venerdì 17 luglio 2020

Il Regno dei Cieli è seminato in noi dall’amore di Cristo.

16ª Domenica del Tempo Ordinario – Anno A – 19 luglio 2020

Rito Romano
Sap 12,13.16-19; Sal 85; Rm 8,26-27; Mt 13,24-43

Rito Ambrosiano
6ª Domenica dopo Pentecoste
Es 33,18-34,10; Sal 76 (77); 1Cor 3,5-11; Lc 6,20-31

1) Il Regno governato dall’amore di Dio potente e provvidente.
Il brano preso dal libro della Sapienza (12,13.16-19) e proposto come prima Lettura della Messa di oggi ricorda la potenza provvidente di Dio-Amore. Questi esercita il Suo potere con la paziente mitezza, unendola alla clemenza indulgente, delicata e lenta all’ira. Grazie a questa “lentezza” Dio si distingue da tutte le altre divinità antiche ed anche dai potenti di questo mondo, che esercitano il loro potere senza la “moderazione” dell’amore, ma con la violenza della forza e non con quella dell’amore vero, che è sempre delicato. Inoltre, secondo l’autore del libro della Sapienza, il popolo di Dio dovrebbe comportarsi come il suo Dio, mostrandosi amico degli uomini. Inoltre dovrebbe sempre ricordare che per quanto peccatori, si può contare anche ogni giorno sulla misericordia divina.
Nella Seconda Lettura presa dalla lettera di S. Paolo Apostolo ai Romani (8,26-27), ci viene ricordato che da soli e senza la preghiera siamo incapaci di raggiungere la salvezza offertaci dalla misericordia. Ora lo Spirito, che è in noi mediante il battesimo, ci aiuta a formulare quella giusta preghiera che è secondo Dio, cioè secondo il suo piano di salvezza e che ha come oggetto la nostra stessa salvezza.
La parabola del buon grano e della zizzania1, come pure quella del granellino di senape e quella del lievito nella pasta, che leggiamo nel Vangelo di oggi (Mt 13,24-43) ci parlano del Regno governato dalla potenza paziente e amorosa di Dio. Il Regno dei cieli significa la signoria di Dio, e ciò implica che la sua volontà dev’essere assunta come il criterio-guida della nostra esistenza.
Il filo rosso delle tre parabole di oggi è il Regno dei cieli. E qui, come negli altri momenti in cui Cristo usa la parola “cieli”, questa parola non indica soltanto l’altezza che ci sovrasta, ma indica quegli spazi infiniti tipici dell’interiorità dell’uomo. Inoltre, il Redentore parla del Regno dei cieli come di un campo di grano, per insegnarci che in noi è seminato qualcosa di piccolo e nascosto, che, tuttavia, possiede un’insopprimibile forza vitale. Se accolto con amore, il seme si svilupperà nonostante le difficoltà, e porterà molto frutto.
Questo frutto sarà buono solamente se il terreno della vita sarà stato coltivato secondo la volontà divina. Per questo, nella parabola del buon grano e della zizzania (Mt 13,24-30), Gesù ci avverte che, dopo la semina fatta dal padrone, “mentre tutti dormivano” è intervenuto “il suo nemico”, che ha seminato l’erba cattiva. Questo significa che dobbiamo essere pronti a custodire la grazia ricevuta il giorno del Battesimo, continuando ad alimentare la fede nel Signore, che impedisce al male di mettere radici. Sant’Agostino, commentando questa parabola, osserva che “molti prima sono zizzania e poi diventano buon grano” e aggiunge: “se costoro, quando sono cattivi, non venissero tollerati con pazienza, non giungerebbero al lodevole cambiamento” (Quaest. septend. in Ev. sec. Matth., 12, 4: PL 35, 1371).
La presenza della zizzania nel campo di grano – anche se i servi mostrano di esserne sorpresi – non è ancora in realtà il tratto più imprevisto e sorprendente della parabola della zizzania. Tant’è vero che ai servi che gli chiedono spiegazioni, il padrone risponde semplicemente: “Il nemico ha fatto questo”. E neppure è inattesa l’affermazione che al tempo della mietitura grano e zizzania saranno accuratamente separati: il grano raccolto nel granaio e la zizzania buttata nel fuoco. Lo stupore dell’ascoltatore - stupore che, come spesso succede, indica il punto su cui concentrarsi – sta nel fatto che ora la zizzania non debba essere strappata, ma piuttosto lasciata crescere insieme al grano fino al tempo della messe: altrimenti c'è il rischio – aggiunge ironicamente il padrone – di strappare il grano e di lasciare la zizzania.
Gesù non si separa dai peccatori ma va da loro (da noi), non li (ci) abbandona ma li (ci) perdona. Accogliamo Lui, Bontà infinita, e prima di cercare di estirpare la zizzania negli altri sforziamoci di toglierla dal nostro cuore, “approfittando” della pazienza di Dio.
In effetti, nella parabola del grano e della zizzania, Gesù denuncia la nostra fretta epurativa. Il buon grano e la zizzania crescono insieme. Che deve fare il contadino? Separare il grano dalla zizzania prima della mietitura? No, risponde il Signore,. Quando giungerà il tempo opportuno (il kairòs), il grano buono sarà separato dalla zizzania cattiva. Il fatto è che noi facciamo fatica ad accettare la saggezza paziente di Dio. Siamo impazienti. Vorremmo subito mettere da una parte i buoni, dall'altra i cattivi, il nostro posto essendo – secondo noi evidentemente - tra i primi.

