20.
31 Cor 10,4,
4Non dobbiamo dimenticare che tra Ebrei e samaritani non correva buon sangue da quando questi ultimi si erano formati un regno ed un culto autonomo. Erano degli scismatici, e per di più mescolati con coloni stranieri (assiri) praticanti culti pagani. I rapporti erano improntati ad ostilità: condannati quelli personali, evitato persino l'attraversamento della regione, situata tra Giudea e Galilea, seguendo un percorso ben più lungo, pur di evitarli.
I Samaritani al Tempio di Gerusalemme contrapponevano il loro sul monte Garizim. E' chiaro che per i Giudei questo rappresentava un fatto gravissimo, perché essi consideravano essenziale l'unicità del Tempio, luogo della presenza di Jahvé in mezzo al popolo.
5Preghiera della B. Teresa di Calcutta, che ha voluto che accanto al Crocifisso posto dietro l’altare di ogni cappella delle Case delle sue Suore ci sia scritto “I THIRST” = Ho sete. Può essere utile consultare http://www.motherteresa.org.
6Ger 2,13.
7Cfr Gv 7,37-39; Is 12,3; 51,1.
8Cfr Gv 19,28; Zc 12,10; 13,1.
9Is 55,1.
10Ap 22,17.
11Gv 7,38-39.
12Ger 14,6.
13Sal 63,4.
14A questo Patriarca è “dedicata” la II domenica di quaresima del Rito Ambrosiano. Abramo, il credente, ci insegna la fede; e, da straniero sulla terra, ci indica la vera patria. La fede ci rende pellegrini sulla terra, inseriti nel mondo e nella storia, ma in cammino verso la patria celeste. Credere in Dio ci rende dunque portatori di valori che spesso non coincidono con la moda e l’opinione del momento. In tante nostre società Dio è diventato il ‘grande assente’ e al suo posto vi sono molti idoli, diversissimi idoli e soprattutto il possesso e l’‘io’ autonomo. E anche i notevoli e positivi progressi della scienza e della tecnica hanno indotto nell’uomo un’illusione di onnipotenza e di autosufficienza, e un crescente egocentrismo ha creato non pochi squilibri all’interno dei rapporti interpersonali e dei comportamenti sociali. Eppure la sete di Dio non si è estinta e il messaggio evangelico continua a risuonare attraverso le parole e le opere di tanti uomini e donne di fede.



Lettura Patristica
Dalle "Catechesi" di san Cirillo di Gerusalemme, vescovo
(Catech. 16, sullo Spirito Santo 1,11-12.16; PG 33,931-935.939-942)
L'acqua viva dello Spirito Santo


"L'acqua che io gli darò diventerà in lui sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna" (Gv 4,14). Nuova specie di acqua che vive e zampilla, ma zampilla solo per chi ne è degno. Per quale motivo la grazia dello Spirito è chiamata acqua? Certamente perché tutto ha bisogno dell'acqua. L'acqua è generatrice delle erbe e degli animali. L'acqua della pioggia discende dal cielo. Scende sempre allo stesso modo e forma, ma produce effetti multiformi. Altro è l'effetto prodotto nella palma, altro nella vite e così in tutte le cose, pur essendo sempre di un'unica natura e non potendo essere diversa da se stessa. La pioggia infatti non discende diversa, non cambia se stessa, ma si adatta alle esigenze degli esseri che la ricevono e diventa per ognuno di essi quel dono provvidenziale di cui abbisognano.
Allo stesso modo anche lo Spirito Santo, può essendo unico e di una sola forma e indivisibile, distribuisce ad ognuno la grazia come vuole. E come un albero inaridito, ricevendo l'acqua, torna a germogliare, così l'anima peccatrice, resa degna del dono dello Spirito Santo attraverso la penitenza, porta grappoli di giustizia. Lo Spirito appartiene ad un'unica sostanza, però, per disposizione divina e per i meriti di Cristo, opera effetti molteplici
.
Infatti si serve della lingua di uno per la sapienza. Illumina la mente di un altro con la profezia. A uno conferisce il potere di scacciare i demoni, a un altro largisce il dono di interpretare le divine Scritture. Rafforza la temperanza di questo, mentre a quello insegna la misericordia. Ispira a un fedele la pratica del digiuno, ad altri forme ascetiche differenti. C'è chi da lui apprende la saggezza nelle cose temporali e chi perfino riceve da lui la forza di accettare il martirio. Nell'uno lo Spirito produce un effetto, nell'altro ne produce uno diverso, pur rimanendo sempre uguale a se stesso. Si verifica così quanto sta scritto: "A ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per l'utilità comune" (1Cor 12,7).
Mite e lieve il suo avvento, fragrante e soave la sua presenza, leggerissimo il suo giogo. Il suo arrivo è preceduto dai raggi splendenti della luce e della scienza. Giunge come fratello e protettore. Viene infatti a salvare, a sanare, a insegnare, a esortare, a rafforzare e a consolare. Anzitutto illumina la mente di colui che lo riceve e poi, per mezzo di questi, anche degli altri.

E come colui che prima si trovava nelle tenebre, all'apparire improvviso del sole riceve la luce nell'occhio del corpo e ciò che prima non vedeva, vede ora chiaramente, così anche colui che è stato ritenuto degno del dono dello Spirito Santo, viene illuminato nell'anima e, elevato al di sopra dell'uomo, vede cose che prima non conosceva.

venerdì 6 marzo 2020

Trasfigurazione: quello che è avvenuto in Cristo avviene in noi.

Rito Romano – II Domenica di Quaresima – Anno A – 8 marzo 2020
Gen 12,1-4; Sal 32; 2 Tm 1,8-10; Mt 17,1-9
In Cristo tutta la realtà è trasfigurata.

Rito Ambrosiano – II Domenica di Quaresima – Domenica della Samaritana
Es 20,2-24; Sal 18; Ef 1,15-23; Gv 4,5-42
L’incontro con Cristo trasfigura chi è sfigurato.


