sabato 8 marzo 2014

Quaresima: esodo di libertà dalla fame di possedere la vita, le persone e Dio.

Rito RomanoI Domenica di QuaresimaAnno A9 marzo 2014
Gn 2, 7-9; 3, 1-7; Sal 50; Rm 5, 12-19; Mt 4, 1-11

Rito AmbrosianoI Domenica di Quaresima
Is 58, 4b-12b; Sal 102; 2Cor 5, 18-6,2; Mt 4, 1-11


1)Quaresima: 40 giorni di esodo1 per andare verso la Terra promessa.
Il modo più sicuro di partecipare alla Quaresima è, come suggerisce la liturgia di oggi, prima Domenica di Quaresima, di ricordare e rivivere quello che furono per Lui i 40 giorni di digiuno e preghiera passati nel deserto e che si conclusero con il superamento di tre prove.
Nel racconto che Gesù stesso fece ai suoi discepoli, le tre tentazioni, che ricapitolano questo tempo di prova, lasciano abbastanza chiaramente capire che, in un combattimento che prefigurava la sua agonia, Lui scelse lamore del Padre e la carità per noi e iniziò a bere il calice della Nuova Alleanza, che sarebbe stata sigillata con la sua offerta sulla Croce.
Questo amore offerto è rifiutato ci è presentato già nella prima lettura, presa dal libro della Genesi, ci mostra che l'uomo è polvere plasmata dallemani creativedi Dio e animata dal Suo soffio di vita e di carità. Poche righe dopo, sempre il libro della Genesi illumina il dramma delle scelte sbagliate di fronte al bene e al male, un male che nasce nel cuore dell'uomo, dalle sue scelte, dai suoi rifiuti, dal suo ostinarsi a seguire i propri criteri, anziché i criteri di Dio. Ci viene chiesto di riflettere sulla gravità del rifiuto di inserirsi nel disegno di Dio, pretendendo un'autonomia assoluta nel decidere ciò che è bene e ciò che male. E' la pretesa di essere alla pari di Dio, di essere Dio a noi stessi e agli altri.
Poi, nella seconda lettura, ricavata dalla Lettera ai Romani, vediamo che San Paolo si riferisce al racconto della Genesi e mette a confronto il comportamento di Adamo e quello di Cristo e i risultati del loro agire. La ribellione e la disobbedienza del primo hanno causato la separazione da Dio e la morte di tutti gli uomini, l'obbedienza perfetta di Cristo, invece, ha ottenuto a tutti la pienezza della grazia e della vita. Adamo ed Eva sperimentano che la propria presunzione li ha allontanati tra loro, dal creato e da Dio. Gesù, invece, ricuce questo strappo e annulla questa distanza.
Infine, la pagina del Vangelo di Matteo che ci è offerta oggi come terza lettura, ripropone la stessa tentazione di Adamo ed Eva, ma mostra come Gesù ne esce vittorioso e ci indica le vie per realizzare un'esistenza fedele a Dio, una vita libera dal male profondo che ci minaccia.
Il diavolo mette in dubbio la figliolanza divina di Gesù (Se sei Figlio di Dio …”) che era stata affermata al momento del battesimo sulle rive del fiume Giordano. In effetti, la tentazione non riguarda il pane, le cose, perché quelle son quel che sono, ma come vivere la nostra relazione con le cose, con le persone, con Dio. La possiamo vivere da figli di Dio, come Gesù, oppure rifiutare la paternità amorosa di Dio che offre un rapporto stabile, vivo e vivificante con Lui.
Dio offre unalleanza tra due libertà: la sua, che è iniziativa damore infinito, e la nostra, che è chiamata a fiorire e vivere della e per la libertà amorosa di Dio.
Se con la grazia superiamo la tentazione, Dio dilata il nostro cuore, che può così avere in dono Lui, che è l'Amore, e ci dona di bene operare per rendere tutta la vita una lode a Lui.

