giovedì 27 marzo 2025

Ricevendo il perdono del Padre, facciamo esperienza della gioia di essere figli


 IV Domenica di Quaresima – Anno C - 30 marzo 2025

Rito Romano

Gs 5,91.10-12; Sal 33; 2 Cor 5,17-21; Lc 15,1-3.11-32

 

Rito Ambrosiano

IV Domenica di Quaresima del Cieco

Es 17,1-11; Sal 35; 1Ts 5,1-11; Gv 9,1-38b

 

 

            1) Dio perdona con un abbraccio e una festa.

            La liturgia romana di oggi offre alla nostra meditazione la parabola del figlio prodigo, che è chiamata anche la parabola del Padre misericordioso, Il tema centrale di questo racconto è l’amore dei Dio Padre. A questo padre, ricco di misericordia, non interessa che il figlio gli abbia dissipato il patrimonio. Ciò che lo addolora è che il figlio sia lontano, a disagio. E quando ritorna non bada neppure alle sue parole (“Trattami come uno dei tuoi servi”): l’importante è che il figlio abbia capito e sia tornato. Ecco il motivo della sua gioia: “Questo mio figlio era morto ed è tornano in vita, era perduto ed è stato ritrovato”.

            Questo è il volto del vero Dio, un volto molto diverso da come scribi e farisei supponevano, e come giusti e benpensanti alle volte continuano a supporre.

            .Questa parabola, nel capitolo 15 del Vangelo secondo Luca, è preceduta da altre due: quella della pecorella smarrita e riportata all’ovile sulle spalle del buon Pastore, e quella della dracma perduta e ritrovata (una dracma era equivalente a un denaro che era allora stipendio di un giornata di lavoro, come ce lo dice anche la parabola degli operai dell’undicesima ora). 

            Lo scopo di questi tre racconti è di fare in modo tale che prendiamo coscienza che la salvezza ci viene dalla fraternità di Cristo che ci porta sulle spalle, dalla maternità della Chiesa che ci cerca e dalla paternità di Dio che ci accoglie sempre.

            In effetti, se assumiamo il Corpo di Cristo, sulle Sue spalle di buono e fraterno Pastore, siamo riportati all’ovile della comunione. Se accettiamo la sollecitudine materna della Chiesa, che cerca noi come quella donna cercava la sua moneta perduta, diventiamo parte del tesoro di casa. Se confidiamo nella riconciliazione che Dio ci riceve come tenero padre, la Casa di Dio diventa la nostra dimora di figli. (cfr Sant’Ambrogio da Milano, Commento a San Luca, XV).

            L’importante è lasciarsi trovare come la pecora e la dracma, e lasciarsi perdonare come il figlio prodigo.

            Per fare questo occorre belare come la pecora smarrita, il cui lamento fu udito dal pastore che la cercava e che la tolse dai rovi. Occorre stare fermi, saldi nella pazienza perché la madre ci ritrovi. Occorre avere fede nel perdono per tornare dal Padre, il cui pianto si trasforma in gioia. In effetti che cosa è mai una pecora in confronto d’un figlio tornato alla vita, d’un uomo salvato. E cosa vale una dracma in confronto di un peccatore che ritrova la santità.

            La rivelazione di Dio come Padre è una delle grandi novità della lieta novella di Cristo. Dio è Padre e ci ama come un Padre ama i suoi figli, e non come un Re ama i suoi sudditi, e dà a tutti i suoi figli il pane quotidiano e accoglie nella gioia anche quelli che peccarono, quando tornano ad appoggiare il capo sul suo petto di Padre ricco di misericordia, Sovrano di tenera pietà.

            

            2) Misericordia: spiegazione etimologica, ma non solo.

            La parola “misericordia” è usata per tradurre il termine greco “éleos”, che usiamo ancora oggi nella liturgia per domandare a Dio di avere pietà di noi. Ma a sua volta questo termine greco è usato per tradurre due termini ebraici hesed e rahamin. 

            Il primo, hesed, significa “la responsabilità del proprio amore": responsabilità che deriva da un impegno preso, da una fedeltà a se stressi e, quindi, all’altro con il quale ci si è liberamente impegnati. Nel nostro caso, è la responsabilità che il Dio dell’Alleanza ha del suo stesso amore offerto e pattuito. Responsabilità che richiede l’umana risposta, ma va oltre la possibile infedeltà dell’uomo. Hesed è dunque dono, fedeltà e perdono.

            Il secondo termine, rahamim, si riferisce direttamente alle viscere materne che si “commuovono per il loro frutto”, per il figlio, che impediscono alla madre di dimenticare. Il testo di Isaia 49, 15: “Si dimentica forse una donna del suo bambino così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se queste donne dimenticassero, Io invece non ti dimenticherò mai” è il versetto biblico più conosciuto, in cui un atteggiamento più che materno viene esplicitamente attribuito a Dio. Più in generale, rahamin indica “il luogo tenero di un essere umano”. Esso significa dunque “sentirsi o sapersi una cosa sola con un altri; descrive soprattutto il senso di intima unione del padre e della madre con il proprio figlio, dei fratelli, degli sposi tra di loro”. Secondo il Bultman – a cui si deve quest’ultima definizione nel Kittel - Grande Lessico del Nuovo Testamento - - la traduzione migliore sarebbe semplicemente la parola “amore”.

            Per concludere queste digressione etimologica, il termine éleos che San Luca usa nel suo Vangelo è tradotto con misericordia: questa “misericordia” a sua volta rimanda sia alla grazia dell’Alleanza, sia alla tenerezza della paternità (materna) di Dio (si veda Giovani Paolo II, Enciclica Dives in misericordia che fa notare questa ricchezza terminologica, cfr n 5 e nota 64)

            La parola “misericordia” (dal latino misereor: ho pietà, e cor, cordis: cuore, quindi significa avere il cuore mosso a compassione dalla miseria altrui) traduce adeguatamente il greco influenzato dalle due parole ebraiche, perché mette in rilevo la tenerezza e la fedeltà perenne di Dio verso il suo popolo, verso i suoi figli. Dio è fedele. San Paolo osserva che anche se noi siamo infedeli, Dio rimane fedele, perché non può negare se stesso (cfr. 2 Tm 2,13). 

            L'esperienza della paternità nella famiglia si realizza come compagnia sicura coi figli, come fedeltà discreta, sempre pronta a intervenire, vigilante, nei loro confronti. Compagnia fedele, dunque, fino al perdono, all'infinito, ciò che impariamo continuamente dalla paternità smisurata di Dio con noi. 
È quanto scrive Paul Claudel ne “L'annuncio a Maria” in cui il vecchio padre Anna Vercors rivolto alla figlia Violaine dice: “L'amore del Padre non chiede compenso e il figlio non occorre che lo conquisti o che lo meriti. Come era con lui prima del principio, così resta: suo bene e sua eredità, suo rifugio, suo onore, sua giustificazione”.

