venerdì 13 febbraio 2015

La lebbra e il perdono

Rito Romano
VI Domenica del Tempo Ordinario - Anno B - 15 febbraio 2015.
Levitico 13,1-2.45-46; Prima Corinzi 10,31-11.1; Marco 1,40-451

Rito Ambrosiano
Ultima Domenica dopo l’Epifania – detta “del perdono”.
Is 54,5-10; Sal 129; Rm 14,9-13; Lc 18,9-14

 

1) La vita è un miracolo e il Vangelo non è una fiaba.
Il brano del Vangelo di oggi narra l’incontro tra Gesù e il lebbroso. Il Messia lascia Cafarnao, dove aveva cominciato le prime guarigioni, e va nei villaggi vicini, dove doveva portare il Vangelo. Nel deserto, che avvolgeva questi piccoli paesi di Galilea, certamente non c’era la sabbia, come nel Sahara, più che altro c’era una natura così aspra che nessuno voleva viverci. Era zona di passaggio, una terra di nessuno. Ma questo non voleva dire che non ci fosse nessuno, perché l’uomo a volte abita proprio là, per scelta o colpa propria o perché qualcuno ce l’ha mandato. E’ il caso del lebbroso. Chi era colpito dalla lebbra, “la primogenita della morte” (Gb 18,13), doveva tenersi separato e non poteva avvicinarsi a nessuno, perché la legge dell’Antico Testamento prescriveva: “Il lebbroso starà solo, lontano, fuori dell’accampamento” (Lv 13,46)2. Il lebbroso era abbandonato a se stesso, destinato ad una lenta morte, infamato quanto era ritenuto un peccatore, che meritava quella condanna di avere una malattia ributtante, inguaribile e infettiva.
Gesù, il Medico che è venuto a guarire tutti i malati, tocca il lebbroso e lo guarisce. Le nostre leggi possono solo riconoscere il male e condannarlo. Gesù lo guarisce.
L’immondo, il castigato, l’intoccabile diventa fonte di stupore e di Vangelo. Ma perché Cristo tocca questo malato ripugnante? Perché, dato che guarisce il malato con la sua volontà e con la sua parola, Gesù aggiunge anche il tocco della sua mano? “Io ritengo che per nessun altro motivo lo faccia, se non per mostrare che non c'è niente di impuro per un uomo puro.”
(San Giovanni Crisostomo).
  Una della più profonde spiegazioni di questo miracolo è l’esempio del Poverello di Assisi. San Francesco d'Assisi, che amò Cristo fino ad assomigliargli fisicamente con le stimmate, i lebbrosi li ha baciati.
Certo, non da subito.
Racconta Tommaso da Celano: All'inizio, la sola vista dei lebbrosi gli era così insopportabile, che non appena scorgeva a due miglia di distanza i loro ricoveri, si turava il naso con le mani. Solo nel tempo in cui aveva già cominciato, per grazia e virtù dell'Altissimo, ad avere pensieri santi e salutari, mentre viveva ancora nel mondo, un giorno gli si parò innanzi un lebbroso: fece violenza a se stesso, gli si avvicinò e lo baciò. Da quel momento decise di disprezzarsi sempre più, finché per la misericordia del Redentore ottenne piena vittoria”. Visse così non perché costretto da un timore, ma perché spinto dall’amore: era innamorato di Dio. Infatti lo fece con il cuore: “Poco tempo dopo volle ripetere quel gesto: andò al lebbrosario e, dopo aver dato a ciascun malato del denaro, ne baciò la mano e la bocca”.
Nel suo testamento, San Francesco stesso scrisse: “Il Signore dette a me, frate Francesco, d’incominciare a fare penitenza così: quando ero nei peccati, mi sembrava cosa troppo amara vedere i lebbrosi; e il Signore stesso mi condusse tra loro e usai con essi misericordia. E allontanandomi da essi, ciò che mi sembrava amaro mi fu cambiato in dolcezza d’animo e di corpo. E di poi, stetti un poco e uscii dal mondo” (Fonti Francescane, 110). Nei lebbrosi, che Francesco incontrò quando era ancora “nei peccati – come egli dice -, era presente Gesù. E quando Francesco si avvicinò a uno di loro e, vincendo il proprio ribrezzo, lo abbracciò, Gesù lo guarì dalla sua lebbra, cioè dal suo orgoglio, e lo convertì all’amore di Dio. Ecco la vittoria di Cristo, che è la nostra guarigione profonda e la nostra risurrezione a vita nuova.
  San Francesco d’Assisi mostrò e mostra ancora che il Vangelo non è il racconto di una fiaba per suscitare buoni sentimenti ed insegnare una morale, ma la narrazione di una Presenza che fa miracoli. Il miracolo, per Gesù, è la confluenza di due volontà buone; il contatto vivo tra la volontà di bontà di chi agisce e la fede di chi è agito. La collaborazione di due forze. Un combaciamento, una convergenza di due certezze: una che domanda “Se vuoi, puoi guarirmi” e l’altra che purificando guarisce non solo il corpo ma anche il cuore malato.

2) Gesù ci purifica dalla nostra “lebbra”.
Non ha nome né volto il lebbroso del Vangelo, perché così ognuno di noi può identificarsi in lui. La sua voce esprime il nostro desiderio di salute fisica e spirituale. In modo discreto supplica: “Se vuoi, guariscimi”.
Il lebbroso esprime questa supplica perché, più o meno consapevolmente, si chiede: “Che cosa vuole Dio per me? Cosa vuole da questa carne sfatta, da questo corpo piagato, da questi anni di dolore (per chi soffre il tempo della malattia è sempre lungo). Gli scribi di ogni epoca ripetono che il dolore è punizione per i peccati o maestro di vita o incomprensibile volontà di Dio. La domanda del lebbroso è “teologica”, perché a partire dalla sua esperienza di sofferenza quest’uomo si rivolge al Figlio di Dio-Amore. La fede del lebbroso non è teorica o astratta: nasce da un cuore che palpita e che ha capito che Dio è il Dio della compassione. Il dolore fa emergere l’amore da cui si è nati.
Facciamo nostro questo appello del lebbroso: “Se vuoi, puoi mondarmi”. Non la nostra purezza legale, ma la nostra miseria ci dà il diritto di rivolgerci al Signore, invocandoLo e mettendoci in ginocchio, perché riconosciamo la sua divinità ed il suo amore. Noi siamo bisogno di Dio e del suo amore. L’importante è riconoscere il nostro male e voler guarire.
E Gesù, commosso3, ci tocca. Per Gesù il lebbroso (ciascuno di noi) non è un caso da risolvere, ma è una lama nella carne. Per Lui il malato di lebbra non è un una domanda teorica a cui rispondere, ma un fratello per il quale le sue viscere fremono, come quelle di una madre per il figlio. Dio ha verso di noi questa commozione materna, genera gesti, che fa quasi violenza alla mano, la fa stendere, la fa toccare. Gesù tocca il lebbroso, sapendo che per la legge mosaica toccare un lebbroso è diventare impuro . Per lui l’uomo vale più di questa a legge. Con una carezza, che purifica, il Redentore porta a pienezza la legge antica mediante la nuova legge dell’amore e della libertà.
Eternamente Dio vuole figli guariti. A ciascuno di noi, come al lebbroso, a Lazzaro, alla figlia di Giairo, alla suocera di Simone ripete: lo voglio, alzati, guarisci.
Dio è salute e salvezza, è guarigione dal male di vivere. Non ne conosciamo i tempi e i modi, ma sappiamo dalla fede che Lui rinnoverà il cuore, battito su battito. Con la compassione, con una carezza della sua mano, con la forza tenera della sua voce ci toglie sempre e per sempre dall’abisso del dolore.
Un esempio attuale di questa compassione sono le Vergini Consacrate nel mondo. In forza di questa consacrazione esse sono chiamate ad essere testimoni della compassione di Dio per ogni fratello e sorella. Se da una parte queste donne sono chiamate ad essere, mediante il dono totale di sé stesse nella verginità a servire Dio nella preghiera, in particolare quella liturgica, dall’altra esse sono chiamate al servizio della carità nei confronti del prossimo, che consiste appunto nel fatto che, in Dio e con Dio, amano anche la persona che non è gradita, che la malattia rende ripugnante. “Totalmente consacrate a Dio, sono totalmente consegnate ai fratelli, per portare la luce di Cristo là dove più fitte sono le tenebre e per diffondere la sua speranza nei cuori sfiduciati. Le persone consacrate sono segno di Dio nei diversi ambienti di vita, sono lievito per la crescita di una società più giusta e fraterna, sono profezia di condivisione con i piccoli e i poveri. Così intesa e vissuta, la vita consacrata ci appare proprio come essa è realmente: è un dono di Dio, un dono di Dio alla Chiesa, un dono di Dio al suo Popolo” (Papa Francesco).


