sabato 12 giugno 2021

Ragioni per sperare e per impegnarsi

 

XI domenica Tempo Ordinario - Anno B –  13 giugno 2021

  Rito Romano

XI Domenica tempo ordinario -

Ez 17,22-24; Sal 91; 2 Cor 5,6-10; Mc 4, 26-34

Rito Ambrosiano

III Domenica dopo Pentecoste

Gen 2,18-25; Sal 8; Ef 5,21-33; Mc 10,1-12

Premessa.

Quando Gesù parla in parabole, usa sempre parole di tutti i giorni, dirette e immediate. Racconta storie di vita e le fa diventare storie di Dio, e così raggiunge tutti e porta tutti alla scuola delle piante, della senape, del filo d’erba.

Attraverso immagini tratte dal mondo dell’agricoltura, il Signore presenta il mistero della Parola e del Regno di Dio, e indica le ragioni della nostra speranza e del nostro impegno. Lo constatiamo anche nel Vangelo della Messa di oggi, che ci propone due brevi parabole di Gesù: quella del seme che cresce da solo e quella del granello di senape (cfr Mc 4,26–34).

Nella prima parabola l’attenzione è posta sul dinamismo della semina: il seme che viene gettato nella terra, sia che il contadino dorma sia che vegli, germoglia e cresce da solo. L’uomo semina con la fiducia che il suo lavoro non sarà senza frutto. Ciò che sostiene l’agricoltore nelle sue quotidiane fatiche è proprio la fiducia nella forza del seme e nella bontà del terreno. Questa parabola richiama il mistero della creazione e della redenzione, dell’opera feconda di Dio nella storia. E’ Lui il Signore del Regno, l’uomo è suo umile collaboratore, che contempla e gioisce dell’azione creatrice divina e ne attende con pazienza i frutti.

Anche nella seconda parabola Cristo usa l’immagine della semina. Qui, però, si tratta di un seme specifico, il granello di senape, considerato il più piccolo di tutti i semi. Pur così piccolo, esso è pieno di vita. Dal suo spezzarsi nasce un germoglio capace di rompere il terreno, di uscire alla luce del sole e di crescere fino a diventare “più grande di tutte le piante dell’orto” (cfr Mc 4,32): la debolezza è la forza del seme, lo spezzarsi è la sua potenza. E così è il Regno di Dio: una realtà umanamente piccola, composta da chi è povero nel cuore, da chi non confida nella propria forza, ma in quella dell’amore di Dio, da chi non è importante agli occhi del mondo; eppure proprio attraverso di loro irrompe la forza di Cristo e trasforma ciò che è apparentemente insignificante.

L’insegnamento del Redentore è chiaro: il Regno di Dio, anche se esige la nostra collaborazione, è innanzitutto dono del Signore, grazia che precede l’uomo e le sue opere. La nostra piccola forza, apparentemente impotente dinanzi ai problemi del mondo, se immessa in quella di Dio non teme ostacoli, perché certa è la vittoria del Signore. È il miracolo dell’amore di Dio, che fa germogliare e fa crescere ogni seme di bene sparso sulla terra.

La parola di Cristo che insegna chiede l’ascolto del cuore, un ascolto fatto di obbedienza non servile, ma filiale, fiduciosa, consapevole, responsabile. 

L’ascolto della Parola è incontro personale con il Signore della vita,  un incontro che deve tradursi in scelte concrete e diventare cammino e sequela nell’amore. La via regale è l’amore, che ha trasformato in roccia un Pietro pauroso, e i discepoli che non capivano li ha trasformati in testimoni e martiri».

1) L’uomo semina con fede, Dio fa crescere con amore.

Alla luce dell’amore, con le parabole di oggi Gesù mette l’accento non solamente sulla pianta che diventa grande, ma sul seme e quindi sulla speranza nella crescita nella pazienza, proprio perché Dio stesso giudica e apprezza la pazienza quale sorella particolarmente
sensibile dell’amore e per questo motivo fa continuamente sgorgare il grande dal piccolo. Il paragone è quindi destinato a risvegliare in noi uomini la gioia per il bello che è intimamente legata alla speranza e ci conduce nel mistero di Dio e della sua storia salvifica.

Per capire meglio ciò, approfondiamo ancora un po’ il Vangelo di questa domenica (Mc 4, 26-35, che -come accennato nella premessa- ci propone due brevi parabole: quella del seme che cresce da solo e quella del granello di senape. La semina del granello più piccolo produce l’evento più grande: il Regno celeste. Con immagini prese dalla vita dei campi Gesù presenta il Regno di Dio1 e indica le ragioni del nostro impegno pieno di speranza.

Nella prima parabola Gesù mostra il miracolo della crescita, descrivendo la dinamica della semina: il seme è gettato nella terra, poi, sia che il contadino dorma o vegli, questo seme germoglia e cresce da solo.

L’uomo non fa che seminare e aspettare. Siamo dinanzi al mistero della creazione, all’azione di Dio nella storia alla quale guardare con stupore. E’ Lui il Signore del Regno, l’uomo non è che un collaboratore umile, che contempla e gioisce dell’azione creatrice divina e attende la raccolta desideroso di parteciparvi.

A questo riguardo San Gregorio Magno commenta: “L’uomo sparge il seme, quando concepisce nel cuore una buona intenzione. Il seme germoglia e cresce, e lui non lo sa, perché finché non è tempo di mietere il bene concepito continua a crescere. La terra fruttifica da sé, perché attraverso la grazia preveniente, la mente dell’uomo spontaneamente va verso il frutto dell’opera buona. La terra va per gradi: erba, spiga, frumento. Produrre l’erba significa aver la debolezza degli inizi del bene. L’erba fa la spiga, quando la virtù avanza nel bene. Il frumento riempie la spiga, quando la virtù giunge alla robustezza e perfezione dell’opera buona. Ma, quando il frutto è maturo, arriva la falce, perché è tempo di mietere. Infatti, Dio Onnipotente, fatto il frutto, manda la falce e miete la messe, perché quando ha condotto ciascuno di noi alla perfezione dell’opera, ne tronca la vita temporale, per portare il suo grano nei granai del cielo” (In Exod., II, 3, 5 s.)