2) Fame e deserto.
Un dato non secondario è che il Vangelo di oggi ci dice che Gesù è tentato da Satana dopo quaranta giorni e notti di digiuno e, quindi, Gesù ha fame.
Ma non si tratta solo di una fame corporale, come ogni essere umano Gesù ha tre tipi di fame:
  1. di vita, che tenta luomo al possesso e l’accumulo spropositato di beni materiali (le pietre da trasformare in pane),
  2. di relazioni umane che possono essere damicizia o di potere, simboleggiata dallofferta di potere,
  3. di onnipotenza, che spinge a soffocare il desiderio di Dio cioè lanelito di infinito e di libertà senza limiti, inducendo alla tentazione di progettare la propria esistenza secondo i criteri umani della facilità, del successo, del potere, dell'apparenza, dell'immagine, vale a dire la tentazione di adorare il Menzognero (il diavolo) invece di adorare il Vero Amore provvidente.

Gesù però sceglie un altro criterio, quello della fedeltà al progetto di Dio, a cui aderisce pienamente e di cui è Parola fatta carne per redimerci assumendo la nostra condizione, segnata dalla povertà e dalla sofferenza, scegliendo con coraggio di farsi servo di tutti.
Per vincere queste prove, questa fame di vita, di relazioni e di Dio l’uomo dispone di uno strumento infallibile: la Parola di Dio. Riscriviamo allora una frase di Sant’Agostino: Quando sei colto dai morsi della fame - e possiamo aggiungere anche della tentazione - lascia che la Parola di Dio divenga il tuo pane di vita, lascia che Cristo sia il tuo Pane di Vita.
A questo punto, penso sia giusto chiedersi perché per digiunare Gesù andò nel deserto.
Nella tradizione biblica il deserto rappresentava il luogo della preparazione a una missione divina. Così era stato per Mosè, che conobbe la rivelazione di Jahvè (Esodo 3,1 e ss), per il popolo uscito dalla schiavitù che sperimentò la fatica della libertà. Così fu per Elia, che vi ascoltò la parola divina (1a Re 19,18). Dunque anche Gesù rimase nella solitudine del deserto per quaranta giorni2, prima di iniziare il suo ministero pubblico.
Gesù l’ha fatto per insegnarci a vivere la vita come esodo nel deserto come è stato per il popolo ebraico e come deve essere la Chiesa, pellegrina verso il Cielo. Questo significa non poter programmare la propria vita, non poterne disporre, doversi abbandonare a una Parola di promessa. Dio dice anche a noi: “Nulla ti mancherà, ma tutto dovrai attendere da me”. È questo il significato della fede: non solamente l'assenso a un corpo di dottrine ma il fidarsi di un amore, il credere all’amore: a quell'amore che ha iniziato senza di tè (l'uscita dall'Egitto come per noi l’uscita dal grembo di nostra madre), ma che potrà continuare soltanto se troverà la nostra adesione.
Ci è chiesto di tradurre il nostro comportamento quotidiano la "cura" di noi stessi in quell'Altro che ci ha liberata.
La quasi totalità di noi è chiamata a esistere domani non nella situazione di emergenza del deserto, ma nella situazione di normalità di una terra da coltivare e da abitare. Tuttavia tutti noi siamo chiamati a portarvi lo stesso atteggiamento di fondo: vivere su quella terra ma con un cuore di deserto.
Questo cuore è chiesto particolarmente alle Vergini Consacrate, che nella solitudine fisica sono chiamate ad un tu per tu con Dio: parlare al cuore.
Il deserto, la solitudine verginale è il luogo privilegiato, il luogo dove si sta a tu per tu con Dio. Lo Sposo non può costringere la sposa ad amarLo. Il Signore però ha un mezzo infallibile, come lo descrisse, ad esempio il profeta Osea.  All’inizio, al cap 2, Osea parla di questo adulterio terrificante, il tornare ad adorare gli idoli che i vecchi padri hanno adorato; il Signore addolorato, angosciato, interviene e dice che ha un mezzo e lo metterà in azione, riporterà di nuovo il popolo nel deserto, gli indicherà di nuovo le strade antiche, parlerà di nuovo al suo cuore, nel deserto, appunto quando le categorie malefiche, i diaframmi opachi sono caduti; allora il cuore dell’uomo, cioè la sua intelligenza, ed il cuore di Dio, cioè la divina Sapienza stanno a tu per tu e l’incontro è immediato, possibile e fecondo.
Le Vergini consacrate vivono il “deserto” della loro vocazione come della disponibilità totale. La loro è una spiritualità della disponibilità generosa verso gli altri, della disponibilità totale verso il Signore da cui attendono tutto.
Con la preghiera, l’elemosina ed il digiuno, impariamo tutti questa disponibilità per camminare uniti nel “deserto” quaresimale, e della vita, così la fame diventerà desiderio santo di Dio e saremo la Tenda dove l’Emmanuele, il Dio sempre con noi, avrà stabile dimora.