1 “Venne da lui un lebbroso, che lo supplicava in ginocchio e gli diceva: «Se vuoi, puoi purificarmi!». Ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse: «Lo voglio, sii purificato!». E subito la lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato. E, ammonendolo severamente, lo cacciò via subito e gli disse: ‘Guarda di non dire niente a nessuno; va’, invece, a mostrarti al sacerdote e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha prescritto, come testimonianza per loro’. Ma quello si allontanò e si mise a proclamare e a divulgare il fatto, tanto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma rimaneva fuori, in luoghi deserti; e venivano a lui da ogni parte.” (Mc 1,40-45).

2 La prima e la terza lettura di oggi ci pongono dinanzi a quello che è stato per secoli un vero e proprio incubo, un terribile spettro che suscita repulsione e orrore: la lebbra.
Il primo testo è tratto dal libro del Levitico, in particolare da quella sezione (capp.13-14) che tratta minuziosamente della lebbra: il cap.13 ne descrive la tipologia includendo in maniera piuttosto larga forme diverse (72 ne avrebbe elencato la Mishnah, raccolta di commenti tradizionali della Legge del Vecchio Testamento) di malattie della pelle, di cui molte guaribili; il cap. 14 presenta il rituale della purificazione dei lebbrosi e delle case infette.
E' evidente il motivo igienico che ispira un comportamento comunitario attento alle malattie infettive. I sacerdoti erano i competenti ad esaminare l'ammalato e a diagnosticarne il contagio dichiarandolo "immondo" (cap.13, a.3); lo stesso sacerdote avrebbe poi, eventualmente, certificato la guarigione (cap.14, vv.1-4). Nelle società antiche le norme precauzionali erano effettivamente l'unica difesa possibile verso malattie contagiose, soprattutto se inguaribili; di qui le dure norme esposte nei vv. 45-46: “Il lebbroso colpito dalla lebbra porterà vesti strappate e il capo scoperto, si coprirà la barba e andrà gridando: - Immondo! Immondo! - Sarà immondo finché avrà la piaga; è immondo, se ne starà solo, abiterà fuori dell'accampamento”.


3 Il verbo greco, che è tradotto con “commosso” indica l’essere preso allo stomaco, dice di una mano che ti stringe le viscere: provò com­passione.


Lettura Patristica
San Beda il Venerabile (ca 672 - 735)
In Evang. Marc., 2, 3-5

La guarigione del paralitico e la salvezza dell’anima

       "E vennero conducendo a lui un paralitico che era portato da quattro persone" (Mc 2,3).

       La guarigione di questo paralitico raffigura la salvezza dell’anima, la quale, sospirando verso Cristo dopo la lunga inerzia dell’ozio carnale, ha dapprima bisogno dell’aiuto di tutti per essere sollevata e portata a Cristo, cioè dell’aiuto dei buoni medici che le ispirino la speranza nella guarigione e intercedano per lei. A buon diritto viene riferito che il paralitico era condotto da quattro persone; sia perché sono i quattro libri del Santo Vangelo che convalidano la parola e l’autorità di chi diffonde il Vangelo, sia perché sono quattro le virtù che infondono sicurezza allo spirito e lo portano alla salvezza. Di tali virtù si parla quando si loda l’eterna sapienza: "Temperanza e prudenza ella insegna, e giustizia e fortezza, delle quali niente c’è li più necessario per gli uomini nella vita" (Sg 8,7). Alcuni, penetrando il senso di questi nomi, chiamano tali virtù prudenza, fortezza, temperanza e giustizia.

       "E non riuscendo a portarlo davanti a lui per la folla, scoperchiarono il tetto nel punto dove egli stava" (Mc 2,4).

       Desiderano presentare a Cristo il paralitico, ma ne sono impediti dalla folla che li preme da ogni parte. Accade ugualmente sovente all’anima, dopo l’inerzia del torpore carnale, che volgendosi a Dio e desiderando essere rinnovata dalla medicina della grazia celeste, sia ritardata dagli ostacoli delle antiche abitudini. Spesso, quando l’anima è immersa nella dolcezza della preghiera interiore e intrattiene quasi un soave colloquio con il Signore, sopraggiunge la folla dei pensieri terreni e impedisce che lo sguardo dello spirito veda Cristo. Che cosa dobbiamo fare in tali frangenti? Non dobbiamo certamente restar fuori e in basso dove tumultuano le folle; dobbiamo salire sul tetto della casa nella quale Cristo insegna, cioè dobbiamo tentare di raggiungere le altezze della Sacra Scrittura e meditare, di giorno e di notte, con il salmista, la legge del Signore. «Come» infatti «potrà un giovane serbare puro il proprio cammino? Nel custodire - dice il salmista - le tue parole» (Ps 118,9).

       "E praticata un’apertura, calarono giù il lettuccio sul quale giaceva il paralitico" (Mc 2,4).

       Scoperchiato il tetto, l’infermo è calato dinanzi a Gesù: infatti, svelati i misteri delle Scritture, si giunge alla conoscenza di Cristo, cioè si discende alla sua umiltà con la pietà della fede. Secondo il racconto di un altro evangelista, non è senza un motivo che la casa di Gesù appaia coperta da tegole, in quanto, se c’è chi squarcia il velo della lettera che pure può apparire d’insignificante valore, vi troverà la potenza divina della grazia spirituale. Togliete le tegole alla casa di Gesù, significa scoprire nell’umiltà della lettera il significato spirituale dei misteri celesti. Infine, il fatto che l’infermo sia calato giù insieme con il lettuccio, significa che dobbiamo conoscere Cristo mentre siamo ancora in questa nostra carne.

      

venerdì 6 febbraio 2015

Il giorno di sabato di Cristo: pregare, guarire, predicare e ancora pregare.

Rito Romano – V Domenica del Tempo Ordinario - Anno B – 8 febbraio 2015
Gb 7,1-4.6-7; Sal 146; 1Cor 9,16-19.22-23; Mc 1,29-391

Rito Ambrosiano – Penultima Domenica dopo l’Epifania – detta “della divina clemenza”
Os 6,1-6; Sal 50; Gal 2,19-3,7; Lc 7,36-50
 

