sabato 11 gennaio 2020

Il Battesimo di Gesù: gesto d’amore.

III Domenica dopo Natale - Battesimo di Gesù – 12 gennaio 2020

Rito Romano
Is 42,1-4.6-7; Sal 28; At 10,34-38; Mt 3,13-17
Rito Ambrosiano
Is 55,4-7; Sal 28; Ef 2,13-22; Mt 3,13-17

  1. Il profeta che indica Dio.
Per capire bene il brano del Vangelo di questa domenica è utile ricordare che Giovanni il Battista è – come dice Gesù stesso – più che un profeta. Il profeta nell’Antico Testamento fa due cose, che sono un decisivo aiuto per vivere la fede.
La prima è quella di ricordare all’’uomo la promessa di Dio, se no l’uomo vive nella dimenticanza. Il profeta dice la Parola di Dio e ci richiama tutti all’ascolto di questa Parola. Ciò ci dice il primo atteggiamento che deve avere l’uomo per incontrare il Signore tanto ricercato e atteso: ascoltare la sua promessa, la sua parola, avere i suoi criteri, il suo modo di pensare.
La seconda cosa è quella di impedire l’idolatria della parola. Il profeta non richiama solamente all’osservanza della Parola, perché è pericoloso osservare solo la Parola. In effetti ci può essere un figlio che ha letto il manuale del figlio perfetto e osserva tutte le regole che sono scritte nel manuale, ma non conosce i suoi genitori e neanche li ama. Quindi il profeta è colui che impedisce l feticismo della Parola, il legalismo e richiama a Colui che parla, alla conversione al Signore.
Detto altrimenti, il profeta vero ha una duplice funzione di far osservare la Parola e di volgerci a Dio unendoci a lui con l’ascolto e lo sguardo. Guardando a Colui che parla, scopriamo non solo quello che Dio vuole che noi facciamo ma entriamo in comunione con Lui. Attraverso la sua Parola Dio non ci chiede semplicemente di eseguire i suoi ordini ma di entrare in comunione con Lui, La religione che propone non è un insieme di regole e di riti, ma una religione di figli, guidati dalla legge della libertà, della libertà di figli di Dio.
Se dimentichiamo che dietro la Parola c’è Colui che parla, ci si chiude nel legalismo e facciamo l’enorme peccato di costruire la nostra, propria giustizia osservando delle leggi e imponendole eventualmente a degli altri, senza mai entrare in comunione con Dio. Facciamo del nostro “io” il nostro “dio”.
E di fatto togliendo la profezia a Israele, resterebbe una religione del libro, cioè una religione della legge; invece non lo è; Israele, oltre alla legge ha sempre i profeti. E se si trascurano i profeti, non si capisce il Signore. Di fatti il punto di arrivo della profezia è sempre il cuore nuovo, che vive la comunione col Signore, fa vivere la Parola dal di dentro. Ed è proprio la profezia il passaggio dall’Antico al Nuovo Testamento, il passaggio dalla Parola a Colui che parla e il Battista rappresenta proprio questa soglia, soglia che deve essere sempre in ciascuno di noi: l’attenzione alla Parola, alla promessa e a Colui che si impegna con la sua promessa.
Quindi il Battesimo di Giovanni che, per quanti andavano da lui, era un battesimo di penitenza e di conversione, diventa per Cristo un gesto di amore, grazie al quale il Padre lo manifesta, testimoniando la sua divinità e indicandolo come l’Amato. Lui è il “Figlio diletto” e su di Lui si posa lo Spirito che lo investe della missione di profeta, che annuncia il messaggio della salvezza, di sacerdote, che compie l’unico sacrificio gradito al Padre, di re e messia che salva (cfr. Prefazio della Messa di oggi).


      2) Il Battesimo di Gesù, l’Amato, l’umile Messia.
      La festa del Battesimo di Gesù è nella scia delle manifestazioni che la liturgia del tempo di Natale ci propone per celebrare, contemplare e vivere il Mistero d’Amore di Dio fatto carne.
      A Natale, insieme con Maria, Giuseppe e i pastori abbiamo contemplato il fatto che, in un’umile stalla di Betlemme, è nato il Verbo incarnato, manifestazione dell’Amore di Dio per noi.
Nell’Epifania, il Messia si è manifestato a tutte le genti, rappresentate dai Magi, uomini che sapevano che “i cieli narrano la gloria di Dio” (Sal 19,2); erano certi, cioè che Dio può essere intravisto nel creato. “Ma, da uomini saggi, sapevano pure che non è con un telescopio qualsiasi, ma con gli occhi profondi della ragione alla ricerca del senso ultimo della realtà e con il desiderio di Dio mosso dalla fede, che è possibile incontrarlo, anzi si rende possibile che Dio si avvicini a noi” (Benedetto XVI, 6 gennaio 2011)
      Oggi, sulle rive del Giordano “nel Battesimo di Cristo il mondo è santificato, i peccati sono perdonati; nell’acqua e nello Spirito diveniamo nuove creature1.
      Oggi, Gesù si rivela a Giovanni il Battista e al popolo d'Israele e, sottoponendosi al battesimo, svela due aspetti del suo mistero: l’umiltà e la carità: l’umile Dio di misericordia e il Figlio, l’Amato, l’Unto del Signore.
      Umilmente, Egli si presenta tra i peccatori, come loro riceve il battesimo in segno di penitenza, e, allo stesso tempo, il Padre dichiara solennemente che Lui è Suo Figlio prediletto.
Giovanni è sconcertato, quando vede Gesù che si è messo in fila con i peccatori per farsi battezzare. Poiché L’ha identificato come il Messia, il Santo di Dio, Colui che è l’Agnello Immacolato, Giovanni dichiara il suo sbalordimento. Lui stesso, il battista (= battezzatore), avrebbe voluto farsi battezzare da Gesù, ma Gesù lo invita decisamente a non fare resistenza: «Lascia fare per ora, perché conviene che adempiamo ogni giustizia» (Mt 3,15). Con questa risposta a Giovanni, Gesù manifesta di essere venuto nel mondo per fare la volontà di Colui che lo ha mandato, per compiere tutto ciò che il Padre gli chiede. “Gesù è pura trasparenza del volere del Padre, è pura e spontanea eco della volontà del Padre” (H. U. von Balthasar).
      La breve e decisa risposta di Gesù rivela la divina misericordia, che adempie ogni giustizia. La giustizia divina non contrasta con quella umana ma la supera, la completa e trasforma con l’amore. Potremmo dire che la giustizia più l’amore è la misericordia.
Il Battista, anche se è sconcertato di fronte a questo inatteso gesto di Cristo, dà credito alle parole di Gesù e si piega alla volontà di Dio, come deve fare ogni uomo: abbandonare il proprio modo di pensare per accettare quello di Dio: “Perché i miei pensieri non sono i vostri pensieri,
le vostre vie non sono le mie vie - oracolo del Signore” (Is 55, 8). Egli giudica secondo verità e riscatta seconda la sua misericordia.
      E’ per obbedire alla volontà d’amore del Padre che Egli ha accettato di farsi uomo, che “si è abbassato” per farsi uno di noi, che si è umiliato fino alla morte di croce (cfr Fil 2,7). Dunque il primo aspetto del Mistero che oggi celebriamo è quello della misericordia umile e dell’amore solidale: è il gesto di Colui che vuole farsi in tutto uno di noi e si mette realmente in fila con i peccatori; Lui, che è senza peccato, si lascia trattare come peccatore (cfr 2Cor 5,21), per portare sulle sue spalle il peso della colpa dell’intera umanità, anche della nostra colpa. È il “servo di Dio” di cui ci ha parlato il profeta Isaia nella prima lettura (cfr 42,1). La sua umiltà è dettata dal voler stabilire una comunione piena con l’umanità, dal desiderio di realizzare una vera solidarietà2 con l’uomo e con la sua condizione.
      Il secondo aspetto è quello dell’“unzione”, come Gesù stesso ce lo insegna quando spiega quello che Gli era accaduto ricevendo il Battesimo di Giovanni il Battista. Ha lasciato il Giordano, si trova nella sinagoga di Nazareth e applica a se stesso le parole di Isaia: “Lo Spirito del Signore è sopra di me: Mi ha consacrato con l'unzione.”. Lo stesso termine di “unzione” è utilizzato da San Pietro (cfr la seconda lettura), quando parla del battesimo di Gesù: “Dio ha unto di Spirito Santo e potenza Gesù di Nazareth”.