2) Pazienza, fedeltà, fiducia.
Dunque, il centro della parabola è qui, in questa pazienza misericordiosa di Dio, in questa sua – strana per noi - politica di attesa. Però questo brano del Vangelo non è solamente un invito alla pazienza è anche un invito alla fedeltà. Il Cristo spiega in modo chiaro che la vera giustizia arriverà alla fine dei tempi. Fino ad allora dobbiamo convivere con la zizzania evitando che il buon grano possa essere danneggiato in qualche modo. Se questo indica la fedeltà a quel buon grano che ci alimenta, la pazienza è indicata dal fatto che chi rappresenta la zizzania fino alla fine deve essere tollerato sperando che si converta. Lasciamo giudicare a Dio alla fine. Adesso, a noi non spetta fare giustizia, ma testimoniare nella carità, pregando che venga aumentata la nostra fede.
E’ la nostra fede che deve continuamente confermarsi e accrescersi. Ogni indecisione può essere rischiosa e consentire al nemico di gettare il seme cattivo anche nel campo meglio coltivato. Il Signore stesso ci avverte: “mentre tutti gli uomini dormivano (...)”. Questo è un avvertimento per tutti e non solamente per coloro che devono vigilare sull’integrità del campo. Vigilare anche quando non sembrano esserci pericoli. La zizzania, infatti, appare solo dopo che è cresciuta e quando estirparla può essere pericoloso per lo stesso grano. Si tratta di chiaro invito alla saggezza previdente.
Inoltre, la parabola della zizzania è un messaggio di fiducia per i discepoli di allora e di oggi. Anche se nel mondo vi è la presenza del male, Dio già sta attuando la sua opera di salvezza. Attraverso la predicazione di Gesù, Dio sparge e fa crescere nei cuori di tutti gli uomini il seme buono, fino alla fine del mondo, quando Dio separerà i giusti dai malvagi. Il tempo in cui la Parola sembra soffocare dall'azione del nemico è il tempo della pazienza salvifica di Dio.
Soltanto Dio giudica: noi credenti dobbiamo imitare la bontà del Salvatore, e pregare, perché il peccatore si converta. Pregare significa domandare nella carità la mietitura finale, in cui il bene trionferà definitivamente sul male. Pregare è unirsi al Dio, ricco di misericordia, che cerca di riportare nell'ovile la pecorella smarrita. Pregare in Dio è aver fiducia nell'annuncio della Parola che persiste nel male del mondo. Pregare, infine, è lasciarsi penetrare dallo Spirito “che viene in aiuto alle nostre debolezze”(Rm 8,26).
Anche nella seconda parabola del Vangelo di oggi (Mt 13,31-32), Gesù ci invita fortemente ad aver fiducia nella sua attività: Egli ha vinto la morte e il peccato, e instaurando il regno con la Sua predicazione e con la Sua presenza: ci rende partecipi della vita divina.
La terza parabola (13,33) è simile alla seconda. In essa Gesù sottolinea la sproporzione fra il pizzico di lievito con il quale la donna impasta la farina, e la quantità enorme di pasta lievitata che ne deriva. Tale paragone spiega l’attività del Figlio di Dio, che agli occhi umani di allora come a quelli di oggi appare irrilevante, e la forza silenziosa e spettacolare con cui Dio trasforma il mondo e salva l’uomo. Il lievito, dunque, rappresenta la forza del Vangelo, che, anche se nascosta e silenziosa agli occhi della storia, fermenta nei cuori dei credenti fino alla fine dei secoli.
Perché la Parola di Gesù possa fermentare nei nostri cuori, dobbiamo essere disponibili al Suo ascolto: meditare quotidianamente la Sacra Scrittura e partecipare assiduamente ai sacramenti. Insomma dobbiamo lasciare entrare il Salvatore nella casa, vale a dire, nel “campo” della nostra anima.

3) La terra del nostro cuore.
Il nostro cuore è un piccolo grumo di terra, dove è stato seminato il buon seme, ma che è assediato dalla zizzania.
Con il nostro modo poco benevolo verso gli altri e anche verso noi stessi vorremmo strappare subito tutto ciò che è immaturo, sbagliato, puerile, cattivo. Il Signore dice: abbiate pazienza, non agite con violenza, perché il vostro cuore è capace di grandi cose solo se è mite e umile, non se ha grandi reazioni immediate.
Mettiamoci sulla strada su cui Dio agisce e adottiamo il suo modo di agire: per vincere la notte Lui accende il mattino, per far fiorire il campo getta infiniti semi di vita, per far lievitare la farina immobile immette un pizzico di lievito. E’ il Seminatore dell’amore che assume su di sè il peccato per trasfigurare il peccatore e non distrugge l’uomo vecchio per costruire l’uomo nuovo: lo redime.
Le Vergini consacrate nel mondo mostrano che l’importante è guardare la vita come la guarda Dio. I servi vedono soprattutto le erbacce, il negativo, il pericolo. Cristo e le persone consacrate fissano il loro sguardo sul buon grano, la zizzania è secondaria. Con la loro dedizione a Cristo mostrano che noi non siamo creati a immagine del Nemico e della sua notte, ma a immagine del Creatore e del suo giorno. Nessun essere umano coincide con il suo peccato o con le sue ombre. Ma se non vediamo la luce in noi, non la vedremo in nessuno. Queste donne non si preoccupano prima di tutto della zizzania, dei difetti, delle debolezze, ma di coltivare una venerazione profonda per le forze di bontà, di generosità, di attenzione, di accoglienza, di libertà che Dio loro consegna mediante la vocazione. Esse, secondo me, incarnano è il messaggio della parabola di oggi: venerano la vita che Dio ha posto in loro, la proteggono in sé e negli altri. Con la preghiera costante pensano al buon grano, amano i germi di vita donati da Dio, custodiscono ogni germoglio buono, sono indulgenti con tutte le creature. E anche con se stesse. Prediamole come esempio e tutto il nostro essere fiorirà nella luce.

1 Nella parabola della zizzania troviamo sostanzialmente lo stesso schema della parabola del seminatore. Vi è descritta la sorte del seme (Parola di Gesù e Gesù che è la Parola), la cui crescita nel mondo è vincolata dall’azione del nemico, che semina la zizzania, un’erbaccia che si avvinghia al frumento. Perché il buon seme venisse preservato, la zizzania non veniva estirpata prima della mietitura. Solo allora era possibile dividere il seme buono dalla zizzania.




LETTURA PATRISTICA
San Giovanni Crisostomo
In Matth. 46, 1

1. La vigilanza continua

       Anche questo è proprio del sistema diabolico, che consiste nel mescolare l’errore e la menzogna alla verità, in modo che, sotto la maschera ben colorata della verosimiglianza, l’errore possa apparire verità e possa facilmente sorprendere e ingannare coloro che non sanno resistere alla seduzione, o non comprendono l’insidia. Ecco perché Gesù chiama il seme del demonio «zizzania» e non con altro nome, poiché quest’erba è assai simile, in apparenza, al frumento. E subito dopo ci indica il modo in cui il diavolo attua i suoi tranelli e coglie le anime di sorpresa.

