martedì 23 dicembre 2014

Natale: nascita del Cuore del nostro cuore.

Stupiti dalla Luce, dalla Gioia e dalla Semplicità 1

Rito Romano e Ambrosiano: Messa della notte, dell'aurora, del giorno di Natale

  1. Il Presepe vivente: noi.
Un anonimo ha scritto: “ Il nostro corpo è il Presepe vivente nei luoghi dove siamo chiamati a vivere e a lavorare. Le nostre gambe, come quelle degli animali che hanno riscaldato Gesù la notte del Suo natale. Il nostro ventre, come quello di Maria che ha accolto e fatto crescere Gesù. Le nostre braccia. Come quelle di Giuseppe che hanno cullato, sollevato, abbracciato Gesù e per Lui hanno lavorato. La nostra voce, come quella degli angeli per lodare il Verbo che si è fatto carne. I nostri occhi, come di tutti quelli che la notte l’hanno visto nella mangiatoia. Le nostre orecchie, come quelle dei pastori che hanno ascoltato –stupefatti- il canto angelico proveniente dal cielo. La nostra intelligenza, come quella dei Re Magi che hanno seguito la stella fino alla “casa” di Gesù: la grotta. Il nostro cuore come la mangiatoia che ha accolto l’Eterno che si è fatto piccolo e povero come uno di noi”.
Andiamo dunque al presepe per diventare noi sempre più Presepe vivente che rivela l’Uomo e Dio. L’Uomo che non siamo ancora ma che siamo chiamati ad essere e Dio che non può manifestarsi che in una umanità diafana, che fa passare attraverso di essa questo Amore che è unicamente Amore.
Se andiamo al presepe è perché il Natale è il centro della Storia universale. E’ in rapporto al Natale che tutti i secoli sono contati.
Se andiamo al presepe è perché nella nascita di Cristo c’è la nostra nascita, la nostra dignità, la nostra grandezza e la nostra libertà.
Se andiamo al presepe è perché lì Dio si rivela non più come un padrone che ci domina, che rivendica dei diritti su di noi, ma come un Amore dolce, che si vuole nascondere in noi, e che non smette di aspettarci perché la “sola” cosa che può fare sempre è di amarci.

2) Natale: un fatto, non un’emozione e tantomeno una favola.
Nella Messa della notte e dell’aurora la liturgia di Natale propone la narrazione della nascita di Gesù secondo Luca (2,1-20). Nella Messa del giorno le affermazioni del prologo (introduzione) del Vangelo di San Giovanni sull’origine divina del Verbo, non sono fine a se stesse, ma necessarie per capire l’incarnazione, per capire Gesù nel suo ruolo di rivelatore. Il centro del prologo (introduzione) è l’affermazione: “La Parola è divenuta carne” (1,14).
Il racconto di San Luca inizia con un inquadramento storico: data, luogo, persone e cause prossime del fatto2.
Nella notte di questo giorno di Natale, dal ventre gentile di Maria nasce al mondo l’Amore, incarnato nella carne dell'uomo. La nascita di Gesù è un evento storico, accaduto in un tempo e in un luogo preciso. E quando questo fatto è annunciato ai pastori, questi si dicono tra di loro “Andiamo fino a Betlemme, vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere” (Lc 2,15).
I pastori di Betlemme si dicono l’un l’altro “andiamo al di là”3 a vedere il Bambino. Si tratta proprio di “attraversare” la notte ed il cuore, di andare al di là, osare il passo che va oltre, la “traversata”, con cui usciamo dalle nostre abitudini di pensiero e di vita e oltrepassiamo il mondo puramente materiale per giungere all’essenziale. 
Andare al di là significa, ultimamente, cambiare il nostro rapporto malato con il tempo e con le persone. I pastori si affrettarono. Una santa curiosità e una santa gioia li spingevano. Tra noi forse accade molto raramente che ci affrettiamo per le cose di Dio. Oggi Dio non fa parte delle realtà urgenti. Le cose di Dio, così pensiamo e diciamo, possono aspettare. Eppure Egli è la realtà più importante, l’Unico che, in ultima analisi, è veramente importante.
E, quando dopo la traversata arrivarono alla grotta, cosa videro i pastori?
Un bambino avvolto in fasce e deposto nella mangiatoia come gli Angeli avevano annunciato loro. È la meraviglia del Natale: ad essere proclamato Signore, il Principe della pace, Messia e Salvatore è un bambino che ha, come trono, una mangiatoia e, come palazzo reale, una grotta. La totale semplicità del primo presepe stupisce. Il particolare che più meraviglia è l’assenza di ogni tratto meraviglioso nella grotta. I pastori sono sì avvolti e intimoriti dalla gloria di Dio, ma il segno che ricevono dagli Angeli è semplicemente: “Troverete un bambino avvolto in fasce e deposto nella mangiatoia”. E quando giungono a Betlemme non vedono altro che “un bambino deposto nella mangiatoia”.
La meraviglia del Natale sta qui. Senza la rivelazione degli angeli non capiremmo che quel bambino deposto in una mangiatoia è il Signore. È la meraviglia del Natale: ad essere proclamato Signore, Messia e Salvatore è un bambino avvolto in fasce e deposto nella mangiatoia.
Senza il bambino deposto nella mangiatoia non capiremmo che la gloria del vero Dio è diversa dalla gloria dell’uomo. E la gloria di Dio è la vita in pace dell’uomo (cfr Sant’Ireneo): “Gloria a Dio nell’altro dei cieli e pace in terra agli uomini che Dio ama”. La pace fra gli uomini è la trascrizione terrestre di quanto avviene nel cielo. Grazie al Natale si può davvero fare nostro il canto degli angeli annuncianti che nell’alto dei cieli c’è la gloria e che in terra fra gli uomini c’è la pace. Se dunque si vuole dare gloria a Dio, occorre costruire la pace.
Immedesimiamoci nei pastori, che furono i primi adoratori del Corpo del Verbo di Dio incarnato. Andiamo da Gesù bambino con la stessa fede dei pastori, che credettero subito all’Angelo, imitiamoli nella loro generosità umile, che esercitarono offrendo il poco che avevano: “latte e panni di lana bianca”. Seguiamoli nel loro sincero amore a Cristo: quando sono dovuti tornare alle loro case ed ai loro greggi hanno lasciato il loro cuore a Betlemme. Cuore che il bambino Gesù ridonò loro arricchito di amore e così poterono camminare sulla via del vita, perché per avanzare nella vita non basta il pensiero, è l’amore che spinge in avanti, al di là.

3) “La Parola è divenuta carne” (Gv 1,14) a Betlemme.
Facendosi carne la Parola di Dio si è fatta visibile: Parola che non solo si sente, ma si vive e fa vivere. “Carne” significa anche che il Verbo non si è sottratto all'opacità della storia, ma al contrario vi è entrato, condividendola. La Parola di Dio si comunica all’uomo mediante una profonda condivisione di esperienze, inserendosi nelle contraddizioni dell'uomo: nella sua morte e nel suo dolore, nelle sue domande e nelle sue sconfitte. Gesù è così veramente un Dio fra di noi, compagno della nostra esistenza. Gesù Cristo è l’evento in cui l’alleanza voluta da Dio con ciascuno di noi si compie sotto i nostri occhi in un modo esemplare.
Anche questo è la bellezza del Natale di Betlemme.
Betlemme! Nella lingua ebraica la città dove secondo le Scritture è nato Gesù significa “casa del pane”. Là, dunque, nacque il Messia, che avrebbe detto di sé: “Io sono il pane della vita” (Gv 6,35.48).
A Betlemme è nato Colui che, nel segno del pane spezzato, avrebbe lasciato il memoriale della sua Pasqua. L’adorazione del Bambino Gesù in questa Notte Santa prosegua nell’adorazione eucaristica. Adoriamo il Signore, fattosi Carne per salvare la carne nostra, fattosi Pane vivo per dare la vita ad ogni essere umano. Riconosciamo, come nostro unico Dio, questo fragile Bambino che sta inerme nel presepe. “Nella pienezza dei tempi, ti sei fatto uomo tra gli uomini per unire la fine al principio, cioè l’uomo a Dio” (cfr S. Ireneo, Adv. haer., IV, 20,4). Nel Figlio della Vergine, “avvolto in fasce” e deposto “in una mangiatoia” (Lc 2,12), riconosciamo e adoriamo “il Pane disceso dal cielo” (Gv 6,41.51), il Redentore venuto sulla terra per dare la vita al mondo.