      3) Il Battesimo di Gesù: epifania di Grazia.
      Andiamo idealmente sulle rive del Giordano, dove Giovanni Battista amministra un battesimo di penitenza, esortando alla conversione. In questo evento straordinario Giovanni vede realizzarsi quanto era stato detto riguardo al Messia nato a Betlemme, adorato dai pastori e dai Magi. È proprio Lui l’annunciato dai Profeti, il Figlio prediletto del Padre, che dobbiamo cercare mentre si fa trovare, e invocare mentre ci è vicino.
      Oggi non sono i pastori o i Magi che riconoscono il Figlio di Dio, è il Padre che Lo riconosce: “Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento” (Mt 3, 17), e che consacra Messia il Figlio mediante l'effusione dello Spirito. Dai Cieli aperti, dal Seno del Padre, il Figlio vede lo Spirito di Dio che come una colomba plana su suo nido: “Ecco, si aprirono per lui i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio discendere come una colomba e venire sopra di Lui.” (Mt 3, 16) e resta su di Lui, perennemente (cfr (Gv 1, 32-33). Quest’Uomo sul quale scende, come una colomba, lo Spirito Santo, è il Figlio di Dio che ha assunto da Maria Vergine la nostra carne per redimerla dal peccato e dalla morte.
      E’ davvero grande questo mistero di grazie e di salvezza. Mistero nel quale ciascuno di noi è inserito grazie al sacramento del Battesimo, per cui siamo diventati figli di Dio, “figli nel Figlio”, figli del Suo Amore.
      C’è un nesso profondo tra il Battesimo di Cristo ed il nostro Battesimo. Al Giordano si aprirono i cieli (cfr Lc 3,21) ad indicare che il Salvatore ci ha dischiuso la via della salvezza e noi possiamo percorrerla grazie proprio alla nuova nascita "da acqua e da Spirito" (Gv 3,5) che si realizza nel Battesimo. In esso noi siamo inseriti nel Corpo mistico di Cristo, che è la Chiesa, moriamo e risorgiamo con Lui, “Lui ci ha risuscitati nel Suo Amore, si dona a ciascuno di noi per assimilarci a Lui, perché siamo la Sua copia fedele, perché noi scompariamo in Lui e diventiamo un altro Lui-stesso” (Marthe Robin), ci rivestiamo di Lui, come più volte San Paolo scrive nelle sue lettere (si veda per esempio 1 Cor 12,13; Rm 6,3–5; Gal 3,27).
     L’impegno che scaturisce dal Battesimo è pertanto quello di “ascoltare” Gesù come veri discepoli, cioè di credere in Lui e di seguirlo cordialmente, vivendo una personale amicizia con Lui. Per realizzare questo non basta seguirlo e ascoltarlo esteriormente. Bisogna anche vivere con Lui e come Lui. Ciò è possibile soltanto nel contesto di un rapporto di grande familiarità e di totale fiducia. E’ in questo modo che ciascuno può tendere alla santità, una meta che, come il Concilio Vaticano II insegna, è la vocazione di tutti i battezzati.
      Il modo con cui le Vergini consacrate tendono alla santità mostra come la fede ricevuta in dono nel giorno del battesimo è un dono da coltivare e da testimoniare. Queste donne si sono impegnate a portare la luce di Cristo nelle tenebre del tempo (come è significato dalla lampada che ricevono il giorno della loro consacrazione cfr RCV n. 25 e n. 69); a vivere il Vangelo della speranza nel mondo del dubbio; ad essere modello per chi non intende dare ascolto alla voce dell'Altissimo. Ad essere, infine, cristiane adulte, consapevoli del proprio agire redento, portatrici non di una Promessa, ma di una Presenza, evangelizzatrici della Parola fatta carne. Che queste donne consacrate ci siano di esempio ad avere un comportamento da discepoli secondo la “logica” di Cristo seguendo l’invito di San Paolo: “Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono di in Cristo Gesù” (Fil. 2,5) e quello di San Pietro: Stringendovi a lui, pietra viva, rigettata dagli uomini, ma scelta e preziosa davanti a Dio, anche voi venite impiegati come pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale, per un sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, per mezzo di Gesù Cristo” (1 Pt 2,4-5).


1Antifona del Benedictus della Liturgia delle Ore, Ufficio delle Lodi per la Festa del Battesimo di Gesù.


2“Solidarietà non è un sentimento di vaga compassione o di superficiale intenerimento per i mali di tante persone, vicine o lontane. Al contrario, è la determinazione ferma e perseverante di impegnarsi per il bene comune” (B. Giovanni Paolo II, Sollicitudo Rei socialis, n. 38).


IL BATTESIMO DEL SIGNORE
San Massimo di Torino
Homilia XXX De Epiphania, PL 57, 291-294.