            Quale gioia avere un Padre della cui tenerezza e perdono noi siamo sicuri. Preghiamo dunque per prendere coscienza di essere figli di un Padre che non sa fare altro che amarci e perdonarci.

 

            3) La gioia del figlio perdonato e del cieco guarito.

            Il figlio prodigo non tornò dal Padre perché era stanco di guardare i porci e di mangiare le ghiande, aveva fame del pane della gioia, che solo il Padre gli poteva donare. Tornò alla “verità di se stesso” (cfr Dives in misericordia, n 6), perché capì la sua dignità umana di figlio. Arrivato a casa sua il padre lo abbracciò e mettendo le mani sulle sue spalle lo benedì, accogliendolo nella sua pace.

            In nessuna cosa l’anima di quel figlio errante aveva potuto quietarsi, all’ombra di nessun albero il suo corpo poté gustare riposo vero, e il cuore, che sempre è alla ricerca, e sempre è disilluso, in nessun bene trova la sua pace, in nessun piacere la sua gioia, in nessun conquista la sua felicità. Ma ricevendo la benedizione di perdono dal Padre, questo giovane che aveva sperperato tutto torna a casa e per lui il Padre organizza subito una pranzo offrendo il vitello migliore e il pane della gioia

            La felicità viene dall’esperienza dell’essere amato e dall’accettare questo amore divino che nessuno merita. Ma se il peccato nostro non è un’obiezione a Dio per perdonarci, non lo deve essere per noi per domandare umilmente la sua misericordia.

            Un perdono, che dà luce, aiuta a credere e a crescere nella fede come accadde al cieco nato guarito da Cristo, di cui ci racconta il vangelo proposto oggi dalla liturgia ambrosiana.

            Immedesimiamoci in questo cieco e cerchiamo di immaginare quale visione si aprì davanti agli occhi suoi di cieco quando per la prima volta vide il volto umano, la luce del sole e un mondo nuovo, mai immaginato; eppure ne era circondato fin dalla nascita; ma era vissuto nel buio. Se vogliamo capire meglio la gioia del cieco diventato vedente, pensiamo all’esperienza dei bambini nei primi anni di vita: con stupore indescrivibile guardano il mondo e ne scoprono sempre nuove bellezze. Cerchiamo di non soffocare in noi questo stupore e saremo capaci di vita. A questo riguardo San Giovanni Damasceno diceva: “I concetti creano gli idoli, lo stupore genera la vita

            Una vita da vivere con Dio che ci offre un’alleanza d’amore, un legame d’amore che rende lieti. Si tratta di un amore che ha tutte le caratteristiche di ogni amore, di amore filiale da parte dell'uomo, di amore paterno da parte di Dio. E’ amore di amicizia perché Gesù è un fratello nostro, Gesù si è fatto nostro fratello È amore di sposo nei confronti di Dio che è lo sposo nei confronti dell'anima che è la sposa.

Un vita da vivere nella luce di Dio, fonte di gioia che è piena perché la si sperimenta in qualcuno non in qualcosa. In qualcuno da cui ci si sente voluti infinitamente bene. e che ci sentiamo di amare.

Le Vergini Consacrate ci sono di esempio in questa risposta di amore che realizzano in modo completo con l’offerta della loro vita e sono icone di Cristo, lietamente. Sono esempio di consacrazione lieta alla verità e all’amore.

            La donna consacrata all’ “Amore perfetto” (cfr RCV n. 55) che non lascia nessuno senza la sua luce, consacrata alla Vita come radicale gioia di esistere, risponde al compito di essere profezia vivente di quel ‘regno’ di carità a cui tutti siamo chiamati.

            Facendo proprie le i indicazioni di ESI le Vergini consacrate si lasciano educare al senso della gratitudine per l’opera di Dio, che perdona, e con la propria consacrazione richiamo a tutti  che l’origine, il senso e la destinazione della storia umana si trovano nel mistero santo di Dio, nella sua bontà infinita, preveniente e misericordiosa, nell’amore di cui vuole fare partecipi tutte le creature” (Congregazione per gli Istituti di Vita consacrata e le Società di Vita apostolica, Istruzione sull’Ordo Virginum, Ecclesiae Sponsae Imago n. 41)

 

 

 

 

 

Lettura patristica

Sant’Ambrogio

Dal Commento al Vangelo di Luca .(Lc 7,213-230)

 

       "Un uomo aveva due figli e il più giovane gli disse: «Dammi la mia parte di patrimonio" (Lc 15,11-12). Vedi che il patrimonio divino viene dato a coloro che lo chiedono. E non credere che il padre sia in colpa perché ha dato il patrimonio al più giovane: non si è mai troppo giovani per il Regno di Dio, e la fede non sente il peso degli anni. 

       In ogni caso colui che ha domandato il patrimonio si riteneva capace di possederlo: Dio volesse che egli non si fosse mai allontanato dal padre, e non avesse ignorato gli inconvenienti della sua età! Ma poi se ne partì per un paese straniero - necessariamente dissipa il suo patrimonio chi si allontana dalla Chiesa -; lasciando la casa e la patria, "se ne partì per un paese straniero, in una regione lontana" (Lc 15,13).

       Non c'è luogo più remoto di quello in cui va chi va lontano da sé, e si allontana non per lo spazio, ma per i costumi, si separa non per la distanza ma per i desideri, e, come se mettesse in mezzo l'onda dei piaceri mondani, con la sua condotta spezza ogni legame. Chiunque infatti si separa da Cristo è un esule dalla sua patria, diventa cittadino del mondo.

       Noi altri, invece, non siamo stranieri di passaggio, "siamo concittadini dei santi e membri della famiglia di Dio" (Ef 2,19); eravamo lontani, ma siamo stati fatti vicini nel sangue di Cristo (cf. Ef 2,13). 

       Ma non siamo maldisposti verso chi viene da una regione lontana, perché anche noi siamo stati in una regione lontana, come insegna Isaia; così leggi: "Per coloro che sedevano nella regione dell`ombra della morte, per loro è sorta la luce" (Is 9,2). La regione lontana è dunque quella dell`ombra della morte; ma noi che abbiamo per spirito dinanzi al volto il Cristo Signore (cf. Lam 4,20), viviamo nell'ombra di Cristo. Per questo la Chiesa dice: "Nella sua ombra sedetti desiderosa" (Ct 2,3).

       Quello, vivendo nella lussuria, ha sciupato ogni ornamento proprio della sua natura: ebbene tu, che hai ricevuto l'immagine di Dio e che sei simile a lui, guardati bene dal rovinarla con una irragionevole e degenerata condotta. Tu sei opera di Dio...

       "Venne la carestia in quella regione" (Lc 15,14): carestia non di pane e cibo, ma di buone opere e di virtù. Esiste un digiuno peggiore di questo?

In verità chi si allontana dalla Parola di Dio è affamato, perché "non di solo pane vive l'uomo, ma di ogni parola di Dio" (Lc 4,4). Se ci si allontana dalla fonte siamo colti dalla sete, si diventa poveri se ci si allontana dal tesoro, si diviene sciocchi se ci si allontana dalla sapienza, si distrugge infine se stessi allontanandosi dalla virtù. 