4)A Betlemme Maria ha dato la vita alla Vita.
Anche noi, in questo Natale, ci diciamo l’un l’altro: andiamo - o meglio, torniamo - a Betlemme. Torniamo alla semplicità e alla purezza delle origini; riscopriamo la culla in cui siamo nati. Troppo ci siamo allontanati da Betlemme; la nostra fede si è sovraccaricata di ragionamenti complicati e qualche volta astrusi che stonano con lo spettacolo di questo “bambino nella mangiatoia”.
A- Concretamente, che cosa significa per noi oggi andare a Betlemme?
Non basta andare al Presepe della Chiesa o a quello, che abbiamo fatto in casa dove c’è una capanna e contemplare il mistero di Gesù bambino con vicino Maria, Giuseppe, il bue, l’asino, i pastori e i Re Magi. Dobbiamo fare in modo che tutto quello che siamo e abbiamo serva per portare il lieto annuncio di questo mistero di gioia e di pace agli uomini, e in particolare ai poveri.
Questo Mistero è un fatto che continua, non una leggenda per bambini. La memoria soccorre la fede, ma più che la memoria, è il vedere come il Signore entra tutti i momenti nel nostro mondo per rimanere con noi.
Ogni giorno c’è un povero “Cristo” che si ferma con noi, che scende nella nostra povertà, e accetta la nostra ospitalità.
Ogni giorno, per chi crede, è Natale.
Cristo nasce anche oggi. Andiamo a vederlo.
Che cosa Gli possiamo dire? Tutto, perché un bambino non fa soggezione. Perfino i mendicanti parlano ai bambini che incontrano per la strada: perfino la gente che non sa o non osa rivolgere la parola ad anima viva, davanti a un bambino si fa coraggio. Un bambino capisce ogni lingua.
Che cosa Gli possiamo chiedere? Tutto. Oppure niente: chiediamoGli “solamente” che resti con noi. Noi possiamo ancora essere cattivi, ma se Lui resta con noi, il male è vinto e allora sentiremo meno male al cuore. Oggi, c’è già qualche cosa di nuovo: c’è Lui.
B- Concretamente, ora, come possiamo andare via dal presepe, che custodisce il Bambino Gesù?
Imitando i pastori che se ne tornarono ai loro ovili ed alle loro case (cioè alla vita quotidiana), glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto. Noi siamo chiamati ora a fare lo stesso: a glorificare Dio per la parola che abbiamo udita, per il pane che egli ora ci spezza, per la gioia che ci ha moltiplicato nel cuore. Siamo chiamati, tornando a casa, a dire ad altri ciò che abbiamo appreso non da un bambino, ma da questo Bambino, che a Betlemme Maria ha dato alla luce. Una giovane donna ha dato alla luce la Luce, che entra nel mondo per rimanere con noi, sempre, come ce lo insegna San Giovanni Evangelista quando racconta il Natale del Verbo: “E il Verbo si è fatto carne e prese dimora in mezzo a noi”.
C- Concretamente, come possiamo essere la dimora di Cristo?
Imitando la Madonna. Se vogliamo dire di sì a Dio come ha fatto Lei, vuol dire che in fondo al nostro cuore almeno un po’ di generosità è ancora viva. Come la Vergine Maria vogliamo che Dio dimori sempre in noi e ciò accade ogni volta che umilmente, silenziosamente accogliamo Cristo nel più profondo del nostro cuore.
Guardando il Presepe e vedendo il Bambino affidato a Maria, capisco perché l’Onnipotente si fa bambino: perché l’onnipotenza si veste della più grande impotenza facendosi “difendere” da un’umile donna, e chiede a tutti, ed ha bisogno di tutto, anche di una misera stalla, del fiato di un bue e di un asino, di un po' di paglia, di una grotta, che è la casa del Condiscendente. Il Presepe è la scuola che confonde i sapienti e depone i potenti, che porta la pace con l’amore che fa vivere, perché è povera forza la forza che uccide. La carità di Dio è così grande, che non ha bisogno della forza per proporsi.
Nel Presepe Maria diventa l’ostensorio che mostra l’amore di Gesù. Le Vergini consacrate nel mondo, e noi con loro, sono chiamate ad essere la culla del vero Adamo, dove il mondo intero è messo al mondo nella comunione divina. “Mi aspetto pertanto che la ‘spiritualità della comunione’, indicata da San Giovanni Paolo II, diventi realtà e che voi siate in prima linea nel cogliere ‘la grande sfida che ci sta davanti’ in questo nuovo millennio: fare della Chiesa la casa e la scuola della comunione” (Papa Francesco, Lettera in occasione dell’Anno della Vita consacrata, novembre 2014).

1 La liturgia eucaristica di questa domenica di Natale è ricca di testi per le diverse celebrazioni: della vigilia, della notte, dell'aurora e del giorno; tutti momenti significativi e anche suggestivi. Quindi, tento di offrire con umiltà una riflessione sui tre momenti per meditare insieme la verità del Natale e contemplarne la bellezza.

2 In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. Questo primo censimento fu fatto quando Quirino era governatore della Siria. Tutti andavano a farsi censire, ciascuno nella propria città. Anche Giuseppe, dalla Galilea, dalla città di Nazareth, salì in Giudea alla città di Davide chiamata Betlemme: egli apparteneva infatti alla casa e alla famiglia di Davide. Doveva farsi censire insieme a Maria, sua sposa, che era incinta” (Lc 2,1-5).

3 Questa è la traduzione letterale dal greco dielthomen, e in latino transeamus donde la parola transito.

 
Lettura Patristica
Dai «Discorsi» di san Leone Magno, papa

Disc. 1 per il Natale, 1-3; PL 54, 190-193

Riconosci, cristiano, la tua dignità
Il nostro Salvatore, carissimi, oggi è nato: rallegriamoci! Non c'è spazio per la tristezza nel giorno in cui nasce la vita, una vita che distrugge la paura della morte e dona la gioia delle promesse eterne. Nessuno è escluso da questa felicità: la causa della gioia è comune a tutti perché il nostro Signore, vincitore del peccato e della morte, non avendo trovato nessuno libero dalla colpa, è venuto per la liberazione di tutti. Esulti il santo, perché si avvicina al premio; gioisca il peccatore, perché gli è offerto il perdono; riprenda coraggio il pagano, perché è chiamato alla vita.
Il Figlio di Dio infatti, giunta la pienezza dei tempi che l'impenetrabile disegno divino aveva disposto, volendo riconciliare con il suo Creatore la natura umana, l'assunse lui stesso in modo che il diavolo, apportatore della morte, fosse vinto da quella stessa natura che prima lui aveva reso schiava. Così alla nascita del Signore gli angeli cantano esultanti: «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama» (Lc 2, 14). Essi vedono che la celeste Gerusalemme è formata da tutti i popoli del mondo. Di questa opera ineffabile dell'amore divino, di cui tanto gioiscono gli angeli nella loro altezza, quanto non deve rallegrarsi l'umanità nella sua miseria! O carissimi, rendiamo grazie a Dio Padre per mezzo del suo Figlio nello Spirito Santo, perché nella infinita misericordia, con cui ci ha amati, ha avuto pietà di noi, «e, mentre eravamo morti per i nostri peccati, ci ha fatti rivivere con Cristo» (cfr. Ef 2, 5) perché fossimo in lui creatura nuova, nuova opera delle sue mani.
Deponiamo dunque «l'uomo vecchio con la condotta di prima» (Ef 4, 22) e, poiché siamo partecipi della generazione di Cristo, rinunziamo alle opere della carne. Riconosci, cristiano, la tua dignità e, reso partecipe della natura divina, non voler tornare all'abiezione di un tempo con una condotta indegna. Ricordati chi è il tuo Capo e di quale Corpo sei membro. Ricordati che, strappato al potere delle tenebre, sei stato trasferito nella luce del Regno di Dio. Con il sacramento del battesimo sei diventato tempio dello Spirito Santo! Non mettere in fuga un ospite così illustre con un comportamento riprovevole e non sottometterti di nuovo alla schiavitù del demonio. Ricorda che il prezzo pagato per il tuo riscatto è il sangue di Cristo.

venerdì 19 dicembre 2014

Il “Sì” di Maria, Madre della Gioia.