Vescovo di Torino nel V secolo, San Massimo è, con S. Agostino, uno degli antichi Padri latini che ci hanno lasciato magnifiche collezioni di sermoni. E' noto quasi unicamente per la sua opera letteraria e oratoria, che ce lo rivela vescovo ardente nella lotta per l'integrità della fede e sollecito del progresso spirituale dei suoi fedeli. La sua eloquenza, dotata di forza e, nello stesso tempo, di semplicità, è ispirata da uno zelo pastorale proteso a far ritrovare la presenza del Cristo in tutta la Scrittura.
Il Vangelo ci racconta che il Signore venne al Giordano per essere battezzato e volle che in questo stesso fiume la sua consacrazione fosse confermata da segni celesti. Non dobbiamo meravigliarci che in questo egli abbia preceduto tutti gli altri. Volle compiere per primo quello che comandava di fare, per insegnare - da buon maestro - la sua dottrina non tanto con le parole, quanto piuttosto con gli atti che compiva...
E' significativo che questa festa segua, nello stesso volgere di tempo, quella della nascita del Signore, nonostante siano intercorsi degli anni fra i due avvenimenti, perché credo che tale festività celebri ancora una nascita... Là nasce come uomo e Maria, sua madre, lo riscalda stringendolo al seno; qui nasce secondo il mistero e Dio, suo Padre, lo abbraccia con la carezza della sua voce, dicendo: Questi è il mio Figlio diletto nel quale ho riposto ogni mia compiacenza, ascoltatelo (Mt. 3, 17 e 17, 5)...
Oggi dunque il Signore Gesù è venuto a ricevere il battesimo e ha voluto che il suo corpo fosse lavato nell'acqua del Giordano. Qualcuno forse dirà: «Perché ha voluto farsi battezzare se è Santo?». Ascoltami dunque: Cristo è battezzato, non per essere santificato dalle acque, ma per santificare lui stesso le acque e per purificare - lui, puro - le acque che tocca. Si tratta dunque più di una consacrazione dell'acqua che di quella del Cristo.
Dal momento in cui il Salvatore è lavato, tutta l'acqua è resa pura in vista del battesimo di noi tutti é viene purificata la sorgente, perché la grazia del lavacro passi alle generazioni che si succederanno nel tempo. 
Il Cristo passa per primo attraverso il battesimo, perché i popoli cristiani seguano con fiducia il suo esempio.
Così la colonna di fuoco precedette i figli di Israele nel Mar Rosso, perché la seguissero coraggiosamente nel cammino da essa indicato e, ancora per prima, attraversò le acque, per preparare la strada a quanti la seguivano. Quest'avvenimento fu, secondo la parola dell'Apostolo, una figura del battesimo (cfr. 1Cor. 10, 1 ss.) e battesimo era veramente quello in cui gli uomini erano coperti da una nube e portati dalle acque. Tutto ciò ha compiuto lo stesso Cristo nostro Signore, che, come allora aveva preceduto nella colonna di fuoco i figli d'Israele, così nel Giordano precedette nella colonna del suo corpo i popoli cristiani. La stessa colonna, dico, che illuminava gli occhi degli Ebrei in marcia, dona la luce ai cuori dei credenti. Allora essa tracciò un cammino sicuro tra le onde, ora corrobora la via della fede in questo lavacro: chi procederà intrepido, con fede, come i figli di Israele, non temerà la persecuzione degli Egiziani” (Hom. 30, PL 57, 291-294).

venerdì 3 gennaio 2020

Epifania: Manifestazione del Dono: Cristo.

5 – 6 gennaio 2020  Epifania1

Rito Romano
Is 60,1-6; Sal 71; Ef 3,2-3a.5-6; Mt 2,1-12

Rito Ambrosiano
Is 60, 1-6; Sal 71; Tt 2, 11-3, 2; Mt 2, 1-12


1) Il Dono e i doni.
Nella domenica che precedeva il Natale abbiamo visto come Giuseppe, israelita, entra a far parte della promessa sposando Maria e accettando il bambino da lei concepito per opera dello Spirito Santo. Giuseppe accolse Gesù come Dono di Dio.
Oggi vediamo come noi, i pagani, perché per la maggior parte non veniamo dal giudaismo, entriamo nella salvezza. Come Re Magi entriamo appunto a far parte del dono fatto da Dio a Israele e a tutti i popoli. Nei Re Magi si descrive il cammino di fede del non giudeo per accostarsi al Cristo, quindi è descritto il nostro cammino di fede.
Questo cammino è iniziato, prosegue e arriva alla meta perché come i Re Magi abbiamo lo sguardo alzato al cielo, non siamo ripiegati su noi stessi e teniamo il cuore e la mente aperti all’orizzonte di Dio, che sempre ci sorprende e si lascia incontrare in una grotta che risplende di gloria più di una reggia. “Pastori e i Magi sono molto diversi tra loro; una cosa però li accomuna: il cielo. Nella notte di Natale Gesù si è manifestato ai pastori, uomini umili e disprezzati, alcuni briganti, dicono. I pastori di Betlemme accorsero subito a vedere Gesù non perché fossero particolarmente buoni, ma perché vegliavano di notte e, alzando gli occhi al cielo, videro un segno, ascoltarono il suo messaggio e lo seguirono. Così pure i Magi: scrutavano i cieli, videro una nuova stella, interpretarono correttamente il segno e si misero in cammino” (Papa Francesco)
Infine, seppero riconoscere il Re dei re in un bambino. In effetti, Arrivati a Betlemme, i Magi incontrarono un bambino ma seppero riconoscere che era il divino Bambino e Gli offrirono doni simbolici. In questo incontro, in risposta ai loro doni ricevono in dono Gesù, che trasforma la loro vita confermandoli nella “logica del dono”.


2) Epifania ai Magi, saggi Pellegrini del Cielo.
Quando si dice “epifania” pensiamo soprattutto alla manifestazione di Gesù Cristo a tutte le genti, rappresentate dai Re Magi2, che si prostrarono davanti al Re Bambino e lo adorarono. Tuttavia e di per sé, l’Epifania celebra tre manifestazioni: quella ai Re-Magi, che esprimono l’adorazione del mondo al vero Re dei Re; quella sulle rive del Giordano, dove il Salvatore viene battezzato ed indicato come figlio prediletto dal Padre e come agnello che togli i peccati del mondo, e quella delle nozze di Cana, che –penso- possiamo considerare un simbolo delle nozze di Cristo con la Chiesa. Scrivo questo perché mi è suggerito dall’antifona al “Benedictus” della Liturgia delle Lodi di questa solennità dell’Epifania: “Oggi la Chiesa,
lavata dalla colpa nel fiume Giordano,
si unisce a Cristo, suo Sposo,
accorrono i magi con doni alle nozze regali
 e l'acqua cambiata in vino rallegra la mensa, alleluia.
Procediamo per gradi e contempliamo la manifestazione di Gesù ai tre saggi venuti da lontano, che lo adorano riconoscendo Dio in un povero bambino.
Grazie agli occhi del cuore brucianti di desiderio di luce poterono andare oltre a quello che gli occhi del corpo vedevano. Grazie al cuore dilatato dall’incontro con il Re dei Re poterono inginocchiarsi in una stalla e farGli regali importanti, sono dei doni regali (da re). Questo “povero” bambino è Re e i tre Re Saggi gli rendono l’omaggio degno di un Re: s'inginocchiarono dinanzi a colui, che sottometterà la Scienza delle parole e dei numeri alla nuova Sapienza dell'Amore: la loro scienza si umiliò davanti all’Innocenza.
Inginocchiati, dentro ai lussuosi mantelli reali, sulla paglia sparsa sul pavimento della stalla, loro, i potenti, i dotti, offrirono anche sé stessi come pegno dell'obbedienza del mondo. Facciamo altrettanto, celebrando la festa dell’Epifania, nella liturgia e quindi nella vita, come impegno non solamente a donare qualcosa di prezioso a Dio, ma a donarci al Verbo di Dio perché Egli assuma noi e attraverso di noi tutte le cose. Doniamoci a Lui. È la festa dei Magi: anche noi dobbiamo portare i nostri doni a Lui. Tutto quello che siamo, tutto quello che abbiamo. Ciò che noi tratteniamo per noi e non doniamo a Lui, tutto questo imputridisce e non ha vita. Si salva soltanto quello che Egli assume. Doniamoci e rinnoviamo oggi la nostra consacrazione al Signore, la nostra donazione a Lui.