1) La giornata di Cristo.
Il Vangelo di oggi ci descrive un sabato trascorso da Gesù a Cafarnao, che può essere considerato come il paradigma di come Gesù viveva il giorno di riposo ebraico, e che può essere un paradigma per noi per le nostre domeniche ed anche per gli altri giorni della settimana se vivremo il lavoro come costruzione di un mondo guarito, redento.
Questa giornata di Gesù è cadenzata dalle Sue tre occupazioni prioritarie: immergersi nella preghiera con il Padre, stare in famiglia e tra la gente e guarire i malati. Gesù parla con l’uomo, tocca con la Sua mano, che è la mano dell’Infinito, la mano della persona finita, in questo caso quella della suocera di Pietro, ma tutto ciò è è “intriso” di Dio, parte dalla preghiera e si conclude nella preghiera.
Infatti, il Vangelo di oggi ci riferisce di un sabato, che iniziato nella sinagoga, che continua nella casa di Simone, dove Gesù gli guarisce la suocera, e fuori di questa casa dove il Messia guarisce molti malati e indemoniati. Ma facciamo attenzione al fatto che il racconto di oggi non si conclude con la sera di questo sabato ma con la narrazione di Gesù che prima che sorga l’alba va in un luogo solitario, dove Lui, il Figlio parla con Dio Padre.
In riva al lago, in una sinagoga, in una casa, in piazza o un luogo solitario: ogni posto è buono per l’incontro tra noi e il Signore, che ci offre la sua chiamata. Ogni ora può essere quella giusta e ogni posto è conveniente per l’incontro con Dio: la sinagoga, la casa della gente, il luogo desertico.
Cerchiamo di immaginarci la scena descritta dal Vangelo: Gesù, dopo aver lasciato la sinagoga e tra due ali di gente va a casa di Simon-Pietro, dove trova la suocera di questi a letto, con la febbre. Subito la guarisce, prendendola per mano. Mano nella mano, come forza trasmessa a chi è stanco o malato, come mano di fratello e di amico per dare fiducia al fratello e amico debole, infermo. Gesù rialza (il verbo greco è quello usato dal Vangelo anche per parlare della risurrezione) la suocera di Pietro. Gesù alza, eleva, fa rialzare (ri-sorgere) questa donna, la riconsegna alla sua andatura eretta, alla fierezza del fare, del prendersi cura degli altri. La donna si alza e si mette a servire2.
Il Signore prende per mano anche noi, anche noi facciamo lo stesso, prendiamo per mano che si tende verso di noi. Quante cose contiene una mano. Un gesto così può sollevare una vita. Questo, secondo il Vangelo di Marco, è il primo miracolo di Gesù, il più piccolo in apparenza, ma che dice il significato di tutti gli altri: Gesù Cristo, la Parola fatta carne, ci libera dal male fisico e spirituale e ci rende liberi per il bene. Allora facciamo almeno come la suocera di Pietro, guarita dalla febbre, che imita subito Gesù, che è venuto per servire perché ci ama. Servire significa amare, non a parole, ma con i fatti.
Credo che il senso di tutti i miracoli che Gesù fa è di cambiare la vita dell’uomo, di riconsegnare l’uomo a se stesso e a Dio. Secondo il Vangelo di Marco, il primo miracolo di Cristo è quello di guarire la suocera di Pietro, poi durante la sua vita pubblica
  • guarirà anche dei ciechi, perché l’uomo abbia occhi che vedono,
  • guarirà dei sordi perché l’uomo abbia orecchi che ascoltano,
  • guarirà i muti perché la bocca dell’uomo dica la verità,
  • guarirà gli zoppi perché l’uomo abbia piedi che camminano alla sua sequela,
  • guarirà le mani perché l’uomo a mani aperte e tese tocchi santamente il suo prossimo e soccorra i fratelli e sorelle in umanità,
  • guarirà le mani del cuore perché si congiungano in preghiera e l’uomo entri in comunione con Dio. Lui stesso, di notte e fino all’alba, Gesù, anche “stanco” di guarire, andrà in luogo solitario per pregare.

2) Il giorno e la sera per pensare all’uomo, la notte e l’alba per pensare a Dio.
Gesù assediato dal dolore, in un crescendo turbinoso (la sera fuori dalla casa di Simon-Pietro la folla con il suo dolore si affretta da Gesù, Gli consegna il suo dolore e ritrova la vita) sa trovare spazi e tempi per stare con Padre. Gesù ci insegna a inventare quegli spazi segreti che danno salute all’anima, spazi di preghiera, dove niente sia più importante di Dio, dove dirgli: Sto davanti a te; per un tempo che so breve non voglio mettere niente prima di te; niente per questi pochi minuti viene prima di te. Ed è la nostra dichiarazione d’amore.
Nella narrazione evangelica, l’ambientazione della preghiera di Gesù si colloca all’incrocio tra l’inserimento nella tradizione del suo popolo e la novità di una relazione personale unica con Dio. “Il luogo deserto” (cfr Mc 1,35) in cui si ritira, “la notte” che gli permette la solitudine (cfr Mc 1,35; 6,46-47; Lc 6,12) richiamano momenti del cammino della rivelazione di Dio nell’Antico Testamento, indicando la continuità del suo progetto salvifico. Ma al tempo stesso, segnano momenti di particolare importanza per Gesù, che consapevolmente si inserisce in questo piano, pienamente fedele alla volontà del Padre.
Anche nella nostra preghiera noi dobbiamo imparare, sempre di più, ad entrare in questa storia di salvezza di cui Gesù è il vertice, rinnovare davanti a Dio la nostra decisione personale di aprirci alla sua volontà, chiedere a Lui la forza di conformare la nostra volontà alla sua, in tutta la nostra vita, in obbedienza al suo progetto di amore per noi.
La preghiera di Gesù tocca tutte le fasi del suo ministero e tutte le sue giornate. Le fatiche non la bloccano. I Vangeli, anzi, lasciano trasparire una consuetudine di Gesù a trascorrere in preghiera parte della notte.
Guardando alla preghiera di Gesù, chiediamoci: come prego io? Quale e quanto tempo dedico al rapporto con Dio? Chi può essermi maestro?
Il primo Maestro in ciò è Gesù, che ci insegna il Padre nostro e rivela la novità del nostro dialogo con Dio: la preghiera filiale, che il Padre aspetta dai suoi figli. E da Gesù impariamo come la preghiera costante ci aiuti ad interpretare la nostra vita, ad operare le nostre scelte, a riconoscere e ad accogliere la nostra vocazione.
Poi noi, discepoli piccoli di questo grande Maestro, siamo chiamati a essere testimoni della preghiera, proprio perché il nostro mondo è spesso chiuso all'orizzonte divino e alla speranza che porta l’incontro con Dio. Nell’amicizia profonda con Gesù e vivendo in Lui e con Lui la relazione filiale con il Padre, possiamo aprire finestre verso il Cielo di Dio attraverso la nostra preghiera fedele e costante.
A chi non ha tempo e modo di pregare con la Liturgia delle Ore, suggerisco di recitare l’Angelus al mattino, per ricordare la risurrezione di Cristo, a mezzogiorno per celebrare la sua crocifissione, a sera per far memoria della sua nascita. Oppure di iniziare la giornata con questa due preghiere: “Ascolta Israele, il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo”, tratta dal Deuteronomio 6,4, e “Padre nostro, che sei nei cieli...”. La prima preghiera è ascolto, la seconda è risposta. Nell'ascolto io imparo che Dio è Uno solo, e nella riposta dico subito: “Padre mio...” (cfr Divo Barsotti).
Come la preghiera sia il “lavoro” più importante, lo si può capire anche dal fatto che il primo e irrinunciabile impegno delle vergini consacrate nel mondo è quello della preghiera, come viene espressamente richiesto loro durante il rito di consacrazione (Cfr Consacrazione delle Vergini, Premesse, n. 2)In effetti, consegnando il libro della Liturgia delle Ore, il Vescovo si rivolge alla consacrata con queste parole: “La preghiera della Chiesa risuoni senza interruzione nel tuo cuore e sulle tue labbra come lode perenne al Padre e viva intercessione per la salvezza del mondo” (Cfr ib., Riti esplicativi, n. 48).
Con particolare affetto e devozione le vergini coltivano con la Vergine Maria, modello di ogni sequela e di ogni consacrazione, l’umile confidenza filiale, la preghiera di intercessione, la contemplazione dei misteri del suo Figlio Gesù.
Ogni vergine appartenente all’Ordo inoltre tiene costantemente presente che la preghiera non è solo personale, generosa risposta alla voce dello Sposo e umile richiesta di aiuto per mantenersi fedele al santo proposito e al dono ricevuto, ma è intima partecipazione alla vita del corpo mistico di Cristo, intercessione instancabile per la Chiesa e per il mondo.

1 In quel tempo, Gesù, uscito dalla sinagoga, subito andò nella casa di Simone e Andrea, in compagnia di Giacomo e Giovanni. La suocera di Simone era a letto con la febbre e subito gli parlarono di lei. Egli si avvicinò e la fece alzare prendendola per mano; la febbre la lasciò ed ella li serviva.
Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati. Tutta la città era riunita davanti alla porta. Guarì molti che erano affetti da varie malattie e scacciò molti demòni; ma non permetteva ai demòni di parlare, perché lo conoscevano.
Al mattino presto si alzò quando ancora era buio e, uscito, si ritirò in un luogo deserto, e là pregava. Ma Simone e quelli che erano con lui si misero sulle sue tracce. Lo trovarono e gli dissero: «Tutti ti cercano!». Egli disse loro: «Andiamocene altrove, nei villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!».
E andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe e scacciando i demòni.” (Mc 1,29-39).