È quindi naturale che costui cominciò a sentirsi in gravi ristrettezze, in quanto aveva abbandonato i tesori della sapienza e della scienza di Dio e la profondità delle ricchezze celesti (cf. Col 2,3). Egli cominciò a sentire la miseria e a soffrire la fame, perché niente è abbastanza per la prodiga voluttà. Sempre patisce la fame, chi non si sa nutrire degli alimenti eterni...

       "E bramava di riempirsi il ventre di carrube" (Lc 15,16). I lussuriosi non hanno infatti altro desiderio che di riempirsi il ventre, perché "il ventre è il loro dio" (Fil 3,19). E a simili uomini quale cibo è più adatto di questo che è, come le carrube, vuoto di dentro, di fuori è molle, ed è fatto non per alimentare, ma per gravare il corpo, e che è più pesante che nutriente?...

       "Ed ecco, nessuno gliene dava" (Lc 15,6); si trovava infatti nella regione di colui che non ha nessuno, perché non ha quelli che sono. Infatti tutte le nazioni sono stimate un niente (cf. Is 40,17); non c'è che Dio, "che vivifica i morti, e chiama le cose che non sono come cose che sono" (Rm 4,17).

       "Allora, tornato in sé, disse: «Quanti pani hanno in abbondanza i mercenari di mio padre!»" (Lc 15,17).

       È ben vero che ritorna in sé, poiché si era allontanato da sé. Chi torna infatti al Signore torna in sé, mentre chi si allontana da Cristo rinnega sé.

       Ma chi sono i mercenari? Non sono forse quelli che servono per il salario, cioè quelli d'Israele? Che non perseguono il bene per amore dell'onestà, che sono attirati non dalla bellezza della virtù ma dal desiderio del guadagno? Ma il figlio che ha in cuore il pegno dello Spirito Santo (cf. 2Cor 1,22) non cerca il meschino profitto di un salario di questo mondo, perché possiede il diritto all'eredità.

       Vi sono anche dei mercenari che sono impegnati nei lavori della vigna. Buoni mercenari sono Pietro, Giovanni, Giacomo, ai quali è detto: "Venite, farò di voi pescatori di uomini" (Mt 4,19). 

Costoro hanno in abbondanza non carrube, ma il pane: perciò poterono riempire dodici ceste di avanzi. 

       O Signore Gesù, se tu ci togliessi le carrube e ci donassi il pane, tu che sei il dispensiere nella casa del Padre! Se tu ti degnassi anche di accoglierci come mercenari, anche se veniamo sul tardi! Tu infatti assumi mercenari anche all'undicesima ora, e ti compiaci di pagare un'eguale mercede (cf. Mt 20,6-16), eguale mercede di vita, non di gloria; non a tutti infatti è «riservata la corona di giustizia», ma a colui che può dire: "Ho combattuto la buona battaglia" (2Tm 4,7ss)...

       Se vi fosse restato anche quello, non si sarebbe mai allontanato da suo padre. Ma stiamo tuttavia attenti a non ritardare la sua riconciliazione, che il padre non gli ha ritardato. Egli si riconcilia volentieri, quando è pregato intensamente. 

       Apprendiamo con quali suppliche è necessario avvicinare il Padre. Padre, egli dice. Quanta misericordia, quanta tenerezza, vi è in colui che, pur essendo stato offeso, non sdegna di sentirsi chiamare padre! "Padre" - dice -, "ho peccato contro il cielo e dinanzi a te" (Lc 15,18).

       Ecco la prima confessione della colpa, rivolta al creatore della natura, all'arbitro della misericordia, al giudice del peccato. Sebbene egli sappia tutto, Dio tuttavia attende dalla tua voce la confessione, infatti "è con la bocca che si fa la confessione per la salvezza" (Rm 10,10). 

       Solleva il peso della propria colpa colui che spontaneamente se ne carica: taglia corto all'animosità dell'accusa chi previene l'accusatore confessando: infatti "il giusto nell'esordio del suo discorso, è accusatore di se stesso" (Pr 18,17). 

       E d'altra parte sarebbe vano tentar di dissimulare qualcosa a colui che su nessuna cosa può trarre in inganno; non rischi niente, a denunziare ciò che sai esser già noto. 

       Meglio è confessare, in modo che per te intervenga Cristo, che noi abbiamo come avvocato presso il Padre (cf. 1Gv 2,1), per te preghi la Chiesa, e il popolo infine per te pianga. E non aver timore di ottenere. L'avvocato ti garantisce il perdono, il patrono ti promette la grazia, il difensore ti assicura la riconciliazione con l'amore paterno. 

       Credi dunque, perché il Signore è verità, e sii tranquillo, perché il Signore è potenza. Egli ha un fondamento per intervenire a tuo favore; altrimenti sarebbe morto inutilmente per te. E anche il Padre ha ben ragione di perdonarti, perché ciò che vuole il Figlio lo vuole anche il Padre.

       Ti viene incontro colui che ti ha sentito parlare nell'intimo della tua anima; e mentre tu sei ancora lontano, egli ti vede e ti corre incontro (cf. Lc 15,20).

       Egli vede nel tuo cuore, e corre a te perché niente sia di ritardo, ti abbraccia, anche. Nel venirti incontro è chiara la sua prescienza; nell'abbracciarti si manifesta la sua clemenza e il suo amore paterno. Si getta al collo, per sollevare colui che giaceva in terra carico di peccati, per sollevarlo verso il cielo in modo che possa cercarvi il suo autore. 

       Cristo si getta al tuo collo, per liberare la tua nuca dal giogo della schiavitù, e mettervi il suo giogo soave (cf. Mt 11,30). Non ti sembra che egli si sia gettato al collo di Giovanni, quando Giovanni riposava sul suo petto, con la testa rovesciata all'indietro? 

       Per questo egli vide il Verbo presso Dio, perché si era innalzato verso altezze sublimi. Il Signore si getta al collo, quando dice"Venite a me, voi che siete affaticati, e io vi darò sollievo; prendete su di voi il mio giogo" (Mt 11,28-29). È in questo modo che egli ti abbraccia, se tu ti converti.”

 

                                                                               

 

 

giovedì 20 marzo 2025

Conversion is purifying our heart so that it is clear and open to Christ and to all that is beautiful, good and true.

III Sunday of Lent - Year C - March 23, 2025

Roman Rite

Ex 3.1-8a.13-15; Ps 103; 1 Cor 10.1-6.10-12; Lk 13: 1-9

 

Ambrosian Rite

III Sunday of Lent – Sunday of Abraham

Dt 6.4a; 18.9 to 22; Ps 105; Rm 3,21-26; Jn 8.31-59

 

 

1) Conversion= turning to Christ who loves us.