Rito Romano
4ª Domenica di Avvento - Anno B - 21 dicembre 2014
2 Sam 7,1-5.8-12.14.16; Sal 88; Rm 16,25-27; Lc 1,26-38

Rito Ambrosiano
6ª Domenica di Avvento – Domenica dell’Incarnazione o della Divina Maternità della Beata Vergine Maria
Is 62,10-63,3b; Sal 71; Fil 4,4-9; Lc 1, 26-38a


1) Il tempo del “Sì”.
Nelle domeniche precedenti la Liturgia ha attirato l’attenzione sulla figura di Giovanni il Battista, il Precursore. Oggi è Maria, la Madre sua che Lui ci ha donata e che è proposta come esempio di attesa di Cristo, per accoglierlo nella nostra vita, nella nostra carne.
Quindi, è importante cogliere l’atteggiamento della Vergine nei confronti di Colui che viene per prendere casa tra noi, che si fa Carne per salvare la nostra carne, perché anche noi “concepiamo” il Verbo di Dio concretamente. Con il suo “fiat” (=sì), Maria concepì Gesù sotto il suo cuore, con nostro fiat noi Lo concepiamo nel nostro cuore. Ci insegni Maria Annunziata a dire la grande parola: “Sì, fiat, sia fatta, o Signore, la Tua volontà”1.
Il “sì”, il “fiat” della Madonna non fu pronunciato da un cuore ottuso, addormentato, ma teso e vigile. Anche se pronunciato da un’umile, giovanissima donna, questo “sì” sponsale fu espressione di un cuore semplice e profondo. Maria è madre di Dio non solo perché ha dato la vita fisica a Gesù, ma perché prima di concepirLo nel suo ventre, L’ha ascoltato con l’orecchio e concepito nel cuore. Lei è madre perché ascolta e accoglie il Figlio e lo lascia vivere com’è, non solo perché Lo porta in grembo e lo mette alla luce2.
Il “sì” di Maria fu l’espressione della libertà di questa Vergine pura, feconda e cosciente di appartenere ad una storia, a una storia grande, che portava nel mondo Dio.
Un fatto è storico non solo perché avviene nel tempo, ma perché avviene in un luogo.
Il tempo è indicato così: “Era il sesto mese dal concepimento di San Giovanni il Battista da parte di Elisabetta”. E’ l’episodio precedente a quello di cui parla il Vangelo di oggi. Ora, al sesto mese uno non è completo. Il Battista rappresenta l’Antico Testamento e la promessa. E importante notare che l’Annunciazione compie la promessa con un certo anticipo. Quand’è che avviene il compimento? Al sesto mese, cioè quando la promessa non è ancora matura. Il che, secondo me vuole dire che realizzazione di una promessa non dipende unicamente da Dio. Dio la promessa l’ha fatta, la realizzerebbe anche subito, la realizza di fatto al sesto mese, aspetta solo che uno dica “sì, avvenga di me secondo la tua parola, accolgo la Parola”. Insomma, da sempre Dio è “Sì” per l’uomo. Quando finalmente anche noi diciamo sì come ha fatto la Madonna, allora avviene il compimento. Anche noi diventiamo persone mature, complete quando diciamo sì a Dio. Dunque non aspettiamo domani per dire “Sì”. Normalmente noi pensiamo al domani, aspettando tempi migliori. No. L’unico tempo che abbiamo è il presente. Il presente è l’unico momento nel quale tocchiamo l’eterno: il passato non c’è più, il futuro non c’è ancora. Quello che stiamo vivendo è il tempo dell’ascolto. Non dobbiamo aspettarne uno migliore, altrimenti passiamo metà della vita a pensare al futuro e l’altra metà a rimpiangere il passato, e così non viviamo mai. Dio invece è “presente”3 e la sua proposta avviene “ora”. Non era per ieri, non era per domani, è per oggi. Occorre vivere il presente, come anche il Vangelo di Luca suggerisce ricordando le prime parole di Gesù : "Oggi si compie questa parola".