2 Il miracolo è per il servizio; aggiungo qualcosa che leggevo in un commentario e che mi è piaciuto molto: il verbo servire (diakoneo) è lo stesso che esprimerà il servizio del dare la vita da parte di Gesù. Questo, che per tanti è il primo miracolo di Gesù nel vangelo di Marco, ci dice che questa donna, della quale poi non si parlerà più, da subito è entrata nella logica che guida la vita e le scelte di Gesù: il dono della vita! L'incontro, la relazione avviene così: Dio in Gesù ci visita, guarisce la nostra vita e ci rende “liberi per servire”. Non è tanto per essere acclamato che Gesù fa un miracolo, non è tanto per essere riconosciuto come Dio: è perché l’uomo non resti chiuso ma si apra ai fratelli in una relazione gratuita e continuata di servizio.


Lettura Patristica
San Girolamo,
Comment. in Marc., 2

       "Ora la suocera di Simone stava a letto con la febbre" (Mc 1,30). Dio voglia ch’egli venga ed entri nella nostra casa, e guarisca con un suo ordine la febbre dei nostri peccati. Ciascuno di noi è febbricitante. Quando sono colto dall’ira, ho la febbre ogni vizio è una febbre. Preghiamo dunque gli apostoli affinché supplichino Gesù, ed egli venga a noi e tocchi la nostra mano: se la sua mano ci tocca, subito la febbre è scacciata. E il Signore un grande medico, un vero archiatra. Un medico era Mosè, un medico era Isaia, medici sono tutti i santi: ma questo è il maestro di tutti i medici. Egli sa toccare con cura le vene, sa scrutare nei segreti del male. Non tocca le orecchie, non tocca la fronte, né tocca alcuna altra parte del corpo: tocca soltanto la mano. Quella donna, infatti, aveva la febbre, perché non aveva opere di bene. Prima viene dunque sanata nelle opere e poi viene liberata dalla febbre. Non può liberarsi della febbre se non è guarita nelle opere. Quando la nostra mano opera il male, è come se fossimo costretti a stare a letto; non possiamo alzarci, non possiamo camminare: è come se fossimo ammalati in ogni parte del corpo.

       E "avvicinatosi" (Mc 1,31) a lei che era ammalata... Essa non poteva alzarsi, giaceva nel letto; quindi, non poteva venire incontro al Signore che entrava: ma questo misericordioso medico, che la teneva sulle sue spalle come fosse una morbida pecorella, va lui al letto. «E avvicinatosi...». Si avvicina spontaneamente, per guarirla di sua propria volontà. «E avvicinatosi...». Stai attento a che cosa dice. È come se dicesse: Avresti dovuto correre incontro a me, venire alla porta per accogliermi, affinché la tua guarigione non fosse soltanto opera della mia misericordia, ma anche della tua volontà: ma, poiché sei in preda ad una violenta febbre e non ti puoi alzare, vengo io.

       E "avvicinatosi la fece alzare". Ella non poteva alzarsi, ed è alzata dal Signore. "E la fece alzare prendendola per mano" (Mc 1,31). Giustamente la prende per mano. Quando anche Pietro era in pericolo in mare e stava per essere sommerso, è toccato dalla sua mano e subito si alza. «E la fece alzare prendendola per la mano»: con la sua mano prese la mano di lei. O beata amicizia, o dolcissimo bacio! La fece alzare dopo averla presa per mano: la mano di lui guarì la mano di lei. La prese per mano come medico, sentì le sue vene, costatò la violenza della febbre, egli che è medico e medicina. Gesù tocca, e la febbre fugge. Tocchi anche le nostre mani, per rendere pure le nostre opere. Che entri nella nostra casa: alziamoci dal letto non restiamo sdraiati. Gesù sta dinanzi al nostro letto e noi non ci alziamo? Leviamoci, stiamo in piedi: è ignominioso per noi giacere dinanzi a Gesù. Ma qualcuno dirà: - Dov’è Gesù? Gesù è qui. "Sta in mezzo a voi uno che voi non conoscete" (Jn 1,26). "Il regno di Dio è dentro di voi" (Lc 17,21). Crediamo, e vedremo Gesù qui oggi. E se non possiamo toccare la sua mano, corriamo ai suoi piedi. Se non possiamo giungere alla sua testa, almeno laviamo con le nostre lacrime i suoi piedi. Il nostro pentimento è profumo per il Salvatore. Osserva quanto è grande la misericordia del Signore. I nostri peccati mandano un cattivo odore, sono putredine: tuttavia, se ci pentiamo dei nostri peccati, se piangiamo, i nostri puzzolenti peccati diventano il profumo del Signore. Preghiamo dunque il Signore affinché ci prenda per la mano...

       Che dice ancora David? "Mi laverai e io sarò più bianco della neve" (Ps 50,9). Poiché mi hai lavato con le mie lacrime le mie lacrime e la mia penitenza hanno agito per me come ii battesimo. Potete costatare da qui quanto sia efficace la penitenza. Egli si pentì e pianse: perciò fu purificato. Che cosa dice subito dopo? "Insegnerò agli iniqui la tua via, e gli empi si convertiranno a te" (Ps 50,15). Il penitente è diventato maestro.

       Perché ho detto tutto questo? Perché qui sta scritto: "E subito la febbre la lasciò ed ella si mise a servirli" (Mc 1,31). Non si accontenta di essere stata liberata dalla febbre, ma subito si mette al servizio di Cristo. «E si mise a servirli». Li serviva con i piedi, li serviva con le mani, correva di qua e di là, e venerava colui dal quale era stata guarita. Serviamo anche noi Gesù. Egli accoglie volentieri il nostro servizio, anche se abbiamo le mani sporche: infatti egli si degna di guardare ciò che si è degnato di guarire. Sia a lui gloria nei secoli dei secoli. Amen.

venerdì 30 gennaio 2015

Lo stupore davanti al Profeta

Rito Romano – IV Domenica del Tempo Ordinario - Anno B – 1° febbraio 2015
Dt 18,15-20; Sal 94; 1Cor 7,32-35; Mc 1,21-281

Rito Ambrosiano – IV Domenica dopo l’Epifania.
Sap 19,6-9; Sal 65; Rm 8,28.32; Lc 8,22-25


1) La parola dolce, forte, vera del “profeta” Gesù.
Cristo, che è più forte di Giovanni, ha una parola convincente, un insegnamento nuovo che stupisce ed è autorevole
La Liturgia della Parola di questa domenica presenta in risalto la figura di Gesù come il vero profeta, che parla ed agisce in nome di Dio.
Il brano preso dal libro del Deuteronomio descrive le caratteristiche del profeta, la cui missione è profondamente ancorata a Dio. Il profeta è il portavoce di Dio e la sua parola è efficace e creatrice, e chi non l'ascolterà sarà chiamato a renderne conto e guai a chi si spaccia come profeta e non lo è.
Il profeta non è uno che predice l’avvenire. L’elemento essenziale del profeta non è quello di predire i futuri avvenimenti; il profeta è colui che dice la verità perché è in contatto con Dio e cioè si tratta della verità valida per oggi che naturalmente illumina anche il futuro. Dunque anche quando parla del futuro il profeta non predice il futuro nei suoi dettagli, ma rende presente a chi lo ascolta la verità divina e indica il cammino da prendere.
A questo punto, uno può chiedersi si può chiamare profeta il Cristo? Penso proprio di sì. Nel Deuteronomio (cfr I lettura di oggi) Mosè profetizza: “Un profeta come me”. La guida liberatrice dall'Egitto ha trasmesso ad Israele la Parola e ne ha fatto un popolo, e con il suo “faccia a faccia con Dio” ha compiuto la sua missione profetica, portando gli uomini all’incontro con Dio. Tutti gli altri profeti seguono quel modello di profezia, sempre e nuovamente liberando la legge mosaica dalla rigidità per trasformarla in un cammino vitale.
Padri della Chiesa hanno interpretato questa profezia del Deuteronomio come una promessa del Cristo. Ed hanno ragione, perché il vero e più grande Mosè è quindi il Cristo, che realmente vive “faccia a faccia con Dio” perché ne è il Figlio.
In ciò i Padri della Chiesa non fanno che esplicitare il brano odierno preso dal Vangelo di Marco, che mette in risalto che il profeta annunciato da Mosè è Gesù ed infatti parla con autorità e comanda agli spiriti immondi che gli obbediscono.
Nel brano di oggi del Vangelo di Marco risalta che il profeta annunciato da Mosè è Gesù. Come è solito fare il sabato, il Messia entra nella sinagoga, dove la comunità ebraica locale2 era solita riunirsi per ascoltare e commentare la Torah, cioè la legge. E' proprio in questo contesto che Gesù si manifesta come nuovo profeta, suscitando stima e rispetto nei presenti, che però lo condanneranno per seguire i falsi profeti.
Con questo episodio l’Evangelista Marco inizia il racconto dell’attività pubblica di Gesù e inizia lo svolgimento del suo tema più importante: chi è Gesù?
Due cose sono subito affermate con chiarezza, anche se non ancora svolte compiutamente (l’Evangelista le svilupperà piano piano lungo l’intero suo Vangelo): 1) l’insegnamento di Gesù è nuovo e diverso da quello degli scribi; 2) la sua autorità si impone persino agli spiriti maligni.