       “Or mentre gli uomini dormivano” (Mt 13,25): queste parole mostrano il pericolo cui sono esposti coloro che hanno la responsabilità delle anime, ai quali in particolare è affidata la difesa del campo; non solo però costoro, ma anche i fedeli. Cristo precisa inoltre che l’errore appare dopo lo stabilirsi della verità, come anche l’esperienza dei fatti può testimoniare. Dopo i profeti sono apparsi gli pseudoprofeti, dopo gli apostoli i falsi apostoli, e dopo Cristo l’anticristo. Se il demonio non vede che cosa deve imitare, o a chi deve tendere le sue insidie, non saprebbe in qual modo nuocerci. Ma ora che ha visto la divina seminagione di Gesù fruttificare nelle anime il cento, il sessanta e il trenta per uno intraprende un’altra strada; poiché si è reso conto che non può strappare ciò che ha radici ben profonde, né può soffocarlo e neppure bruciarlo, allora tende un altro insidioso inganno, spargendo la sua semente.

       Ma quale differenza vi è - mi chiederete - tra coloro che in questa parabola «dormono» e coloro che, nella parabola precedente sono raffigurati nella «via»? Nel caso di coloro che sono simboleggiati nella «via» il seme è portato via immediatamente dal maligno, che non gli dà il tempo di mettere radici; mentre in quelli che «dormono» il grano ha messo radici e allora il demonio deve intervenire con una più elaborata macchinazione. Cristo dice ciò per insegnarci a vigilare continuamente, perché - egli ci avverte - quand’anche riusciste a evitare quei danni cui è sottoposta la semente, non sareste ancora al sicuro da altri pericolosi assalti. Come là il seme si perde «lungo la via», o «sul suolo roccioso», o «tra gli spini», così anche qui la rovina può derivare dal sonno; perciò siamo obbligati a una vigilanza continua. Infatti Gesù ha detto pure che si salverà chi avrà perseverato sino alla fine (Mc 4,33)...

       Ma voi osserverete: Com’è possibile fare a meno di dormire? Certo non è possibile, se ci si riferisce al sonno del corpo: ma è possibile non cadere nel sonno della volontà. Per questo anche Paolo diceva: "Vigilate e restate costanti nella fede" (1Co 16,13) ...

       Considerate, invece, l’affettuoso interessamento dei servitori verso il loro padrone. Essi si sarebbero già levati per andare a sradicare la zizzania, anche se in tal modo non avrebbero agito in modo discreto e opportuno. Questo tuttavia mostra la loro cura per il buon seme e testimonia che il loro unico scopo non sta nel punire il nemico - non è questa la necessità più urgente - ma nel salvare il grano seminato. Essi perciò cercano il mezzo per rimediare rapidamente al male fatto dal diavolo. E neppure questo vogliono fare a caso, non s’arrogano infatti questo diritto, ma attendono il parere e l’ordine del padrone. "Vuoi, dunque, che andiamo a raccoglierla?" (Mt 13,28) - gli chiedono. Cosa risponde il padrone? Egli vieta loro di farlo, dicendo che c’è pericolo, nel raccogliere la zizzania, di sradicare anche il grano. Parla così per impedire le guerre, le uccisioni, lo spargimento di sangue.

      
2. Il Logos ha seminato il buon grano

       Ma, mentre dormono coloro che non praticano il comando di Gesù che dice: "Vegliate e pregate, per non entrare in tentazione" (Mt 26,41 Mc 14,38 Lc 22,40), il diavolo, che fa la posta (1P 5,8), semina quella che viene detta la zizzania, le dottrine perverse, al di sopra di ciò che alcuni chiamano i pensieri naturali, e al di sopra dei buoni semi venuti dal Logos. Secondo tale interpretazione, il campo designerebbe il mondo intero e non solamente la Chiesa di Dio; infatti è nel mondo intero che il Figlio di Dio ha seminato il buon seme e il cattivo la zizzania (Mt 13,37-38), cioè le dottrine perverse che, per la loro nocività, sono «figlie del maligno». Ma ci sarà necessariamente, alla fine del mondo, che vien detta «la consumazione del secolo», una mietitura, perché gli angeli di Dio preposti a tale compito raccolgano le cattive dottrine che si saranno sviluppate nell’anima e le consegnino alla distruzione, gettandole, perché brucino, in quello che viene definito fuoco (Mt 13,40). E così, «gli angeli», servitori del Logos, raduneranno «in tutto il regno» di Cristo, «tutti gli scandali» presenti nelle anime e i ragionamenti «che producono l’empietà», e li distruggeranno gettandoli nella «fornace di fuoco», quella che consuma (Mt 13,41-42) così del pari coloro che prenderanno coscienza che, poiché hanno dormito, hanno accolto in sé stessi i semi del cattivo, piangeranno e saranno, per così dire, in collera con sé stessi. Sta in ciò, in effetti, "lo stridor di denti" (Mt 13,42), ed è anche per questo che è detto nei Salmi: "Hanno digrignato i denti contro di me" (Ps 35,16). È soprattutto allora che "i giusti brilleranno", non tanto in modo diverso, come agli inizi, bensì tutti alla maniera di un unico "sole, nel regno del Padre loro" (Mt 13,43).

       Origene, In Matth. 10, 2

venerdì 10 luglio 2020

Essere seminatori come Cristo

15ª Domenica del Tempo Ordinario – Anno A – 12 luglio 2020

Rito Romano
Is 55,10-11; Sal 64; Rm 8,18-23; Mt 13,1-23

Rito Ambrosiano
5ª Domenica dopo Pentecoste
Gen 11,31.32b-12,5b; Sal 104; Eb 11,1-2.8-16b; Lc 9,57-62