1 Linterpretazione cristiana dell'Esodo è guidata da quella lettura che si è soliti chiamaretipologica: tutto ciò che riguarda Israele (vicende e personaggi, riti e istituzioni) è la figura - il typos, appunto - di quanto accade in Cristo e nella Chiesa. Riprendiamo brevemente le fasi principali dellEsodo per vedere in che modo esse vengono riprese e reinterpretate in funzione dell'evento cristiano.
Prima tappa: l'Egitto (e il Faraone) è inteso come figura del peccato. Soprattutto di quella condizione universale di peccato che teneva schiava l'umanità prima di Cristo. Ma Egitto può essere anche colui, che provoca il peccato: Satana; oppure la sua trascrizione storica, l'idolatria pagana. Di conseguenza, la liberazione dall'Egitto attraverso il passaggio del Mar Rosso sarà la figura del battesimo, e lagnello pasquale immolato assurgerà a simbolo di Cristo nella sua passione.
La tappa del deserto è ripresa come figura della vita del credente in cammino. In essa compaiono, come per Israele, la prova e la tentazione; ma anche la protezione divina vi si dispiega con particolare intensità: i miracoli dell'Esodo diventano il miracolo dell'esistenza sacramentale: la roccia-Cristo da cui zampilla l'acqua battesimale, e la manna diventata eucaristia. Il deserto può essere interiorizzato come cammino individuale dell'anima verso la contemplazione e la perfezione spirituale; o può essere vissuto come itinerario Quaresimale in preparazione delle celebrazioni pasquali.
Il senso cristiano della Legge è riscontrato, sulla linea paolina, nella condensazione di tutte le leggi etico-sociali nella carità; mentre le leggi rituali trovano la loro verità nel culto cristiano.
Finalmente, la terra promessa ripropone il motivo sacramentale: il passaggio del Giordano, come già quello del Mar Rosso, rimanda al battesimo, mentre nelpaese dove scorre latte e mielei Padri della Chiesa leggono una suggestiva figura del banchetto eucaristico. Accanto a questa, e ancor più frequente, è l'interpretazione della terra promessa come immagine della vita definitiva con Dio.
Si può riassumere il tutto dicendo che il senso tipologico dellEsodo è litinerario del popolo cristiano dalla schiavitù del peccato attraverso il battesimo e l'esistenza in fede e carità fino alla patria celeste.
2 Quaranta è un numero simbolico, in questo caso, oltre a collegarsi ai quarantanni passati dal Popolo di Israele nel deserto, sta a significare tutta una generazione, cioè Gesù, facendosi uomo, è stato tentato per tutta la sua vita.