2) Il luogo e i personaggi del Sì.
In questa giornata del Sì, è importante capire anche il luogo dove esso è stato pronunciato. La localizzazione che l’Evangelista Luca presenta in voluta contrapposizione con la precedente storia di Giovanni Battista.
L’annuncio della nascita del Battista avviene nel Tempio di Gerusalemme, è fatto a un sacerdote che sta svolgendo la sua funzione e avviene, per così dire, nell’ordinamento ufficiale, come è prescritto dalla legge, in conformità al culto, al luogo e alle funzioni ebraiche.
L’annuncio della nascita del Messia è fatto a Maria, una donna che vive a Nazareth, un piccolo, insignificante paese della semi-pagana Galilea, a Nazareth, che per noi oggi vuol dire: il luogo della vita quotidiana. E’ come per insegnarci che il luogo della Parola è dove quotidianamente viviamo. E’ nella nostra vita quotidiana, che possiamo e dobbiamo vivere da figli di Dio e ascoltiamo la Parola. Poi sarà utile andare nei Santuari, nelle Basiliche e nei luoghi in cui ci si riunisce in tanti, perché questo ci richiama ad una vita di comunione nella Chiesa. Ma l’importante è il “qui e ora”: il presente e il luogo della vita quotidiana. E’ lì che quotidianamente la Parola si fa carne, come nel quotidiano di Maria, divenuta il “luogo” di accoglienza, la vita nuova ha inizio. Questa vita cominciò non nel tempio ma nell’umanità semplice di Gesù Cristo, che divenne il vero tempio, la tenda dell'incontro.
Dopo aver considerato il “luogo” dove Dio ama rivelare il suo amore: la povera casa dell’umile Maria, guardiamo i personaggi di questo annuncio.
Cominciamo dall’angelo Gabriele, il cui nome vuol dire “Potenza di Dio”, che si rivolge a Maria, che con il suo “sì” porterà frutto per la potenza della grazia di Dio.
Il saluto dell’Angelo a Maria è “Gioisci, piena di Grazia”, che potremmo parafrasare così: “Sii nella gioia tu, donna amata gratuitamente e per sempre da Dio”. La Madonna è chiamata per una missione, ma prima è invitata alla gioia, è sollevata dall’angoscia perché il Signore “è con lei” per salvare lei e l’umanità intera.
Fissiamo ora gli occhi del cuore su Maria, che si autodefinisce “serva” e che l’Angelo di Dio definisce piena di grazia. Grazia e servizio: in questi due termini è racchiusa tutta la comprensione cristiana dell'esistenza. Il dono ricevuto continua a farsi dono.
Maria rimane turbata dalle parole dell’Angelo. Però, il suo turbamento non deriva dalla non comprensione o dalla paura. Deriva dalla commozione prodotta dall’incontro con Dio, che attraverso l’Angelo le dice che l’“essere amata gratuitamente” da Dio è il suo nuovo nome.
Quando Dio chiama qualcuno per farne uno strumento di salvezza, non soltanto lo chiama per nome, ma gli dà un nome nuovo, capace veramente di esprimere la sua identità e la sua vocazione. Per Maria il nome nuovo è “Piena di Grazia” cioè “amata gratuitamente e per sempre da Dio”. Questo nome nuovo di Maria dice immediatamente la gratuità e la fedeltà dell'amore di Dio, radice di ogni corretta comprensione di Dio, dell'uomo e del mondo. Di questa radice Maria è l’icona luminosa e trasparente. E questo è già la lieta notizia del miracolo del Natale, che ormai è imminente.
“Accettare, accogliere il miracolo del Natale, è accettare che Maria sia realmente la ‘Madre di Dio’ e ‘Madre Vergine’; niente qui contro la sessualità, contro l’amore umano. Il senso è tutt’altro. Noi sappiamo bene che la vita che diamo, che trasmettiamo, è una vita per la morte. Occorreva un intervento di Dio, ci voleva che la catena delle nascite per morte fosse spezzata perché sorgesse con Gesù un vivente totalmente vivo, un vivente che non sarebbe più all'interno della morte come noi, ma si sarebbe volontariamente lasciato afferrare da essa per distruggerla. La verginità feconda di Maria, così come le apparizioni del Risorto tutte a porte chiuse, segnalano questa vita più vivente della nostra, una materialità trasfigurata”4.
L’esempio di Maria, che dà la vita al totalmente vivo, oggi è in modo particolare portato avanti dalle Vergini consacrate. Nella verginità liberamente scelta, queste donne confermano se stesse come persone mature e capaci di vita. Al tempo stesso realizzano il valore personale della propria femminilità, diventando “un dono sincero e totale” a Cristo, Redentore dell’uomo e Sposo delle anime. La naturale disposizione sponsale della personalità femminile trova una risposta nella verginità così intesa. La donna, chiamata fin dal “principio” ad essere amata e ad amare, trova nella vocazione alla verginità, anzitutto, il Cristo come il Redentore che “amò sino alla fine” per mezzo del dono totale di sé, ed essa risponde a questo dono con un “dono sincero” di tutta la sua vita (cfr. S. Giovanni Paolo II, Mulieris dignitatem, 34).
Le vergini consacrate nel mondo ci mostrano come sia possibile seguire l’esempio fecondo di Maria, vivendo come lei la grazia della semplicità. In effetti, esse testimoniano con semplice umiltà che non dobbiamo forzare noi stessi a pensare cose grandi, né tanto meno a farle, perché diventiamo ridicoli nella nostra presunzione, ma come la Madonna dobbiamo riconoscere ed accettare la presenza del Verbo di Dio in noi.
Preghiamo la Madonna perché quello che è accaduto in lei, accada in noi. Chiediamo al Signore che il Suo amore attecchisca come un fiore dentro la fragilità della nostra carne.
E tutti facciamoci forza ad imitare l’atteggiamento di Maria di Nazareth la quale ci mostra che “l’essere viene prima del fare, e che occorre lasciar fare a Dio per essere veramente come Lui ci vuole. E’ Lui che fa in noi tante meraviglie. Maria è ricettiva, ma non passiva. Come, a livello fisico, riceve la potenza dello Spirito Santo ma poi dona carne e sangue al Figlio di Dio che si forma in Lei, così, sul piano spirituale, accoglie la grazia e corrisponde ad essa con la fede” (Papa Francesco, Angelus, 8 dicembre 2014).
1 Se per caso uno dice il Rosario, per 50 volte di fila ripete quello che è il nocciolo del brano evangelico di questa domenica. E tre volte al giorno suonano le campane; le aveva introdotte dal ritorno dall’Oriente San Francesco d’Assisi, proprio in ricordo dell’Annunciazione. L’Incarnazione del Verbo, il sì di Maria sta al principio e alla fine della giornata e nel cuore della giornata.
2 A questo riguardo ricordiamo quando dicono a Gesù: “Tua madre e i tuoi fratelli sono fuori che ti cercano”, Gesù dice: “Chi è mia madre, chi sono i miei fratelli? Chi ascolta e fa la Parola”. Maria è sua madre perché ascolta la Parola e fa la Parola. E a una donna gli dice: beato il ventre che ti ha portato e il seno che ti ha allattato, Gesù dice: beati piuttosto quelli che ascoltano e fanno la Parola. Quindi Maria è sempre presentata come il prototipo di chi ascolta e attraverso l’ascolto fa ciò che ascolta.
3 Fra l’altro, oltre a vivere spiritualmente bene quanto Cristo dice “A ogni giorno basta la sua pena”, il vivere il presente è pure questione di sanità mentale. Invece, viviamo pensando al futuro, in ansia, sospesi nel vuoto dell’incertezza, e al passato, annegati nel rimpianto e nella frustrazione.
4 Olivier Clément. La mère de Dieu, un éclairage orthodoxe”,in Jean Comby (ed), Théologie, histoire et piété mariale. Actes du colloque de la faculté de théologie de Lyon, 1-3 octobre 1996, Lyon, Profac (1997), 209-221.



Lettura Patristica
Bernardo di Chiaravalle,
Oratio IV de B.M.V., 8 s.
 
Hai sentito [o Maria] che concepirai e partorirai un figlio; hai sentito che ciò avverrà senza concorso di uomo, bensì per opera dello Spirito Santo. L’angelo aspetta la risposta: è ormai tempo che a Dio faccia ritorno colui che egli ha inviato.


Anche noi aspettiamo, o Signora, la parola di misericordia, noi cui pesa miserevolmente la sentenza di condanna.

Ecco che ti si offre il prezzo della nostra salvezza; se acconsenti, saremo liberati sul momento.

Nel Verbo eterno di Dio tutti siamo stati creati, ed ecco che moriamo; nella tua breve risposta siamo destinati ad essere ricreati, sì da esser richiamati alla vita. È ciò che ti chiede supplichevole, o pia Vergine, il fedele Adamo, esule dal paradiso con la sua progenie; è ciò che ti chiedono Abramo e David. Lo sollecitano del pari gli altri santi Padri, o meglio i tuoi padri, che pure popolano la regione dell’ombra di morte. Lo attende tutto il mondo, prostrato ai tuoi ginocchi. E non a torto, dal momento che dalla tua bocca dipende la consolazione dei miseri, il riscatto degli schiavi, la liberazione dei condannati, e per finire, la salvezza di tutti i figli di Adamo, di tutta la tua stirpe.

Da’ in fretta, o Vergine, la tua risposta. Pronuncia, o Signora, la parola che la terra, gli inferi e i cieli aspettano.


Lo stesso Re e Signore di tutti, tanto desidera il tuo cenno di risposta, quanto ha bramato il tuo splendore: risposta in cui, certamente, ha stabilito di salvare il mondo. E a chi piacesti nel silenzio, ora maggiormente piacerai per la parola, quando ti chiamerà dal cielo: «O bella tra tutte le donne, fammi udire la tua voce!».


Se tu dunque gli fai sentire la tua voce, egli ti farà vedere la nostra salvezza.

Non è forse questo che chiedevi, che gemevi, che giorno e notte, pregando, sospiravi? Che dunque? Sei tu colei cui tutto questo è stato promesso, o dobbiamo aspettarne un’altra? Sì, sei proprio tu, e non un’altra. Tu, voglio dire, la promessa, tu la attesa, tu la desiderata, dalla quale il santo padre tuo Giacobbe, già vicino a morire, sperava la vita eterna, quando diceva: "Aspetterò la tua salvezza, o Signore" (Gn 49,18). Colei, nella quale e per la quale, finalmente, lo stesso Dio e nostro Re dispose prima dei secoli di operare la nostra salvezza.


Speri forse da un’altra ciò che è offerto a te? Aspetti attraverso un’altra ciò che tosto verrà operato per tuo tramite, purché tu esprima l’assenso, pronunci la tua risposta?
      
Rispondi perciò al più presto all’angelo, o meglio al Signore tramite l’angelo.

Pronuncia la parola, e accogli la Parola; proferisci la tua, e concepirai la divina; emetti la transeunte, e abbraccia l’eterna!
      
Perché indugi? Perché trepidi? Credi, confida, e accetta!
 
L’umiltà assuma l’audacia e fiducia la verecondia. Mai come ora si conviene che la verginale semplicità dimentichi la prudenza.
Solo in questo caso non temere, o Vergine prudente, la presunzione; infatti, anche se è gradita la verecondia nel silenzio, è ora tuttavia più necessaria la pietà nella parola.
 