Premessa
La liturgia della Chiesa ci fa vivere la quaresima come esodo (=cammino) di liberazione. L’esodo fatto sotto la guida di Mosè fu una liberazione dalla schiavitù dell’Egitto per raggiungere la libertà della Terra promessa, dove la Pasqua (=passaggio) ebraica giunse a compimento.
Quell’esodo, che fu il cammino nel deserto compiuto dal popolo eletto per rispondere alla sua vocazione divina, è l’annuncio e la visione di un cammino che noi oggi siamo chiamati a fare, in particolare durante la Quaresima.
La vita di Cristo può e deve essere vista come un rinnovarsi di quel pellegrinaggio verso la patria portando al Padre l’umanità intera. E la Lettera agli Ebrei mostra la Chiesa cristiana come popolo di Dio, il nuovo Israele, peregrinante verso la patria vera: quella celeste.
Anche la nostra vita è il rinnovarsi di quella storia lontana. Origene scrisse: “Non credere che questi avvenimenti si siano compiuti tempo fa, ma che per te che oggi ascolti non avvenga nulla di simile. Tutto si compie in te, spiritualmente…”
In questo cammino Cristo è la nostra guida. Lui è il nuovo Mosé che ci conduce attraverso il deserto della vita.
L’esodo cristiano, come quello ebraico, non è un cammino solo in terra pianeggiante, è anche salita su vari monti.
  Dunque, camminando con Cristo, saliamo con Lui sul monte della tentazione, sul monte della sua grande predicazione, sul monte della preghiera, sul monte della trasfigurazione, il monte dell'angoscia (quello degli olivi), sul monte Calvario e sul monte dell'ascensione. Sullo sfondo si stagliano però anche il Sinai, l'Oreb, il Moria: i monti della rivelazione dell'Antico Testamento. Al tempo stesso, questi sono anche monti della passione e della rivelazione. Inoltre, rimandano, anche al monte del tempio su cui la rivelazione diventa liturgica.
Alla luce di ciò, possiamo dire che il monte è il luogo della salita - non solo della salita esteriore, ma anche dell’ascesa interiore. Salire il monte spiritualmente è un liberarsi dal peso della vita quotidiana, è un respirare nell’aria pura della creazione. Il monte che offre il panorama dell'ampiezza della creazione e della sua bellezza. il monte che ci dà elevatezza interiore e ci permette di intuire il Creatore. La storia sacra aggiunge a queste considerazioni l'esperienza del Dio che parla e l’esperienza della passione, che culmina nel sacrificio di Isacco, nel sacrificio dell'agnello, prefigurazione dell'Agnello definitivo, sacrificato sul monte Calvario. Mosè ed Elia avevano potuto ricevere la rivelazione di Dio sul monte; ora sul monte Tabor sono a colloquio con Colui che è la rivelazione di Dio in persona.

            1) Quaresima: Esodo di penitenza e di luce.
            La Quaresima non è solo un cammino di penitenza di persone addolorate per il loro peccato. Essa è cammino di luce o, meglio, di conversione alla luce. La vittoria sulla tentazione è già fonte di trasfigurazione.
            Il Vangelo di questa domenica ci presenta il fatto della Trasfigurazione di Cristo. E’ un un evento che ha segnato la vita non solo di Gesù, ma anche di Pietro, Giacomo e Giovanni, e deve segnare la nostra esistenza.
            Il contesto è di preghiera, sul monte Tabor. Si tratta di un momento molto particolare e privilegiato. E’ rivelazione della divinità di Gesù. E’ un momento di luce che Gesù ha voluto per preparare i suoi discepoli alla passione e, quindi anche noi perché arriviamo preparati al Venerdì santo. Anche noi dobbiamo entrare nel mistero della Trasfigurazione, farlo nostro. Non dobbiamo solo contemplare Cristo radioso, ma diventare ciò che contempliamo.
            Il primo modo di partecipare al dono soprannaturale della Trasfigurazione è dare spazio alla preghiera e all’ascolto della Parola di Dio, è fissare il nostro sguardo sull’Ostia consacrata. Inoltre, soprattutto in questo tempo di Quaresima, è rispondere all’invito divino della penitenza con qualche atto volontario di mortificazione, al di fuori delle rinunce imposte dal peso della vita quotidiana.
            Un altro modo di vivere il mistero della Trasfigurazione è quello di immaginarci la scena, come il Vangelo ce la descrive, e immedesimarsi in uno dei tre apostoli che hanno accompagnato Gesù sul monte Tabor:“E fu trasfigurato davanti a loro (i tre apostoli: Pietro, Giacomo e Giovanni): il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce” (Mt 17,1-2). Gesù si trasfigura: le vesti candide[1] e il volto splendente ci pongono in direzione del Figlio dell'uomo, glorioso e vincitore. In questo modo ci è rivelato che Gesù, che è in cammino verso la Croce, è il Signore  e in realtà è in cammino verso la luce della Risurrezione. L’ultimo e penoso pellegrinaggio che Gesù sta percorrendo nasconde un significato pasquale. Ma si tratta di un anticipo fugace e provvisorio: la strada da percorrere è quella della Croce. E difatti i tre discepoli prediletti, chiamati a vedere in anticipo la gloria di Gesù, sono i medesimi che nel Getsemani, saranno chiamati a vedere la sua debolezza. Pietro, Giacomo e Giovanni ( e noi con loro), contemplando la divinità del Signore, sono preparati ad affrontare lo scandalo della croce, come è cantato in un antico inno: “Sul monte ti sei trasfigurato e i tuoi discepoli, per quanto ne erano capaci, hanno contemplato la tua gloria, affinché, vedendoti crocifisso, comprendessero che la tua passione era volontaria e annunciassero al mondo che tu sei veramente lo splendore del Padre”.