2) Lo stupore.
A questo riguardo vorrei sottolineare lo stupore degli ascoltatori di allora perché diventi anche nostro. San Marco ha scritto: “Erano stupiti del suo insegnamento, perché insegnava come uno che ha autorità e non come gli scribi”. La stessa annotazione – con qualche variante – è ripetuta alla fine dell’episodio: “Che è mai questo? Una dottrina nuova insegnata con autorità”.
Tutti erano stupiti, quasi increduli, ma percepivano, nelle parole di Lui, la forza superiore della grazia, come scriverà pure San Luca: “erano stupiti, per le parole di grazia che pronunciava” (Lc 4,22).
E’ questa l’autorevolezza di Gesù del quale si dice: “Un grande profeta è sorto tra noi: Dio ha visitato il suo popolo” (Lc 7, 16).
Davanti a questo profeta “definitivo”, l’atteggiamento da avere è quello dell’ascolto pieno di stupore. Ascolto che esige un clima di silenzio interiore e di stupita tensione, segno del desiderio di conoscenza, nel quale nasce e cresce un atteggiamento di accoglienza, come ha fatto la Madonna: accoglienza della Parola, che, in Dio, è Persona, quel Verbo eterno, di cui Giovanni dice: “E il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Tutto è stato fatto per mezzo di lui e, senza di lui, nulla fu fatto di ciò che è creato” (Gv 1,1-3).
La Parola di Dio non è un semplice suono di voce, che veicola un pensiero, ma parola che opera, e vivifica; Parola che salva e che, per amore, si è fatta carne in Gesù di Nazareth, il Figlio di Maria, la donna dell’ascolto e dell’accoglienza: “Eccomi -fu la sua risposta- avvenga (fiat) in me secondo la tua parola...”(Lc 1,38), quella parola, recata a lei dall’Angelo, che parlava da parte di Dio.
Siamo perseveranti nell’imitare Maria. Di lei, icona dell’ascolto, e nel cui grembo la Parola di Dio prese un corpo, come ogni altro figlio di donna. Il Vangelo dice: “Maria, da parte sua, conservava tutte queste cose, meditandole nel suo cuore”(Lc 2,19). Ed è attorno alla parola e all’ascolto stupito che ruota, oggi, il Vangelo di Marco, un brano brevissimo, che parla appunto di stupore, da parte di quanti, nella sinagoga di Cafarnao, avevano udito Gesù di Nazareth commentare i testi della Scrittura: “Erano stupiti del suo insegnamento, perché insegnava loro, come uno che ha autorità, e non come gli scribi” (Mc 1, 28).
Insisto sull’importanza dello stupore, perché secondo me la certezza della fede fiorisce dallo stupore di fronte a una presenza nella carne. Basta guardare i Vangeli: dai pastori alla culla di Betlemme, fino agli angeli che accolgono il Signore risorto nel suo vero corpo quando ascende al Cielo. Oggi questo tratto distintivo della fede di chi porta il nome cristiano sembra perduto. Tutto si concepisce e si organizza come se la certezza cristiana fosse -solo o soprattutto- conseguenza di una riflessione, di un discorso persuasivo. La Chiesa è Maestra, che insegna la verità, ma è anche Madre che dona la vita e come diceva san Giovanni di Damasco: “I concetti creano gli idoli, lo stupore genera la vita”. Scrivo questo per evitare che il nostro cristianesimo sia ridotto ad un discorso o ad un metodo astratto da insegnare o da apprendere concettualmente, perché i concetti sono l’esplicitazione sempre imperfetta di una conoscenza personale. La sostanza della rivelazione non consiste nell’insegnamento di una dottrina, ma nel manifestarsi di una presenza. Il card. Henri de Lubac ha scritto che “può esistere una idolatria della Parola e del parlare che non è meno dannosa di quella delle immagini”.
Insisto sullo stupore per sottolineare l’importanza della semplicità del cuore e della mente. La semplicità che i poveri di spirito vivono è pure il metodo con cui Dio si fa incontro a noi. Che c’è di più semplice della grotta di Betlemme, della casa di Gesù a Nazareth, della sinagoga a Cafarnao? E il Figlio di Dio vi è entrato. L’avvenimento di Cristo è un fatto nuovo che entra nella vita, semplicemente. Se ognuno di noi spalancherà gli occhi, il cuore, la mente e le braccia, Cristo entrerà nelle nostre case, portando la sua pace e la sua verità.

3) Non solo nelle nostre case ma in noi, Tempio di Dio.
Domani, 2 febbraio, la liturgia celebra la Presentazione3 di Gesù. Quando Maria e Giuseppe portarono il loro bambino al Tempio di Gerusalemme, avvenne il primo incontro tra Gesù e il suo popolo, rappresentato dai due anziani Simeone e Anna. “Quello fu anche un incontro all’interno della storia del popolo, un incontro tra i giovani e gli anziani: i giovani erano Maria e Giuseppe, con il loro neonato; e gli anziani erano Simeone e Anna, due personaggi che frequentavano sempre il Tempio.” (Papa Francesco).
Alla luce di questa scena evangelica guardiamo alla vita consacrata come ad un incontro con Cristo: è Lui che viene a noi, portato da Maria e Giuseppe, e siamo noi che andiamo verso di Lui, guidati dallo Spirito Santo. Ma al centro c’è Lui. Lui muove tutto, Lui ci attira al Tempio, alla Chiesa, dove possiamo incontrarlo, riconoscerlo, accoglierlo, abbracciarlo.
Il segno specifico della tradizione liturgica di questa Festa sono le candele che irradiano luce. Questo segno manifesta la bellezza e il valore della vita consacrata come riflesso della luce di Cristo; un segno che richiama l’ingresso di Maria nel Tempio: la Vergine Maria, la Consacrata per eccellenza, portava in braccio la Luce stessa, il Verbo incarnato, venuto a scacciare le tenebre dal mondo con l’amore di Dio.
Un modo particolare di vivere ciò e di diventare Tempio e Tabernacolo della Divina presenza è quello delle Vergini consacrate nel mondo, per le quali il Vescovo prega: “Signore nostro Dio, tu che vuoi dimorare nell’uomo, tu che abiti quelle che ti sono consacrate … accorda loro il tuo sostegno e la tua protezione a quelle stanno davanti a Te e che attendono dalla loro consacrazione una accrescimento di speranza e di forza” (RCV 24), perché crescano nel loro credere all’amore, testimoniandolo con il sacrificio di sé nella vita quotidiana. Il loro essere lampade che irradiano la luce della verità e carità di Dio ci aiuti a diventarlo anche noi.
1 Giunsero a Cafàrnao e subito Gesù, entrato di sabato nella sinagoga, insegnava. Ed erano stupiti del suo insegnamento: egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità, e non come gli scribi. Ed ecco, nella loro sinagoga vi era un uomo posseduto da uno spirito impuro e cominciò a gridare, dicendo: «Che vuoi da noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci? Io so chi tu sei: il santo di Dio!». E Gesù gli ordinò severamente: «Taci! Esci da lui!». E lo spirito impuro, straziandolo e gridando forte, uscì da lui. Tutti furono presi da timore, tanto che si chiedevano a vicenda: «Che è mai questo? Un insegnamento nuovo, dato con autorità. Comanda persino agli spiriti impuri e gli obbediscono!». La sua fama si diffuse subito dovunque, in tutta la regione della Galilea.” (Mc 1, 21 -28).