Lettura Patristica
San Bernardo di Chiaravalle
IV Sermone per la Quaresima
La preghiera e il digiuno
1.Poiché siamo arrivati al periodo del digiuno quaresimale,  e perciò  vi esorto a sostenere la carità  con tutta la vostra devozione, mi sembra giusto esporre brevemente a quale scopo e in che modo è opportuno digiunare. In primo luogo, fratelli, astenendoci  anche dalle cose permesse, ci vengono perdonate quelle illecite e già commesse. Dunque, otteniamo il perdono per il male, solo che, per un breve digiuno, siamo liberati da quello eterno? In realtà  meritiamo l’inferno, dove non c’è mai cibo, né consolazione, né fine. Il ricco chiede una goccia d’acqua, e non può riceverla (Luca, XVI, 94). E’ buono e salutare il digiuno, con il quale siamo liberati dal digiuno e dai supplizi eterni, mentre otteniamo la redenzione dai peccati. Infatti non soltanto è una rapida abolizione dei peccati  ma anche lo sradicamento dei vizi; non solo ci ottiene il perdono ma ci fa anche meritare la grazia; non solo cancella i peccati commessi nel passato ma allontana anche i peccati potremmo commettere in futuro.
2.Vi dirò inoltre, perché possiate capire più facilmente, una cosa che, se non sbaglio, vi capita spesso:  il digiuno dona devozione e fiducia . Inoltre notate come il digiuno e la preghiera vanno insieme,  come dice la Scrittura, “I  fratelli che si aiutano, si consolano entrambi” (Prov. XVIII 19 ) 1. “La preghiera ci ottiene la forza di digiunare, e il digiuno ci fa meritare la grazia della preghiera. Il digiuno rafforza la preghiera, la preghiera santifica il digiuno e lo offre a Dio. Come potrebbe giovarci, infatti, il digiuno, se rimanesse sulla terra? Dio non voglia! Si sollevi quindi il digiuno dalla terra sulle ali della preghiera. Ma un’ala non è sufficiente,  ne occorre una seconda. La Scrittura dice: “La preghiera del giusto entra in cielo” (Eccl. XXXV, 20)2. Servono dunque due ali, la preghiera e la giustizia, perché  il nostro digiuno salga facilmente al cielo. Ma che cos’ è la giustizia, se non dare a ciascuno il suo? Quindi smettete, per così dire, di prestare attenzione solo a Dio. Avete doveri da compiere verso i superiori e i fratelli, e Dio non vuole che badiate poco ai quelli che Egli considera molto. Non è senza ragione  che l’Apostolo dice: “Stai attento a fare bene, non solo davanti a Dio, ma davanti agli uomini “(Romani XII, I, 7)3. Ma potreste dirmi: “Per me è sufficiente che sia soltanto Dio ad approvare quello che faccio; che cosa mi importa del giudizio umano? Ebbene, state certi che non gli piacerà nessuna cosa  fatta con scandalo dei suoi figli e contro la volontà di colui al quale tuttavia, essere certi che non ha nulla piacevole voi sarà lo scandalo dei suoi figli e contro la volontà del suo vicario, cui è necessario obbedire. Il Profeta disse: “Santificate il digiuno, convocate l’assemblea” (Gioele, II, 15)4. Che cosa significa convocare l’assemblea? Mantenere l’unità, apprezzare, amare i fratelli. L’orgoglioso fariseo digiunava, santificava il digiuno, sicuramente digiunava due volte la settimana  e rendeva grazie a Dio; ma dicendo “Non sono come gli altri uomini” (Lc XVIII, 11) non ha chiamato nessuno; per questo, orgoglioso dell’unica ala, il suo digiuno non poté arrivare al cielo. Quindi, carissimi, lavatevi le mani nel sangue del peccatore e fate assolutamente in modo che il vostro digiuno abbia due ali:  voglio dire  la purezza e la pace, senza le quali nessuno può vedere Dio. “Santificate il digiuno” affinché sia offerto alla divina maestà con intenzione pura e preghiera devota:  “Convocare l’assemblea” perché concordi nell’unità:  ”Lodate il Signore col tamburo e danze “(Psal. CL, 4)5, affinché ci sia armonia nella mortificazione della carne.