            2) Le tende e la Tenda.
            Il Vangelo prosegue narrando che, accanto a Gesù trasfigurato, “apparvero Mosè ed Elia[2] che conversavano con lui” (Mt 17,3); Mosè ed Elia, figura della Legge e dei Profeti. Questi due grandi personaggi biblici ebbero il privilegio di «vedere e ascoltare» Dio sul monte Sinai e sull'Oreb, sono a fianco di Gesù sul monte della trasfigurazione e testimoniano la sua identità. Fu allora che Pietro, estasiato, esclamò: “Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne[3], una per te, una per Mosè e una per Elia” (Mt 17,4). Credo, però che in questo brano evangelico il dato della tenda/capanna si possa interpretare in riferimento all’esodo.
            I quarant’anni nel deserto furono un tempo di transizione e di prova , ma furono anche un tempo privilegiato. Nel deserto, le tende devono essere montate ogni sera e tolte via ogni mattina, è il luogo dell’orrore e della morte, è il luogo degli scorpioni, dei serpenti, è il luogo della sete e della fame, è il luogo dei razziatori nascosti che piombano all’improvviso sulla carovana. Ma è il tempo, coestensivamente, della forza e della vita; mai come nel deserto il popolo è forte perché è spoglio, è leggero, porta con sé poco bagaglio ma molta vita, molta speranza, molta energia, da farne tesoro in seguito, quando giungerà nella patria[4].
            Il deserto e le tende furono e sono un luogo privilegiato, il luogo dove si sta a tu per tu con Dio. Sono anche il luogo e il tempo della dipendenza totale. Già nel deserto dell’esodo le realtà che poi il Nuovo Testamento assumerà come ultime, messianiche ed escatologiche, cioè l’acqua, la manna e la Parola, sono intese precisamente in questo senso della totale dipendenza da Dio. 
            Il popolo che vive sotto la tenda non può fare a meno degli elementi vitali come l’acqua e il cibo, la manna, le quaglie del deserto (Es. 16, 1-36 e 17, 1-7). Il Signore manda i beni, ma il Signore vuole che il popolo abbia totale disponibilità e dipendenza e le dimostri, perché il Signore non fa mancare nulla a nessuno.
            Ma occorre parlare anche della Tenda con la T maiuscola. In effetti, già Sant’Agostino commenta la frase di San Pietro sul monte della Trasfigurazione, dicendo che noi abbiamo una sola dimora: Cristo; Egli “è la Parola di Dio, Parola di Dio nella Legge, Parola di Dio nei Profeti”[5]. Il Signore ha stabilito la sua Tenda in mezzo alle tende; queste tende diventano il luogo dove si vive una vita vera per il fatto che il Signore è presente, è l’Emmanuele, il Dio-con-noi, Dio tra noi, sempre. 
            Questa Tenda fra le tende implica un farsi come gli uomini da parte di Dio, un Dio che si abbassa, quasi si distrugge, per abitare in mezzo alle tende degli uomini.
            Un esempio di tende accanto alla Tenda sono le Vergini consacrate. Queste donne sono chiamate a vivere la loro esistenza con disponibilità e dipendenza piena. Nella Chiesa queste donne sono chiamate a donarsi totalmente al Signore col proposito di Verginità continuando a vivere nel mondo. La loro consacrazione manifesta l’importanza di una “totalità” gioiosa nel dono di sé e, di conseguenza, la ricerca costante del primato della contemplazione pur nella totale disponibilità per il servizio nella Chiesa, con e per i fratelli. In tale modo queste donne testimoniano che la luce di Dio trasfigura l’umanità e che Cristo è sempre luce della vita e bellezza dell’umanità.


NOTE
[1] San Massimo il Confessore afferma che “le vesti divenute bianche portavano il simbolo delle parole della Sacra Scrittura, che diventavano chiare e trasparenti e luminose” Ambiguum 10: PG 91, 1128 B.
[2] Mosè ed Elia sono personaggi particolarmente qualificati a discorrere con Gesù nel suo cammino. Mosè guidò il popolo di Dio nel passaggio dall'Egitto alla terra promessa e, chiamato da Dio a guidare la marcia di Israele verso la libertà, provò ripetutamente l'amarezza della contestazione e dell'abbandono. Infine morì alle soglie della terra promessa, senza la soddisfazione di entrarvi, non venne mai meno nella sua fede. Elia - profeta fra i più tenaci, insofferente a ogni forma di idolatria e della corruzione del governo - conobbe la via della fuga, del deserto e della solitudine, ma anche la gioia della presenza del Signore e il conforto della sua parola.Gesù è incamminato verso la Croce, ma è il profeta definitivo, l'ultima parola di Dio: «ascoltatelo». L'atteggiamento fondamentale del suo discepolo è l'ascolto.
[3] La nuova traduzione del Vangelo traduce la parola greca “skene” con “capanne” invece che “tende” in riferimento alla festa delle Capanne. La traduzione latina usa la parola “tabernaculum”. La festa di Sukkoth inizia il 15 del mese di Tishrì (settembre-ottobre, perché l calendario ebraico, a differenza del calendario cristiano, è lunare, segue cioè il ciclo della luna: per essere più precisi, si basa sull'intervallo di tempo che passa da un novilunio all'altro). Sukkoth in ebraico significa “capanne” e sono appunto le capanne a caratterizzare questa festa gioiosa che ricorda la permanenza degli ebrei nel deserto dopo la liberazione dalla schiavitù dall'Egitto: quaranta anni in cui abitarono in dimore precarie, accompagnati da “nubi di gloria”. Penso, però, che scrivere queste riflessioni usando la parola “tenda” ci aiuti a capire meglio il fatto di essere pellegrini e di non avere stabile dimora su questa terra.
[4] E’ utile ricordare che i primi monaci, verso la fine del III sec. e l’inizio del IV,  “tornarono” nel deserto.  Di solito si dice che sono scappati per paura della civiltà e per disprezzo delle realtà del mondo, ma non è che un luogo comune. In realtà i primi monaci “fuggirono” nel deserto per contestare la vita comoda dei cristiani del loro tempo, che stavano diventando degli uomini del comodo, della sazietà, gli uomini della vita definitiva, non pellegrinante. I cristiani avevano perduto quello che per i primi tre secoli era il vero istinto del deserto, quello di procedere, di far procedere anche gli altri, di contribuire a che anche gli altri, che non fanno parte del popolo di Dio, “vadano” comunque “in avanti”.  Quindi i primi monaci hanno fatto un immenso atto di coraggio, un atto di “tornare indietro”, che in realtà è un “andare ancora in avanti”: ritornare ai tempi privilegiati del deserto, della tenda.
[5] Sant’Agostino, Sermo De Verbis Ev. 78,3: PL 38, 491.