Apri, o Vergine beata, il cuore alla fede, le labbra alla confessione, il grembo al Creatore.
 
Ecco, il desiderato di tutte le genti è fuori e bussa alla porta. O se, per il tuo indugiare, dovesse egli passare oltre; dolente, tu cominceresti di nuovo a cercare colui che la tua anima ama!
      
Alzati, corri, apri. Alzati per fede; corri per devozione; apri per confessione.
"Eccomi", rispose, "sono la serva del Signore, avvenga di me secondo la tua parola" (Lc 1,38).


venerdì 12 dicembre 2014

La Domenica della Gioia.

Rito Romano
3ª Domenica di Avvento - Anno B - 14 dicembre 2014 – Domenica GAUDETE
Is 61,1-2.10-11; Sal Lc 1; 1Ts 5,16-24; Gv 1,6-8.19-28

Rito Ambrosiano
5ª Domenica di Avvento – Il Precursore
Is 11,1-10; Sal 97; Eb 7,14-17. 22. 25; Gv 1,19-27a. 15c. 27b-28


1) La gioia per il Natale vicino.
Il Natale di Gesù ha un fascino particolare per tutti e nel mondo intero. Ho visto scritto: “Noel, Christmas, Navidad, Natale” anche in Paesi e Città, dove i cristiani sono una piccola minoranza. Forse è un pretesto per far crescere i consumi, tuttavia, un fascino, una nostalgia di pace e gioia è rimasta. E’ come se, ricordando la nascita di Gesù, il Dio tra noi, si entrasse in una vita di speranza, quasi presagendo che il canto degli Angeli sulla capanna di Betlemme :“Pace in terra agli uomini che Egli ama” possa davvero far rifiorire la speranza, in questo nostro tempo che ha davvero bisogno di nutrirsi di consolazione, di sicurezza, di gioia vera, profonda, ritrovata.
Nella prossimità del Natale, la Chiesa oggi ci fa pregustare la grande gioia che Dio ci ha donato con Gesù. Nella lettera ai Tessalonicesi (seconda lettura del Rito romano), l’Apostolo Paolo ci invita a ritornare ad essere fratelli e sorelle sempre lieti, a pregare ininterrottamente, ed rendere grazie in ogni cosa, perché questa è la volontà di Dio nei nostri confronto e continua con l’augurio: “Il Dio della pace vi santifichi interamente e tutta la vostra persona, spirito, anima e corpo si conservi irreprensibile per la venuta del Signore nostro Gesù Cristo. Degno di fede è colui che vi chiama: egli farà tutto questo” (1 Ts 5,16-24).
Certo, c’è il rischio che si cerchi di soffocare il bisogno della gioia di Cristo e del suo Natale. E purtroppo questo rischio è diventato una realtà, che ha trasformato tutto in rumoroso e fuggente momento di allegria superficiale, che lascia poi il vuoto del cuore. E’ un rischio grande ed è difficile sfuggirvi, perché forte è l’attrattiva della ‘moda’.
Per contrastare questa moda sarebbe sufficiente farsi riempire il cuore dai sentimenti del profeta Isaia, che così esprimeva la sua gioia: “Lo spirito del Signore è sopra di me, perché il Signore mi ha consacrato con l'unzione, mi ha mandato a portare il lieto annunzio ai poveri, a fasciare le pieghe dei cuori spezzati, a proclamare la liberazione degli schiavi, a proclamare l’anno di misericordia del Signore. Io gioisco pienamente nel Signore: la mia anima esulta nel mio Dio, perché mi ha rivestito delle vesti della salvezza, mi ha avvolto con il manto della giustizia, come uno sposo che si cinge il diadema e come una sposa che si adorna di gioielli” (Is 61, 1-11 – prima lettura del Rito romano).
Sono davvero parole di profonda gioia quelle di Isaia che al solo pensiero di vedere vicino Dio che viene esclama: “Io gioisco pienamente nel Signore”. La gioia cristiana nasce non da una semplice emozione, ma da un incontro. Un incontro che ha trasformato la nostra vita.

2) L’incontro con il Testimone e Precursore.
Questo incontro può e deve riaccadere ancora e in modo particolare nel vicino Natale. Giovanni Battista, il Testimone ed il Precursore, ci può aiutare con l’esempio e con l’intercessione per rinnovare questo incontro.
“Giovanni precedette il Cristo sia nel nascere che nell’annunciarlo, ma lo precedette come un umile servo obbediente senza mettersi al di sopra di lui” (S. Agostino d’Ippona, Sermone 66,19). Lui è la voce della Parola di gioia, è fiaccola che indica la Luce dell’amore, è il Testimone di Gesù, battezza in attesa del Suo Battesimo, è totalmente legato a Lui. Senza Gesù, il Battista non può vivere, perché senza Cristo la sua vita non avrebbe senso, cioè né significato né scopo.
Giovanni venne come testimone, mandato da Dio per rendere testimonianza alla Luce. Non rende testimonianza alla grandezza, alla maestà, alla potenza di Dio, ma alla Luce dell’Amore, alla luce di una Presenza.
Giovanni testimonia che il mondo si regge su un principio di luce, per cui vale molto di più accendere una lampada che maledire mille volte la notte.
Anche noi, pur nella nostra fragilità e piccolezza, siamo chiamati a testimoniare che la storia è una via della Croce che diventa via della Luce, quando abbiamo la forza di fissare lo sguardo sulla luce nascente di Cristo bambino. All’apparenza Cristo, che tra pochi giorni contempleremo nella culla di Betlemme, è piccolo, fragile e indifeso, eppure è vincente, e dalla Città del Pane (=Betlemme) muoverà i primi passi della bontà e della giustizia che realizzerà nella Città della Pace (=Gerusalemme).
Ad ognuno di noi è affidato il ministero profetico del Battista, quello di essere annunciatore non del degrado, dello sfascio, del peccato, che pure assediano il mondo, ma della luce che rischiara il mondo e lo salva. Dobbiamo essere –come San Giovanni- testimoni di speranza e di futuro, di un Dio che è Luce, di un Dio innamorato e così vicino che sta in mezzo a noi, guaritore della vita nostra e di tutti i fratelli e sorelle in umanità.
Testimoni perché abbiamo chiesto che ci copra col suo manto e faccia germogliare una primavera di giustizia, una primavera che senza di lui è impossibile.
Con l’intercessione di San Giovanni potremmo imitare lui che è immagine dell’uomo autentico, che conosce i propri limiti ed è aperto alla novità dell’incontro. Come il Precursore dobbiamo essere consapevoli di essere carne, ma vivere di quel desiderio di Dio impresso in lui dalla Parola creatrice e dalla promessa fatta ad Israele. Saremo discepoli salvati dal Redentore, perché come lui (San Giovanni) cerchiamo, incontriamo, riconosciamo, accogliamo Gesù come il Figlio di Dio, testimoniandolo agli altri dicendo “Ecco l’Agnello di Dio”. Siamo anche noi povera voce di una Parola, che crea ed eleva con dolcezza. “Allora il Signore farà dono della sua dolcezza e la nostra terra darà il suo frutto” (S. Agostino, En. in Psalmos, 84,15).
3) Il Testimone di una Presenza.
Il Vangelo dice di Giovanni: “E venne un uomo mandato da Dio” (Gv 1,6). Anche ciascuno di noi è una persona mandata da Dio, chiamata ad essere testimone di luce.
La forza di Giovanni è di non splendere per se stesso, ma di spendere la sua vita perché la luce si veda. E Dio è luce, che illumina anche le tenebre più fitte. Giovanni grida per annunciare il Vangelo, e lo indica additando Cristo Gesù. Non attira l’attenzione su di sé, secondo un protagonismo così prepotente e normale. La sua voce rimanda e indica qualcuno che è già “in mezzo a voi” (Gv 1, 26), “uno che viene dopo di me, al quale io non sono degno di sciogliere il legaccio dei sandali” (Gv 1, 27).
La grandezza di Giovanni è di aver saputo riconoscere Dio in Gesù e quindi ha indicato il Dio presente in mezzo all’umanità.
Il Battista non attira l’attenzione su un Messia assente che verrà, bensì su un Messia già in mezzo a noi e che noi non conosciamo: “In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete” (Gv 1,26). Giovanni è il testimone di un Dio già qui. La sua presenza è già fra noi, ma è da scoprire e non tutti la vedono, e perciò occorre un profeta che la additi.
Ora tocca a noi personalmente e come comunità cristiana imitare il Battista nell’additare al mondo un Cristo già presente nel mondo.
Un modo particolare per additare Cristo è quello delle Vergini consacrate nel mondo. L’offerta totale di loro stesse a Cristo Sposo indica che Lui merita tutto. Essere vigilanti nella preghiera indica che l'avvento è aspettare l’Amato stringendosi a Lui che è già presente nel loro cuore che Gli hanno affidato completamente in totale abbandono, amorosa fiducia e letizia. In questo mondo loro, e noi con loro, sperimentiamo che “quando il Signore ci invita a diventare santi, non ci chiama a qualcosa di pesante, di triste. È l’invito a condividere la sua gioia, a vivere e a offrire con gioia ogni momento della nostra vita, facendolo diventare allo stesso tempo un dono d’amore per le persone che ci stanno accanto” (Papa Francesco, Catechesi in occasione dell’Udienza Generale, 19 novembre 2014).
Noi, persone così comuni, siamo chiamati a fare conoscere a tanti colui che sta in mezzo a noi. Deboli, siamo forti. Tristi, siamo lieti. Perché il Signore viene, fa germogliare la terra, la rende di nuovo un giardino, dove libertà, fraternità e misericordia non solo sono annunciate, ma praticate, vissute, vissute insieme.