Nella seconda parabola Gesù parla ancora della semina. Però, fa riferimento a un seme specifico, il grano di senape, considerato il più piccolo dei semi (1,6 millimetri secondo gli esperti). Anche se così piccolo, esso possiede una potenza di vita e un dinamismo impensabile. Così è il Regno di Dio, una realtà veramente piccola umanamente parlando e composta da persone in genere semplici, povere, da gente non importante agli occhi della società mondo. Nonostante ciò, attraverso di loro irrompe la forza di Cristo e trasforma ciò che è di poco conto e apparentemente insignificante. Il granellino di senape diviene alto e solido arbusto, capace di accogliere nei suoi rami gli uccelli. Il Regno di Dio, da un punto di vista umano, è come un piccolissimo seme disprezzabile dunque nella sua apparenza, ma contenente in sé il mistero di una forza divina prodigiosa, che per noi è inimmaginabile.

Sant’Ambrogio commentando questa parabola scriveva: “Vediamo dunque perché il sublime regno dei cieli è paragonato a un granello di senape. Ricordo di aver letto, anche in un altro passo, del granello di senape, dove dal Signore è paragonato alla fede con queste parole: "Se avrete fede quanto un granello di senape, direte a questo monte: Spostati e gettati in mare (Mt 17,20). Non è certo una fede mediocre, ma grande, quella che è capace di comandare a una montagna di spostarsi: ed infatti non è una fede mediocre quella che il Signore esige dagli apostoli, sapendo che essi debbono combattere l’altezza e l’esaltazione dello spirito del male. Dunque, se il Regno dei cieli è come un granello di senape e anche la fede è come un granello di senape, la fede è certamente il Regno dei cieli, e il Regno dei cieli è la fede.”(Exp. in Luc., 7, 176-180; 182-186).

La prima lezione da imparare da questo brano di Vangelo è che bisogna guardare alla natura delle similitudini, non alla loro apparenza. In effetti, nonostante gli umili inizi dell’azione di Dio nella persona e nell’opera di Gesù come nelle persone ed opere dei cristiani, grazia alla semina cristiana l’umanità intera crescerà nella piena giustizia, pace e libertà grazie all’amore provvidente di Dio.

2) Speranza e pazienza.

La seconda lezione che ci viene dalle due parabole di oggi è che anche e soprattutto in una società che ha fretta e che chiama “tempo reale” una notizia che arriva in pochi secondi, ci vuole l’attesa operosa e paziente perché il seme, dato gratuitamente, può fruttificare solamente se è accolto e curato.

Siamo messi a confronto con la grazia di Dio e la nostra libertà. Grazia di Dio e libertà dell'uomo contraddistinguono tutta la nostra storia personale. Da una parte siamo chiamati a vivere con stupore la crescita del piccolo seme gettato nel terreno (prima parabola). Dall’altra ci viene insegnato che decisiva è la pazienza nell’attesa e la cura prestata perché la terra lo protegga e lo nutra, e il sole lo porti a maturazione.

Il Vangelo è una scuola che educa all’attesa. Gesù ha vissuto nel tempo e nella finitezza di una vita breve e dagli orizzonti che paiono limitati e ristretti, ma ha atteso nulla di meno del Regno di Dio in questo mondo. Per questo possiamo raccogliere immagini evangeliche dell’attesa con le quali imparare a vivere il “già e non ancora”, l’attesa paradossale della vita cristiana.

Attendere non è facile, soprattutto oggi. Ma questo verbo “attendere” ha due significati: attendere ai lavori. Mi spiego riferendomi al vita ordinaria, di “casa”, dove a qualcuno è chiesto di “attendere” ai servizi più banali e quotidiani: dare da mangiare, vegliare sulla vita di coloro che gli sono affidati, preparare la tavola, tenere acceso il fuoco, vigilare sui pericoli incombenti. Si attende così, prestando cura ai fratelli affidati, non lasciandosi andare alla stanchezza provocata dal quotidiano nella sua banalità e non ricercando gratificazioni, cioè non pensando prima a se stessi, ma ai bisogni degli altri.

Attendere richiede un’ascesi, uno sforzo teso per non lasciarsi andare.

Si attende nella vigilanza di una luce accesa (nella preghiera) e in una vita attiva (carità) di chi sta con i fianchi cinti dal grembiule del servizio. Preghiera e carità sono gli esercizi che ci insegnano ad attendere. Chi prega impara che non subito il Signore parla e entra in dialogo con l’orante. C’è un silenzio da percorrere, ma proprio questo silenzio educa all’attesa e dona risonanza alle parole. Chi ama e serve conosce lo scarto tra il servizio reso e i sui frutti e riconoscimenti, perché occorre servire gratuitamente, da “servi inutili”, onorando il proprio compito senza altra preoccupazione.

Si tratta anzitutto di “fare la propria parte”, di non sottrarsi alla fatica nei giorni in cui sembra un “lavoro inutile”, senza immediati risultati.

L’altro significato di “attendere” è aspettare e ciò implica speranza e pazienza.

La pazienza è un “patire il tempo” (Marìa Zambrano) e il vuoto di un’opera che non è tutta e solo nelle nostre mani, i cui tempi sfuggono alla nostra fretta e al nostro bisogno di controllo e di rassicurazione. Ma proprio per questo, fatta la nostra parte, possiamo riposare in pace, perché c’è un tempo che ci viene incontro “spontaneamente”, indipendentemente da noi. Come non si può “forzare” la crescita del seme se non a rischio di rovinare la pianta, così si può forzare la crescita nostra e dei fratelli e sorelle, quindi dobbiamo imparare ad attendere nei tempi lunghi, a lavorare senza contingentare il tempo, senza dare scadenze forzate alla crescita.

È alla scuola del Vangelo che impariamo la vera pazienza che scandisce il tempo.. E in questa scansione il senso viene dal futuro, il tempo della pienezza rende ragione del tempo dell’attesa. Se la guardiamo dalla nostra parte, la storia comincia dal principio, se la guardiamo dalla parte di Dio, comincia dalla fine. Così, nella “pienezza del tempo”, è venuto il Figlio e gli uomini hanno capito che il tempo era giunto alla propria pienezza proprio per la sua presenza che lo portava a compimento. Egli viene proprio perché lungamente atteso dal lavoro paziente d’infinite generazioni che nella fede hanno seminato, nella speranza di vedere quel giorno. La sua venuta é però una vera sorpresa: l’attesa si scioglie nella gioia di contemplare l’abbondanza del campo del regno di Dio, l’ombra di un albero sotto il quale trovare riposo come uccelli scampati al pericolo.