This Sunday’s Gospel passage (Lk 13: 1-9) can be divided into two parts. One tells of the call to conversion (13.1-5), the second presents the parable of the barren fig tree (13.6-9). The two sides find their meeting point in the theme of conversion.

"Repent," asks the Savior, whose invitation we hear on this Sunday as it frequently happens in the Lenten liturgy. The verb "to repent" is repeated twice in today's Gospel. The warning is given in a solemn form ("I tell you ...") and as the indispensable condition to escape the judgment of God ("If you do not convert, you will all perish"). Luke is not primarily interested in the content of conversion (what to change), he prefers to make us aware that God's judgment is imminent and general.

"Convert us, O God, our salvation" the same liturgy makes us pray. Therefore, conversion is an invitation to be received and a gift to be asked to the Savior.

In the "Roman Rite" Gospel, St. Luke speaks to us of the need for conversion and of his urgency because the judgment of God is upon us. But what does convert mean?

The verb privileged by the Old Testament to indicate conversion is shouv which means to change course, to go back. On the existential or ethical level this Hebrew verb connotes a change of orientation, a modification of behavior. Moreover, in the Old Testament to indicate conversion are used also the Hebrew verbs biqqesh and darash, whose meaning is "to seek God or the good".

            The New Testament uses "epistrefein", which literally means "turning to", to indicate external change and change in behavior while using "metanoein", which comes from the Greek verb 'to change idea' and is composed of meta 'after' and noeo 'to think' to indicate the inner mutation, the change of mentality. The term that Luke uses in our text is "metanoia". He therefore insists on inner change, on the new and different way of thinking, evaluating things, and judging them.

God’s judgment does not know injustice, it goes beyond justice (Divo Barsotti). We must prepare ourselves for it by turning our intelligence to the Truth, our will to Good, and our head and heart to Jesus our Destiny so that his Gospel may be a concrete guide to life, and by asking God to transform us recognizing that we depend on Him and on his creative and merciful love.

It is a mercy for which for the winemaker the infertility of the barren fig tree becomes the invitation to work again and even more so that everything is done to put the plant in conditions of bearing fruit. To the human temptation of hardness and exclusion, the parable opposes the toil of divine Charity.

The Lord, merciful and patient, still gives us time to bear fruit. The words of Christ, the winemaker, are consoling: "Sir, I will put manure, I will heal ... and you will see that it will bear fruit". The tree of our life cannot flourish if we are do not converted to Christ who with his love performs the miracle. Let us follow the invitation that God already addresses to his people in the Old Testament: “Return to me with all your heart, with fasting, with tears and lamentations. Tear your heart and not your clothes, return to the Lord your God, because he is merciful and gracious, late to anger and rich in benevolence and he takes pity on misfortune "(Jh 2: 12-13).

This is the reason why Pope Francis teaches: "This is the rule of conversion: moving away from evil and learning to do good. Converting is a journey. It is a journey that requires courage to get away from evil and humility to learn to do good. And, above all, it needs concrete things "(Morning meditation in the Chapel of the Domus Sanctae Martha. Learning to do good - March 14, 2017). The concrete things on the Lenten journey are the works of penance which bring us back to the state of light and whose fruit consists in all sorts of goodness, justice and truth.

 

 

2) The conversion of Abraham.

On this journey towards God, the Ambrosian liturgy, after having proposed "the example" of Zacchaeus and of the Samaritan woman, today offers us the great figure of Abraham who converted his life in an offer to the point of being ready to sacrifice his son Isaac.

For Abraham God’s promise to give him an innumerable people was more certain than the life of his son Isaac, whom he did not refuse to sacrifice to the Almighty who was asking for it.

Total abandonment to God is a source of tranquility and serenity both towards the past and the future. Conversion takes place through the renunciation of oneself and of what is dearest to us, like a child in the case of Abraham, in order to deal exclusively with God and his good plan for himself and for the world.

If we add loving trust to this total abandonment, we will be ever more capable not only of taking care of ourselves but of letting ourselves being taken care by the Lord. Then our heart will expand, and we will be relieved from the weight of ourselves, a weight that oppresses us. With astonishment we will realize how straight and simple the path is.

We think that uninterrupted effort and tension are necessary for conversion, together with a continuous renewal of actions and facts. In my opinion, to turn to Christ and follow him steadily require few things; it is enough, without even thinking too much about the past or the future, to look at him on the Cross with confidence as a Brother who leads us into the present reality. If, for distraction, we should lose sight of him, let us not indulge in it but turn to him, and we will understand what his good will is for us. If we sin, let us convert to the sacrament of Penance and do a penance that is a pain of love.

 

3) From conversion to consecration

Confession " is called the sacrament of Penance, since it consecrates the Christian sinner's personal and ecclesial steps of conversion, penance, and satisfaction." (Catechism of the Catholic Church, n. 1423). We had the first conversion with baptism, but "the new life received in Christian initiation has not suppressed the fragility and weakness of human nature" (1426). Conversion is the law that lasts a lifetime up to the moment when man gives out his last breath. It was so for St. Peter as for St. Paul, for all the saints, and it will for each one of us.

To be converted is "to abandon one's will in Christ's, through humility" (Saint Bernard, On conversion - Sermon 34) Witnesses to this are the consecrated Virgins who to the Bishop's request: "Do you want to live only for God in silence and in solitude, in assiduous prayer and joyful penance, in hidden work and in the service of others ?”  reply:" Yes, we want “(Ritual for the Consecration of Virgins, n. 55).

These women testify that the consecration of life to God means the truth of love, of work, of justice, and of life itself. The whole life is transfigured through the offering of oneself to God. Perfect charity (in which the perfection of all Christians consists of) lived virginally brings the whole person to his Creator and can be defined a total consecration or sacrifice that the human being makes of himself or herself to God in imitation of what our Redeemer Jesus Christ did.

Through this consecration the consecrated Virgins are a sign that the important thing is to have no other goal in all our actions than God, and to make no other profession nor to seek other taste on earth except that of pleasing God and to serve him, that is, to be righteous by practicing the holy law of charity.

La conversion, c’est purifier notre cœur pour qu’il soit clair et ouvert au Christ et à tout ce qui est beau, bon et vrai.

IIIème Dimanche de Carême – Année C - 23 mars 2025

 

Rite Romain

Es 3,1-8a.13-15; Sal 102; 1 Cor 10,1-6.10-12; Lc 13,1-9

 

Rite Ambrosien

III Dimanche de Carême d’Abraham

Dt 6,4a; 18,9-22; Sal 105; Rm 3,21-26; Gv 8,31-59

 

 

            1) Conversion : se tourner vers le Christ qui nous aime.

Le récit de l'Evangile de ce dimanche (Lc 13,1-9) peut être divisé en deux parties. Une partie parle de l'appel à la conversion (13,1-5), tandis que l'autre partie nous présente la parabole du figuier stérile (13,6-9). Les deux parties trouvent leur point de rencontre dans le thème de la conversion.