2 Nella Palestina del tempo c'erano sinagoghe non solo nei grandi centri, ma anche nelle piccole città e nei villaggi. Gli israeliti vi convenivano per la preghiera e per la lettura e la spiegazione della Scrittura. Non solo gli scribi e gli anziani, ma ogni israelita poteva chiedere la parola e intervenire. È così che Gesù, a Cafarnao, entra nella sinagoga e prende la parola per insegnare.

3 Presentazione del Signore al Tempio - 2 Febbraio - è la Festa delle luci (cfr Lc 2,30-32) ed ebbe origine in Oriente con il nome di ‘Ipapante’, cioè ‘Incontro’. Nel sec. VI si estese all’Occidente con sviluppi originali: a Roma con carattere più penitenziale e in Francia con la solenne benedizione e processione delle candele popolarmente nota come la ‘candelora’. La presentazione del Signore chiude le celebrazioni natalizie e con l’offerta della Vergine Madre e la profezia di Simeone apre il cammino verso la Pasqua (Mess. Rom.).
La festività odierna, di cui abbiamo la prima testimonianza nel secolo IV a Gerusalemme, venne denominata fino alla recente riforma del calendario festa della Purificazione della SS. Vergine Maria, in ricordo del momento della storia della sacra Famiglia, narrato al capitolo 2 del Vangelo di Luca, in cui Maria, nel rispetto della legge, si recò al Tempio di Gerusalemme, quaranta giorni dopo la nascita di Gesù, per offrire il suo primogenito e compiere il rito legale della sua purificazione. La riforma liturgica del 1960 ha restituito alla celebrazione il titolo di "presentazione del Signore", che aveva in origine. L'offerta di Gesù al Padre, compiuta nel Tempio, preannuncia la sua offerta sacrificale sulla croce.
Questo atto di obbedienza a un rito legale, al compimento del quale né Gesù né Maria erano tenuti, costituisce pure una lezione di umiltà, a coronamento dell'annuale meditazione sul grande mistero natalizio, in cui il Figlio di Dio e la sua divina Madre ci si presentano nella commovente ma mortificante cornice del presepio, vale a dire nell'estrema povertà dei baraccati, nella precaria esistenza dei migranti e dei perseguitati, quindi degli esuli.
L'incontro del Signore con Simeone e Anna nel Tempio accentua l'aspetto sacrificale della celebrazione e la comunione personale di Maria col sacrificio di Cristo, poiché quaranta giorni dopo la sua divina maternità la profezia di Simeone le fa intravedere le prospettive della sua sofferenza: "Una spada ti trafiggerà l'anima": Maria, grazie alla sua intima unione con la persona di Cristo, viene associata al sacrificio del Figlio.
Il rito della benedizione delle candele, di cui si ha testimonianza già nel X secolo, si ispira alle parole di Simeone: "I miei occhi han visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli, luce per illuminare le genti". Da questo significativo rito è derivato il nome popolare di festa della "candelora".




Beda il Venerabile, In Ev. Marc. 1, 1, 21-27
 
Dottrina e autorità di Cristo

       "E subito, giunto il sabato, entrato nella sinagoga, si mise a insegnare loro" (Mc 1,21).

       Il fatto che egli offra con larghezza i doni della sua medicina e della sua dottrina soprattutto di sabato, mostra che il Signore non è soggetto alla legge, ma sta sopra la legge, egli che è venuto per portare a compimento la legge e non per abrogarla (Mt 5,17). Per insegnare egli sceglie non il sabato giudaico - nel quale era vietato accendere il fuoco o adoperare le mani e i piedi - ma il vero sabato, e mostra che il riposo preferito dal Signore consiste nell’aver cura delle anime astenendosi dalle opere servili, cioè da tutte le opere illecite.

       "E si stupivano della sua dottrina. Insegnava loro difatti come uno che ha autorità e non come gli scribi" (Mc 1,22).

       «Gli scribi insegnavano al popolo le cose che leggiamo in Mosè e nei profeti; Gesù invece, quasi fosse Dio e Signore di Mosè stesso, seguendo la sua libera volontà, dava maggiore importanza a precetti che sembravano secondari nella legge, oppure, modificando i comandamenti, si rivolgeva al popolo come leggiamo in Matteo: -fu detto agli antichi... ma io vi dico -» (Girolamo).

       "Or, ecco, c’era nella loro sinagoga un uomo posseduto da uno spirito immondo, che gridava dicendo: - che c’è tra noi e te, Gesù Nazareno? Sei venuto per rovinarci? Conosco chi sei, il Santo di Dio! " (Mc 1,23-24).

       «Questa non è una spontanea confessione di fede cui faccia seguito il premio, ma una confessione necessariamente estorta che costringe chi non vuole. Come accade agli schiavi fuggiaschi che, incontrando dopo molto tempo il loro padrone, gridano implorazioni soltanto per evitare le bastonate, così i demoni, avendo visto d’improvviso apparire il Signore in terra, credevano che fosse venuto per giudicarli. La presenza del Salvatore è infatti tormento per i demoni» (Girolamo).

       "Ma Gesù lo rimproverò dicendo: - Taci, ed esci dall’uomo" (Mc 1,25).

       "Siccome la morte è entrata nel mondo per l’invidia del diavolo" (Sg 2,24), la medicina della salvezza ha dovuto dapprima operare contro lo stesso autore della morte per tacitare innanzi tutto la lingua del serpente, affinché non spargesse più oltre il suo veleno; poi per curare la donna, che fu per prima sedotta dalla febbre della concupiscenza carnale; in terzo luogo per purificare dalla lebbra del suo errore l’uomo che aveva ascoltato le parole della sposa che lo spingeva al male, affinché il piano di redenzione si compisse nel Signore come nei progenitori si era compiuta la caduta.

       "E dopo che l’ebbe agitato convulsamente, lo spirito immondo uscì da lui, emettendo un gran grido" (Mc 1,26).

       «Luca dice che lo spirito immondo uscì dall’uomo senza fargli male. Può sembrare una contraddizione, in quanto secondo Marco "dopo che l’ebbe agitato convulsamente, uscì da lui", oppure, come recano altri codici, "dopo che l’ebbe tormentato", mentre secondo Luca non gli fece alcun male. In realtà, però, anche Luca dice che il demonio uscì da lui dopo averlo gettato in terra, anche se non gli fece del male (Lc 4,35). Si comprende, da ciò, perché Marco abbia detto che lo tormentò e lo agitò convulsamente intendendo ciò che ha detto Luca, scrivendo che lo gettò a terra. E quanto Luca aggiunge, cioè che non gli fece del male, significa che pur gettandolo in terra e agitandolo convulsamente, non lo mutilò, come sono soliti fare i demoni quando escono da qualcuno amputandogli o strappandogli le membra».

       "E si stupirono tutti, tanto che si domandavano l’un l’altro: - Cos’è questo? Che nuova dottrina è questa dato che egli comanda con autorità anche agli spiriti immondi ed essi gli obbediscono?" (Mc 1,27).

       Di fronte alla grandezza del miracolo, ammirano la novità della dottrina del Signore, e sono spinti dalle cose che hanno viste a far domande su quello che hanno udito. Non v’è dubbio infatti che a questo miravano i prodigi che il Signore stesso operava servendosi della natura umana che aveva assunta, o che dava facoltà ai discepoli di compiere. Per mezzo di questi miracoli gli uomini credevano con maggior certezza al vangelo del regno di Dio che veniva loro annunciato: infatti coloro che promettevano agli uomini terreni la felicità futura mostravano di poter compiere in terra opere celesti e divine. In verità, mentre i discepoli operavano ogni cosa per grazia del Signore, come semplici uomini, il Signore operava miracoli e guarigioni da solo, per virtù della sua potenza, e diceva al mondo le cose che udiva dal Padre. Dapprima infatti il Vangelo attesta che «egli insegnava loro come uno che ha autorità, e non come gli scribi»; e ora la folla testimonia che egli «con autorità comanda agli spiriti immondi ed essi gli obbediscono».



venerdì 23 gennaio 2015

Vocazione alla conversione ed essere uniti a Dio e tra noi.