Lettura Patristica
Sant'Agostino d’Ippona, vescovo
Sermo, 293, 3 s.

Giovanni è la voce, ma il Signore " da principio era il Verbo " (Gv 1,1). Giovanni una voce per un tempo, Cristo il Verbo fin dal principio, eterno. Porta via l'idea, che vale più una parola? Se non si capisce niente, la parola diventa inutile strepito. La parola senza un'idea batte l'aria, non alimenta il cuore. E anche mentre alimentiamo il cuore, guardiamo l'ordine delle cose. Se penso a ciò che devo dire, c'è già l'idea nel mio cuore; ma se voglio parlare con te, mi metto a pensare se sia anche nel tuo cuore, ciò che è già nel mio. Mentre cerco come possa giungere a te e fissarsi nel tuo cuore l'idea che è già nel mio, formo la parola e, ormata la parola, parlo a te: il suono della parola porta a te l'intelligenza dell'idea; è il suono che passa da me a te, l'idea invece, che ti è stata portata dalla parola, è già nel tuo cuore e non se n'è andata dal mio. Il suono, dunque, portata l'idea in te, non ti par che ti dica: " Bisogna che lui cresca e che io venga diminuito?" Il suono della parola fece il suo ufficio e scomparve, come se dicesse: " Questa mia gioia è completa " (Gv 3,30). Afferriamo l'idea, assimiliamo l'idea per non perderla più. Vuoi vedere la parola che passa e la divinità permanente del Verbo? Dov'è ora il Battesimo di Giovanni? Fece il suo ufficio e passò. Il Battesimo di Cristo ora è in voga. Crediamo tutti in Cristo, speriamo d'essere salvi in lui: questo disse la parola. Ma poiché è difficile distinguere tra parola e idea, lo stesso Giovanni fu creduto Cristo. La parola fu ritenuta idea, ma la parola si dichiarò parola, per non ledere l'idea. " Non sono ", disse, " Cristo, né Elia, né profeta ". Gli fu risposto: " Chi sei, dunque, tu? Io sono ", disse, " voce di colui che grida nel deserto: Preparate la via del Signore " (Gv 1,20-23). " Voce di uno che grida nel deserto ": voce di uno che rompe il silenzio. " Preparate la via del Signore ": come se volesse dire: Io vado rimbombando per introdurlo nei cuori, ma non troverò un cuore nel quale egli si degni di entrare, se non preparate la via. Che vuol dire: " Preparate la via ", se non supplicate convenientemente? che cosa, se non pensate umilmente? Prendete da lui esempio d'umiltà. Viene ritenuto il Cristo, dichiara di non essere ciò che è ritenuto, né si avvantaggia per il suo prestigio dell'errore altrui. Se dicesse: Io sono il Cristo, quanto facilmente sarebbe creduto, se, prima ancora che lo dicesse, già lo era ritenuto! Non lo disse Si ridimensionò, si distinse, si umiliò. Capì dove era la sua salvezza: capì che egli era una lucerna ed ebbe paura di essere spento dal vento della superbia...
Gli occhi deboli hanno paura della luce del giorno, ma possono sopportare quella di una lucerna. Perciò la luce del giorno mandò innanzi la lucerna. Ma mandò la lucerna nel cuore dei fedeli, per confondere i cuori degli infedeli. " Ho preparato ", dice, " la lucerna al mio Cristo ": Giovanni araldo del Salvatore, precursore del giudice che deve venire, l'amico dello sposo.

dagli scritti di Guerric d'Igny (Sermo V, de Adventu, 1)

" Preparate la via del Signore " (Is 40,3; Mc 1,3). La via del Signore che ci si ordina di preparare, o fratelli, camminando la si prepara, preparandola, si cammina. E quand'anche aveste molto progredito in essa, vi resta sempre nondimeno da prepararla perché, dal punto in cui siete arrivati possiate avanzare, protesi verso ciò che sta oltre. Così, risultando in ogni singolo stadio preparata la via per il suo avvento, il Signore vi verrà incontro sempre nuovo, in qualche modo, e più grande di prima. E' quindi con ragione che il giusto elevava questa preghiera: " Indicami, o Signore, la via dei tuoi precetti e la seguirò sino alla fine " (Sal 118,33). E forse è stata definita " vita eterna " perché, pur avendo la Provvidenza previsto per ciascuno una via e fissato ad essa un termine, nondimeno non si dà alcun termine alla natura della bontà verso cui si tende. Per cui, il saggio e solerte viaggiatore, quando sarà giunto alla meta, non farà che ricominciare, poiché dimenticando ciò che si lascia alle spalle (cf. Fil 3,13), dirà a se stesso ogni giorno: " Comincio adesso " (Sal 76,11). Si lancia come un gigante che nulla teme per percorrere la via dei comandamenti di Dio; da autentico Idutun (cf. 1Cr 16,42), egli supera facilmente nell'ardore della sua corsa i pigri che si fermano per via. E pur se arrivato all'ultima ora del giorno, egli ha attinto la perfezione in poco tempo, percorrendo peraltro un lungo cammino (cf. Sap 4,13); fattosi svelto, da ultimo che era, fu tra i primi ad essere coronato.

Dal Commento a Giovanni di sant'Agostino, vescovo (Comment. in Ioan., 4, 1)

Spesso avete sentito dire, e ne siete quindi perfettamente a conoscenza, che Giovanni Battista quanto più eccelleva tra i nati di donna, e quanto più era umile di fronte al Signore, tanto più meritò d'essere l'amico dello Sposo. Fu pieno di zelo per lo Sposo, non per sé; non cercò la gloria sua ma quella del suo giudice, che egli precedeva come un araldo.
Così, mentre gli antichi profeti avevano avuto il privilegio di preannunciare gli avvenimenti futuri riguardanti il Cristo, a Giovanni toccò il privilegio di indicarlo direttamente. Infatti, come Cristo era sconosciuto a quelli che non avevano creduto ai profeti prima ch'egli venisse, così era sconosciuto a quelli in mezzo ai quali, venuto, era presente. Perché la prima volta egli è venuto in umiltà, e nascostamente; e tanto più nascosto quanto più umile.
Ma i popoli, disprezzando nella loro superbia l'umiltà di Dio, crocifissero il loro Salvatore e ne fecero, così, il loro giudice.

venerdì 5 dicembre 2014

L’Avvento: preparazione all’incontro con la gioia.