« Convertissez-vous », nous demande le Sauveur, c’est l’invitation qu’Il nous fait entendre ce dimanche, comme c'est souvent le cas dans la liturgie du Carême. Le verbe « se convertir » est répété deux fois dans l'évangile d'aujourd'hui. L'avertissement est donné sous forme solennelle (« Je vous le dis... ») et comme condition indispensable pour échapper au jugement de Dieu (« Si vous ne vous convertissez pas, vous périrez tous »). Luc ne s'intéresse pas en premier lieu au contenu de la conversion (ce qu'il faut changer) : il préfère nous faire prendre conscience que le jugement de Dieu est imminent et général.

            « Convertissez-vous », nous demande le Sauveur, dans l’invitation qui nous est lancée en ce dimanche, comme cela arrive souvent dans la liturgie de Carême.

            « Convertis-nous, ô Dieu, notre salut » nous fait prier la même liturgie. La conversion est donc un appel à recevoir, un don à demander au Sauveur.

            Dans l’Evangile « romain » saint Luc nous parle du besoin de conversion, de son urgence, du jugement de Dieu qui plane sur nous. Mais que signifie se convertir? 

            Le verbe privilégié par l’Ancien Testament pour indiquer la conversion est shouv qui veut dire: changer de route, revenir au passé. Sur un plan existentiel ou éthique ce verbe, en hébreu, indique un changement de direction, un changement dans notre comportement. Toujours dans l’Ancien Testament, pour indiquer la conversion, figurent les verbes biqqesh et darash qui, en hébreu, signifient « chercher Dieu ou le bien ».

            Le Nouveau Testament emploie le mot « epistrefein » qui signifie littéralement « se tourner vers », pour indiquer le changement extérieur et le changement de comportement, pendant qu’il utilise « metanoei »", qui vient du verbe grec « changer d’avis », composé de meta « après » et noeo « penser » pour indiquer le changement intérieur, le changement de mentalité. Le terme que Luc utilise dans notre texte est « metanoia » : il insiste donc sur le changement intérieur, sur la façon nouvelle et différente de penser, d'évaluer les choses, de les juger.

            Le jugement de Dieu ne connaît pas d’injustice, il va au-delà de la justice (Divo Barsotti) et nous devons nous préparer en tournant notre intelligence vers la Vérité, la volonté au Bien, notre tête et notre cœur vers Jésus, notre Destin, afin que son Evangile soit un guide concret pour la vie, en demandant que Dieu nous transforme, en reconnaissant que nous dépendons de Dieu, de son amour créatif et miséricordieux.

            Une miséricorde qui fait que l’infécondité du figuier devient pour le vigneron une invitation à travailler encore et encore plus pour que la plante soit mise dans les conditions de donner du fruit. A la tentation humaine de la dureté et de l’exclusion, la parabole oppose les efforts redoublés de la divine charité.

            Le Seigneur, miséricordieux et patient, nous accorde encore du temps pour donner du fruit. Les paroles du Christ, le Vigneron, sont réconfortantes: « je bêcherai, mettrait du fumier autour, le soignerai... et tu verras qu’il donnera du fruit ». L’arbre de notre vie ne saurait pas fleurir, si nous ne nous convertissons pas au Christ qui, avec son amour, accomplit le miracle. Suivons donc l’invitation que Dieu, dans l’Ancien Testament adresse à son peuple: « Revenez à moi de tout votre cœur, dans le jeûne, les larmes et le deuil ! Déchirez vos cœurs et non pas vos vêtements, et revenez au Seigneur votre Dieu, car il est tendre et miséricordieux, lent à la colère et plein d'amour, renonçant au châtiment » (Joël 2, 12-13).

 

 

            2) La conversion d’Abraham.

            Dans cette marche vers Dieu, la liturgie ambrosienne, après nous avoir proposé « l’exemple » de Zachée et de la Samaritaine, nous propose aujourd’hui la grande figure d’Abraham, qui a converti sa vie, qui l’a offerte au point d’être prêt à sacrifier son fils Isaac.

            Pour Abraham, la promesse de Dieu de lui donner un peuple innombrable fut plus sûre que le fait de son fils Isaac, qu’il ne refusa pas de sacrifier au Tout-Puissant qui le lui demandait.

            Le total abandon à Dieu est source de tranquillité et de sérénité tant vis-à-vis du passé que de l’avenir. La conversion se réalise en renonçant à soi et à tout ce que l’on a de plus cher, comme un fils dans le cas d’Abraham, pour s’occuper exclusivement de Dieu et du beau projet qu’il a sur nous et sur le monde. 


            Si à cet abandon total nous joignons un amour confiant nous serons de plus en plus capables de ne pas prendre soin de nous-mêmes mais de laisser que ce soit le Seigneur à prendre soin de nous. Alors notre cœur se dilate et nous sommes soulevés du poids de nous-mêmes, un poids qui nous opprime. Nous nous rendrons compte avec stupeur que la voie à suivre est droite et simple. 

            Nous pensons que se convertir demande des efforts et une tension qui sont continus, des faits et des gestes à renouveler sans cesse. Selon moi, pour se tourner vers le Christ et le suivre de manière stable, il n’y a pas grand-chose à faire : il suffit, sans même trop raisonner sur le passé ou sur l’avenir, de le regarder sur la Croix avec confiance, comme un Frère qui nous conduit dans la réalité présente, comme main dans la main. Si par la plus petite ou la plus longue des distractions nous devions le perdre de vue, ne cédons pas mais adressons-nous à Lui, et nous comprendrons le bien qu’il veut pour nous. Si nous péchons, convertissons-nous en ayant recours au sacrement de la Pénitence et faisons une pénitence qui soit une souffrance d’amour total.

 

            3) De la conversion à la consécration

            La confession est appelée « sacrement de la Pénitence puisqu’il consacre une démarche personnelle et ecclésiale de conversion, de repentir et de satisfaction du chrétien pécheur » (Catéchisme de l’Eglise Catholique, n. 1423). La première conversion nous l’avons eue par le baptême, mais « la vie nouvelle reçue dans l’initiation chrétienne n’a pas supprimé la fragilité et la faiblesse de la nature humaine » (1426), donc la conversion est une loi qui dure toute la vie, jusqu’au moment où l’homme rend le dernier souffle: il en a été ainsi pour Saint Pierre et pour Saint Paul, pour tous les saints, à plus forte raison pour chacun de nous.

            Se convertir, c’est « abandonner sa propre volonté en celle du Christ, par l'humilité » (Saint Bernard, Sur la conversion - Sermon 34). En cela en sont témoins les Vierges consacrées qui, à la question de l’Évêque: « Voulez-vous vivre seulement pour Dieu dans le silence et dans la solitude, dans la prière assidue et dans la pénitence joyeuse, dans le travail caché et au service des autres », ont répondu: « Oui, nous le voulons » (Rituel de la Consécration des vierges, n. 55)

            Ces personnes témoignent que la consécration de la vie à Dieu signifie « vérité d’amour », « travail », « justice », signifie « la vie même ». La vie entière se transfigure en s’offrant à Dieu. La charité parfaite (en laquelle consiste la perfection de tous les Chrétiens) vécue virginalement conduit toute la personne dans son Créateur et peut se définir: une consécration totale ou sacrifice que l’être humain fait de lui à Dieu, à l’image de ce que fit notre Rédempteur Jésus-Christ. 