Lettura Patristica
San Leone Magno
Sermo 51, 1-3




Lezione della Trasfigurazione per la Chiesa e i cristiani


       La lettura del Vangelo, carissimi, che attraverso le orecchie del corpo ha colpito l’udito interiore della nostra anima, ci invita all’intelligenza di un grande mistero: noi arriveremo a intenderla più facilmente, con l’ispirazione della grazia di Dio, se riportiamo la nostra attenzione alle circostanze che sono state narrate un po’ prima. Quando infatti il Salvatore del genere umano, Gesù Cristo, poneva le fondamenta di questa fede che richiama alla vita (
Rm 1,17) tanto gli empi quanto morti, quando ammaestrava i suoi discepoli sia con gli ammonimenti della dottrina sia con i miracoli delle opere, era appunto perché si credesse che lo stesso Cristo è contemporaneamente l’unigenito Figlio di Dio e Figlio dell’uomo. Poiché l’uno senza l’altro non poteva servire alla salvezza, ed era eguale il pericolo di credere il Signore Gesù Cristo o Dio solamente senza l’uomo, o uomo solamente senza Dio: bisogna, infatti, confessare parallelamente l’uno e l’altro, che la vera divinità è nell’uomo come la vera natura umana è in Dio. Volendo dunque confermare la conoscenza così salutare di questa fede, [il Signore] aveva chiesto ai suoi discepoli cosa, in mezzo a opinioni diverse di altri, essi stessi credessero a suo riguardo, o cosa pensassero: fu allora che l’apostolo Pietro, per effetto di una rivelazione del Padre che è nei cieli, oltrepassando le apparenze corporali e trascendendo l’aspetto umano, vide con gli occhi dell’anima il Figlio del Dio vivo e confessò la gloria della divinità, perché‚ non guardò alla sola sostanza della carne e del sangue. E fu così gradito [a Dio] per la sublimità di questa fede, che ricevette la gioia della beatitudine e fu dotato della santa fermezza propria di una pietra inamovibile - pietra sulla quale sarebbe stata fondata la Chiesa per prevalere sulle porte dell’inferno e sulle leggi della morte -, di modo che nient’altro venisse sancito in cielo per sciogliere o legare chicchessia, se non ciò che la decisione di Pietro avesse stabilito.

       Ma questa intelligenza così sublime, oggetto di lode, carissimi, doveva essere istruita dal mistero della natura inferiore di Cristo, per timore che la fede dell’apostolo, elevata fino alla gloria di confessare la divinità, giudicasse sconveniente e indegna del Dio impassibile la nostra debolezza da lui assunta, e credesse la natura umana già glorificata in lui al punto di non poter essere né intaccata dal supplizio né distrutta dalla morte. E siccome il Signore diceva che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, degli scribi e dei principi dei sacerdoti, essere messo a morte e risuscitare il terzo giorno (
Mt 16,21 Mt 20,17-19), fu per tal motivo che san Pietro, illuminato da una luce superiore e tutto infiammato dell’ardentissima confessione da lui fatta del Figlio di Dio, respinse con un disgusto spontaneo e, pensava lui, religioso la prospettiva degli insulti ignominiosi (Lc 18,32) e di una morte disonorante e crudele; Gesù lo riprese allora con un dolce rimprovero e gli ispirò il desiderio di condividere la sua passione. L’esortazione successiva del Salvatore suggerì infatti e insegnò che quelli che volevano seguirlo dovevano rinnegare sé stessi e ritenere una cosa da nulla la perdita dei beni temporali in confronto alla speranza di quelli eterni; infine che avrebbe salvato la propria anima chi non avrebbe temuto di perderla per Cristo (Mt 16,25).

       Ma bisognava che gli apostoli concepissero veramente nel loro cuore questa forte e felice fermezza, e non tremassero davanti alla durezza della croce che dovevano prendere; bisognava che non arrossissero del supplizio di Cristo, e che non ritenessero vergognosa per lui quella pazienza con la quale egli doveva subire i rigori della passione senza perdere la gloria del dominio. "
Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello" (Mt 17,1), e avendoli presi in disparte, salì con essi su un alto monte, e manifestò loro il fulgore della sua gloria: poiché, pur avendo essi compreso che la maestà di Dio era in lui, ignoravano ancora la potenza di quel corpo che nascondeva la divinità. Ecco perché aveva promesso in termini appropriati e precisi che alcuni dei discepoli presenti non avrebbero gustato la morte prima di vedere il Figlio dell’uomo venire nel suo regno (Mt 16,28), cioè nello splendore regale che conveniva specialmente alla natura umana che egli aveva assunto, e che volle rendere visibile a questi tre uomini. Perché quanto alla visione ineffabile e inaccessibile della stessa divinità, visione riservata ai cuori puri nella vita eterna (Mt 5,8), degli esseri ancora rivestiti di carne mortale non potevano in alcun modo né contemplarla né vederla.