3) Epifania: Natale della Chiesa.
La manifestazione che Gesù fa di Sé ai magi, ai pagani venuti da lontano, diventa la nascita della Chiesa, la quale è chiamata “universale” alla salvezza. Più nessuno oramai doveva stare fuori dal cuore di Dio e quindi del suo Regno. Ecco perché gli Ortodossi considerano l'Epifania il Natale della Chiesa e lo celebrano con grande solennità. Ed è il nostro Natale. 
Dovremmo ascoltare oggi, come dette a noi le parole di Isaia profeta: “Alzati rivestiti di luce, perché viene la luce, la gloria del Signore brilla su di te. Poiché ecco le tenebre ricoprono la terra, nebbia fitta avvolge le nazioni: ma su di te risplende il Signore, la sua gloria appare su di te. Cammineranno i popoli alla tua luce, i re allo splendore del tuo sorgere” (Is 60, 1-3).
I Magi, primizie dei pagani, furono introdotti presso il gran Re che cercavano, e noi tutti oggi li seguiamo. Il Bambino come ha sorriso a loro, sorride a noi oggi e così tutte le fatiche del lungo viaggio che porta a Dio sono dimenticate: l’Emmanuele rimane con noi, e noi con lui. Betlemme, che ci ha ricevuti, ci custodisce per sempre, perché a Betlemme riceviamo in dono il Bambino, e Maria la Madre sua. Nel momento in cui ci avviciniamo all'altare verso il quale la Stella della fede ci conduce, preghiamo questa Madre incomparabile di presentarci il Figlio che è la nostra luce, il nostro amore, il nostro Pane di vita. Offriamo al Neonato il nostro oro, il nostro incenso e la nostra mirra. Lui gradisce questi doni di bontà, segno del dono di noi stessi. Dopo la Messa usciremo dalla Chiesa come i Magi lasciarono la grotta, come loro lasceremo i nostri cuori sotto il dominio d’amore del divino Re bambino, e anche noi per un’altra strada, per una via del tutto nuova, rientreremo a casa nostra, patria temporanea, mortale dove siamo chiamati a vivere fino al giorno in cui la vita e la luce eterna verranno a far sparire in noi tutto ciò che vi è di ombra e di caducità.
Fratelli e sorelle, amici miei carissimi, seguiamo i magi, lasciamo le nostre abitudini “pagane”. Andiamo! Facciamo un lungo viaggio per vedere Cristo. Se i Magi non fossero partiti lontano dal loro Paese, non avrebbero visto Cristo. Finché restavano nel loro Paese, non vedevano nulla se non la stella; quando invece hanno lasciato la loro patria, hanno visto il Sole di giustizia (Mt 3,20). Diciamo meglio: se non avessero intrapreso generosamente il loro viaggio, non avrebbero nemmeno visto la stella (cfr San Giovanni Crisostomo (circa 345-407), Omelie su Matteo, 7-8). Anche noi alziamoci dunque, e anche se a Gerusalemme tutti restano turbati, corriamo là dove si trova il Bambino e vedremo Dio in terra e l’Uomo in cielo e noi con Lui, che è il Dio con noi: l’Emmanuele.
Non importante che cosa possiamo regalarGli, Gesù Cristo non ha bisogno dell’oro, della mirra, dell’incenso che noi possiamo portargli. Ma anche qui è il Cristo che dona alla nostra attività il suo valore perché, se non ci riporta a Cristo, ogni attività umana diviene di per sé tale da compromettere la vita, tale da compromettere l’unità della persona umana, tale da compromettere il risultato ultimo e finale della storia del mondo.
I Re Magi se ne andarono a mani vuote? No. Avevano trovato la perla preziosa: Cristo. Facciamo altrettanto!
Secondo me capirono e credettero che quel Bambino era il primogenito di tanti fratelli, che Dio ama tutti i popoli e ama ognuno di noi di un amore infinito.
Dio è il Padre di ciascuno di noi. Davanti a Lui non siamo più stranieri o schiavi: siamo suoi figli nel Figlio che “oggi” ci ha donato per sempre.
Chiediamo la grazia di comprendere e di vivere questa verità, come ci insegna un breve racconto del 17° secolo che narra di una pastorella francese e di una sua coetanea, nobile e ben educata. Questa povera, giovane pastorella sembrava così stupida che una nobildonna, giovane come lei ma pia e istruita, le si offrì di insegnarle il catechismo. Allora la pastorella le rispose umilmente: “Grazie. Dunque, per favore insegnami a terminare il ‘Padre Nostro’. Infatti, ogni volta che comincio questa preghiera, quando penso che una povera creatura come me può chiamare Padre il Dio di ogni potenza e santità, il mio cuore scoppia di riconoscenza e io non posso andare oltre queste due parole: Padre Nostro, e così passo tutto il giorno a piangere di gioia guardando le mie pecorelle”. Allora, la nobildonna capì che la sua povera coetanea non aveva bisogno del suo insegnamento. Approfittiamo anche noi di questa lezione e invocando il Padre del Cielo che è Nostro Padre comprenderemo che il corteo dei Magi ci conduce al Dio vivente, che è presente nelle nostre anime: luce splendida dell’Amore in cui ciascuno e ciascuna di noi ha la sua culla.
Anche le Vergini consacrate3 hanno trovato questo Tesoro, al quale hanno donato tutto mediante il dono della verginità. Dio le ha sedotte come ha detto di sé il profeta Geremia: “Tu mi hai sedotto o mio signore mio Dio ed io mi sono lasciato sedurre da te” (Ger 20, 7). Per aver la Perla preziosa hanno offerto a Cristo tutte se stesse e la loro persona, che ha accolto Cristo totalmente, si consuma come un’ostia, perché tutto il popolo di Dio viva in Cristo e Cristo viva, ora e per l’eternità, in questo popolo di peccatori redenti. Vive chi cammina verso ciò che ama e cammina con chi lo ama nella misericordia e fedeltà.

1 Il termine “epifania” deriva dal greco antico, dal verbo ἐπιφαίνω, epifàino (che significa “mi rendo manifesto”) e dal discendente sostantivo femminile ἐπιφάνεια, epifàneia (che può significare manifestazione, apparizione, venuta, presenza divina). In San Giovanni Crisostomo Έπιφάνια assume la valenza ulteriore di “Natività di Cristo”.
2 La parola ‘mago’ che si usa per indicare questi personaggi non va identificata con il significato che oggi noi diamo. Il vocabolo deriva dal greco ‘magoi’ e sta ad indicare in primo luogo i membri di una casta sacerdotale persiana (in seguito anche babilonese) che si interessava di astronomia e astrologia. Potremo meglio nominarli: studiosi dei fenomeni celesti.
I Magi sono stati interpretati come Re Magi per l'influsso di Isaia 60,3, e sono stati attribuiti loro i loro nomi di Melchiorre, Gaspare e Baldassarre. Secondo il Vangelo di Matteo (2,2) i Magi (non precisati nel numero), guidati in Giudea da una stella (ἀστέρα, da ἀστήρ, stella od astro), portano in dono a Gesù bambino, riconosciuto come “re dei Giudei”, oro (omaggio alla sua regalità), incenso (omaggio alla sua divinità) e mirra (anticipazione della sua futura sofferenza e morte redentrici) e lo adorano.