    1) Seminatori in uscita.
L’uscita è il movimento dell’amore.  Commentando il Salmo 64, Sant’Agostino d’Ippona afferma: “Comincia a uscire chi comincia ad amare (Incipit exire qui incipit amare)”. Chi ama esce, non si preoccupa della propria tranquillità, non è autoreferenziale e sa di non essere autosufficiente. Va verso gli altri per fare in modo che tutti possano fare esperienza della misericordia di Dio, ascoltando Parola di vita e verità: Gesù Cristo. Senza preoccuparsi di giudicare, chi ama semina con abbondanza e fiducia, perché è consapevole che l’umanità intera anela a Cristo, Parola fatta carne.
Con il Redentore svolgiamo la nostra vocazione di seminatori, “gettando” nel mondo il seme della Parola, che sola dà la vita. Anche se spesso, purtroppo, l’uomo fa fatica a percepire il bisogno di Dio, in ognuno di noi c’è il bisogno di vita, abbiamo bisogno di consolazione e di speranza, di cose che solo il Signore è in grado di darci. La semina di Cristo, e la nostra con Lui, è quella di depositare nel cuore terreno dell’uomo il seme divino della vita, facendo crescere la consapevolezza che Dio vive e vuole che noi viviamo. Dio è glorificato quando l’uomo vive, quando nella nostra vita c’è una esperienza positiva e ricca di esistenza. Dio non è glorificato quando l’uomo è mortificato, quando l’uomo muore; Dio è glorificato quando l’uomo vive. Io sono venuto perché abbiano la vita – dice Gesù – e perché l’abbiano in abbondanza. Per questo il Redentore semina in noi la vita e ci chiama a fare altrettanto nei confronti dei nostri fratelli
Il seme, il Figlio dell’uomo, che scende nel cuore della terra, nel cuore dell’uomo, trova a un certo punto una terra che è propizia, una terra che è buona, che è fertile. In noi, in ciascuno essere umano. ogni cuore ha almeno una zona di terra buona, di terra bella per accogliere il seme. Ogni cuore ha la possibilità di generare il Figlio, quel Figlio che è di Dio ma anche è detto giustamente: Figlio dell’uomo. Perché come leggevamo nel finale del capitolo 12, 49- 50 del Vangelo di Matteo, ci è dato di essere fratelli e sorelle di Gesù, ma anche madre nei suoi confronti, perché possiamo accoglierlo nella Parola e generarlo nella carne.
Gesù quando semina e sembra incontrare difficoltà, quindi sembra che faccia sforzi inutili, sa che la sua seminagione produrrà il cento o, almeno, il trenta per uno. Quindi, invece, di scoraggiarsi mette in conto le difficoltà e sa guardare oltre la croce, e vede la gloria, non è fermato dalla fatica, perché sa che ci sarà una messe abbondante. Da parte di Gesù è davvero un atto di fiducia in Dio Padre, nella potenza della Parola. A questa fiducia invita ciascuno di noi, ci coinvolge in questo “lavoro” di seminatori.
L’andare incontro agli altri, senza giudizi e distinzioni, come papa Francesco, testimonia e a cui esorta la chiesa, è un seminare seguendo lo stile della parabola, lo stile evangelico di semplicità e di gratuità


    2) Le parole della Parola da seminare.
La parabola del seminatore parla in primo luogo di Gesù, il nostro Redentore, che vuole presentarci la sua missione e il senso della sua presenza in mezzo a noi con il paragone del seminatore.
In un brano precedente a quello proposto oggi, l’evangelista San Matteo scrive: “Gesù percorreva tutte le città e i villaggi, insegnando nelle loro sinagoghe, predicando il vangelo del Regno” (9,35). Gesù dunque vede se stesso come chi è mandato a “predicare il Vangelo del Regno”. Quando Gesù inizia la sua attività pubblica attribuisce a se stesso un testo del profeta Isaia che dice: “Lo Spirito del Signore è sopra di me … e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio … e predicare un anno di grazia del Signore” (Lc 4,17-19). Gesù afferma che queste parole profetiche si realizzano in Lui: Lui è stato mandato “per annunciare una bella e lieta notizia”, per “predicare il tempo favorevole”. È questo il significato profondo di questa “parabola autobiografica” (Benedetto XVI): come il seminatore esce di casa per spargere il seme, così Gesù che esce dalla casa di Nazareth, per seminare in tutti la bella notizia, il lieto messaggio di Dio che salva l’uomo.
Quando Papa Francesco parla di Chiesa in uscita (Esort. Post-sinodale Evangelii gaudium 24) si ispira al Seminatore che senza cedere alla stanchezza percorre tutto il campo del mondo fino ai luoghi delle sue fragilità e delle sue bassezze, delle sue debolezze e delle sue contraddizioni, perfino fino al luogo delle bestemmie contro di Lui. Il Seminatore non cessa mai di gettare il buon seme. A noi sembra che getti il seme a caso1, ma credo che oggi possiamo interpretare questo modo di seminare come insegnamento di Gesù sul modo di essere missionari. La missione non è questione di strategie o di particolari attività da aggiungere al tessuto della nostra esistenza quotidiana. La missione è, soprattutto, una questione di portare una parola carica di una Presenza e nutrita ogni giorno da un esperienza di fraternità, che ripropone, ogni giorno, ad ogni singolo essere umano la domanda “chi sono?”, da dove vengo e, soprattutto, “dove vado e perché?”.
Da queste domande ineliminabili emerge come il mondo della pianificazione, del calcolo esatto e della sperimentazione, in una parola il sapere della scienza, pur importante per la vita dell’uomo, da solo non basta. Noi abbiamo bisogno non solo del pane materiale, abbiamo bisogno di amore, di significato e di speranza, di un fondamento sicuro, di un terreno solido che ci aiuti a vivere con un senso autentico anche nella crisi, nelle oscurità, nelle difficoltà e nei problemi quotidiani. Abbiamo bisogno di credere, di guardare alla vita con gli occhi della fede.
La fede non è un semplice assenso intellettuale dell’uomo a delle verità particolari su Dio; è un atto con cui mi affido liberamente a un Dio che è Padre e mi ama; è adesione a un “Tu” che mi dona speranza, fiducia e amore senza misura.
La fede è credere a questo amore di Dio che non viene meno di fronte alla cattiveria dell’uomo, di fronte al male e alla morte, ma è capace di trasformare ogni forma di schiavitù, donando la possibilità della salvezza.
Avere fede, allora, è incontrare questo “Tu”, Dio, che ci sostiene e ci concede un amore indistruttibile che non solo tende all’eternità, ma la dona; è affidarci a Dio con l’atteggiamento del bambino, il quale sa bene che tutte le sue difficoltà, tutti i suoi problemi sono al sicuro nel “tu” della madre. E questa possibilità di salvezza attraverso la fede è un dono che Dio offre a tutti gli uomini.
Penso che dovremmo meditare più spesso - nella nostra vita quotidiana, caratterizzata da problemi e situazioni a volte drammatiche – la Parola di Dio seminata in noi, per capire che credere cristianamente significa questo abbandonarci con fiducia al senso profondo che sostiene noi e il mondo, quel senso che noi non siamo in grado di darci, ma solo di ricevere come dono, e che è il fondamento su cui possiamo vivere senza paura. Dobbiamo essere capaci di accogliere questa certezza liberante e rassicurante della fede per poi annunciare la Parola con le nostre parole e di testimoniarla con la nostra vita di cristiani.
La parabola di questo seminatore, che è il Signore, che semina in maniera abbondante, ci aiuta a crescere nella consapevolezza e nell’impegno di accogliere la Parola di Dio e di farla fruttare. Ci sono molti rischi e molte situazioni in cui la Parola di Dio non porta frutto, non per l’azione di Dio, che più abbondante di così non potrebbe essere, ma per le distrazioni, le superficialità, le tentazioni nostre. Dunque il seminatore Gesù sparge il seme dovunque, con “spreco” si direbbe, non scartando nessun terreno ma ritenendo ciascuno degno di fiducia e di attenzione. Così la Chiesa per mezzo dei Vescovi, dei Preti e di tutti i Fedeli deve offrire la Parola a tutti e deve farlo senza risparmio di energie.
E’ la vocazione di ogni cristiano. Tutti siamo seminatori della Parola, dal Papa all'ultimo battezzato. Non tutti siamo seminatori allo stesso grado e con le stesse responsabilità, ma tutti siamo incaricati di portare la Parola al mondo, sapendo che la Parola è la nostra vita prima ancora che la nostra voce.
Ogni mattina ogni cristiano dovrebbe lasciare la sua casa non solo per andare a guadagnarsi da vivere materialmente ma anche spiritualmente, “uscendo a seminare Cristo, grano che diventa Pane”, senza scoraggiarsi se una parte del seme dovesse cadere su un terreno non buono.