       Il Signore svela dunque la sua gloria in presenza di testimoni scelti e illumina di tale splendore questa forma corporale che lui ha comune con tutti, che il suo volto diviene simile al fulgore del sole, e le sue vesti sono paragonabili al candore delle nevi (
Mt 17,2). Certamente questa trasfigurazione aveva soprattutto lo scopo di eliminare dal cuore dei discepoli lo scandalo della croce, affinché l’umiltà della passione volontariamente subita non turbasse la fede di coloro ai quali sarebbe stata rivelata la sublimità della dignità nascosta. Ma con eguale previdenza egli dava un fondamento alla speranza della santa Chiesa, di modo che tutto il corpo di Cristo venisse a conoscenza di quale trasformazione sarebbe stato gratificato, e le membra dessero a sé stesse la promessa di partecipare all’onore che era rifulso nel capo. A questo proposito il Signore stesso, parlando della maestà della sua venuta, aveva detto: "Allora i giusti risplenderanno come sole nel regno del Padre loro" (Mt 13,43); e il beato apostolo Paolo afferma la stessa cosa, in questi termini: "Ritengo infatti che le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gloria futura, che dovrà essere rivelata in noi" (Rm 8,18); e ancora: "Voi infatti siete morti e la vostra vita è ormai nascosta con Cristo in Dio. Quando si manifesterà Cristo, la vostra vita, allora anche voi sarete manifestati con lui nella gloria" (Col 3,3-4).



venerdì 28 febbraio 2020

Quaresima: conversione d’amore.

Rito Romano – I Domenica di Quaresima – Anno A – 1° marzo 2020
Gn 2, 7-9; 3, 1-7; Sal 50; Rm 5, 12-19; Mt 4, 1-11

Rito Ambrosiano – I Domenica di Quaresima
Is 58, 4b-12b; Sal 102; 2Cor 5, 18-6,2; Mt 4, 1-11
Fame di vita, fame di rapporti, fame di Dio


       1) Una Quaresima per convertirsi a un rapporto d’amore.

Sono passati pochi giorni dal mecoledì delle ceneri, durante il quale ci è stato ricordato che siamo polvere e che siamo chiamati alla conversione, cioè all’amore.
In questa prima Domenica di Quaresima la Chiesa ci fa pregare così: “Dio, Padre onnipotente, con la celebrazione di questa Quaresima, segno sacramentale della nostra conversione, concedi a noi tuoi fedeli di crescere nell’intelligenza del mistero d’amore di Cristo e di testimoniarlo con un vita degna” (Colletta della Messa). In effetti la carità fa entrare nella verità di Dio, è conversione, perché fa volgere tutto il nostro cuore e tutta la nostra mente a Dio, e compiere opere buone. Dunque la conversione non è solamente fare delle buone azioni, è un cambiare per palesare la verità ultima di noi stessi, fatti a immagine e somiglianza di Dio.
Nella conversione tutto l’essere umano, con il cuore e la mente, si rivolge tutto a Dio. Dicendo “convertitevi”, Gesù vuol dire che tutto l'essere nostro, il centro dell'essere, deve volgersi a Dio, e non solo la volontà, non solo l'intelligenza (non basta far della teologia e non basta nemmeno impegnarsi soltanto nelle virtù).
Conversione” vuol dire volgersi, quindi implica un nuovo senso, (da intendere non solo come direzione ma anche come significato) della vita. E che cosa implica questo volgersi? E’ il vivere in noi, nella nostra natura umana, quello che le tre Persone della Trinità vivono tra di loro: un pura relazione d’amore. La nostra conversione è un volgersi di tutto il nostro essere a Dio. Noi non viviamo senza amore: per ogni essere umano vivere vuol dire amare. Ma attenzione, possiamo amare solamente noi stessi, il nostro corpo, il nostro orgoglio, possiamo persino amare il male, ma possiamo amare anche Dio.
         La conversione è amore rivolto a Dio e in Lui al nostro prossimo. Dunque viviamo la Quaresima come cammino per volgerci a Dio, stabilmente. La conversione a cui siamo chiamati consiste quindi in un rapporto: “Tu ti rivolgi a Uno che ti chiama, ti incontri con Uno che ti parla; tu lo vedi, ti volgi a Lui e ti apri allamore” (Divo Barsotti)