3 Nella Chiesa, con il permanere delle vocazioni verginali - attraverso il segno della rinuncia al matrimonio e della conseguente solitudine e apparente infecondità - si trasmette vitalmente e sperimentalmente la certezza che:
- il cuore dell’essere umano può essere riempito soltanto da Dio, e la sua ultima solitudine può essere colmata solo dalla sua “compagnia”;
- Gesù Cristo, vivo e vero, qui e ora, è Dio incarnato che ha offerto e offre il suo vero amore;
- in quest’amore è contenuto e richiesto ogni altro amore: si ama, infatti, indissolubilmente “Cristo e ciò che è suo”;
- e si tratta di un amore la cui particolare fecondità è destinata ad essere visibile anche in questa vita.
Nella comunità cristiana, le due vocazioni – quella alla verginità consacrata e quella al matrimonio - vanno comprese ed educate non in alternativa, ma in complementarietà, ricordando tuttavia che ognuna di essa è una vocazione totale e totalizzante, e affermando chiaramente che la verginità meglio testimonia lo splendore della sollecitudine e della definitività dell’amore dovuto a Cristo.
Per quanto riguarda la famiglia, consiglio vivamente il recente libro di Mons. Livio Melina, La roccia e la Casa – socialità, bene comune e famiglia, Cinisello Balsamo, Edizioni San Paolo, 2013, pp 180. E’ un testo profondo e chiaro, che si legge con facilità e profitto.
 

Lettura Patristica
Sant’Agostino d’Ippona (354 – 430)
Discorso 200 sull’Epifania del Signore


Epifania: manifestazione di Cristo.
1. 1. I magi vennero dall'Oriente per adorare il bambino nato dalla Vergine. Oggi celebriamo questa ricorrenza, alla quale diamo la dovuta solennità e paghiamo il debito di un discorso. Questo giorno rifulse per primo ai magi, a noi ritorna con festosa ricorrenza annuale. I magi erano le primizie dei pagani, noi siamo il popolo dei pagani. A noi questo giorno è stato annunciato dalla parola degli Apostoli, ai magi dalla stella, come fosse parola dei cieli; e anche a noi gli Apostoli, come fossero cieli, hanno narrato la gloria di Dio. Come infatti non riconosceremo in essi quei cieli, essi che son diventati sede di Dio? Come sta scritto: L'anima del giusto è la sede della sapienza. Per opera di questi cieli il creatore e abitatore dei cieli fece sentire la sua voce; il mondo tremò al tuono della sua voce ed ora è divenuto credente. Grande sacramento! Giaceva in una mangiatoia e guidava i magi dall'Oriente. Era nascosto in una stalla e veniva riconosciuto in un segno celeste perché, riconosciuto nel segno celeste, venisse ritrovato nella stalla. E così questo giorno si chiamò "Epifania" che in latino si può tradurre con manifestazione. Ci si manifestano insieme la sua grandezza e la sua umiltà: mentre si manifestava nell'immensità del cielo con i segni degli astri, si faceva trovare, dopo essere stato cercato, in un angusto rifugio; debole nelle carni di un bambino, avvolto in panni da bambino veniva adorato dai magi e temuto dai malvagi.
La paura di Erode.
1. 2. Ebbe infatti paura di lui il re Erode, quando i magi glielo annunziarono, mentre stavano ancora cercando il bambino che tramite il segno celeste che avevano ricevuto, sapevano già nato. Che cosa sarà il tribunale di Dio giudice se la culla di Dio bambino ha incusso terrore a superbi re? Molto più assennatamente ora i re non cercano di ucciderlo, come ha tentato Erode, ma piuttosto volentieri lo adorano, come i magi; ora soprattutto che ha sostenuto dai nemici, anche per gli stessi nemici, quella morte che il nemico Erode desiderava dargli e che, ucciso, ha ucciso la morte nel suo corpo. Ora sì, abbiano i re più timore di colui che siede alla destra del Padre e del quale l'empio re Erode ebbe paura quando ancora succhiava dal seno della madre. Ascoltino quanto è scritto: E ora, o re, abbiate senno; rinsavite voi che siete gli arbitri della terra: servite il Signore con timore; con tremore esultate davanti a lui. Quel sommo re, che punisce i re empi e sostiene i pii, non è nato come nascono i re del mondo; anch'egli è nato, ma il suo regno non è di questo mondo. La nobiltà del figlio fu la verginità della madre, la nobiltà della madre fu la divinità del figlio. Mentre erano stati tanti i re dei Giudei già nati e defunti, i magi non cercarono nessuno di essi per adorarlo, perché di nessuno di essi il cielo aveva loro parlato.
L'incredulità dei Giudei.
2. 3. Non bisogna neanche tralasciare di dire che questa illuminazione dei magi costituì una prova irrefutabile della cecità dei Giudei. I magi cercavano nel paese dei Giudei colui che i Giudei non riuscirono a riconoscere pur essendo in mezzo a loro. In mezzo ai Giudei i magi trovarono il bambino che essi poi non accettarono quando insegnava in mezzo a loro. I magi, pellegrini in queste terre da paesi lontani, adorarono il Cristo bambino che ancora non parlava; i suoi concittadini lo crocifissero, in età ancora giovane, mentre operava prodigi. I magi riconobbero Dio in quel corpicino; questi, pur davanti ai prodigi, non lo risparmiarono neanche come uomo. Come se fosse stato più strepitoso vedere una nuova stella che ha brillato alla sua nascita, anziché il sole che ha pianto nella sua morte. La stella, che condusse i magi al luogo dove si trovava con la vergine madre il Dio bambino, certamente poteva condurli direttamente a quella città; tuttavia si nascose e non apparve loro di nuovo se non quando ebbero interrogato i Giudei sulla città in cui doveva nascere il Cristo - perché fossero essi ad indicarla seguendo la profezia della divina Scrittura - ed essi risposero: In Betlemme di Giuda. Così infatti è stato scritto dal profeta: E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei certo la minore fra le città di Giuda, perché da te uscirà un capo che guiderà Israele, mio popolo. Tutto questo che cosa ha significato nei disegni della divina Provvidenza se non che presso i Giudei sarebbero rimaste soltanto le divine Scritture, con le quali i pagani si sarebbero istruiti e i Giudei accecati? Che le avrebbero conservate non come aiuto alla propria salvezza, ma come testimonianza della nostra salvezza? Infatti oggi, quando riferiamo queste antiche profezie riguardanti il Cristo, rese chiare ed evidenti alla luce degli eventi già avvenuti, se per caso dei pagani, che noi vogliamo convertire, dicessero che sono state inventate da noi, che non sono state pronunciate prima ma posteriormente agli eventi accaduti, così da credere che siano state profetizzate cose già avvenute; noi, per fugare il dubbio di questi pagani, presentiamo i codici dei Giudei. I pagani erano rappresentati già da quei magi, ai quali i Giudei, tramite le parole divine, indicavano la città in cui è nato Cristo. I Giudei però né lo cercavano né lo riconoscevano.
L'unico nuovo popolo.
3.4. Ora dunque, carissimi, figli ed eredi della grazia, considerate la vostra chiamata e aderite con tenacissimo amore al Cristo che si è manifestato ai Giudei e ai pagani come pietra angolare. Si è manifestato già fin dalla culla della sua infanzia a quelli che erano vicini e a quelli che erano lontani: ai Giudei nei vicini pastori ai pagani nei lontani magi. Si pensa che i pastori siano venuti a lui nello stesso giorno in cui è nato, i magi invece in questo giorno. Si è manifestato ai primi, benché non fossero dotti e agli altri benché non fossero giusti. La caratteristica infatti della rozzezza dei pastori è l'ignoranza, e delle pratiche sacrileghe dei magi è l'empietà. Quella pietra angolare congiunse ambedue a sé: infatti è venuto a scegliere ciò che è stolto per il mondo per confondere i sapienti  e a chiamare non i giusti ma i peccatori, affinché nessuno, per quanto importante, s'insuperbisca e nessuno per quanto miserabile, si disperi. Per questo gli scribi e i farisei, stimandosi troppo dotti e troppo giusti, scartarono dalla loro costruzione questa pietra di cui avevano indicato la città natale leggendo le parole dei profeti. Ma egli è divenuto testata d'angolo e quanto indicò nella nascita lo completò nella passione. Congiungiamoci a lui insieme all'altra parete comprendente il resto d'Israele, che si è salvato per gratuita elezione. Quei pastori prefiguravano questo resto che si sarebbe congiunto a lui da vicino, affinché anche noi - la cui chiamata da lontano era significata dalla venuta dei magi - fossimo non più pellegrini e ospiti ma diventassimo concittadini dei santi e membri della famiglia di Dio, costruiti insieme sopra il fondamento degli Apostoli e dei profeti, avendo per pietra angolare lo stesso Cristo Gesù. Egli ha fatto dei due un popolo solo, affinché in quest'uno amassimo l'unità e avessimo una infaticabile premura di raccogliere i rami che, pur innestati da un olivo selvatico, spezzati dalla superbia, sono diventati eretici. Dio infatti ha il potere di innestarli di nuovo.