La speranza consiste nell’abbandonarsi, in maniera filiale e fiduciosa, alle mani di Dio, il quale sa ciò di cui abbiamo bisogno (cfr. Mt 6,8), e “dona a tutti con semplicità e senza condizioni” (Gc 1,5). Come il Redentore, che abbandonò la Sua vita nelle mani del Padre (cfr. Lc 23,46), così il cristiano è ancorato nell’Eterno, essendo la sua speranza come un’àncora spirituale, sicura e salda, gettata nell’aldilà, dove per noi è già entrato Gesù (cfr. Eb 6,19-20).

Però occorre ricordare che la speranza cristiana è speranza di compimento di questa vita, e non di un’altra verso cui fuggire. Comporta l’accettazione della storia come luogo all’interno del quale si manifesta la presenza di Dio. Non genera disprezzo, ma provoca apprezzamento e gratitudine, pur nella consapevolezza del limite. È la forza interiore della fede che fa sì che gli uomini camminino con Dio, cerchino la Sua presenza, si impegnino a lavorare per l’avvento del Regno: “Solo quando il futuro è certo come realtà positiva, diventa vivibile anche il presente”2. La speranza cristiana vede e ama ciò che sarà: è l’elemento dinamico della vita morale, che porta avanti in una crescita continua sia la luce della fede sia l’energia dell’amore. Essa - la speranza – è la sorella più piccola che tiene per mano e guida le due maggiori, la fede e la carità verso la meta3. Mentre siamo in cammino, in mezzo a prove e difficoltà personali e collettive, la speranza, generata dalla fede, genera la carità, sostenendone il movimento4.

3) Il granello di senape delle vergini consacrate nel mondo.

La parabola del granello di senape mostra che il metodo di Dio è quello dell’umiltà: il metodo fu realizzato nell’Incarnazione nella grotta di Betlemme, nella semplice casa di Nazareth e in tutta la vita “terrena” di Gesù. Nella Liturgia di oggi questo metodo dell’umiltà ci insegnato mediante la parabola del granellino di senape.

Occorre non temere l’umiltà dei piccoli passi e confidare il piccolo (all’apparenza) seme cresca in noi e sia da noi donato agli altri. Un esempio di come si può imitare questo metodo dell’umiltà è quello che ci è offerto dalla vita delle vergini consacrate nel mondo che mostrando che “dando con semplicità la vita si ottiene la Vita” (Papa Francesco)

Consacrandosi all’Amore, queste donne hanno posto la loro speranza non in qualcosa che viene da Dio, ma in Dio stesso. A questo riguardo Sant’Agostino insegna: “Sia il Signore Dio tuo la tua speranza; non sperare qualcosa dal Signore Dio tuo, ma lo stesso tuo Signore sia la tua speranza. Molti sperano da Dio qualcosa al di fuori di Lui; ma tu cerca lo stesso tuo Dio. Dimenticando le altre cose, ricordati di Lui; lasciando indietro tutto, protenditi verso di Lui. Egli sarà il tuo amore» (Enarrationes in Psalmos, 39, 7-8).

Il granello di senape non è solo un paragone della speranza cristiana, ma mette evidenza che il grande nasce dal piccolo non per mezzo di capacità eccezionali ma grazie all’atteggiamento cristiano di persone semplici che vivono dell’amore di Dio e della pazienza, che è il lungo respiro dell’amore.


1 Un’interessante riflessione di Joseph Ratzinger (alle pagg.176-7 di “Gesù di Nazareth”) può aiutarci a capire correttamente la pagina evangelica: "Regno di Dio" significa "signoria di Dio" e ciò significa che la sua volontà è assunta come criterio. E' questa volontà che crea giustizia... Ecco perché Salomone chiede a Dio "un cuore docile" per essere in grado di rendere giustizia e distinguere il bene dal male; "un cuore docile" proprio perché sia Dio e non lui a regnare, perché, se non si è in perfetta sintonia con Dio, non si può esercitare la vera giustizia......Così il regno di Dio viene attraverso il "cuore docile". Allora la preghiera più importante che si può fare perché venga il regno di Dio è: "Facci tuoi, Signore! Vivi in noi! Fa' che "Dio sia tutto in tutti" (cfr. 1 Cor.15,26-28).

2 BenedettoXVI, Lett. enc. Spe salvi, n.2.

3 Cfr. Charles Peguy, Il portico della seconda virtù.

4 Cfr. San Tommaso d’Aquino, Summa theologica, 2-2 q. 17,a 8; 1-2, q. 62, a.4.)

 

Lettura Patristica

San Gregorio Magno,

In Exod., II, 3, 5 s.

I tempi della semina e i tempi del bene


       Il regno di Dio è come se un uomo getta un seme sulla terra e se ne va a dormire; lui va per i fatti suoi e il seme germina e cresce e lui non ne sa niente; la terra produce da sé prima l’erba, poi la spiga e poi il grano pieno nella spiga. Quando il frutto è maturo, l’uomo manda i mietitori, perché è tempo della messe (cf. Mc 4,26s).

       L’uomo sparge il seme, quando concepisce nel cuore una buona intenzione. Il seme germoglia e cresce, e lui non lo sa, perché finché non è tempo di mietere il bene concepito continua a crescere. La terra fruttifica da sé, perché attraverso la grazia preveniente, la mente dell’uomo spontaneamente va verso il frutto dell’opera buona. La terra va a gradi: erba, spiga, frumento. Produrre l’erba significa aver la debolezza degli inizi del bene. L’erba fa la spiga, quando la virtù avanza nel bene. Il frumento riempie la spiga, quando la virtù giunge alla robustezza e perfezione dell’opera buona. Ma, quando il frutto è maturo, arriva la falce, perché è tempo di mietere. Infatti, Dio Onnipotente, fatto il frutto, manda la falce e miete la messe, perché quando ha condotto ciascuno di noi alla perfezione dell’opera, ne tronca la vita temporale, per portare il suo grano nei granai del cielo.