2) Quaresima: 40 giorni di esodo per andare verso la Terra promessa: il Regno di Dio
            Il modo di vivere la conversione d’amore in questo periodo quaresimale è quello di ricordare e rivivere con Cristo i 40 giorni di digiuno e preghiera da Lui passati nel deserto e che si conclusero con il superamento di tre prove.
Le tre tentazioni diaboliche, che Cristo oggi supera riassumono i tre lati deboli della vita dell’uomo, che gli impediscono di amare in verità: 1 -il possesso e l’accumulo spropositato di beni materiali (le pietre da trasformare in pane); 2 - la ricerca di un potere egoistico ed oppressivo (il possesso dei regni della terra); 3 - il desiderio di onnipotenza (rifiuto di adorare Dio). Per vincere queste prove l’uomo dispone di uno strumento infallibile: la Parola di Dio. A questo riguardo ricordiamo la frase di Sant’Agostino d’Ippona: “Quando sei colto dai morsi della fame - e mi permetto di aggiungere anche della tentazione - lascia che la Parola di Dio divenga il tuo pane di vita”.
Nel racconto che Gesù stesso fece ai suoi discepoli, le tre tentazioni, che ricapitolano questo tempo di prova, lasciano abbastanza chiaramente capire che, in un combattimento che prefigurava la sua agonia, Lui scelse l’amore del Padre e la carità per noi e iniziò a bere il calice della Nuova Alleanza, che sarebbe stata sigillata con la sua offerta sulla Croce.
          Questo amore offerto e rifiutato ci è presentato già nella prima lettura, presa dal libro della Genesi, ci mostra che l’uomo è polvere plasmata dalle “mani creative” di Dio e animata dal Suo soffio di vita e di carità. Poche righe dopo, sempre il libro della Genesi illumina il dramma delle scelte sbagliate di fronte al bene e al male, un male che nasce nel cuore dell’uomo, dalle sue scelte, dai suoi rifiuti, dal suo ostinarsi a seguire i propri criteri, anziché i criteri di Dio. Ci viene chiesto di riflettere sulla gravità del rifiuto di inserirsi nel disegno di Dio, pretendendo un’autonomia assoluta nel decidere ciò che è bene e ciò che male. E’ la pretesa di essere alla pari di Dio, di essere Dio a noi stessi e agli altri.
         Poi, nella seconda lettura, ricavata dalla Lettera ai Romani, vediamo che San Paolo si riferisce al racconto della Genesi e mette a confronto il comportamento di Adamo e quello di Cristo e i risultati del loro agire. La ribellione e la disobbedienza del primo hanno causato la separazione da Dio e la morte di tutti gli uomini, l’obbedienza perfetta di Cristo, invece, ha ottenuto a tutti la pienezza della grazia e della vita. Adamo ed Eva sperimentano che la propria presunzione li ha allontanati tra loro, dal creato e da Dio. Gesù, invece, ricuce questo strappo e annulla questa distanza.
            Infine, la pagina del Vangelo di Matteo che ci è offerta oggi come terza lettura, ripropone la stessa tentazione di Adamo ed Eva, ma mostra come Gesù ne esce vittorioso e ci indica le vie per realizzare un’esistenza fedele a Dio, una vita libera dal male profondo che ci minaccia.
           Il diavolo mette in dubbio la figliolanza divina di Gesù (“Se sei Figlio di Dio …”) che era stata affermata al momento del battesimo sulle rive del fiume Giordano. In effetti, la tentazione non riguarda né il pane, né le cose, perché quelle son quel che sono, ma come vivere la nostra relazione con le cose, con le persone, con Dio. La possiamo vivere da figli di Dio, come Gesù, oppure rifiutare la paternità amorosa di Dio che offre un rapporto stabile, vivo e vivificante con Lui.
            Dio offre un’alleanza tra due libertà: la sua, che è iniziativa d’amore infinito, e la nostra, che è chiamata a fiorire e vivere della e per la libertà amorosa di Dio.
            Se con la grazia superiamo la tentazione, Dio dilata il nostro cuore, che può così avere in dono Lui, che è l’Amore, e ci dona di bene operare per rendere tutta la vita una lode a Lui.
  1. Fame e deserto.
            Un dato non secondario è che il Vangelo di oggi  ci dice che Gesù è tentato da Satana dopo quaranta giorni e nottti di digiuno e, quindi, Gesù ha fame.
            Ma non si tratta solo di una fame corporale, come ogni essere umano Gesù ha:
a-     fame di vita, che tenta l’uomo al possesso e l’accumulo spropositato di beni materiali (le pietre da trasformare in pane),
b-     fame di relazioni umane che possono essere d’amicizia o di potere, simboleggiate dall’offerta di potere,
c-     fame di onnipotenza, che spinge a soffocare il desiderio di Dio cioè l’anelito di infinito e di libertà senza limiti, inducendo alla tentazione di progettare la propria esistenza secondo i criteri umani della facilità, del successo, del potere, dell’apparenza, dell’immagine, vale a dire la tentazione di adorare il Menzognero (il diavolo) invece di adorare il Vero Amore provvidente.
            Gesù però sceglie un altro criterio, quello della fedeltà al progetto di Dio, a cui aderisce pienamente e di cui è Parola fatta carne per redimerci assumendo la nostra condizione, segnata dalla povertà e dalla sofferenza, scegliendo con coraggio di farsi servo di tutti. 
            Per vincere queste prove, questa fame di vita, di relazioni e di Dio l’uomo dispone di uno strumento infallibile: la Parola di Dio. Riscriviamo allora una frase di Sant’Agostino: Quando sei colto dai morsi della fame – e possiamo aggiungere anche della tentazione – lascia che la Parola di Dio divenga il tuo pane di vita, lascia che Cristo sia il tuo Pane di Vita.
            A questo punto, penso sia giusto chiedersi perché per digiunare Gesù andò nel deserto.
            Nella tradizione biblica il deserto rappresentava il luogo della preparazione a una missione divina. Così era stato per Mosè, che conobbe la rivelazione di Jahvè (Esodo 3,1 e ss), per il popolo uscito dalla schiavitù che sperimentò la fatica della libertà e così fu per Elia, che vi ascoltò la parola divina (1a Re 19,18). Dunque anche Gesù rimase nella solitudine del deserto per quaranta giorni[2], prima di iniziare il suo ministero pubblico.
            Gesù l’ha fatto per insegnarci a vivere la vita come esodo nel deserto come è stato per il popolo ebraico e come deve essere la per la Chiesa, pellegrina verso il Cielo. Questo significa non poter programmare la propria vita, non poterne disporre, doversi abbandonare a una Parola di promessa. Dio dice anche a noi: “Nulla ti mancherà, ma tutto dovrai attendere da me”. È questo il significato della fede: non solamente l’assenso a un corpo di dottrine ma il fidarsi di un amore, il credere all’amore: a quell’amore che ha iniziato senza di te (l’uscita dall’Egitto come per noi l’uscita dal grembo di nostra madre), ma che potrà continuare soltanto se troverà la nostra adesione.
            Ci è chiesto di tradurre il nostro comportamento quotidiano, la “cura” di noi stessi, in quell’Altro che ci ha liberati.
            La quasi totalità di noi è chiamata a esistere domani non nella situazione di emergenza del deserto, ma nella situazione di normalità di una terra da coltivare e da abitare. Tuttavia tutti noi siamo chiamati a portarvi lo stesso atteggiamento di fondo: vivere su quella terra ma con un cuore di deserto.
            Questo cuore è chiesto particolarmente alle Vergini Consacrate, che nella solitudine fisica sono chiamate ad un tu per tu con Dio: parlare al cuore.
            Il deserto, la solitudine verginale è il luogo privilegiato, il luogo dove si sta a tu per tu con Dio.    Lo Sposo non può costringere la sposa ad amarLo. Il Signore però ha un mezzo infallibile, come lo descrisse, ad esempio il profeta Osea.  All’inizio, al cap 2, Osea parla di questo adulterio terrificante, il tornare ad adorare gli idoli che i vecchi padri hanno adorato; il Signore addolorato, angosciato, interviene e dice che ha un mezzo e lo metterà in azione, riporterà di nuovo il popolo nel deserto, gli indicherà di nuovo le strade antiche, parlerà di nuovo al suo cuore, nel deserto, appunto quando le categorie malefiche, i diaframmi opachi sono caduti; allora il cuore dell’uomo, cioè la sua intelligenza, ed il cuore di Dio, cioè la divina Sapienza stanno a tu per tu e l’incontro è immediato, possibile e fecondo.
            Le Vergini consacrate vivono il “deserto” della loro vocazione come della disponibilità totale. La loro è una spiritualità della disponibilità generosa verso gli altri, della disponibilità totale verso il Signore da cui attendono tutto.
       Con la preghiera, l’elemosina ed il digiuno, impariamo tutti questa disponibilità per camminiare uniti nel “deserto” quaresimale, e della vita, così la fame diventerà desiderio santo di Dio e saremo la Tenda dove l’Emmanuele, il Dio sempre con noi, avrà stabile dimora.