3) Il seme e la terra.
La figura del seminatore appare all’inizio della parabola di oggi e poi scompare: i protagonisti sono il seme e la terra, e la situazione presentata dalla parabola è quella, in cui sembra che tutto vada perduto, che l'insuccesso del Regno e della Parola sia totale o eccessivo. E invece – afferma Gesù con questa parabola – non è così. E’ vero che ci sono gli insuccessi, e anche tanti, ma è certo che da qualche parte il successo c’è. Dunque è una lezione di fiducia.
Inoltre, va tenuto presente che in questa parabola Cristo rivolge l’attenzione alla “terra” delle anime degli uomini e delle umane coscienze e mostra che cosa avviene alla Parola di Dio secondo i vari tipi di terra di cui è fatto il campo dell’umanità. Gesù parla di un seme che è stato portato via e non è cresciuto nel cuore dell’uomo, perché questi ha ceduto al Maligno e non ha capito la Parola. Poi parla del seme caduto sulla terra rocciosa, sulla terra dura, che non era in grado di mettere le radici, dunque non ha resistito alla prima prova. Lo udiamo parlare anche del seme caduto tra i cardi e le spine e che è stato da essi soffocato (questi cardi e spine sono le illusioni del benessere che passa). Infine ci parla del seme caduto sulla terra buona, fertile, che produce frutto. Chi è questa terra fertile? Colui che ascolta la parola e la comprende. Ascolta e comprende. Non basta ascoltare il Vangelo della nuova ed eterna Alleanza, che è la parola di questo Verbo fatto carne, bisogna accoglierlo con la mente e con il cuore.
Nel corso di duemila anni la terra è stata già abbondantemente seminata con questa parola. Soprattutto Cristo stesso come Verbo ha reso fertile questa terra della storia umana per mezzo della redenzione mediante il sangue della sua croce e nella Parola della Croce continua la sua semina, dando inizio a “un nuovo cielo e una nuova terra” (cf. Ap 21, 1). Tutti i seminatori della parola di Cristo attingono la forza del loro servizio da quell’indicibile mistero, quale è diventata - una volta per sempre - l’unione del Dio Verbo con la natura umana, e in un certo senso con ogni uomo (come insegna il Concilio Vaticano II nella Gaudium et spes, 22). Cadono le parole del Vangelo sulla terra delle anime degli uomini, ma soprattutto il Verbo Eterno stesso, generato per opera dello Spirito Santo da una Vergine-Madre, è diventato fonte di vita per l’umanità.
La Vergine Maria ci aiuti ad essere, sul suo modello, “terra buona”, dove il seme della Parola possa portare molto frutto.
Le Vergini consacrate nel mondo sono fra coloro che in un modo particolarissimo hanno preso a modello la Vergine Maria. Sull’esempio della Madonna, la loro parola si fa preghiera, si fa riconoscenza, si fa dono di amore. Con questa donazione d’amore la loro parola diventa annuncio della Parola di verità che unisce l’uomo alla vita d’amore di Dio. Nel dono verginale di sé riconoscono che Gesù Cristo, loro Sposo, è Re d’Amore, nella cui misericordiosa bontà è ragionevole confidare totalmente. Con la loro vita dimostrano la verità della frase di Sant’Ambrogio “La tua parola è custodita non in una tomba di morti, bensì nel libro dei viventi” (si veda la lettura patristica che segue)

1Per capire bene la parabola va tenuto presente che non si tratta di un seminatore incapace che getta il seme dove capita. Ai tempi della vita terrena di Cristo i campi non erano come quelli attuali soprattutto quelli nel mondo sviluppato. Erano terreni appena dirozzati e non omogenei quindi con pietre, rovi ecc. Quindi Gesù si riferisce a questo tipo di campo, che non veniva arato prima della semina, ma dopo: la semente veniva sparsa in tutte le parti del campo, anche nei sentieri che lo attraversavano e nelle zone sassose o piene di rovi. Per questo molta semente andava perduta (i tre quarti secondo la parabola, che calca intenzionalmente le tinte). Ma il risultato finale, cioè la resa del seme caduto sulla terra buona, compensava tutte le perdite.