3. Visto che abbiamo detto qualcosa sul digiuno e sulla giustizia, è giusto parlare un po’ anche della preghiera. Infatti  quanto più essa efficace se fatta bene, tanto più astutamente il nemico è solito ostacolarla.  A volte, infatti, l’efficacia della preghiera è gravemente ostacolata dalla pusillanimità di spirito, e dall’eccessiva preoccupazione. Ciò si verifica di solito quando uno è così preoccupato per la propria indegnità da non osare di volgere lo sguardo alla bontà di Dio. “Infatti, l’abisso chiama l’abisso” (Sal. XLI, 8)6. L’ abisso luminoso chiama  l’abisso di tenebre, l’abisso di misericordia chiama l’abisso di miseria. Il cuore dell’uomo è di per sé un abisso, e un abisso senza fondo. Ma se la mia iniquità è così grande, la tua benevolenza, Signore, è molto più grande. Per questa ragione, quando la mia anima è turbata da me stesso, mi ricordo la  grandezza della tua misericordia  e in quella trovo sollievo, e quando arrivo al fondo della mia debolezza non voglio ricordate niente se non la tua giustizia.
4. Nondimeno  è un pericolo per la preghiera anche essere troppo timidi, e non è un pericolo da meno, se non addirittura maggiore, essere troppo fiduciosi. Ascoltate ciò che il Signore ha detto al Suo Profeta a proposito di coloro che pregano con questa eccessiva sicurezza: “Grida senza fermarti , esalta la tua voce come una tromba” (Isaia LVIII, 1)7, ecc.” Come una tromba “, ha detto, perché chi prega con un eccesso di fiducia deve essere ripreso con grande veemenza. Infatti, ci sono quelli che non hanno ancora trovato se stessi, che cercano me. Non dico questo per  privare i peccatori della fiducia nella preghiera, ma voglio che preghino come persone che hanno operato peccati, non giustizia; che preghino per il perdono dei loro peccati con un cuore contrito e umile come il pubblicano, che gridò: “Signore abbi pietà di me peccatore” (Lc XVIII, 13). L’avventatezza, infatti,  quando colui nella cui coscienza regna ancora il peccato o qualche vizio cammina nella grandezza e nell’ammirazione di se’, è meno sollecito a proposito del pericolo per la sua anima.  Il terzo pericolo si verifica con la preghiera tiepida, quella che non nasce da un affetto forte. Senza dubbio la preghiera timida non arriva al cielo, perché una eccessiva paura paralizza l’anima, tanto che non dico solo che la preghiera non può salire al cielo, ma non può nemmeno lasciare le labbra. La preghiera tiepida, in verità, si infiacchisce nella salita e viene meno, perché non ha vigore. Quanto alla preghiera troppo fiduciosa, sale ricade; in cielo trova resistenza, non soltanto non  ottiene grazia, ma offende anche Dio. Invece quella preghiera che sarà stata  piena fedele, umile e fervente, entrerà senza dubbio in cielo:  da dove certamente non potrà tornare a mani vuote.
Note
1 Così il testo originale: “Frater adjuvans fratrem, ambo consolabuntur”; ma nella Volgata, in Prov. XVIII, 19 troviamo  “Frater, qui adiuvatur a fratre, quasi civica ferma” e nella c. d. Neo Volgata “Frater, qui offenditur, durior est civitate firma”. La traduzione CEI 2008 rende il periodo con “ Un fratello offeso è più inespugnabile di una roccaforte”
2 Così il testo originale: “Oratio justi penetrat coelo”; nella Volgata: “…deprecatio illius [Qui adorat Deum…]usque ad  nubes propinquabit”; simile nella Neo Volgata; nella traduzione CEI 2008: “La sua preghiera [di chi soccorre la vedova] arriva fino alle nubi”
3 Nella versione CEI 2008: “Non rendete a nessuno male per male. Cercate di compiere il bene davanti a tutti gli uomini”
4 Qui il testo originale corrisponde alla Volgata: “Sanctificate jejunium, vocate coetum”; nella Neo Volgata troviamo “ululate in monte sancto meo; conturbentur omnes habitatores terrae” e nella traduzione CEI 2008 “proclamate un solenne digiuno, convocate una riunione sacra”
5 Il testo originale, “Laudate Dominum in tympano et choro” corrisponde sostanzialmente alla Volgata ed è stato tradotto letteralmente e anche nella versione CEI 2008 troviamo “Lodatelo con tamburelli e danze”
6 Nella Volgata “Abyssus abyssum invocat”; così anche nella versione CEI 2008: “un abisso chiama l’abisso”
7 Nell’originale abbiamo “Clama ne cesses: quasi tuba exalta vocem tuam”, del tutto corrispondente alla Volgata. La versione CEI 2008 riporta: “Grida a squarciagola, non avere riguardo; alza la voce come il corno”