NOTE
[1] L’interpretazione cristiana dell’Esodo è guidata da quella lettura che si è soliti chiamare “tipologica”: tutto ciò che riguarda Israele (vicende e personaggi, riti e istituzioni) è la figura – il typos, appunto – di quanto accade in Cristo e nella Chiesa. Riprendiamo brevemente le fasi principali dell’Esodo per vedere in che modo esse vengono riprese e reinterpretate in funzione dell’evento cristiano.
Prima tappa: l’Egitto (e il Faraone) è inteso come figura del peccato. Soprattutto di quella condizione universale di peccato che teneva schiava l’umanità prima di Cristo. Ma Egitto può essere anche colui, che provoca il peccato: Satana; oppure la sua trascrizione storica, l’idolatria pagana. Di conseguenza, la liberazione dall’Egitto attraverso il passaggio del Mar Rosso sarà la figura del battesimo, e l’agnello pasquale immolato assurgerà a simbolo di Cristo nella sua passione.
La tappa del deserto è ripresa come figura della vita del credente in cammino. In essa compaiono, come per Israele, la prova e la tentazione; ma anche la protezione divina vi si dispiega con particolare intensità: i miracoli dell’Esodo diventano il miracolo dell’esistenza sacramentale: la roccia-Cristo da cui zampilla l’acqua battesimale, e la manna diventata eucaristia. Il deserto può essere interiorizzato come cammino individuale dell’anima verso la contemplazione e la perfezione spirituale; o può essere vissuto come itinerario Quaresima in preparazione delle celebrazioni pasquali.
Il senso cristiano della Legge è riscontrato, sulla linea paolina, nella condensazione di tutte le leggi etico-sociali nella carità; mentre le leggi rituali trovano la loro verità nel culto cristiano.
Finalmente, la terra promessa ripropone il motivo sacramentale: il passaggio del Giordano, come già quello del Mar Rosso, rimanda al battesimo, mentre nel “paese dove scorre latte e miele” i Padri della Chiesa leggono una suggestiva figura del banchetto eucaristico. Accanto a questa, e ancor più frequente, è l’interpretazione della terra promessa come immagine della vita definitiva con Dio.
Si può riassumere il tutto dicendo che il senso tipologico dell’Esodo è l’itinerario del popolo cristiano dalla schiavitù del peccato attraverso il battesimo e l’esistenza in fede e carità fino alla patria celeste.
[2] Quaranta è un numero simbolico, in questo caso, oltre a collegarsi ai quarant’anni passati dal Popolo di Israele nel deserto, sta a significare tutta una generazione, cioè Gesù, facendosi uomo, è stato tentato per tutta la sua vita.


Lettura Patristica
San  Gregorio Magno
Hom. 16, 1-6

Le tentazioni del Redentore
       Non era indegno del nostro Redentore il voler essere tentato, lui che ;era venuto per essere ucciso. Era anzi giusto che vincesse le nostre tentazioni con le sue tentazioni, dato che era venuto a vincere la nostra morte con la sua morte. Ma dobbiamo sapere che la tentazione passa per tre stadi: la suggestione, la dilettazione e il consenso. Noi, quando siamo tentati, cadiamo per lo più nella dilettazione o addirittura nel consenso, perché siamo nati da una carne di peccato e portiamo in noi stessi ciò che ci muove tante battaglie. Ma Dio, che s’incarnò nel grembo della Vergine, venne nel mondo senza peccato e non provò in sè alcuna contraddizione. Egli poté dunque essere tentato per suggestione, ma l’anima sua non provò la compiacenza del peccato. Pertanto tutta quella tentazione diabolica fu all’esterno, non all’interno.

       Ma se guardiamo l’ordine secondo cui fu tentato, capiremo quanto bene noi siamo stati liberati dalla tentazione. L’antico avversario si rivolse contro il primo Adamo, nostro padre, con tre tentazioni, poiché lo tentò di gola, di vanagloria e di avarizia; ma tentandolo lo vinse, perché lo sottomise a sé mediante il consenso. Lo tentò di gola quando gli mostrò il frutto dell’albero proibito, perché ne mangiasse. Lo tentò poi di vanagloria quando disse: "Sarete simili a Dio" (Gn 3,5). Lo tentò di avarizia quando disse: "Conoscerete il bene e il male". L’avarizia infatti non riguarda soltanto il denaro, ma anche gli onori. Giustamente si dice avarizia il desiderio smodato di stare in alto. Se il carpire onori non appartenesse all’avarizia, Paolo non direbbe, riguardo al Figlio unigenito di Dio: "Non stimò una rapina la sua uguaglianza con Dio" (Ph 2,6). In ciò poi il diavolo attrasse il nostro padre alla superbia, poiché lo spinse a quel tipo di avarizia che è il desiderio di eccellere.