venerdì 27 dicembre 2019

La Santa Famiglia: luogo dove l’amore è sempre dono.

Domenica fra l'ottava di Natale - La Santa Famiglia di Nazareth - anno A - 29 dicembre 2019

Sir 3, 3-7.14-17a; Col 3, 12-21; Sal 127; Mt 2, 13-15. 19-23

1) Lo straordinario diventa quotidiano e ci insegna a rendere il quotidiano straordinario. 

     Poco meno di una settimana fa, abbiamo celebrato la straordinaria eccezionalità della nascita di Gesù Cristo. Oggi, la Liturgia ci fa celebrare la festa della Santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe, per aiutarci a vivere il quotidiano in modo straordinario. Il modo di rendere "eroico" (parola che vorrei sia capita e usata come sinonimo di "santo") è di mettersi alla scuola della Famiglia di Nazareth, meditando sui tre componenti di questo "vero" (altro aggettivo che si dovrebbe usare come sinonimo di "santo") nucleo familiare.
      Cominciamo da Giuseppe, discendente di Davide, uomo giusto. Anche grazie a Lui  "il mistero dell'Incarnazione e quello della Santa Famiglia sono inscritti profondamente nell'amore sponsale dell'uomo e della donna e indirettamente nella genealogia di ogni famiglia umana” (San Giovanni Paolo II).
    Nel Vangelo di Matteo è Giuseppe a ricevere attraverso l'angelo la volontà di Dio  e a realizzarla. Giuseppe è  il vero (nel senso di autentico, di legale e di santo) capo della famiglia. Il vangelo ce lo presenta sempre come l’uomo obbediente e silenzioso. “Uno che non predica, non parla, ma cerca di fare la volontà di Dio; e la compie nello stile del Vangelo e delle Beatitudini: «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli» (Mt 5,3)”(Papa Francesco 22 dicembre 2019).. Fa quanto gli viene indicato. La sua non è obbedienza servile, ma scelta libera, coraggiosa e responsabile, non priva di rischi, di pericoli e di dubbi e della paura dell’incognito. San Giuseppe è ben consapevole che le persone  affidate a lui, il Custode della Redenzione, non sono sua proprietà. Gesù e Maria  appartengono a Dio. Ma gli sono affidati perché ne abbia cura, li protegga e li custodisca. E questo uomo giusto adempie  questo compito con amore fedele, confidando totalmente e solamente in Dio, e sacrificando le proprie legittime aspirazioni personali. La sua obbedienza a Dio è pienamente libera e lieta grazie alla  gioia del dono. E’ donando che si riceve. Giuseppe l’ha ben capito e per amore di Maria e Gesù è disposto a pagare qualunque prezzo. Giuseppe è l’uomo che sa tradurre l’obbedienza a Dio in canto d’amore e di libertà.
       Rivolgiamo ora gli occhi del cuore a Maria. Il vangelo di Matteo ci presenta la Madre di Gesù  come mamma  silenziosa e, nel contempo, sempre attenta, vigile, premurosa. Quelle parole ripetute “il bambino e sua madre” ci dicono che Maria era sempre accanto a Gesù.  Maria è il terreno fecondo che ha accolto il Figlio di Dio. Come Vergine Madre, lei ha un rapporto del tutto speciale con quel bambino, che è il suo Dio. Un materno rapporto d'amore che è una spada che trafigge. Che questo amore sia come una spada fu rivelato a lei dal profeta Simeone il giorno della presentazione di Gesù al Tempio: “Una spada ti trafiggerà l'anima”.
    L'amore è una spada e Cristo è stato per sua Madre una spada ancor prima di nascere. Chi non ricorda questo dramma evocato all'inizio del Vangelo di Matteo, questo dramma dell'amore umano, questo grande dramma del silenzio infinito che seguì l'annuncio che dopo avere ricevuto il "sì" di Maria l'Angelo la lasciò sola nella sua modesta casa a Nazareth, nel silenzio. E la Madonna non può che restare racchiusa nel suo silenzio, perché il segreto che lei porta in se, è il segreto di Dio. La Vergine di Nazaret è diventata, infatti, la "Madre di Dio".
     "Pertanto, in Maria, Madre di Dio, ogni donna vede specchiato il proprio volto. In lei vede realizzata la sua perfezione, la perfezione di ciò «che è caratteristico della donna», di 'ciò che è femminile'" (San Giovanni di Dio). Un modo speciale di amare e di essere amata da Dio, una vocazione che la donna realizza sia nella verginità che nella maternità. Maria è Madre di Dio senza cessare di essere serva, è vicina al figlio e con fede e con amore lo ama, non solo come figlio, ma come il suo Dio. Senza esaurirne il mistero, Maria è sempre accanto al figlio. Lo vede bambino con gli occhi, lo contempla Dio nel suo cuore. E tutto questo anche per lei avviene nella sofferenza della paura e nel dolore dell’esilio. Nel calore di questo amore umano e soprannaturale, Maria vive anche la sua relazione di sposa con Giuseppe. Un rapporto speciale, certo, ma sempre profondamente umano, fatto di sguardi, di delicatezze, di silenzi, di tanto amore. Maria fa quello che le dice Giuseppe, senza tergiversare. Nel vangelo di Matteo, la volontà di Dio le si manifesta attraverso il rapporto di comunione con lo sposo. Una espressione di questa relazione profonda tra i due la leggiamo nel Vangelo di Luca, quando Maria dice a Gesù: “Tuo padre ed io addolorati ti cercavamo”. E’ nel dolore che si affinano e si consolidano i sentimenti. 