       Sicché, quando concepiamo un buon desiderio, gettiamo il seme; quando cominciamo a far bene, siamo erba, quando l’opera buona avanza, siamo spiga e quando ci consolidiamo nella perfezione, siamo grano pieno nella spiga...

       Non si disprezzi, dunque, nessuno che mostri di essere ancora nella fase di debolezza dell’erba, perché ogni frumento di Dio comincia dall’erba, ma poi diventa grano!


sabato 5 giugno 2021

Pane di Vita

 

Corpus Domini - Anno B –  6 giugno 2021

 

Rito Romano

Es 24, 3-8; Sal 115; Eb 9, 11-15; Mc 14, 12-16. 22-26.

Corpus Domini


Rito Ambrosiano

Sir 16,24-30; Sal 148; Rm 1,16-21; Lc 12,22-31

II Domenica di Pentecoste

 

Premessa:

Ogni essere umano ha paura di morire ed è davvero contento se ha una risposta alla morte. Nella sua essenza l’Eucaristia

  • è la risposta al problema della morte,

  • è l’incontro con l’amore, che è più forte della morte,

  • è il Pane di vita che dà la Vita.

Questa risposta, che è l’Eucaristia, è l’effettiva e valida autorizzazione alla gioia, ed è ciò che può veramente costituire il fondamento di una festa.

La festa del Corpus Domini è stata voluta con lo scopo di suscitare la gratitudine e di tenere desta in tutti la memoria del Signore. Da queste poche parole emergono tre motivi. Il Corpus Domini deve reagire alla smemoratezza dell’uomo, deve suscitare in lui sentimenti di riconoscenza e ha a che fare con la comunione, la forza unificante che proviene dallo sguardo rivolto all’unico Signore.

Nell’epoca dei computer siamo forse divenuti gravemente incapaci di pensare e di far memoria di ciò che è importante, di ciò che conta per la vita.

Il nostro rapporto col tempo è la dimenticanza. Spesso viviamo solamente l’attimo fuggente. Vogliamo addirittura dimenticare, perché non ammettiamo la vecchiaia e la morte, censurandole e cercando di farle cadere nell’oblio. Ma questa volontà di oblio è in realtà una menzogna che si trasforma in un grido aggressivo verso il futuro, un grido che vuole infrangere il tempo. Ma anche questa romantica concezione del futuro, per cui non si vuole essere più soggetti al tempo, è una menzogna che distrugge l’uomo e il mondo. L’unico modo per dominare veramente il tempo è il perdono e la riconoscenza, che accetta il tempo come un dono e lo trasforma in gratitudine. Un grazie da dire a Cristo presente.

1) Presenza nel mondo, per salvarlo

In questa domenica in cui si festeggia il Corpus Domini1, festa di lode e di ringraziamento, la Chiesa non solo celebra l’Eucaristia - che non è un semplice ricordo, è un fatto: è la Pasqua del Signore che rivive per noi” (Papa Francesco) -, ma la reca solennemente in processione, annunciando pubblicamente che il Sacrificio di Cristo è per la salvezza del mondo intero. Bisogna portare Cristo sulle strade del mondo, perché Colui che le fragili specie dell’Ostia velano è venuto sulla terra proprio per essere “la vita del mondo” (Gv 6, 51).

Con questa processione siamo annunciatori cioè missionari, e persone con una meta santa cioè pellegrini.

Siamo missionari che “con una vita eucaristica infiammiamo il mondo portandovi il fuoco dell’amore di Dio” (Papa Francesco). In effetti, camminando uniti attorno al Corpo di Colui, che è il Signore del cosmo e della storia, portiamo Cristo al mondo intero e con Lui l’annuncio di quella pace che Lui ci ha lasciato e che il mondo non può dare. La nostra processione eucaristica ci permette di testimoniare con umile gioia che in quella piccola Ostia candida, che il Sacerdote porta devotamente, c’è la risposta agli interrogativi più assillanti. C’è il conforto di ogni più straziante dolore. C’è, in pegno, l’appagamento di quella sete bruciante di felicità e di amore che ognuno si porta dentro, nel segreto del cuore.

Siamo pellegrini perché andiamo verso l’eterna patria celeste. Siamo pellegrini non soltanto per l’inquietudine dell’eterno, che possediamo in comune con ogni essere umano, ma per vocazione. Cristo ci chiama a condividere la sua amicizia e la sua missione. Non siamo soli nel nostro pellegrinaggio: con noi cammina Cristo, Pellegrino che rinnova la presenza di Dio sulle strade del mondo, Pellegrino con i pellegrini sulla strada di Emmaus. Emmaus significa il luogo dove Cristo spezza se stesso quale Pane della vita, Pane degli angeli, Pane dei pellegrini “panis angelorum, factus cibus viatorum” (Sequenza della Messa di oggi), che ci dà la forza di riprendere il cammino con Lui, per Lui, in Lui.

Dunque, per poter compiere il cammino della vita, che la processione di oggi significa, occorre cibarsi dell’Eucaristia, di questo Pane degli angeli che si è fatto cibo per gli uomini, affamati di verità, di amore e di libertà.

Stupiti della vicinanza grandissima di Cristo, che abita nelle nostre Chiese, che sta nelle nostre mani, che non aspetta altro che dimorare in noi, non ci resta che prendere come cibo Lui, che “ha preso la nostra carne e il nostro sangue perché la Sua carne e il Suo sangue possano essere la nostra vita” (Card. John Henri Newman).

Cerchiamo di avere lo stesso stupore della Vergine Maria che con sguardo rapito contemplava il volto di Cristo a Betlemme come a Gerusalemme. Dalla Culla alla Croce la Madonna non smise di guardare con fede amorosa il volto di Figlio e di stringerlo con pietà tra le sue braccia non appena nato e non appena morto, sia la nostra Madre celeste il modello di amore a cui deve ispirarsi la nostra adorazione eucaristica. In questo modo vivremo l’Eucaristia non come semplice gesto devozionale, ma come gesto della vita e che influisce sulla vita.

2) Presenti alla PRESENZA.

Il mistero2 eucaristico ha tre aspetti: sacrificio, comunione e presenza. La festa del Corpo del Signore soprattutto celebra un aspetto, quello della presenza reale. Non possiamo e non dobbiamo separare i tre aspetti propri di questo mistero, ma ciò non ci impedisce oggi di riflettere principalmente sul mistero della presenza reale, per essere presenti a questa Presenza, che si dona completamente a noi.