       Ma con quegli stessi mezzi coi quali abbattè il primo Adamo, fu vinto dal secondo Adamo da lui tentato. [Il diavolo] lo tenta infatti nella gola quando dice: "Comanda che queste pietre diventino pane". Lo tenta di vanagloria quando dice: Se tu sei figlio di Dio, gettati di sotto. Lo tenta con l’avarizia degli onori quando mostra tutti i regni del mondo, dicendo: "Tutto io ti darò, se ti prostri e mi adori". Ma è vinto dal secondo Adamo proprio con quei mezzi coi quali si vantava di aver vinto il primo, così da uscire dai nostri cuori, scornato, passando per quella stessa strada per la quale si era introdotto, per dominarci. Ma c’è un’altra cosa, fratelli carissimi, che dobbiamo considerare in questa tentazione del Signore; tentato dal diavolo, il Signore risponde con i precetti della Sacra Scrittura, e colui che, essendo quella Parola, poteva cacciare il tentatore nell’abisso, non mostrò la virtù della sua potenza ma soltanto ripeté i divini comandi della Scrittura, per darci così l’esempio della sua pazienza; di modo che, tutte le volte che soffriamo a causa di uomini malvagi, siamo portati a rispondere con la dottrina piuttosto che con la vendetta. Pensate quanto è grande la pazienza di Dio e quanto è grande la nostra impazienza! Noi, se siamo provocati con qualche ingiuria o con qualche offesa, ci infuriamo e ci vendichiamo quanto possiamo, o minacciamo ciò che non possiamo fare. Invece il Signore sperimentò l’avversità del diavolo e non gli rispose se non con parole di mitezza. Sopportò colui che poteva punire, affinché gli tornasse a maggior gloria il fatto di aver vinto il nemico non annientandolo, ma bensì sopportandolo.

       Bisogna fare attenzione a quello che segue, che cioè gli angeli lo servivano dopo che il diavolo se ne fu andato. Cos’altro si ricava da ciò se non la duplice natura nell’unità della persona? È un uomo, infatti, colui che il diavolo tenta, ma è anche Dio colui che è servito dagli angeli. Riconosciamo dunque in lui la nostra natura, in quanto se il diavolo non l’avesse conosciuto uomo, non l’avrebbe tentato, adoriamo in lui la divinità, in quanto se non fosse Dio che è al di sopra di tutte le cose, gli angeli non lo servirebbero.

       Ma poiché questa lettura si adatta al presente periodo - infatti, noi che iniziamo il tempo quaresimale, abbiamo udito che la penitenza del nostro Redentore è durata quaranta giorni -, dobbiamo cercar di capire perché questa penitenza è osservata per quaranta giorni... Mentre l’anno è composto di trecentosessantacinque giorni, noi facciamo penitenza per trentasei giorni, come se dessimo a Dio la decima sul nostro anno, affinché, dopo aver vissuto per noi stessi il resto dell’anno, ci mortifichiamo nell’astinenza in onore del nostro Creatore per la decima parte dell’anno stesso. Perciò, fratelli carissimi, come nella Legge ci è imposto di offrire le decime di tutte le cose (cf. Lv 27,30s), così dovete cercare di offrire a lui anche la decima dei vostri giorni. Ognuno, secondo quanto gli è possibile, maceri la sua carne e ne affligga le brame, ne uccida le concupiscenze disoneste, affinché, secondo la parola di Paolo, divenga una vittima viva (Rm 12,1). Certo la vittima è immolata ed è viva, quando l’uomo non muore e tuttavia uccide se stesso nei desideri carnali. La nostra carne, soddisfatta, ci portò al peccato; mortificata, ci conduca al perdono. Colui che fu autore della nostra morte trasgredì i precetti della vita mediante il frutto dell’albero proibito. Noi dunque, che ci siamo allontanati dalle gioie del paradiso per colpa del cibo, procuriamo di tornare ad esse grazie all’astinenza.

       Ma nessuno creda che l’astinenza da sola possa bastargli dal momento che il Signore dice per bocca del Profeta: "Non è forse maggiore di questo il digiuno che bramo?", aggiungendo: "Dividi il pane con l’affamato, e introduci in casa tua i miseri, senza tetto; quando vedrai uno nudo, soccorrilo, e non disprezzare la tua carne" (Is 58,6 Is 58,7). Dio dunque gradisce quel digiuno che una mano piena di elemosine presenta ai suoi occhi, quel digiuno che si congiunge all’amore del prossimo ed è ornato dalla pietà. Ciò che togli a te stesso, dallo a un altro, affinché cio di cui si affligge la tua carne serva di ristoro alla carne del povero. Così infatti dice il Signore per bocca del Profeta: "Quando avete fatto digiuni e lamenti, forse avete digiunato per me? E quando avete mangiato e bevuto, forse non avete mangiato bevuto per voi stessi?" (Za 7,5-6). Infatti mangia e beve per sé chi prende i cibi del corpo, i quali sono donati a tutti dal Creatore, senza parteciparli ai bisognosi. E digiuna per sé chi non distribuisce ai poveri quelle cose di cui si è privato temporaneamente, ma anzi le serba per darle al suo ventre in altra occasione. Perciò è detto per bocca di Gioele: "Santificate il digiuno" (Jl 1,14 Jl 2,15). Santificare il digiuno significa offrire un’astinenza dalle carni degna di Dio, dopo aver aggiunto altri doni. Cessi l’ira, si plachino i litigi. Invano la carne è afflitta, se l’animo non si frena nei suoi malvagi desideri, come dice il Signore per bocca del Profeta: "Ecco, nel giorno del vostro digiuno si trova la vostra volontà. Ecco, voi digiunate fra litigi e alterchi e colpendo con pugni iniqui, e ricercate tutti i vostri debitori" (Is 58,3). Né commette ingiustizia chi richiede dal suo debitore quanto gli aveva prestato; è bene tuttavia che quando uno si macera nella penitenza, si astenga anche da ciò che gli spetta con giustizia. Così Dio perdona a noi, afflitti e penitenti, ciò che abbiamo fatto di male, se per amor suo rinunciamo anche a ciò che giustamente potremmo esigere.