2) Gesù guardato da Maria, da Giuseppe e da ciascuno di noi.

    Guardiamo, ora, Gesù con gli occhi di Maria e di Giuseppe.
Stretti l’uno all’altra, Maria e Giuseppe guardano sorridenti e pensosi  Gesù: è un bambino fragile, ma stupendo, come è ogni bambino per i suoi genitori. In quella fragilità, che fa tenerezza, intravedono il mistero della tenerezza di Dio. Gesù è nel cuore della storia del suo popolo; è una presenza stupenda, ma inquietante; è “segno di contraddizione” che trafigge il cuore con la spada dell'amore che si dona. Esige una scelta radicale.
    Nella ferialità concreta della vicenda sponsale di Maria e di Giuseppe cresce il mistero. I loro colloqui si fanno  intensi e carichi di stupore. Maria comunica a Giuseppe ciò che il suo cuore di madre le suggerisce; Giuseppe partecipa a Maria ciò che gli sembra di intuire.
   Come nel presepe, lo sguardo di fede ci fa abbracciare insieme il Bimbo divino e le persone che gli sono accanto: la sua Madre Santissima e Giuseppe, il suo padre putativo. Quale luce si sprigiona da questa “icona di gruppo” del Santo Natale! Luce di misericordia e di salvezza per il mondo intero, luce di verità per ogni uomo, per la famiglia umana e per le singole famiglie. Com’è bello per i coniugi rispecchiarsi nella Vergine Maria e nel suo sposo Giuseppe.
    Anche noi ora contempliamo la Santa Famiglia, per gustare il dono dell’intimità familiare, che ci spinge ad offrire calore umano e concreta solidarietà in quelle situazioni, purtroppo numerose, in cui, per vari motivi manca la pace, manca l’armonia, manca, in una parola, la “famiglia”.
     “Con l'Incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo ad ogni uomo. Ha lavorato con mani d'uomo, ... ha amato con cuore d'uomo. Nascendo da Maria Vergine, Egli si è fatto veramente uno di noi, in tutto simile a noi fuorché nel peccato” (Gaudium et spes, 22(.
    San Matteo si sofferma sulle insidie tramate da Erode. Gesù è nato bambino, ha vissuto da bambino. E’ fuggito davanti alla violenza dei potenti. Ha trascorso gran parte della sua vita nel nascondimento di Nazaret, “sottomesso” (Lc 2,51) come « Figlio dell'uomo » a Maria, sua Madre, e a Giuseppe, il falegname. Anche Gesù ha accolto la missione che il Padre celeste gli confidava. Egli si è fatto piccolo ed obbediente. 

3) Famiglia e verginità

     La Famiglia di Nazareth è Santa perché tutti i suoi componenti sono accomunati dal desiderio di essere fedeli a Dio, di vivere la sua parola, di cercare la sua volontà e di metterla in pratica. «Per misterioso disegno di Dio, in essa è vissuto nascosto per lunghi anni il Figlio di Dio: essa è dunque prototipo ed esempio di tutte le famiglie cristiane. E’ quella Famiglia, unica al mondo, che ha trascorso un'esistenza anonima e silenziosa in un piccolo paese della Terra Santa; che è stata provata dalla povertà, dalla persecuzione, dall'esilio; che ha glorificato Dio in modo incomparabilmente alto e puro. Essa non mancherà di assistere le famiglie cristiane, anzi tutte le famiglie del mondo, nella fedeltà ai loro doveri quotidiani, nel sopportare le ansie e le tribolazioni della vita, nella generosa apertura verso le necessità degli altri, nell'adempimento gioioso del piano di Dio nei loro riguardi» (Familiaris Consortio, 86).
     Maria, vera sposa di Giuseppe, visse il suo amore sponsale in modo sempre vergine e casto quindi è, secondo me, giusto affermare che come a guidare Maria verso l’ideale della verginità è stata un’ispirazione eccezionale di quello stesso Spirito Santo così, nel corso della storia della Chiesa, spingerà tante donne sulla via della consacrazione verginale. 
     La presenza singolare della grazia nella vita di Maria, porta a concludere per un impegno della giovane nella verginità. Colma di doni eccezionali del Signore dall’inizio della sua esistenza, ella è orientata ad una dedizione di tutta se stessa - anima e corpo - a Dio nell’offerta verginale.  
Inoltre, l’aspirazione alla vita verginale era in armonia con quella “povertà” dinanzi a Dio, a cui l’Antico Testamento attribuisce un grande valore. Impegnandosi pienamente in questa via, Maria rinuncia anche alla maternità, ricchezza personale della donna, tanto apprezzata in Israele. In tal modo "Ella primeggia tra gli uomini e i poveri del Signore, i quali con fiducia attendono e ricevono da lui la salvezza" (LG 55). Presentandosi a Dio come povera, e mirando ad una fecondità solo spirituale, frutto dell’amore divino, al momento dell’Annunciazione Maria scopre che la sua povertà è trasformata dal Signore in ricchezza: Ella sarà la Madre Vergine del Figlio dell’Altissimo. Più tardi scoprirà anche che la sua maternità è destinata ad estendersi a tutti gli uomini che il Figlio è venuto a salvare (cf. Catechismo della Chiesa Cattolica, 501).


Lettura Patristica
San Giovanni  Crisostomo
In Matth. 8, 2 s.; 9, 2; 5, 1


 L’insegnamento della fuga in Egitto.

       Noi dobbiamo aspettarci sin dai primi giorni della nostra vita tentazioni e pericoli. Considerate, infatti, che subito, sin dalla culla, è accaduto ciò a Gesù. Era appena nato, che già il furore del tiranno si scatenò contro di lui e lo costrinse a trasferirsi per cercare scampo in un luogo d’esilio, e sua madre, così pura e innocente, fu costretta con lui a fuggire in un paese di stranieri. Questo comportamento di Dio vi mostra che, quando avete l’onore di essere impegnati in qualche ministero o servizio spirituale e vi vedete circondati da infiniti pericoli e costretti a sopportare crudeli sventure, non dovete turbarvi, né dovete dire a voi stessi: Per quale ragione sono così maltrattato, io che mi aspettavo una corona, elogi, la gloria, brillanti ricompense, avendo compiuto la volontà di Dio? Questo esempio vi spinga, dunque, a sopportare fermamente le disgrazie e vi faccia conoscere che, di solito, è questa la sorte degli uomini spirituali: avere, cioè, come inseparabili compagne, le prove e le tribolazioni. Osservate appunto quanto capitò non soltanto alla madre di Gesù, ma anche ai Magi. Costoro si ritirano segretamente come dei fuggiaschi, e la Vergine, che non era solita uscire dalla sua casa, è costretta a fare un cammino quanto mai lungo e faticoso, a causa di quella straordinaria e sorprendente nascita spirituale.