“Ogni qualvolta noi facciamo un atto di fede nella Presenza reale del Cristo noi facciamo un atto che è molto superiore e quello di tutto Israele che ha passato il Mar Rosso. In questo caso, Israele passò dalla terra dell'esilio a una terra di libertà. E noi grazie all’Eucarestia passiamo da questo mondo a quello del Padre.” (D. Divo Barsotti).

Il 15 ottobre 2015, nell’incontro di Benedetto XVI con i bambini della prima Comunione, uno di loro, Andre fece questa domanda: “La mia catechista, preparandomi al giorno della mia prima Comunione, mi ha detto che Gesù è presente nell'Eucaristia. Ma come? Io non lo vedo!”. Benedetto XVI rispose: “Sì, non lo vediamo, ma ci sono tante cose che non vediamo e che esistono e sono essenziali. Per esempio, non vediamo la nostra ragione, tuttavia abbiamo la ragione. Non vediamo la nostra intelligenza e l’abbiamo. Non vediamo, in una parola, la nostra anima e tuttavia esiste e ne vediamo gli effetti, perché possiamo parlare, pensare, decidere... Così pure non vediamo, per esempio, la corrente elettrica, e tuttavia vediamo che esiste, vediamo questo microfono come funziona; vediamo le luci. In una parola, proprio le cose più profonde, che sostengono realmente la vita e il mondo, non le vediamo, ma possiamo vedere, sentire gli effetti. L’elettricità, la corrente non le vediamo, ma la luce la vediamo. E così via. E così anche il Signore risorto non lo vediamo con i nostri occhi, ma vediamo che dove è Gesù, gli uomini cambiano, diventano migliori. Si crea una maggiore capacità di pace, di riconciliazione... Quindi, non vediamo il Signore stesso, ma vediamo gli effetti: così possiamo capire che Gesù è presente Andiamo dunque incontro a questo Signore invisibile, ma forte, che ci aiuta a vivere bene”.

Il cuore della risposta di Benedetto XVI colpisce davvero nel segno: “Proprio le cose invisibili sono le più profonde e importanti”. In fondo è il segreto che la volpe rivela al Piccolo Principe del bel racconto di Antoine de Saint-Exupery: “Ecco il mio segreto. E’ molto semplice: non si vede bene che con il cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi”3.

Poco sopra, ho proposto la Madonna come modello di persona adorante il Presente, il Figlio di Dio che aveva preso la sua carne. Adesso propongo come esempio un’altra Maria: la Maddalena. Presentiamoci al Cristo nel tabernacolo come questa donna si presentò ai piedi del Signore e ascoltava la sua parola (Lc 10, 39). Certamente era più contenta di vedere Gesù più che di ascoltare le sue parole. Il suo volto santo, il suo sguardo, il suo sorriso, il suo perdono toccavano il cuore di Maria Maddalena. Gesù è lo stesso nel SS.mo Sacramento. Semplicemente mettiamoci ai suoi piedi come Maria, nella gioia di essere con Lui.

C’è anche l’esempio del contadino, parrocchiano del Santo Curato d’Ars. Questo umile, semplice lavoratore della terra, dopo una giornata nei campi stava in chiesa e guardava il tabernacolo, senza aprire bocca. Alla domanda del suo Santo parroco: “Che dici in questo tempo di adorazione?”, il contadino rispose: “Io guardo Lui e Lui guarda me”. Quando Gesù guarda un’anima, Lui le dona la sua somiglianza - diceva Santa Teresa d’Avila – ma occorre che quest’anima non smetta di fissare solamente su di Lui il suo sguardo. Quando San Pietro camminando sulle acque tolse gli occhi da Cristo per guardare la tempesta, cominciò ad affondare. Pietro imparò la lezione e ci insegna anche oggi a tenere fissi gli occhi sul volto del Signore “come a lampada che brilla in un luogo oscuro, finché non spunti il giorno e la stella del mattino si levi nei vostri cuori” (2 Pt 1,19). Se diamo tempo a Cristo nella preghiera e, in particolare, nell’adorazione avremo come dono Cristo stesso che ci tende la mano e ci tira fuori dall’acqua che affoga.

“L’adorazione nella sua essenza è un abbraccio con Gesù, nel quale gli dico: ‘Io sono tuo e ti prego sii anche tu sempre con me’” (Benedetto XVI). L’adorazione del Ss.mo Sacramento è sempre preparazione e ringraziamento della Messa. Essa costituisce il momento per eccellenza nel quale sviluppiamo e facciamo cresce in noi l’offerta di noi stessi, completamente. In effetti, il significato dell’adorazione eucaristica non è solo quello di mettersi in ginocchio davanti alla presenza di Cristo nel sacramento, ma anche di unirci all’offerta pura e perfetta del nostro Salvatore. L’adorazione eucaristica ci dona il desiderio e la forza di metterci senza esitazione nelle mani di Dio, in totale e lieto abbandono in Lui.

Un esempio di tale offerta di sé ci viene dalle Vergini consacrate nel mondo. Queste donne manifestano con la vita ciò che il loro cuore crede e adora. Esse testimoniano che è possibile vivere eucaristicamente mediante la loro offerta totale a Cristo – Sposo eucaristico. Queste donne testimoniano come ogni consacrazione al Signore deve esprimersi sempre mediante l’offerta completa di sé. “il mistero eucaristico ha anche un intrinseco rapporto con la verginità consacrata, in quanto quest’ultima è espressione della dedizione esclusiva della Chiesa a Cristo, che lei accoglie come suo Sposo con fedeltà radicale e feconda. Nell’Eucaristia la verginità consacrata trova ispirazione e nutrimento della sua dedizione totale a Cristo”(Benedetto XVI,  Sacramentum Caritatis, 81).

Con un’esistenza che si alimenta del Corpo di Cristo, le donne consacrate mostrano che la verginità non è soltanto capacità di offrirsi completamente in dono a Dio, ma di accogliere il dono di Dio, la scelta di Dio.

Con la loro vita alimentata dall’Eucaristia, sono testimoni visibili dell’amore di Dio invisibile mostrando nella semplicità della vita quotidiana che la vita umana può diventare eucaristia. Così mostrano che la preghiera diventa vita e la vita diventa preghiera.