Rito Romano – III Domenica del Tempo Ordinario - Anno B - 25 gennaio 2015
Gio 3,1-5.10; Sal 24; 1Cor 7,29-31; Mc 1,14-201.

Rito Ambrosiano – Santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe.
Is 45,14-17; Sal 83; Eb 2,11-17; Lc 2,41-52

1) Vocazione alla conversione.
Con le letture della Liturgia della Parola di questa domenica torniamo al tema che già una settimana fa abbiamo meditato: la Vocazione.
Infatti, nella prima lettura della Messa di domenica scorsa ci era stata raccontata la vocazione di Samuele, che rispose alla chiamata dicendo: “Parla, Signore, che il tuo servo ti ascolta”. Dio lo chiamò per nome, perché Lui chiama sempre per nome, nome che pronuncia con amore. Immaginate come si dovette sentire sconvolto Paolo quando, sulla via di Damasco, si sentì chiamato con amore da Colui che lui perseguitava2. Anche noi siamo chiamati con amore per portare nel mondo la verità amorosa di Cristo che ci chiede di lavorare con lui nella messe del mondo.
Anche il Vangelo di quella domenica parlava della vocazione, raccontando quella dei primi discepoli che hanno seguito Gesù grazie al desiderio che abitava nel loro cuore che Gesù riconosce voltandosi verso di loro e domandando: “Che cercate?”.
Nella Messa di oggi, il profeta Giona (I lettura) e la chiamata dei primi discepoli nella versione del Vangelo di Marco (III lettura) ci mostrano che la vocazione ha come prima condizione la conversione, che si concretizza nel seguire Cristo, nel seguire Lui, per essere con Lui e come Lui. Lui è la Via da percorrere, scoprendo che la strada da prendere è nuova non tanto perché differente dalla strada vecchia, ma perché nuova è la ragione o, meglio, la direzione del nostro percorrerla. Dire di più, quando il cammino della vita è fatto umanamente, senza fede è una strada che va dalla vita dalla morte: nasciamo e moriamo. Il cammino del Vangelo, cioè con Cristo, è contrario, dalla morte alla vita. Quindi il cammino è nuovo e Gesù ci chiama, ci invita a farlo, seguendoLo.
Mettersi su questa strada è un atto di fede e di fiducia in Cristo, che implica un cambiamento di mentalità e azione, che spinge a prendere le vie del Signore, i cui nomi sono: “misericordia, amore, bontà, giustizia” (cfr Salmo 24). Lungo questi “sentieri” (cfr ibid,) ciascuno di noi deve camminare, mettendo i propri passi sulle “orme” del Signore Gesù, che duemila anni fa percorreva le strade di Galilea (cfr. Mc 1,14-20), e che oggi ancora non smette di camminare e di chiamare.
Se i pescatori: Pietro e Andrea, Giacomo e Giovanni, chiamati dal Messia che passava accanto a loro, l’hanno seguito subito è perché hanno capito che lì c’era la vita, se no sarebbero stati stupidi, irragionevoli. E poi, man mano che l’hanno seguito, si sono resi conto della logica del cammino fatto, quindi questo fu molto ragionevole l’essere andati dietro a Cristo che li aveva chiamati. Infatti seguendolo con fedeltà e pazienza hanno sperimentato i frutti di questo cammino. Quindi la fede non è irrazionale, non è un salto nel buio, è il contrario, è molto razionale, nel senso che è molto ragionevole, anche nel senso che se uno si sente fare una proposta sensata, è ragionevole che lasci di pescare e segua. “La sequela di Gesù è proprio questo: per amore andare con Lui, dietro di Lui: lo stesso cammino, la stessa strada. E lo spirito del mondo sarà quello che non tollererà e ci farà soffrire, ma una sofferenza come l’ha fatta Gesù. Chiediamo questa grazia: seguire Gesù nella strada che Lui ci ha fatto vedere e che Lui ci ha insegnato. Questo è bello, perché mai ci lascia soli. Mai! Sempre è con noi (Papa Francesco, 28 maggio 2013).

2) Conversione esistenziale.
Seguendo Cristo, i discepoli capirono che Gesù era il Figlio di Dio in costante ricerca dell’uomo. Scoprirono un Dio “ostinatamente” innamorato dell’uomo.
Anche oggi, per quanto l’uomo ostinatamente rifiuti la sua benevolenza e respinga ostinatamente le garanzie della salvezza e della gioia, Cristo va avanti continuamente a chiamarlo a sé e ad attuare quel dialogo, fatto di familiarità e di reciproca fiducia, che è iniziato con la conversione al Vangelo, cioè a Cristo.
In effetti, prima di una conversione “morale” (cioè di cose da fare meglio e di comandamenti da osservare), c’è quella “esistenziale” (in ebraico la parola conversione indica cambiare direzione dei piedi: prima si andava da una parte, adesso si va dall’altra, verso la verità). Se prendiamo l’etimologia latina della parola “conversione”, veniamo a sapere che questa parola viene dal verbo cum-vertere = voltarsi verso, vale dire che chi si converte gira lo sguardo per fissarlo sulla persona di Gesù e sulla sua “pretesa inaudita” di essere la risposta esauriente alla nostra domanda di vita e di amore vero.
Quindi, la conversione non consiste solo nello smettere di fare il male e nello sforzo di fare il bene. Essa consiste nel “convertire” la vita al Bene, che è Qualcuno da amare, prima di essere qualcosa da fare.
Sotto questo aspetto colpisce la frase di Kafka3: “Non sono solo perché ho ricevuto una lettera d’amore, eppure sono solo perché non ho risposto con amore” (Kafka, Il Castello), quasi certamente questo grande scrittore si riferiva ad una sua esperienza di amore umano, ma, secondo me, Kafka descrive la situazione dell’uomo contemporaneo verso Dio, verso Cristo, il Bene incarnato da amare.
Ebbene, questa inquieta domanda che nasce dalla nostra solitudine riceve la risposta vera dalla proposta di amore che Cristo fa a ciascuno di noi, prete, religioso o laico che sia. La vocazione di Cristo prima di riguardare lo stato di vita di ciascuno di noi (celibe o sposato, consacrato o laico) riguarda la vita nostra da convertire nella sua globalità. Cristo chiama a partecipare all’agonia4 dell’Amore eterno che ci chiama mediante (par) il dono infinito che Lui è, e che prende su di se tutte le conseguenze dei rifiuti dell’amore che noi facciamo e che ci rendono disumani. Se rispondiamo a questo Amore con amore mediante l’offerta di tutto noi stessi, sia che ciò avvenga nella verginità oppure nel matrimonio, non saremo più soli e in noi trasparirà la Presenza, che è Vita della nostra vita.
In questo dono di noi stessi a Dio, in casa o in comunità, in chiesa o al lavoro, vivremo uno slancio fraterno, creando attorno a noi un clima di bontà che ci permetterà di scoprire il tesoro nascosto che c’è nell’altro.