       Ammirate ancora il meraviglioso avvenimento! La Palestina perseguita Gesù Cristo e l’Egitto lo accoglie e lo salva dai suoi persecutori. Questo mostra all’evidenza che Dio non ha soltanto tracciato i tipi e le figure dell’avvenire nei figli del patriarca, ma anche in Gesù stesso…

       L’angelo, dunque, apparve non a Maria, ma a Giuseppe e gli disse: «Levati, prendi il bambino e sua madre». Non disse più, come aveva detto prima, «prendi la tua sposa», ma «prendi sua madre», perché ormai, dopo la nascita, Giuseppe non nutriva più alcun dubbio, e credeva fermamente alla verità del mistero. L’angelo gli parla, dunque, con maggiore libertà, senza chiamare Gesù «suo figlio» e Maria «sua sposa», ma dicendo: «Prendi il bambino e sua madre, e fuggì in Egitto». E gli spiega anche la ragione della fuga, aggiungendo: "Perché Erode sta cercando il bambino per ucciderlo" (
Mt 2,13).

       Giuseppe, ascoltando queste parole, non rimase negativamente impressionato. Non disse all’angelo che quella fuga gli sembrava enigmatica, dato che poco tempo prima lo stesso angelo gli aveva detto che il bambino avrebbe dovuto salvare il suo popolo, mentre ora sembrava non essere neppure capace di salvare se stesso. Quella fuga, quel viaggio e quella lunga emigrazione non erano forse in contraddizione con la promessa che l’angelo medesimo gli aveva fatto? Ma Giuseppe non disse niente di tutto questo, perché‚ era un uomo di fede. Non si dimostrò neppure curioso di conoscere il tempo del ritorno, poiché l’angelo non gliel’aveva affatto precisato, avendogli detto genericamente: «Resta colà, fino a che io non te lo dica». Al contrario, Giuseppe dimostra vivo zelo: ascolta, obbedisce (
Mt 2,14) e sopporta con gioia tutte le prove.

       Dio, nella sua bontà, mescola, in queste circostanze, la gioia e il dolore. Così egli è solito agire con tutti i santi. Non li lascia sempre nel pericolo o sempre nella sicurezza, ma ordina la vita degli uomini giusti a mo’ di una trama, in cui si intrecciano gioie e dolori. E proprio così si comportava con Giuseppe. Vi prego di osservare e di riflettere. Giuseppe si accorge che Maria è incinta e subito è colto da turbamento e da una grande angoscia, sospettando che la Vergine abbia commesso adulterio: ma l’angelo interviene immediatamente, sciogliendo ogni sospetto e liberandolo da ogni timore. Poi il bambino nasce e Giuseppe ne è estremamente felice: ma alla sua gioia fa seguito subito un nuovo dolore, perché‚ sente che tutta la città turbata e il re, in preda a un vivo furore, ricercano con ogni mezzo il bambino. Questa pena è temperata dalla gioia ch’egli prova alla vista della stella e dell’adorazione dei Magi: ma, ancora una volta, la gioia si muta in ansia e paura, quando l’angelo gli dice che «Erode sta cercando il bambino per ucciderlo» e gli ingiunge di fuggire e di emigrare.

       Sta di fatto che Gesù doveva allora comportarsi in modo del tutto umano. Il tempo di compiere miracoli non era ancora venuto. Se avesse così presto cominciato a far prodigi, nessuno avrebbe creduto che era un uomo. Per questo motivo, egli non viene al mondo d’improvviso: come un uomo è dapprima concepito, poi resta nove mesi nel seno di Maria, nasce, si nutre con il latte materno, vive per molto tempo una vita ritirata, aspettando di divenire uomo adulto con il passar degli anni, in modo che questo suo comportamento convinca tutti a credere alla verità della sua incarnazione…

       Dunque l’angelo ordina loro, al ritorno dall’Egitto, di andare a stabilirsi nel loro paese. Anche questo accade con un preciso disegno, cioè "affinché si adempisse" - dice il Vangelo - "ciò che era stato detto dai profeti: Egli sarà chiamato Nazareno" (
Mt 2,23)

       Del resto, proprio perché lo predissero i profeti, gli apostoli spesso chiamarono Cristo «Nazareno» (
Is 11,1).

       Questo fatto, allora, rendeva oscura e non facilmente comprensibile la profezia relativa a Betlemme? Niente affatto. Ché, proprio questo doveva, al contrario, stimolare la loro curiosità e spingerli a indagare su quanto era stato detto di lui nelle profezie. Come si sa, fu il nome di Nazaret che spinse Natanaele a informarsi su Gesù Cristo, da cui si recò dopo aver detto: "E può venire qualcosa di buono da Nazaret?" (
Jn 1,46). Nazaret era, infatti, un villaggio di nessun conto, come del resto pochissima importanza aveva tutta la regione della Galilea. Per ciò i farisei dissero a Nicodemo: Ricerca bene e vedrai che non sorge profeta dalla Galilea (Jn 7,52). Tuttavia, Cristo non si vergognò di prender nome da questa patria, per mostrarci che non aveva affatto bisogno di ciò che gli uomini ritengono importante. Egli scelse i suoi apostoli proprio in Galilea, paese disprezzato dai Giudei, per togliere ogni scusa ai pigri e far loro vedere che non occorre niente di tutto quanto è esteriore, se essi si applicano con zelo alla virtù. Sempre per questo motivo il Figlio di Dio non volle affatto una casa sua: "Il Figliolo dell’uomo non ha dove posare il capo", egli dice (Lc 9,58). Per questa ragione fugge quando Erode vuole ucciderlo; appena nato viene deposto in una mangiatoia e rimane in una stalla; si sceglie anche una madre povera: ed ha fatto tutto ciò per abituarci a non arrossire di queste cose, per insegnarci, insomma, fin dal suo ingresso in questo mondo, a calpestare sotto i piedi il lusso e l’orgoglio del mondo e a non ricercare altro che la virtù…

       Non restiamo, dunque, ad aspettare oziosamente l’aiuto degli altri. È certo che le preghiere dei santi hanno molta efficacia, ma solo quando noi mutiamo condotta e diventiamo migliori…

       Insomma, se noi siamo pigri e negligenti, neppure gli altri ci potranno soccorrere: ma se vegliamo su noi stessi, da noi medesimi ci soccorreremo e lo faremo molto meglio di quanto potrebbero farlo gli altri. Dio preferisce accordare la sua grazia direttamente a noi, piuttosto che ad altri per noi, perché lo zelo che poniamo nel cercare di allontanare la sua collera ci spinge ad agire con fiducia e a diventare migliori di quel che siamo. Per questo il Signore fu misericordioso con la cananea e così egli salvò la Maddalena e il ladrone, senza che alcun mediatore fosse intervenuto a favore.