1 Questa festa, nella sua forma storica, è sorta nel secolo 13° e si è sviluppata ampiamente nelle Comunità cattoliche in tutto il mondo. Tuttavia l’inizio di questa festa può essere visto già in quella prima “processione” composta dagli apostoli, che circondavano Cristo e nello stesso tempo portandolo nei loro cuori come Eucaristia, uscirono dal cenacolo verso il monte degli Ulivi. Era il Giovedì santo.

2 Per chi crede, “mistero” non è qualcosa di oscuro, in cui nulla c’è da capire. Al contrario, si tratta di qualcosa di così profondo, in cui c’è sempre qualcosa di nuovo da scoprire e mai possiamo dire di averne raggiunto il fondo.

3 A. De Saint-Exupery, Il piccolo principe, Milano 1979, p. 98.

 

Lettura (quasi) Patristica

San Tommaso d’Aquino, dottore della Chiesa

(Opuscolo 57, nella festa del Corpo del Signore, lect. 1-4)

 

O prezioso e meraviglioso convito!

L'Unigenito Figlio di Dio, volendoci partecipi della sua divinità, assunse la nostra natura e si fece uomo per far di noi, da uomini, dèi.

Tutto quello che assunse, lo valorizzò per la nostra salvezza. Offrì infatti a Dio Padre il suo corpo come vittima sull'altare della croce per la nostra riconciliazione. Sparse il suo sangue facendolo valere come prezzo e come lavacro, perché, redenti dalla umiliante schiavitù, fossimo purificati da tutti i peccati.

Perché rimanesse in noi, infine, un costante ricordo di così grande beneficio, lasciò ai suoi fedeli il suo corpo in cibo e il suo sangue come bevanda, sotto le specie del pane e del vino.

O inapprezzabile e meraviglioso convito, che dà ai commensali salvezza e gioia senza fine! Che cosa mai vi può essere di più prezioso? Non ci vengono imbandite le carni dei vitelli e dei capri, come nella legge antica, ma ci viene dato in cibo Cristo, vero Dio. Che cosa di più sublime di questo sacramento?

Nessun sacramento in realtà è più salutare di questo: per sua virtù vengono cancellati i peccati, crescono le buone disposizioni, e la mente viene arricchita di tutti i carismi spirituali. Nella Chiesa l'Eucaristia viene offerta per i vivi e per i morti, perché giovi a tutti, essendo stata istituita per la salvezza di tutti.

Nessuno infine può esprimere la soavità di questo sacramento. Per mezzo di esso si gusta la dolcezza spirituale nella sua stessa fonte e si fa memoria di quella altissima carità, che Cristo ha dimostrato nella sua passione.

Egli istituì l'Eucaristia nell'ultima cena, quando, celebrata la Pasqua con i suoi discepoli, stava per passare dal mondo al Padre.

L'Eucaristia è il memoriale della passione, il compimento delle figure dell'Antica Alleanza, la più grande di tutte le meraviglie operate dal Cristo, il mirabile documento del suo amore immenso per gli uomini.


venerdì 28 maggio 2021

Trinità: il Padre è l’Amante, il Figlio è l’Amato, lo Spirito Santo è l’Amore (S. Agostino)

 

SS. Trinità - Anno B – 30 maggio 2021

 

Rito Romano

Dt 4,32-34.39-40; Sal 32; Rm 8,14-17; Mt 28,16-20


Rito Ambrosiano

Es 33,18-23;34,5-7a; Sal 62; Rm 8,1-9b; Gv 15,24-27


Premessa: La Trinità, un mistero da vivere non solo studiare.


Con brevi righe cercherò di proporre delle riflessioni che aiutino a calare questo mistero dai libri di teologia nella vita, in modo che la Trinità non sia solo un mistero studiato e correttamente formulato, ma vissuto, adorato, goduto.

La vita cristiana si svolge, dall’inizio alla fine, nel segno e in presenza della Trinità:

All’alba della vita, siamo stati battezzati “nel nome del Padre e del Figlio dello Spirito Santo”.

Durante la nostra esistenza, oltre al segno di Croce che quotidianamente facciamo iniziando le nostre preghiere o entrando in chiesa e dicendo “nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, ci sono altri momenti cosiddetti “di passaggio” che sono contrassegnati tutti dall’invocazione della Trinità. Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo gli sposi vengono congiunti in matrimonio e si scambiano l’anello e i sacerdoti e i vescovi vengono consacrati. Durante le giornate della nostra esistenza facciamo spesso il segno di Croce, dicendo “nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.

Al termine della vita, se avremo la grazia di morire avendo accanto al nostro capezzale un sacerdote, questi pregherà così: “Parti, anima cristiana, da questo mondo: nel nome del Padre che ti ha creata, del Figlio che ti ha redenta e dello Spirito Santo che ti ha santificata”.

San Gregorio di Nazianzo ci aiuti a capire che la Trinità è il  grembo in cui siamo stati concepiti (cf. Ef 1,4) ed è anche il porto verso cui tutti navighiamo. È “l’oceano di pace” da cui tutto sgorga e in cui tutto rifluisce. Facciamo di essa la “nostra” Trinità, la “cara” Trinità, l’“amata” Trinità. Alcuni di questi accenti adorazione e stupore risuonano nei testi della solennità della Santissima Trinità. Dobbiamo farli passare dalla liturgia alla vita.

C’è qualcosa di più intelligente che possiamo fare nei riguardi della Trinità che cercare di comprenderla, ed è entrare in essa. Noi non possiamo abbracciare l’oceano, ma possiamo entrare in esso; non possiamo abbracciare il mistero della Trinità con la nostra mente, ma possiamo entrare in esso.

La “porta” per entrare nella Trinità è una sola, Gesù Cristo. Con la sua morte e risurrezione egli ha inaugurato per noi una via nuova e vivente per entrare nel Santo dei Santi che è la Trinità (cf. Eb 10,19-20) e ci ha lasciato i mezzi per poterlo seguire in questo cammino di ritorno a casa.

Il primo e più universale è la Chiesa. Quando si vuole attraversare un braccio di mare, diceva Agostino, la cosa più importante non è starsene sulla riva e aguzzare la vista per vedere cosa c’è sulla sponda opposta, ma è salire sulla barca che porta a quella riva. E anche per noi la cosa più importante non è speculare sulla Trinità, ma rimanere nella fede della Chiesa che va verso di essa.