Rito Romano
2ª Domenica di Avvento - Anno B - 7 dicembre 2014
Is 40,1-5.9-11; Sal 84; 2Pt 3,8-14; Mc 1,1-8

Rito Ambrosiano
4ª Domenica di Avvento – L’ingresso del Messia.
Is 16,1-5; Sal 149; 1Ts 3,11-4,2; Mc 11,1-11

1) Giovanni, il Battista che indica una persona quale bella, lieta e buona notizia.
La Liturgia della Parola di questa seconda Domenica di Avvento ci propone la figura di Giovanni il Battista, perché fu l’uomo inviato da Dio a preparare la strada all’imminente venuta di Gesù e indicarlo come Agnello di Dio, che perdona con amore infinito. Per poter imparare da questo Giovanni, risponderò brevemente a tre domande su di lui: “Dove è andato, che cosa ha detto e fatto per compiere la sua missione?”.
E’ andato nel deserto. Il che per noi oggi significa andare nel “deserto” del nostro cuore e pregare mettendosi in ascolto di Dio, che porta l’anima amata nel deserto e parla al suo cuore (cfr Osea 2). Il Precursore di Cristo, “la voce di colui che grida nel deserto”, predica nel deserto dell’anima che ha sete di significato e di amore e di pace.
Ha detto “convertitevi”, proclamando un battesimo di conversione per il perdono dei peccati, che ci viene donato quando, pentiti, lo domandiamo.
Ha fatto questa attività: ha amministrato il battesimo di conversione, dove conversione significa
  • Inversione, un tornare indietro, un ritorno al precedente rapporto con Dio (quello prima del peccato), prendere la strada del ritorno e a casa come ha fatto il Figlio prodigo.
  • Raddrizzamento della via del cuore, che il perdono purifica e riapre all’Amore.
Non si tratta di una via fisica, ma della via del cuore. La strada del cuore ha due entrate: la vista e l’udito. Più puro è lo sguardo e più facilmente Gesù, che è Luce da Luce, entra in ciascuno di noi. Più l’orecchio è teso all’ascolto e più è facile udire la “Voce di colui che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri” (Is 40,3). Prima è questa voce che giunge alle orecchie del cuore; poi, dopo la voce, o meglio insieme con la voce, è la parola che penetra nel cuore attraverso l’udito.
Ma con la nascita di Gesù, la Parola di Dio non solo può essere ascoltata, ma può essere vista (cfr G. d’Igny), come la videro i pastori e i Re Magi nella grotta di Betlemme, i penitenti sulle rive del fiume Giordano, e come possiamo vederla oggi nella vita di comunione fraterna dei credenti in Cristo.


2) Tutta la vita è un Avvento.
Come ho sopra scritto, in questa seconda domenica di Avvento, la liturgia della Parola ci propone la figura del Precursore Giovanni Battista, imitando questo profeta del Fuoco.
Imitiamo Giovanni il Battista vivendo come Avvento, come attesa, la vita intera e non solo il periodo che precede il Natale. Infatti il Precursore visse la sua vita come testimone dell’Avvento (cfr S. Giovanni Crisostomo, Omelia 37, 1-2 in Mt., PG 57, 419-421), come preparazione all’incontro con Dio e, quando Gesù arrivò da lui, Lo indicò agli altri come buona Notizia. Sì, perché il Vangelo, la Buona Notizia è Gesù stesso, come la terza lettura di questa domenica ci richiama: “Inizio del Vangelo1, che è Gesù: il Cristo, il Figlio di Dio” (Mc 1,1). L’Evangelista San Marco inizia così il suo racconto per ricordarci che la buona notizia è Cristo: Lui è il centro della nostra vita ed aspetta solamente che ciascuno di noi gli apra la porta e l’inizio della vita vera accade, comincia anche per noi.
La cosa più drammatica è che da soli impariamo solo che dobbiamo morire. La buona notizia è Cristo – Vita, che vince la morte e il cui Amore divino ci permette di vivere l’amore umano per sempre e santamente, cioè veramente.
Il Vangelo è Dio che viene portando amore, e tutto ciò che è “non-amore” è “non-Dio”, è “non-vita” e, quindi, morte. Dio viene, parla al cuore umano. Insegna ciò ai suoi profeti: “parlate al cuore di Gerusalemme, ditele che è finita la notte” (Isaia), ma rivela pure che Gesù è “il più forte”, proprio perché è l’unico che parla al cuore teneramente, potentemente e dissetando l’umana sete di giustizia (cfr. Malachia 3,1ss) e di libertà (cfr. Is 40,1-11), di vita.
Ma come possiamo riconoscere Cristo quando Lui viene?
La figura di Giovanni è un esempio privilegiato di come incontrare Dio, di come riconoscere Gesù Cristo, il Salvatore, l’Agnello che toglie i peccati del mondo, indicandolo come Colui che perdona il nostro male e ci dona il senso vero della vita e della morte.
Contempliamo dunque brevemente la figura di Giovanni il Battista, figlio della vecchiaia e del miracolo. Lui fu consacrato prima della nascita dalla visita di Maria, che portava Gesù nel suo grembo. Poi, alla nascita fu consacrato Nazireo, cioè puro. Crescendo non si rase mai i capelli, non bevve mai vino, né toccò donna: non conobbe altro amore al di fuori di quello di Dio. Ancor giovane uscì dalla casa dei suoi genitori e si nascose nel deserto. Là visse per molti anni solo, senza casa, senza tenda, senza nulla al di là di quello che aveva addosso: una pelle di cammello, un cintura di cuoio. Inoltre aveva la barba e i capelli lunghi, gli occhi trafiggenti, la voce forte, il corpo bruciato dal sole del deserto e l’anima bruciata, ardente del desiderio del Regno e fu capace di annunciare il Fuoco dell’Amore.. Questo magnetico “selvaggio” appariva a chi andava da lui come l’ultima speranza di un popolo smarrito.
Contemplando questa grande figura, questa forza nella passione, viene spontaneo chiedersi da dove nasce questa vita, questa interiorità così forte, così retta, così coerente, spesa in modo così totale per Dio e per preparare la strada a Gesù? La risposta è semplice: dal rapporto con Dio, dalla preghiera, che è il filo conduttore di tutta la sua esistenza.
L’annuncio della nascita di Giovanni il Battista avvenne nel luogo della preghiera, nel Tempio di Gerusalemme, anzi avvenne quando Zaccaria, suo futuro padre, era nel luogo più sacro del Tempio, il Sancta Sanctorum, per fare l’offerta dell’incenso al Signore.
Anche la nascita del Battista fu segnata dalla preghiera: il canto di gioia, di lode e di ringraziamento che Zaccaria elevò al Signor: il “Benedictus”. Questo canto uscì dalla bocca e dal cuore di Zaccaria, e la Chiesa lo fa recitare ogni mattina nelle Lodi, per esaltare l’azione di Dio nella storia e indicare la missione del figlio Giovanni: precedere (per questo è chiamato anche il Precursore) il Figlio di Dio fattosi carne per preparargli le strade, per preparare il cuore del popolo all’incontro con il Signore.
L’esistenza intera del Precursore di Gesù fu nutrita dal rapporto con Dio, in particolare il periodo passato in zone deserte. E ciò perché, se è vero che il deserto è il luogo della tentazione, è anche vero che esso è il luogo in cui l’uomo sente la propria povertà di essere privo di appoggi e sicurezze materiali, e comprende come l’unico punto di riferimento solido rimane Dio stesso.
Giovanni Battista non fu solo uomo di preghiera, del contatto permanente con Dio, ma anche una guida alla preghiera e quindi al recupero del rapporto con Dio, predicando la conversione e indicando con la voce e con l’indice della mano: “Ecco l’Agnello di Dio, che toglie i peccati del mondo”. Fu guida pure alla preghiera nella vita quotidiana se i discepoli di Gesù gli chiesero: “Signore insegnaci a pregare, come Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli” (cfr Lc 11,1), e il Figlio di Dio insegnò il “Padre Nostro”.
Pregare non è tempo sprecato o rubato all’azione. La preghiera è l’anima di ogni nostro agire come lo fu per Giovanni il Battista. La preghiera è lavoro, perché come il lavoro umano, anzi molto di più, trasforma la persone e le cose. “La preghiera è uno scambio di vita: Dio si fa uomo e prende sopra di sé la nostra povertà, ma noi prendiamo di Lui tutto quello che egli è” (Divo Barsotti). Dio è Amore. Dio è Parola. Lui per primo rivolge all’uomo una parola d’amore e noi possiamo “imparare il cuore di Dio nella Parola di Dio” (San Gregorio Magno).
Sull’esempio delle Vergini consacrate che il giorno della loro consacrazione hanno ricevuto il breviario, per pregare con esso tutti i giorno e lungo tutto il giorno, prendiamo la Parola per rivolgerci a Dio, è una Parola carica di tutto ciò che siamo, diventata carne in noi.
Queste persone consacrate dedicandosi quotidianamente la lettura della Parola ne fanno il terreno nutriente della preghiera. Facciamo altrettanto.
Queste vergini consacrate mettendosi all’ascolto quotidiano della Parola, abitano nella Parola, come vere discepole. Almeno nel periodo di Avvento, dedichiamo anche noi un po’ di tempo all’ascolto della Parola, che così prenderà carne in noi.
Impariamo da queste persone come imitare Giovanni il Battista: con l’umiltà. Come il Precursore mise in pratica le sua parole: “Occorre che Cristo cresca e io diminuisca”, le consacrate fanno umilmente lo stesso, indicano con la vita il loro Sposo e si fanno piccole per Lui.
Impariamo da questa donne consacrate a vivere da persone piccole, cioè umili, la festa dell’Immacolata, che si celebra domani, 8 dicembre. Il cuore immacolato di Maria è sintonizzato con la misericordia di Dio, che ci conosce tutti personalmente per nome, ad uno ad uno, e ci chiama a risplendere della sua luce. E quelli che agli occhi del mondo sono i primi, per Dio sono gli ultimi; quelli che sono piccoli, per Dio sono grandi come la Madonna.
Sull’esempio di Maria e per sua intercessione “puliamo” il nostro cuore da tutto ciò che non è perfetto e lasciamolo libero per il Cristo che scende fra noi come un “bambino”.