Lettura Patristica
Sant’Ambrogio, Vescovo di Milano (340 - 397)
Inizio del trattato «Sui misteri»
(Nn. 1-7; SC 25 bis, 156-158)


”Ogni giorno abbiamo tenuto un discorso su temi morali mentre si leggevano o le gesta dei patriarchi o gli insegnamenti dei Proverbi, perché, modellati e ammaestrati da essi, vi abituaste a entrare nelle vie degli antichi, a percorrere la loro strada e a obbedire agli oracoli divini, cosicché rinnovati dal battesimo teneste quella condotta che si addice ai battezzati.
Ora è venuto il tempo di parlare dei misteri e di spiegare la natura dei sacramenti. Se lo avessi fatto prima del battesimo ai non iniziati, avrei piuttosto tradito che spiegato questa dottrina. C'è anche da aggiungere che la luce dei misteri riesce più penetrante se colpisce di sorpresa, anziché arrivare dopo le prime avvisaglie di qualche sommaria trattazione previa.
Aprite dunque gli orecchi e gustate le armonie della vita eterna infuse in voi dal dono dei sacramenti. Ve lo abbiamo significato, quando celebrando il mistero dell'apertura degli orecchi vi dicevamo: «Effatà, cioè: Apriti!» (Mc 7, 34), perché ciascuno di voi, che stava per accostarsi alla grazia, capisse su che cosa sarebbe stato interrogato e si ricordasse che cosa dovesse rispondere. Cristo, nel vangelo, come leggiamo, ha celebrato questo mistero quando ha curato il sordomuto.
Successivamente ti è stato spalancato il Santo dei Santi, sei entrato nel sacrario della rigenerazione. Ricorda ciò che ti è stato domandato, rifletti su ciò che hai riposto. Hai rinunziato al diavolo e alle sue opere, al mondo, alla sua dissolutezza e ai suoi piaceri. La tua parola è custodita non in una tomba di morti, bensì nel libro dei viventi. Presso il fonte tu hai visto il levita, hai visto il sacerdote, hai visto il sommo sacerdote. Non badare all'esterno della persona, ma al carisma del ministero sacro. E` alla presenza di angeli che tu hai parlato, com'è scritto: Le labbra del sacerdote devono custodire la scienza e dalla sua bocca si ricerca l'istruzione, perché egli è l'angelo del Signore degli eserciti (cfr. Ml 2, 7). Non si può sbagliare, non si può negare. E' un angelo colui che annunzia il regno di Cristo, colui che annunzia la vita eterna. Devi giudicarlo non dall'apparenza, ma dalla funzione. Rifletti a ciò che ti ha dato, pondera l'importanza del suo compito, riconosci che cosa egli fa.
Entrato dunque per vedere il tuo avversario, al quale si suppone che tu abbia rinunziato con la bocca, ti volgi verso l'oriente: perché chi rinunzia al diavolo si rivolge verso Cristo, lo guarda diritto in faccia.”

venerdì 3 luglio 2020

Per riscoprirsi figli occorre essere “piccoli”, cioè umili e intelligenti

14ª Domenica del Tempo Ordinario Pentecoste – Anno A – 5 luglio 2020

Rito Romano
Zc 9,9-10; Rm 8,9.11-13; Mt 11,25-30

Rito Ambrosiano
4ª Domenica dopo Pentecoste
Gen 6,1-22; Sal 13; Gal 5,16-25; Lc 17,26-30.33

Premessa.
Prima di commentare il vangelo di questa XIV domenica del Tempo Ordinario, è utile illustrare brevemente la preghiera di Gesù a Dio Padre che è proposta oggi.
Prima di tutto il Figlio di Dio benedice il Padre. Benedire vuol dire dir bene in pubblico, vuol dire essere contento di lui ed esprimere questa gioia su di lui. La preghiera è fondamentalmente benedizione, essere contenti di Dio. Lui bene-dà, noi bene-diciamo, il che vuol dire che riconosciamo il bene che Lui ci dà come dono, e che sperimentiamo in tutte le cose che ci dà il suo amore. Nella benedizione noi, invece di fermarci alla cosa che dà, facendone un feticcio, andiamo a lui e al suo amore. E quando non benediciamo, in fondo, ci appropriamo delle cose in modo idolatrico ed esse diventano il nostro Dio.
Dunque, la benedizione è ciò che ci toglie dall’idolatria. Solamente Dio va benedetto, poi anche tutti gli essere umani perché sono suoi figli. E questo Dio si chiama Padre. La parola Padre, in ebraico Abbà, è da considerare il centro di tutta la rivelazione cristiana. Abbà è il primo balbettare del bambino. E come attraverso “ba, ba; ba, ba.” il bambino entra in comunione col Padre, così dicendo “Abba” per noi Dio è riconosciuto come Padre.
Gesù ha posto sulle nostre labbra e nel nostro cuore questa parola “Abba”, che Dio è Padre con tutto ciò che comporta il termine Padre.
Alla luce di queste annotazioni, potremmo domandarci: “Cosa è venuto a portarci Gesù? Il Figlio di Dio fatto uomo è venuto a portarci un rapporto diverso con Dio. Proprio attraverso la parola più fondamentale, anzi è la prima parola appunto che il bambino dice e che è rivolta a una persona e che non esprime solamente un bisogno o lamento. Dicendo “papà” realizziamo vera comunicazione, una comunicazione di fiducia, di tenerezza, di amore.
Gesù è venuto a restituirci ciò che siamo: siamo figli e noi, esseri umani, non possiamo esistere se non quando possiamo abbandonarci ad un amore infinito. Prima di aver sperimentato questo e in cerca di questo, non abbiamo motivo sufficiente per esistere. Siamo sempre in stato di abbandono e di ricerca di conferme di amore, di valore. Il nostro valore è infinito, è l’amore infinito che Dio ha per il Figlio: Li hai amati come ami me dice Gesù di ciascuno di noi, cioè Dio ci ama di un amore unico e totale, come il Padre ama il Figlio e Gesù è venuto a rivelarci questo e a donarcelo. Ne deriva un atteggiamento di libertà. Il Figlio è Figlio perchè libero di amore, di abbandono, di tenerezza, di dono. Dicendo il “Padre Nostro” riceviamo il sorriso del Padre sulla nostra vita, che -quindi- è nella sicurezza, nella fiducia.