Nella Chiesa, il mezzo per eccellenza è l’Eucaristia. La Messa è un’azione trinitaria dall’inizio alla fine; inizia nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo e termina con la benedizione del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Essa è l’offerta che Gesù, capo del corpo mistico, fa di sè al Padre nello Spirito Santo. Attraverso di essa entriamo davvero nel cuore della Trinità.

Per aiutarci a fare memoria di questa dimora, possiamo anche “usare” spesso questa preghiera di Santa Teresa di Calcutta: “Gloria al Padre – Preghiera, e al Figlio - Povertà, e allo Spirito Santo – Amore per le Anime. Amen – Maria.


1) Dialogo di comunione.

La festa della Trinità non si aggiunge alle precedenti celebrazioni del Natale, della Pasqua, dell’Ascensione e della Pentecoste come il ricordo di un mistero, che sappiamo fondamentale ma che ci appare astratto e, paradossalmente, estraneo, al quale una volta all’anno dobbiamo pensare. Quella di oggi è una festa che ci fa celebrare in modo unitario ciò che -da Natale a Pentecoste- abbiamo contemplato come le sfaccettature di un diamante. Oggi contempliamo il diamante nel suo insieme.

Questa celebrazione in onore della Trinità, in un certo senso, ricapitola la rivelazione di Dio avvenuta nei misteri pasquali: la morte e risurrezione di Cristo, la sua ascensione alla destra del Padre e l’effusione dello Spirito Santo. In effetti, il senso di tutte le feste che celebrano l’azione di salvezza di Dio è sempre e nuovamente questo: “Dio è con noi”. Ma come può Dio essere con noi a Natale, Pasqua e Pentecoste se non fosse in se stesso comunione? Dio è Trinità, è comunione di amore. Dio non è solitudine, ma perfetta comunione. Per questo la persona umana, immagine di Dio, si realizza nell’amore, che è dono sincero di sé.

Il brano del Vangelo di San Mattero proposto dalla liturgia romana: “Andate, dunque, e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28, 19-20)ci aiuta a prendere coscienza della concezione cristiana di Dio-Trinità. E’ un Dio che è amore e dialogo, non solo perché ci ama e dialoga, ma perché in se stesso è un dialogo d’amore, è comunione, che entra in noi con il battesimo. Per questo Benedetto XVI ci insegna: “La Trinità divina, infatti, prende dimora in noi nel giorno del Battesimo:‘Io ti battezzo – dice il ministro – nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo’. Il nome di Dio, nel quale siamo stati battezzati, noi lo ricordiamo ogni volta che tracciamo su noi stessi il segno della croce. A proposito del segno della croce Romano Guardini scriveva: ‘lo facciamo prima della preghiera, affinché … ci metta spiritualmente in ordine; concentri in Dio pensieri, cuore e volere; dopo la preghiera, affinché rimanga in noi quello che Dio ci ha donato … Esso abbraccia tutto l’essere, corpo e anima, … e tutto diviene consacrato nel nome del Dio uno e trino’ (Lo spirito della liturgia. I santi segni, Brescia 2000, 125-126)”

La Rivelazione biblica e il Magistero della Chiesa ci permettono di avere non soltanto un vera concezione di Dio, ma anche di conoscere la verità di noi stessi. Se la Bibbia ripete che dobbiamo vivere nell’amore, nel dialogo e nella comunione, è perché sa che siamo tutti “immagine di Dio”. Incontrare Dio, fare esperienza di Dio, parlare di Dio, dar gloria a Dio, tutto questo significa - per un cristiano che sa che Dio è Padre, Figlio e Spirito - vivere in una costante dimensione di amore, di dialogo e di dono.

La Trinità, di cui i nostri cuori sono dimora, è comunione d’amore, e la famiglia ne è la prima e più immediata espressione. L’uomo e la donna, creati ad immagine di Dio, diventano nel matrimonio ‘un’unica carne’ (Gen 2,24), cioè una comunione di amore che genera nuova vita. La famiglia umana è dunque immagine della Trinità sia per l’amore interpersonale, sia per la missione di procreare la vita.


2) Un mistero luminoso e pratico.

La Trinità è un mistero davvero luminoso: rivelandoci Dio, ha rivelato chi siamo noi.

Santa Caterina da Siena ci aiuta a “capire” questo mistero con un’immagine semplice e illuminante. E’ l'immagine del pesce che vive e si muove nell'acqua del mare sconfinato; il pesce vive nell’acqua e dell’acqua, e questa entra in lui; ma questa piccola creatura non sa quanto grande, potente e benefico sia l’elemento in cui lui vive; tuttavia, nel mare il pesce vive, gioca, cresce e si moltiplica.

La stessa cosa, analogamente, accade all’uomo di fronte al Mistero di Dio Trinità. La persona umana è troppo piccola per comprenderlo, tuttavia, per grazia, la vita di Dio scorre in lei, per grazia Dio si piega fino a lei e le parla, con la tenerezza del Padre, con la confidenza del Fratello, con la forza dell'Amore. Pur restando misteriosa, la realtà d’amore del Dio Uni-Trino avvolge l’uomo, che in essa vive e di essa vive.

Dio è amore: per questo Lui è Trinità, questa la conclusione da ricavare dall’affermazione di Sant’Agostino: “L'amore suppone uno che ama, ciò che è amato e l'amore stesso” (De Trinitate, 8, 10, 14). Il Padre è, nella Trinità, colui che ama, che è la fonte e il principio di tutto; il Figlio è colui che è amato; lo Spirito Santo è l’amore con cui si amano.

Purtroppo per molti cristiani il mistero della Trinità è un che di astratto. E non solamente non fanno nulla per capire questa notizia che Dio è amore proprio perché è trino. Questi cristiani, in un certo senso, fanno loro queste amare parole di Goethe: “Mi sentivo costretto a credere che Tre è Uno e che Uno è Tre, senza vedere come ciò potesse anche solo minimamente giovarmi”?!”. Eppure non occorre fare particolari studi teologici per accogliere questa verità d’amore. Non si tratta di un concetto astratto e lo può intuire chiunque viva la vita cristiana seriamente, anche se non ha fatto studi teologici particolari.