            Par cette consécration, les Vierges consacrées sont un signe pour tous que l’essentiel est de n’avoir d’autre but ultime que Dieu dans toutes nos actions, de ne pas faire d’autre profession, ni de rechercher d’autres saveurs sur terre, si ce n’est celle de plaire à Dieu et de le servir : autrement dit d’être justes en pratiquant la sainte loi de la charité.                    

C’est pourquoi le Pape François enseigne : « Voilà la règle de la conversion : s'éloigner du mal et apprendre à faire le bien. La conversion est un chemin. C’est un chemin qui demande du courage pour s’éloigner du mal et de l’humilité pour apprendre à faire le bien. Et ce chemin a surtout besoin de choses concrètes » (Méditation du matin dans la chapelle de la Domus Sanctae Marthae, Apprendre à faire le bien - 14 mars 2017). Les choses concrètes du chemin du Carême sont les œuvres de pénitence qui nous ramènent à l'état de lumière, dont le fruit consiste en toute sorte de bonté, de justice et de vérité.

 

 

 

 

 

 

Lecture patristique

Saint Bernard de Clairvaux

Sur la conversion – Sermons 34-39

Comme il n’existe pas (ou du moins je ne l’ai pas trouvée) de traduction italienne du texte cité de Saint Bernard je propose l’extrait d’un texte du P. Giovanni Lunardi.

 

            « Mais pour emprunter et vivre le chemin de l’amour, la seule chose à faire, et qui est une condition indispensable, est de se convertir, c’est-à-dire abandonner sa volonté, avec humilité. Bernard le découvre en lisant l’Evangile, à l’endroit même où Jésus recommande aux disciples: « Amen, je vous le dis : si vous ne changez pas pour devenir comme les petits enfants, vous n'entrerez point dans le Royaume des cieux” (Mt 18,3). Et que signifie encore devenir de petits enfants – se demande Bernard – si ce n’est de devenir humbles » ? (Sur le carême II, 1). Se convertir se réduit donc à apprendre cet art difficile qu’est l’humilité!

Et l’humilité consiste tout simplement à former en soi une vision exacte de ce que l’on est. « L'humilité est une vertupar laquelle l'homme devient méprisable à ses propres yeux en raison de ce qu'il se connaît mieux – humilitas est virtus qua homo verissima sui cognitione sibi ipsi vilescit » (Sur l’humilité, 2). C’est-à-dire: nous sommes grands, parce que « aucune créature n’est plus proche de Dieu que celle faite à l’image de Dieu » (De diversis, IX, 2). Mais nous sommes également petits à cause de la présence du péché personnel – « L’orgueil est le désir de sa propre supériorité – Superbia est appetitus propriae excellentiae » (Lett. 42).

La conversion signifie donc reprendre, reconquérir avec effort ce qui relève de la nature humaine, c’est-à-dire l’humilité. L’homme est de nature humble! L’orgueil, au contraire, est un produit inventé par le diable, et exporté dans l’homme. Il faut, en d’autres mots, sonder les profondeurs de son cœur, obtenir par un travail dur et assidu, une idée exacte de soi. En effet, l’amour-propre, l’orgueil, sont les grands ennemis de l’existence chrétienne, qui naissent précisément de cette ignorance que l’on a de soi. Moins on se connait et plus on court le risque de tomber dans l’orgueil.

De l’humilité nait la charité envers autrui. Notre misère devant Dieu nous fait prendre notre juste place aussi devant les autres. En passant par l’exacte connaissance de nous-mêmes nous arrivons à la connaissance de la faiblesse autrui. A travers notre faiblesse et fragilité personnelle, nous dit Bernard, nous réfléchissons presque comme dans un miroir, celle de notre prochain: le chrétien, « partant de sa propre misère méditera sur celle de tous les autres » - « ex propria miseria generalem perpendat » (Sur les degrés de l’humilité et de l’orgueil, 16). Dieu nous laisse dans nos défauts, pour que nous comprenions ceux des autres. En effet, les autres et nous-mêmes sommes faits de la même pâte. De là une seule conclusion paraît possible: avoir de la compassion pour mes misères personnelles fera que je n’aurai jamais d’attitudes sévères à l’égard de mon frère qui pèche, je devrai être ouvert à un pardon indéfini. Tu es un malade grave - rappelle Bernard et il te sera impossible de ne pas compatir ton frère qui est malade comme toi. En effet « seul un malade peut comprendre et compatir un autre malade » – « solus aeger aegro compatitur » (Sur l’humilité, VI). Les chrétiens « en partant de leurs souffrances personnelles, apprennent avoir de la compassion pour les souffrances d’autrui » (Sur les degrés de l’humilité, 18).

Dans ce contexte on comprend la nécessité de la prière, comme expression d’amour. C’est pourquoi il faudrait toujours prier, et prier à Dieu : « Tout le temps que tu passes à ne pas penser à Dieu, tu dois te dire que c’est du temps perdu » – « omne tempus in quo de Deo non cogitas, hoc te computes perdidisse » (PL 184, 497A). « Il ne faut pas se mettre en prière une fois ou deux, mais fréquemment et assidument, en présentant à Dieu les désirs de ton cœur et, au moment opportun, aussi à voix haute » – « Non enim semel vel bis ad orationem est accedendum, sed frequenter et assidue, ad Deum extendentes desideria cordis et in tempore opportuno aperientes vocem oris » (Sermon sur l’avent).

Qualité de la prière: 1.- humble… La prière est « rencontre » avec le Seigneur alors que tu es si petit. » « et si tu es privé de la grâce, sois bien sûr que c’est ton orgueil qui en est la raison, même si ça ne se voit pas et que tu ne t’en rends pas compte » » (Sut le cantique 54, 10). 2.- Pure. Il s’agit de chercher Dieu uniquement pour soi-même (Sur le cantique, 40, 3). : « Vous ne priez pas comme il faut, si dans votre prière, vous cherchez quelque autre chose que le Verbe, ou que vous ne le cherchiez pas pour le Verbe » (Sur le cantique 86, 3). 3.- dévote, autrement dit fervente. »

 

La Conversione è purificare il nostro cuore perché sia limpido e aperto a Cristo e tutto ciò che è bello, buono e vero.

III Domenica di Quaresima – Anno C - 23 marzo 2025

 

Rito Romano

Es 3,1-8a.13-15; Sal 102; 1 Cor 10,1-6.10-12; Lc 13,1-9

 

Rito Ambrosiano

III Domenica di Quaresima di Abramo

Dt 6,4a; 18,9-22; Sal 105; Rm 3,21-26; Gv 8,31-59

 

 

            1) Conversione: voltarsi a Cristo che ci ama.