1) I miti1 di cuore.
Dopo il cammino della Quaresima, della Passione (la Via della Croce) e della Pasqua (la Via della Luce), dopo le solennità della Trinità (Comunione d’Amore e di Luce) e del Corpo di Cristo (il dono della Sua vita per la nostra), la Liturgia riprende i passi del “tempo ordinario”. La Liturgia ci offre la Parola di Dio per continuare il percorso iniziato a gennaio, invitandoci a seguire Gesù e ad ascoltare quello che ha da dirci nella vita ordinaria di oggi.
Oggi le parole di Cristo sono davvero consolanti: “Venite a me, stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita” (Mt 11, 29-30). All’umiltà del Figlio di Dio che si incarna bisogna rispondere con l’umiltà della nostra fede. L’umiltà di riconoscere che per vivere ci è necessaria la bontà misericordiosa di un Dio che perdona ogni giorno. E noi ci rendiamo simili a Cristo, l’unico Perfetto, nella misura più grande possibile, quando diventiamo come Lui persone di misericordia, imitando Lui che è mite e umile di cuore.
Non dobbiamo, poi, dimenticare le parole del profeta Zaccaria: “Così dice il Signore: “Esulta grandemente, figlia di Sion, giubila, figlia di Gerusalemme! Ecco a te viene il tuo Re. Egli è giusto e vittorioso; umile, cavalca un asino,
un puledro, figlio di asina. Farà sparire i carri di Efraim e i cavalli di Gerusalemme, l'arco di guerra sarà spezzato, annunzierà la pace alle genti, il suo dominio sarà da mare a mare,
 e dal fiume ai confini della terra” (Zc 9,9-10 – Prima lettura della Messa di oggi). Parole che fanno da cornice a quelle di Gesù che oggi ci sono proposte, come a quelle della beatitudine in cui Lui dice: “Beati i miti perché possiederanno la terra” (Mt 5,5). Se teniamo unita questa beatitudine all’invito: “Imparate da me che sono mite ed umile di cuore” (Mt 11, 29), ne deduciamo che le beatitudini non sono solo un bel programma etico che il maestro traccia, per così dire a tavolino, per i suoi seguaci; sono l’autoritratto di Gesù. È lui il vero povero, il mite, il puro di cuore, il perseguitato per la giustizia, è lui il vero re di pace che ristora i suoi sudditi e li protegge con lo scettro della Croce, scettro di potente mitezza.
In effetti, la prova più alta della mitezza regale di Cristo è la sua passione. Nessun moto d’ira, nessuna minaccia: “Oltraggiato non rispondeva con oltraggi, e soffrendo non minacciava vendetta” (1 Pt 2, 23). Questo tratto della persona di Cristo si era talmente stampato nella memoria dei suoi discepoli che san Paolo, volendo scongiurare i Corinzi per qualcosa di caro e di sacro, scrive loro: “Vi esorto per la mitezza e la benignità di Cristo” (2 Cor 10, 1). Ma Gesù ha fatto ben più che darci un esempio di mitezza e pazienza eroica; ha fatto della mitezza il segno della vera grandezza. Questa non consisterà più nell’elevarsi solitari sugli altri, sulla massa, ma nell’abbassarsi per servire ed elevare gli altri. Sulla Croce, dice Sant’Agostino, egli rivela che la vera vittoria non consiste nel fare vittime, ma nel farsi vittima, “Vincitore perché vittima (Victor quia victima)” (Le Confessioni, 10, 43).

2) Umili di cuore.
In un mondo in cui tutti dicono che bisogna farsi avanti, il Vangelo invita a farsi indietro. “Imparate da me che sono mite e umile di cuore e ecco troverete ristoro per le vostre anime” (Mt 11, 29). “Mite e umile” sono due termini che Gesù applica a se stesso. E giustamente, perché indicano il suo atteggiamento verso Dio e verso gli uomini. Verso Dio un atteggiamento di confidenza, obbedienza e docilità. Verso gli uomini un atteggiamento di accoglienza, pazienza, discrezione, disponibilità e perdono, addirittura di servizio. E anche l'aggiunta “di cuore” non è senza importanza. Indica che le disposizioni di Gesù - verso il Padre e verso i fratelli - si radicano nel profondo del suo cuore e coinvolgono tutta la sua Persona.
E’ vero che l’umiltà, come la povertà, appare una condizione perché l’uomo possa vivere un rapporto con Dio, anzi è la condizione essenziale a viverlo. Ma, come San Francesco d’’Assisi l’intuì, è altrettanto vero che l’umiltà è una caratteristica di Dio.
Quando un essere umano s'inginocchia davanti a Dio, il Signore del cielo, non è umiltà, è soltanto realismo. Quando Dio si china sul malato, sul peccatore, quando s’inchina per lavare i piedi all’uomo, questa è umiltà divina. Incarnandosi, il Figlio di Dio non rinnega la sua dignità infinita, la manifesta in un modo sublime, delicato e pieno di amore. Dio si abbassa per donarsi totalmente all’uomo, per salvarlo. Si fa “nulla”, perché l’uomo sia tutto.
E ciò non avvenne solamente una volta più di duemila anni fa, avviene ogni volta che Egli si fa presente nella Messa sotto le specie del pane e del vino per donarsi, per essere mangiato: la Messa trova il suo compimento nella comunione eucaristica nella quale Egli totalmente si dà, cosi da sparire. E tutto per ciascuno di noi e in ciascuno di noi.
Dio è umiltà perché amore, insegna San Francesco d’Assisi, che conosceva Dio in modo sublime, sia perché ne aveva esperienza, sia perché meditava nella Chiesa le Sacre Scritture. In effetti, già nell'Antico Testamento Dio afferma che “le sue delizie (di Dio) sono nell'essere coi figli degli uomini”. Pensiamo alla gioia del Padre di essere nel cuore di Gesù, pensiamo alla gioia di Gesù per il fatto che Dio si è compiaciuto di nascondere la sua grandezza ai grandi per rivelarla invece ai piccoli e ai dimenticati fino al punto di farsi garante di questa nostra povera, fragile vita umana, e subirne la sorte. San Paolo accenna a questo mistero quando dice: “Lui che sussistendo in forma di Dio, non ritenne come geloso possesso l’essere a pari con Dio, ma spogliò se stesso, prese forma di servo in somiglianza di uomini ridotto, e all’aspetto trovato come uomo... Per questo Dio lo sopraesaltò e gli diede un nome che è sopra ogni nome” (cfr. Fil 2, 6-9). Ecco l'umiltà di Dio, cioè la sua Condiscendenza a ciò che al suo cospetto è nulla; possibile solo, perché egli è l’Onnipotente. Ecco l’umiltà di Gesù Cristo “Anche Lui, il Figlio di Dio, si abbassa per ricevere l’amore del Padre” (Papa Francesco, omelia del 27 giugno 2014).
Insomma, l’amor cristiano, quell’amore che la vita di Gesù porta, e che secondo San Giovanni è Dio stesso, riposa sull’umiltà.