3) La conversione e la consacrazione.
Le letture di oggi ci chiamano alla conversione. È questa la prima parola della predicazione di Gesù, che significativamente si coniuga con la disponibilità a credere: “Convertitevi e credete al Vangelo” (Mc 1, 15).
Il primo aspetto della vocazione alla quale Cristo chiama è, dunque, convertirsi e credere al lieto annuncio (Vangelo vuol dire appunto lieta e vera notizia) che viene da Dio è: Dio, per amore, si è fatto carne, perché Dio è l’Amore; è nato bambino come ogni bambino, per poter parlare, vivere, morire come noi, condividere tutto ciò che è fragile, perché noi potessimo vivere la nostra fragilità con la gioia di poterla scoprire e sentire abitata dall’infinita bellezza e bontà di Dio.
Il secondo è seguire Cristo. Il Vangelo non è riducibile ad un’idea, ad una filosofia, ad un’esperienza mistica privata, è invece una relazione, un poggiare i piedi, uno stare affidati a una persona.
Seguire lui per essere con lui, per essere come lui. Quindi, la chiamata é essere in compagnia di Gesù, essere con lui e come lui. Cioè Gesù ci chiama a essere come lui figli di Dio. Questa è l’essenza della chiamata. Ma non è una chiamata fatta con la bacchetta magica. E’ un cammino. Gesù dice a chi incontra: “Seguimi, fai il mio stesso cammino, i miei stessi passi. La mia stessa vita e vedi che la tua vita diventa come la mia”.
Nell’Antico Testamento il cammino per eccellenza fu l’esodo. Oggi il nostro esodo è testimoniato in modo particolare dalla Vergini consacrate nel mondo, che mostrano che quando si trova qualcosa che vale infinitamente di più di tutto quello a cui prima si teneva, vale la pena lasciare tutto il capitale umano (la famiglia) e quello materiale (il lavoro). Questa donne, come anche noi, hanno scoperto il senso della vita: Cristo! E testimoniano in modo radicale che Dio ha il primato nella vita nostra.
L’umanità di oggi ha bisogno di cristiani autentici: uomini e donne che con la loro testimonianza viva e silenziosa siano profeti di un mondo nuovo. Non è importante che continuino oppure no a svolgere il lavoro di sempre, anche gli Apostoli continuarono a pescare, dopo la resurrezione di Cristo.
Seguire Cristo in pieno abbandono, non implica necessariamente che uno lasci il suo lavoro che gli dà da vivere. L’abbandono della propria vita, vuol dire offrirla a Dio, gioiosamente. Vuol dire, innanzitutto, che ormai il fine della propria vita non è più il proprio lavoro, non è più la propria rete e barca, non è più il proprio pesce: Cristo quale fine della vita è più interessante. In Lui la vita trova un senso pieno e duraturo. Si lascia l’amore umano per l’Amore divino.
A questo riguardo S. Giovanni Paolo II ha scritto: “Il Figlio, via che conduce al Padre (cfr Gv 14, 6), chiama tutti coloro che il Padre gli ha dato (cfr Gv 17, 9) ad una sequela che ne orienta l'esistenza. Ma ad alcuni — le persone di vita consacrata, appunto — Egli chiede un coinvolgimento totale, che comporta l'abbandono di ogni cosa (cfr Mt 19, 27), per vivere in intimità con Lui e seguirlo dovunque Egli vada (cfr Ap 14, 4). Nello sguardo di Gesù (cfr Mc 10, 21), «immagine del Dio invisibile» (Col 1, 15), irradiazione della gloria del Padre (cfr Eb 1, 3), si coglie la profondità di un amore eterno ed infinito che tocca le radici dell'essere. La persona, che se ne lascia afferrare, non può non abbandonare tutto e seguirlo (cfr Mc 1, 16-20; 2, 14; 10, 21.28). Come Paolo, essa considera tutto il resto «una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù», a confronto del quale non esita a ritenere ogni cosa «come spazzatura, al fine di guadagnare Cristo» (Fil 3, 8). La sua aspirazione è di immedesimarsi con Lui, assumendone i sentimenti e la forma di vita. Questo lasciare tutto e seguire il Signore (cfr Lc 18, 28) costituisce un programma valido per tutte le persone chiamate e per tutti i tempi.” (Esort. Ap. Post-Sinodale, Vita Consecrata, n. 18).


1 Dal Vangelo di Marco, 1, 14-20: Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo». Passando lungo il mare di Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. Gesù disse loro: «Venite dietro a me, vi farò diventare pescatori di uomini». E subito lasciarono le reti e lo seguirono. Andando un poco oltre, vide Giacomo, figlio di Zebedeo, e Giovanni suo fratello, mentre anch’essi nella barca riparavano le reti. E subito li chiamò. Ed essi lasciarono il loro padre Zebedeo nella barca con i garzoni e andarono dietro a lui”.

2 Non dimentichiamo che oggi è il 25 gennaio giorno in cui si fa memoria della Conversione di San Paolo.

3 Franz Kafka è uno scrittore ebreo nato a Praga il 3 luglio 1883 e morto il 3 giugno 1924. E’ considerato come uno degli scrittori più grandi del XX secolo.

4 Parola di origine greca che vuol dire: “lotta”, anche se oggi indica solamente la fase terminale della vita umana.

Lettura Patristica
Erma,
Il Pastore,
Comandamenti, VI, 2

Convertirsi con tutto il cuore

       Dice: «Ora ascoltami sulla fede. Con l’uomo sono due angeli, uno della giustizia e l’altro della iniquità». «Come, o signore, conoscerò le loro azioni, poiché entrambi gli angeli abitano con me?». «Ascolta, mi risponde, e rifletti. L’angelo della giustizia è delicato, verecondo, calmo e sereno. Se penetra nel tuo cuore, subito ti parla di giustizia, di castità, di modestia, di frugalità, di ogni azione giusta e di ogni insigne virtù. Quando tutte queste cose entrano nel tuo cuore, ritieni per certo che l’angelo della giustizia è con te. Sono, del resto, le opere dell’angelo della giustizia. Credi a lui e alle sue opere. Guarda ora le azioni dell’angelo della malvagità. Prima di tutto è irascibile, aspro e stolto e le sue opere cattive travolgono i servi di Dio. Se si insinua nel tuo cuore, riconoscilo dalle sue opere». «In che modo, signore, gli obietto, lo riconoscerò, non lo so». «Ascoltami, dice. Quando ti prende un impeto d’ira o un’asprezza, sappi che egli è in te. Poi, il desiderio delle molte cose, il lusso dei molti cibi e bevande, di molte crapule e di lussi vari e superflui, le passioni di donne, la grande ricchezza, la molta superbia, la baldanza e tutto quanto vi si avvicina ed è simile. Se tutte queste cose si insinuano nel tuo cuore, sappi che è in te l’angelo dell’iniquità. Avendo conosciuto le sue opere, allontanati da lui e non credergli in nulla, perché le sue opere sono malvagie e dannose ai servi di Dio. Hai, dunque, le azioni di ambedue gli angeli, rifletti e credi all’angelo della giustizia. Lungi dall’angelo della iniquità, perché il suo insegnamento è cattivo per ogni opera...».

       Gli dico: «Signore, ascoltami per poche parole». «Di’ pure quello che vuoi». «L’uomo è desideroso di osservare i precetti di Dio, e nessuno non prega il Signore che lo rafforzi nei suoi precetti e lo sottoponga ad essi. Ma il diavolo è duro e domina». «Non può, replica, dominare i servi di Dio che sperano con tutto il cuore in Lui. Il diavolo può combattere, ma non può trionfare. Se lo contrastate, vinto e scornato fuggirà da voi. Quelli che sono vani temono il diavolo come se avesse forza. Quando l’uomo riempie di buon vino i recipienti più adatti e tra questi pochi semivuoti, se torna ai recipienti non osserva i pieni, perché li sa pieni, ma osserva i semivuoti temendo che siano inaciditi. Presto, infatti, i recipienti semivuoti inacidiscono e svanisce il sapore del vino. Così pure il diavolo va da tutti i servi di Dio, per provarli (1P 5,8). Quelli che sono pieni di fede gli resistono energicamente, e lui si allontana da loro non avendo per dove entrare. Allora egli va dai vani e, trovando lo spazio, entra da loro ed agisce con questi come vuole e gli diventano soggetti».

       «Io, l’angelo della penitenza, vi dico: "Non temete il diavolo". Fui inviato per stare con voi che fate penitenza con tutto il vostro cuore e per rafforzarvi nella fede. Credete in Dio voi che per i vostri peccati avete disperato della vostra vita, accresciuto le colpe e appesantito la vostra esistenza. Se vi convertite al Signore con tutto il vostro cuore e operate la giustizia per i rimanenti giorni della vostra vita e lo servite rettamente secondo la sua volontà, vi darà il perdono per tutti i precedenti peccati e avrete la forza di dominare le opere del diavolo. Non temete assolutamente le minacce del diavolo. Egli è inerte come i nervi di un morto. Ascoltatemi, dunque, e temete chi può tutto salvare e perdere. Osservate questi precetti e vivrete in Dio». Gli chiedo: «Signore, ora mi sento rafforzato in tutti i comandamenti di Dio perché tu sei con me. So che abbatterai tutta la forza del diavolo e noi lo domineremo e vinceremo tutte le sue opere. E spero che il Signore dandomi la forza mi farà osservare questi precetti che hai ordinato». «Li osserverai, mi dice, se il tuo cuore diviene puro presso il Signore. Li osserveranno tutti quelli che purificheranno il loro cuore dalle vane passioni di questo mondo e vivranno in Dio».