Il brano evangelico di questa domenica (Lc 13,1-9) può essere diviso in due parti. Un parla della chiamata alla conversione (13,1-5) la seconda ci presenta la parabola del fico sterile (13,6-9). Le due parti trovano il loro punto di incontro nel tema della conversione.

“Convertitevi”, ci chiede il Salvatore, il cui invito ci è fatto ascoltare in questa Domenica, come frequentemente accade nella liturgia quaresimale. Il verbo «convertirsi» è ripetuto due volte nel vangelo di oggi. L'avvertimento è dato in forma solenne («Io vi dico...») e come condizione indispensabile per sfuggire al giudizio di Dio (“Se non vi convertirete, perirete tutti”). Luca non è anzitutto interessato al contenuto della conversione (quali cosa cambiare): preferisce renderci consapevoli che il giudizio di Dio è imminente e generale.

            “Convertici, o Dio, nostra salvezza” ci fa pregare la medesima liturgia. La conversione dunque è un invito da accogliere e un dono da domandare al Salvatore.

            Nel Vangelo “romano” San Luca ci parla della necessità della conversione, della sua urgenza, del giudizio di Dio che incombe. Ma che significa convertirsi? 

            Il verbo privilegiato dall’Antico Testamento per indicare la conversione è shouv  che vuol dire: cambiare strada, tornare indietro. Sul piano esistenziale o etico questo verbo ebraico connota un cambiamento di orientamento, una modificazione del comportamento. Sempre nell’Antico Testamento per indicare la conversione sono usati anche i verbi ebraici biqqesh e darash il cui significato è “cercare Dio o il bene”.

            Il Nuovo Testamento ha usa “epistrefein”, che letteralmente vuol dire “voltarsi verso”, per indicare il mutamento esteriore e il mutamento nel comportamento, mentre si serve di “metanoein”, che viene dal verbo greco 'cambiare idea', composto da metà 'dopo' e noeo 'pensare', per indicare la mutazione interiore, il cambiamento di mentalità. Il termine che Luca usa nel nostro testo è «metanoia»: egli insiste dunque sul mutamento interiore, sul modo nuovo e diverso di pensare, valutare le cose, di giudicarle.

            Il giudizio di Dio non conosce l’ingiustizia, va oltre la giustizia (Divo Barsotti) e ad esso dobbiamo prepararci volgendo l’intelligenza alla Verità, la volontà al Bene, testa e cuore a Gesù, Destino nostro, in modo che il suo Vangelo sia guida concreta della vita, domandando che Dio ci trasformi, riconoscendo che dipendiamo da Dio, dal suo amore creativo e misericordioso.

            Una misericordia per cui l'infecondità del fico sterile diviene per il vignaiolo l'invito a lavorare ancora e ancora di più affinché tutto sia fatto per mettere la pianta in condizioni di portare frutto. Alla tentazione umana della durezza e dell'esclusione, la parabola oppone la fatica raddoppiata della divina Carità.

            Il Signore, misericordioso e paziente, ci concede ancora del tempo per portare frutto. Le parole di Cristo, il Vignaiolo, sono consolanti: “Zapperò, metterò concime, curerò... e vedrai che porterà frutti”. L’albero della nostra vita non può fiorire, se non ci convertiamo a Cristo che con il suo amore compie il miracolo. Seguiamo quindi l’invito che già nell’Antico Testamento Dio rivolge al suo popolo: “Ritornate a me con tutto il cuore, con digiuni, con pianti e lamenti. Laceratevi il cuore e non le vesti, ritornate al Signore vostro Dio, perché egli è misericordioso e benigno, tardo all'ira e ricco di benevolenza e si impietosisce riguardo alla sventura.” (Gl 2, 12-13).

Per ciò Papa Francesco insegna: “Questa è la regola della conversione: allontanarsi dal male e imparare a fare il bene. Convertirsi è un cammino. È un cammino che richiede coraggio, per allontanarsi dal male, e umiltà per imparare a fare il bene. E che, soprattutto, ha bisogno di cose concrete”(Meditazione mattutina nella Cappella della Domus Sanctae Marthae, Imparare a fare il bene - 14 marzo 2017). Le cose concrete nel cammino quaresimale sono le opere di penitenza, che ci riportano i nello stato di luce, il cui frutto consiste in ogni sorta di bontà, di giustizia e di verità.

 

 

 

 

            2) La conversione di Abramo.

            In questo cammino verso Dio, la liturgia ambrosiana dopo averci proposto “l’esempio” di Zaccheo e della Samaritana, oggi ci propone la grande figura di Abramo, che ha convertito la sua vita in offerta fino al punto di essere pronto a sacrificare il figlio Isacco.

            Per Abramo la promessa di Dio di dargli un popolo innumerevole fu più certa del fatto del figlio Isacco, che lui non ricusò di sacrificare all’Onnipotente che glielo chiedeva.

            Il totale abbandono a Dio è fonte di tranquillità e di serenità sia nei confronti del passato che dell'avvenire. La conversione si realizza con la rinuncia di sé e di quanto si ha di più caro, come un figlio nel caso di Abramo, per occuparsi esclusivamente di Dio e del suo disegno buono su di sé e sul mondo. 


            Se a questo abbandono totale uniamo un’amorosa fiducia saremo sempre più capaci di non aver cura di noi ma di  lasciare che di noi abbia cura il Signore. Allora il nostro cuore si dilata e siamo sollevati dal peso di noi stessi, peso che ci opprime. Con stupore ci renderemo conto di quanto retta e semplice fosse la via da seguire. 

            Noi pensiamo che per la conversione siano necessari sforzo e tensione ininterrotti, unitamente ad un continuo rinnovarsi di azioni e di fatti. Secondo me per voltarci verso Cristo e seguirlo stabilmente poche sono le cose da fare: è sufficiente, senza neppure troppo ragionare sul passato o sul futuro, guardare a Lui sulla Croce con fiducia, come ad un Fratello che ci conduce nella realtà presente, come per mano. Se per una più o meno lunga distrazione lo dovessimo perdere di vista, non indulgiamo in essa, ma rivolgiamoci a Lui, e comprenderemo quale sia la sua volontà buona per noi. Se facciamo dei peccati, convertiamoci accostandoci al sacramento della Penitenza e facciamo una penitenza che sia un dolore tutto d'amore.

 

            3) Dalla conversione alla consacrazione

            La confessione è chiamata “sacramento della Penitenza poiché consacra un cammino personale ed ecclesiale di conversione, di pentimento e di soddisfazione del cristiano peccatore” (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1423). La prima conversione l’abbiamo avuto con il battesimo, ma “la vita nuova ricevuta nell'iniziazione cristiana non ha soppresso la fragilità e la debolezza della natura umana” (1426), dunque la conversione è la legge che dura tutta la vita, fino al momento in cui l'uomo dà l'ultimo respiro: è stato così per San Pietro come per San Paolo, per tutti i santi a maggior ragione per ciascuno di noi.