3) Umiltà fondamento della vita spirituale.
Concludiamo accennando al fatto che l’umiltà è il fondamento della vita spirituale in particolare per le Vergini consacrate nel mondo.
La vita spirituale implica sempre il sentimento del proprio nulla nei confronti di Dio, un nulla che non esclude il fatto che la creatura esista. Esclude però ogni sentimento di opposizione, ogni sentimento di alterità, ogni sentimento che dia all’uomo la coscienza di essere qualche cosa indipendentemente da Lui e non in Lui e per Lui. La creatura per tutto quello che è, è da Dio ed è in Dio.
Con il riconoscimento di Dio come Signore è implicato dunque un certo annientamento interiore del nostro io. Nella luce infinita di Dio, l’uomo scompare; come il sole, che non appena sale all'orizzonte, eclissa le stelle.
Dio si rivela a noi attraverso la creazione, ma la sua rivelazione più perfetta è Gesù Cristo. E Cristo, per Francesco d’Assisi, è umiltà. Egli non sa riaversi dallo stupore provocato da una sua contemplazione del mistero cristiano come mistero di suprema umiltà: l’umiltà del Cristo nella sua nascita, nella sua passione, nell’Eucaristia.
Con particolare affetto e devozione le Vergini consacrate nel mondo coltivano con la Vergine Maria, modello di ogni sequela e di ogni consacrazione, l’umile confidenza filiale, la preghiera di intercessione, la contemplazione dei misteri del suo Figlio Gesù. Esse testimoniano nella Chiesa che la fedeltà del cristiano ha il suo nido nella fedeltà di Dio, che manifesta l’umiltà del suo cuore: Gesù non è venuto a conquistare gli uomini come i re e i potenti di questo mondo, ma è venuto ad offrire amore con mitezza e umiltà.
Queste donne si lasciano avvolgere dalla fedeltà umile e dalla mitezza dell’amore di Cristo, rivelazione della misericordia del Padre. La loro vocazione è quella di servire Dio nel mondo con umile coraggio, con tutta la forza del loro cuore, realizzando nella vita quotidiana la preghiera di consacrazione che il Vescovo da su di loro: “Con la grazia dello Spirito Santo, ci siano sempre in loro prudenza e semplicità, mitezza e delicatezza, umiltà e libertà” (Rituale della Consacrazione della Vergini, n 24)

1 Per scoprire chi sono i miti proclamati beati da Gesù, è utile passare brevemente in rassegna i vari termini con cui la parola miti (praeis) è resa nelle traduzioni moderne. L’italiano ha due termini: miti e mansueti. Quest’ultimo è anche il termine usato nelle traduzioni spagnole, los mansos, i mansueti. In francese la parola è tradotta con doux, alla lettera “i dolci”, coloro che possiedono la virtù della dolcezza. (Non esiste in francese un termine specifico per dire mitezza; nel “Dictionnaire de spiritualité” questa virtù è trattata alla voce douceur, dolcezza).
In tedesco si alternano diverse traduzioni. Lutero traduceva il termine con Sanftmuetigen, cioè miti, dolci; nella traduzione ecumenica della Bibbia, la Eineits Bibel, i miti sono coloro che non fanno alcuna violenza – die keine Gewalt anwenden-, dunque i non-violenti; alcuni autori accentuano la dimensione oggettiva e sociologica e traducono praeis con Machtlosen, gli inermi, i senza potere. L’inglese rende di solito praeis con the gentle, introducendo nella beatitudine la sfumatura di gentilezza e di cortesia.
Ognuna di queste traduzioni mette in luce una componente vera ma parziale della beatitudine. Bisogna tenerle insieme e non isolarne nessuna, per avere un’idea della ricchezza originaria del termine evangelico. Due associazioni costanti, nella Bibbia e nella predicazione cristiana antica, aiutano a cogliere il “senso pieno” di mitezza: una è quella che accosta tra loro mitezza e umiltà, l’altra quella che accosta mitezza e pazienza; l’una mette in luce le disposizioni interiori da cui scaturisce la mitezza, l’altra gli atteggiamenti che spinge ad avere nei confronti del prossimo: affabilità, dolcezza, gentilezza. Sono gli stessi tratti che l’Apostolo mette in luce parlando della carità: “La carità è paziente, è benigna, non manca di rispetto, non si adira…” (1 Cor 13, 4-5).
 

Lettura spirituale
San Francesco d’Assisi
Lettera al Capitolo Generale e a tutti i Frati

Invece della lettura patristica questa volta propongo uno dei testi più belli degli scritti francescani:

Badate alla vostra dignità, frati sacerdoti, e siate santi perché Egli è santo. E come il Signore Dio onorò voi sopra tutti gli uomini, per questo mistero, cosi voi più di ogni altro uomo amate, riverite e onorate Lui.
Grande miseria sarebbe, e miserevole male se, avendo lui così presente, vi curaste di ogni altra cosa che fosse nell'universo intero!
L'umanità trepidi, l’universo intero tremi, e il cielo esulti, quando sull'altare, nelle mani del sacerdote, è il Cristo Figlio di Dio vivo.
O ammirabile altezza, o degnazione stupenda! o umiltà sublime! o sublimità umile, che il Signore dell'universo, Dio e Figlio di Dio, così si umili da nascondersi, per la nostra salvezza, in poca apparenza di pane.
Guardate, frati, L’umiltà di Dio, e aprite davanti a lui i vostri cuori; umiliatevi anche voi, perché egli vi esalti. Nulla, dunque, di voi, tenete per voi; affinché vi accolga tutti colui che a voi si da tutto” (Fonti Francescane 220).