1 Nel I secolo la parola vangelo (dal greco euangelion, buona notizia) non indicava ancora il genere letterario di cui l'opera di Marco è forse il primo esempio che sarà seguito dai Vangeli di Matteo, Luca e Giovanni, ma l'annuncio degli apostoli e poi della comunità cristiana su Gesù, esso è fonte di gioia in quanto annuncia la salvezza. La specificazione di Gesù può riferirsi sia al soggetto sia all’oggetto di tale annuncio.

 
 
Lettura Patristica
Origene, sacerdote
In Evang. Luc., 21, 2, 2-7)
Il Verbo di Dio accolto dal cuore umano

Un tempo " la parola di Dio veniva rivolta a Geremia, figlio di Elchia, membro della famiglia sacerdotale " (Ger 1,1), all'epoca di questo o di quell'altro re di Giuda; mentre ora «a Giovanni figlio di Zaccaria che si rivolge la parola di Dio», quella parola che non era mai stata rivolta ai profeti «nel deserto». Ma siccome «i figli della donna abbandonata» avrebbero dovuto abbracciare la fede «in numero maggiore dei figli della donna sposata» (cf. Gal 4,27; Is 54,1), è per questa ragione che «la parola di Dio fu rivolta a Giovanni, figlio di Zaccaria, nel deserto».
Osserva nello stesso tempo che il significato è più forte se si intende «deserto» nel senso spirituale, e non in quello letterale puro e semplice. Infatti colui che predica «nel deserto» spreca la sua voce invano, in quanto non c'è nessuno che lo sente parlare. Il precursore di Cristo, " la voce di colui che grida nel deserto ", predica dunque nel deserto dell'anima che non ha pace. E non solo allora, ma anche oggi " è una lampada ardente e brillante " (Gv 5,35), che viene per prima " e annunzia il battesimo della penitenza per la remissione dei peccati ". Poi viene " la luce vera " (Gv 1,9), quando la lampada stessa dice: " è necessario che egli cresca e io diminuisca " (Gv 3,30). La parola di Dio è proferita dunque " nel deserto, e si diffonde in tutta la regione circostante il Giordano ". Quali altri luoghi avrebbe dovuto infatti percorrere il Battista, se non i dintorni del Giordano, per spingere al lavacro dell'acqua tutti coloro che volevano fare penitenza?...
Troviamo nel profeta Isaia il passo dell'Antico Testamento or ora citato: " Voce di colui che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri " (Is 40,3). Il Signore vuol trovare in voi una strada per poter entrare nelle vostre anime e compiere il suo viaggio: preparate dunque per lui la strada di cui sta scritto: «raddrizzate i suoi sentieri». «Voce di colui che grida nel deserto». C'è dunque una voce che grida: " Preparate la via ". Dapprima infatti è la voce che giunge alle orecchie; poi, dopo la voce, o meglio insieme con la voce, è la parola che penetra nell'udito. E' in questo senso che Giovanni ha annunziato il Cristo.
Vediamo dunque ciò che annunzia la voce a proposito della parola. Essa dice: «Preparate la via al Signore». Quale strada dobbiamo noi preparare al Signore? Si tratta di una strada materiale? La parola di Dio può forse seguire una simile strada? O non bisogna invece preparare al Signore una via interiore, e disporre nel nostro cuore delle strade dritte e spianate? E' attraverso questa via che è entrato il Verbo di Dio, che prende il suo posto nel cuore umano capace di accoglierlo.
Grande è il cuore dell'uomo, spazioso, capace, sempre che sia puro. Vuoi conoscere la sua grandezza e la sua ampiezza? Osserva l'estensione delle conoscenze divine che esso contiene. E' esso che dice: "Egli mi ha dato una vera conoscenza di ciò che è; egli mi ha fatto conoscere la struttura del mondo, le proprietà degli elementi, l'inizio, la fine e lo svolgersi dei tempi, il cambiamento delle stagioni, la successione dei mesi, il ciclo degli anni, la posizione degli astri, la natura degli animali, la furia delle belve, la violenza degli spiriti e i pensieri degli uomini, le varietà degli alberi e la potenza delle radici" (Sap 7,17-20). Vedi dunque che non è affatto piccolo il cuore dell'uomo che abbraccia tutte queste cose. Devi intendere questa grandezza, non secondo le sue dimensioni fisiche, ma secondo la potenza del suo pensiero, che è capace di abbracciare la conoscenza di tante verità.
Ma per portare gli uomini semplici a riconoscere la grandezza del cuore umano, prenderò qualche esempio dalla vita di tutti i giorni. Per quanto numerose siano le città che abbiamo visitato, noi le conserviamo tutte nel nostro spirito; le loro caratteristiche, la posizione delle piazze, delle mura, degli edifici restano nel nostro cuore. Conserviamo la strada che abbiamo percorso, disegnata e tracciata nella nostra memoria; serbiamo, chiuso nel nostro silenzioso pensiero, il mare che abbiamo attraversato. Come vi ho detto, non è piccolo il cuore dell'uomo se può contenere tanto. E se non è piccolo, dato che contiene tante cose, si può benissimo in esso preparare il cammino del Signore, e tracciare un dritto sentiero in modo che il Verbo e la Sapienza di Dio possano entrarvi.
Preparate una strada al Signore osservando una condotta onesta, spianate i sentieri con opere degne, in modo che il Verbo di Dio cammini in voi senza incontrare ostacoli e vi dia la conoscenza dei suoi misteri e del suo avvento, egli " cui appartengono la gloria e la potenza nei secoli dei secoli. Amen " (1Pt 4,11).