Convertirsi è “abbandonare la volontà propria in quella di Cristo, attraverso l’umiltà” (San Bernardo, Sulla conversione – Sermone 34) In questo ci sono di testimonianza le Vergini consacrate che alla domanda del Vescovo: “Volete vivere solamente per  Dio nel silenzio e nella solitudine, nella preghiera assidua e nella penitenza gioiosa, nel lavoro nascosto e nel servizio degli altri” hanno risposto: “Si, lo vogliamo” (Rituale per la Consacrazione delle Vergini, n. 55). 

            Queste persone testimoniano che la consacrazione della vita a Dio significa la verità dell'amore, del lavoro, della giustizia, della vita stessa. La vita intera si trasfigura mediante l’offerta di sé a Dio. La carità perfetta (nella quale consiste la perfezione di tutti i  Cristiani) vissuta verginalmente porta tutta la persona nel suo Creatore e può essere definita: una totale consacrazione o sacrificio che l’essere umano fa di sé a Dio, ad imitazione di quanto fece il nostro Redentore Gesù Cristo. 

            Mediante questa consacrazione le Vergini consacrate sono segno per tutti che l’importante é non aver altro scopo ultimo in tutte le nostre azioni che Dio, e di non far altra professione, né cercar altro gusto sulla terra, eccetto quella di piacere a Dio e di servirlo: cioè di essere giusti praticando la legge santa della carità.

            Per ciò Papa Francesco insegna: “Questa è la regola della conversione: allontanarsi dal male e imparare a fare il bene. Convertirsi è un cammino. È un cammino che richiede coraggio, per allontanarsi dal male, e umiltà per imparare a fare il bene. E che, soprattutto, ha bisogno di cose concrete”(Meditazione mattutina nella Cappella della Domus Sanctae Marthae, Imparare a fare il bene - 14 marzo 2017). Le cose concrete nel cammino quaresimale sono le opere di penitenza, che ci riportano i nello stato di luce, il cui frutto consiste in ogni sorta di bontà, di giustizia e di verità.

 

 

 

 

 

Lettura patristica

San Bernardo di Chiaravalle

Sulla conversione – Sermoni 34-39

 

Poiché, non esiste (o almeno, io non l’ho trovata) la traduzione italiana del testo citato di San Bernardo propongo un estratto di uno scritto di P. Giovanni Lunardi.

 

            "Ma per imboccare e vivere la via dell’amore, è condizione indispensabile una unica cosa, convertirsi, cioè abbandonare la volontà propria, attraverso l’umiltà. Bernardo lo scopre leggendo il Vangelo, là dove Gesù raccomanda ai discepoli: “ In verità vi dico: Se non vi convertirete e non diventerete come bambini, non entrerete nel Regno dei Cieli” ( Mt 18,3). E che altro significa divenire bambini – si domanda Bernardo – se non “divenire umili”? (Sulla quaresima II,1). Convertirsi si riduce, quindi, ad apprendere la difficile arte dell’umiltà!

E l’umiltà consiste semplicemente nel formarsi una valutazione esatta di se stessi. “L’umiltà è la virtù per cui l’uomo si crede spregevole a motivo di una esattissima conoscenza di se stesso – humilitas est virtus qua homo verissima sui cognitione sibi ipsi vilescit” (Sull’umiltà, 2). E cioè: siamo grandi, perché “nessuna creatura è più vicina a Dio di quella fatta ad immagine di Dio” (De diversis, IX,2). Ma anche siamo piccoli per la presenza del peccato personale- “ La superbia è il desiderio della propria preminenza – Superbia estappetitus propriae excellentiae” (epist. 42).

Conversione, perciò, significa riprendere, riconquistare faticosamente ciò che è nativo nella natura umana, cioè l’umiltà. L’uomo è per natura umile! La superbia, invece, è un prodotto inventato dal diavolo, e esportato nell’uomo. Bisogna, in altre parole, scandagliare le profondità del proprio cuore, ottenere con un lavoro duro e assiduo, una valutazione esatta di se stessi. Infatti l’orgoglio e la superbia, i grandi nemici dell’esistenza cristiana, nascono proprio dall’ignoranza di se stessi. Più si ignora se stessi e più si corre il pericolo di cadere nella superbia.

Dall’umiltà nasce la carità verso gli altri. La nostra miseria davanti a Dio ci fa prendere il nostro giusto posto anche davanti agli altri. Proprio attraverso l’esatta conoscenza di noi stessi arriviamo alla conoscenza della debolezza altrui. Noi, dice Bernardo, attraverso la nostra personale debolezza e fragilità, riflettiamo quasi in uno specchio, quella del prossimo: Il cristiano, "partendo dalla propria miseria mediterà su quella di tutti gli altri” - “ex propria miseria generalem perpendat “ (Sui gradi dell’umiltà e della superbia, 16). Dio ci lascia nei nostri difetti, perché comprendiano quelli degli altri. Infatti noi e gli altri siamo fatti della stessa pasta. Di qui una unica conclusione appare possibile: come io ho compassione delle mie miserie personali e non mi condanno, così non potrò mai assumere atteggiamenti severi nei confronti del fratello che pecca, dovrò essere aperto ad un indefinito perdono. Tu sei un malato grave- ricorda Bernardo- e non potrai non aver compassione del fratello che è malato come te. Infatti “solo un malato può comprendere e aver compassione di un altro malato “ – “ solus aeger aegro compatitur” (Sull’umiltà, VI). I cristiani “ partendo dalle proprie sofferenze imparano a compatire quelle degli altri“(Sui gradi dell’umiltà , 18).

In questo contesto si comprende la necessità della preghiera, come espressione di amore. Per questo bisognerebbe pregare sempre, pregare sempre a Dio: “ Tutto il tempo in cui non pensi a Dio,devi considerarlo come tempo perduto” – “ omne tempus in quo de Deo non cogitas, hoc te computes perdidisse” ( PL 184, 497A).”Non bisogna mettersi in preghiera una volta o due, ma frequentemente e assiduamente, presentando a Dio i desideri del tuo cuore e, a tempo opportuno, anche ad alta voce” – “Non enim semel vel bis ad orationem est accedendum, sed frequenter et assidue, ad Deum extendentes desideria cordis et in tempore opportuno aperientes vocem oris” (Sermone sull’avvento).

Qualità della preghiera: 1.- umile.. La preghiera è incontro con il Signore mentre tu sei così piccolo. "“e sei stato privato della grazia, stai pur certo che il motivo ne è stato la tua superbia, anche se non lo si vede, anche se tu non te ne rendi conto"”(Sul cantico 54, 10). 2.- Pura. Si tratta di cercare unicamente Dio per se stesso (Sul cantico, 40, 3). : “Tu non preghi in maniera conveniente se nella stessa preghiera tu cerchi qualcos’altro all’infuori del Cristo, o se nella preghiera tu cerchi, sì, il Cristo, ma non lo cerchi per se stesso” (Sul cantico 86, 3). 3.- devota, cioè fervorosa.