Un giorno un prete chiese a un contadino: “La Trinità è un concetto astruso?”. Il contadino ripose: “Se Dio non fosse Trinità sarebbe egoismo assoluto perché, immerso nella solitudine infinita, non potrebbe amare che se stesso. Capito?” E Santa Teresa d’Avila descrive la comprensione e il valore esistenziale di questo Mistero parlando del suo cammino spirituale che si è sviluppato nella direzione della “tenerezza amorosa”: Cristo l’ha condotta al Padre e l’ha affidata allo Spirito Santo, e Teresa ha “sperimentato” dal vivo il mistero delle tre Persone divine: una persona paterna che l’attrae, l’abbraccia, la conforta, la sollecita; una persona spirituale che la riscalda e l’avvince interiormente; mentre la persona filiale di Cristo continua ad invitare e a preparare Teresa alle nozze mistiche che furono celebrate nel carmelo di Avila, durante la Messa del 18 novembre 1572.

La vita delle Vergini consacrate nel mondo prosegue nel modo suo proprio l’esperienza di questa grande Santa spagnola, che è simile a quelle di altri santi e sante. Ricordo in particolare S. Elisabetta della Trinità.

Con la consacrazione queste donne, prima ancora di essere segno di fraternità e servizio di carità, sono professione di fede nella Santa Trinità.

“La vita consacrata è chiamata ad approfondire continuamente il dono dei consigli evangelici con un amore sempre più sincero e forte in dimensione trinitaria: amore al Cristo, che chiama alla sua intimità; allo Spirito Santo, che dispone l’animo ad accogliere le sue ispirazioni; al Padre, prima origine e scopo supremo della vita consacrata” (Vita Consecrata, 21). Per questo l’esortazione apostolica Vita consecrata insegna:  “La castità dei celibi e delle vergini costituisce un riflesso dell’amore infinito che lega le tre Persone divine nella profondità misteriosa della vita trinitaria. (…) La povertà diventa espressione del dono totale di sé che le tre Persone reciprocamente si fanno. (…) L’obbedienza è riflesso nella storia dell’amorosa corrispondenza delle tre Persone divine” (n. 21).




Lettura patristica

San Giovanni Damasceno,

De fide orthodoxa, 1, 8


1. La fede trinitaria


       Crediamo in un solo Dio, unico principio, privo di principio; increato, ingenito, indistruttibile e immortale, eterno, immenso, non circoscritto, illimitato, d’infinita potenza, semplice, non composito, incorporeo, immutabile, impassibile, immobile ed inalterabile; invisibile, fonte d’ogni bontà e giustizia, luce intellettuale e inaccessibile, potenza incommensurabile, misurata dalla sua volontà (può, infatti, "tutto ciò che vuole" [ Ps 134,6 ]), fondatrice di tutte le cose sia di quelle visibili che delle invisibili conservatrice di tutto, provvidente per tutto, contenente e reggente tutto, avente su tutto un regno perpetuo ed immortale.


       (Crediamo in un solo Dio) al quale nulla si oppone, che riempie tutte le cose senza essere da nessuna circoscritto; anzi, egli stesso tutto circoscrive, tutto contiene e a tutto provvede, che penetra tutte le sostanze lasciandole intatte al di là di tutte le cose, trascendente ogni sostanza, soprasostanziale e superiore a ogni cosa; superiore per divinità, bontà, pienezza; un Dio che stabilisce tutti i poteri e tutti gli ordinamenti, mentr’egli si pone al di sopra d’ogni ordinamento e d’ogni potere; più alto per essenza, vita, parola, intelligenza; un Dio che è la luce stessa, la bontà stessa, la vita stessa, l’essere stesso: egli non riceve, infatti, da nessun altro né l’essere proprio né quello di alcuna delle cose che esistono, ma, anzi, è lui stesso la fonte dell’essere, per tutto ciò che è; della vita, per tutto ciò che vive; della ragione, per tutte le creature che ne fanno uso.


       (Crediamo in un solo Dio) che è causa d’ogni bene per tutte quante le cose, che prevede tutto prima che avvenga; unica sostanza, unica divinità, unica potenza, unica volontà, unica attività, unico principio, unica potestà unica signoria, unico regno.


       (Crediamo in quest’unico Dio conosciuto nelle tre perfette persone e venerato con un unico atto di culto, oggetto di fede e di adorazione da parte di ogni creatura razionale; e queste persone sono unite senza mescolanza o confusione e separate (ciò che trascende ogni intelletto) senza alcuna distanza: nel Padre e nel Figlio e nello Spirito Santo, nel nome dei quali siamo anche stati battezzati. Infatti, così il Signore comandò agli apostoli di battezzare, quando disse: "Battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo" (Mt 28,19).


       Crediamo nell’unico Padre, principio e causa di tutto, non generato da nessuno, unico salvatore non causato e ingenito; creatore di tutte le cose, Padre, per natura, del suo unico Figlio unigenito, e Dio, il nostro Gesù Cristo, e produttore del Santissimo Spirito.


       Crediamo, altresì, nel Figlio di Dio unigenito, Signor nostro, generato dal Padre prima di tutti i secoli; luce da luce, Dio vero da Dio vero; generato, non creato; consustanziale con il Padre; per il quale tutte le cose sono state fatte...


       ...Allo stesso modo, crediamo anche nello Spirito Santo, Signore, vivificante, che procede dal Padre e risiede nel Figlio; che, insieme con il Padre ed il Figlio, è adorato e conglorificato, essendo consustanziale ed eterno come loro; Spirito di Dio, giusto, sovrano; fonte di sapienza, di vita e di santità; che è ed è chiamato Dio con il Padre ed il Figlio; increato, perfetto, creatore, che governa tutte le cose, creatore di tutto, onnipotente, potenza infinita che comanda a tutto il creato, senza essere sottoposto all’autorità di nessuno; che divinizza, senza essere divinizzato; che riempie, senza essere riempito; che è partecipato, ma non partecipa; che santifica, ma non è santificato; Paraclito, poiché accoglie le invocazioni di tutti; simile in tutto al Padre ed al Figlio; procedente dal Padre, viene concesso attraverso il Figlio ed è ricevuto da ogni creatura.