venerdì 28 febbraio 2014

Provvidenza: la tenerezza dell’Amore.

Rito Romano – VIII Domenica del Tempo Ordinario – 2 marzo 2014
Is 49,14-15; Sal 61; 1 Cor 4,1-5; Mt 6,24-34
Dio ha sempre cura di noi.

Rito Ambrosiano – Ultima Domenica dopo l'Epifania detta “del perdono”
Os 1,9a;2,7a.b-10; Sal 102; Rm 8,1-4; Lc 15,11-32
Il perdono della tenerezza.


1)La fede1sconfigge la preoccupazione2
La liturgia di questa domenica ci propone come prima lettura un brano del profeta Isaia che ci assicura che Dio non ci dimentica mai e come Vangelo un brano del Discorso della Montagna, in cui Gesù invita a non confidare nella ricchezza chiamata mammona3, ma in Dio provvidente, che ha cura del creato e della creatura per eccellenza: l’uomo.
Il rischio evidente che Gesù denuncia è quello di confidare nella forza del denaro per garantirsi la vita, magari tenendo il piede in due scarpe. Questo atteggiamento denota una vita ambigua, condotta senza la piena adesione a Dio e priva di un'incondizionata dedizione al suo servizio, che è per la vita senza fine, mentre il servizio alle cose materiali è una risposta finita al nostro desiderio di infinito.
E’ significativo che Gesù presenti l'alternativa tra Dio e la ricchezza con il termine servire. In effetti se non ci serviamo del denaro in modo intelligente ed evangelico, c’è il rischio serio e sicuro di diventare servi del denaro, preoccupati solo di accumularlo e immiserendo per questo motivo i nostri rapporti personali, compreso quello con Dio.

Abbiamo in questo versetto (Mt 6, 24) una variazione sul tema della beatitudine dei poveri (cfr Mt 5,3) che il testo che segue declina in un modo nuovo, nella linea della fiducia nella provvidenza di Dio. Infatti in Mt 6. 26 e ss, Gesù descrive il giardino del mondo e ci invita a guardare al mondo con occhi di fede. Con la fede si vede in azione la sollecitudine del Padre per ogni cosa: Egli ha cura di tutto anche dei gigli del campo e degli uccelli del cielo e, ancora di più, è provvidente verso gli uomini, figli amati, fatti a sua immagine.
Dunque, la fede, vale a dire l'intelligenza umana riempita da un Altro (al quale ci si abbandona liberamente, volontariamente ed intelligentemente), è la condizione per capire e vivere il Vangelo di oggi. Da un punto di vista puramente terreno alla domanda: “E’ vero che gli uccelli del cielo sono nutriti dal padre celeste (Mt 5,26)?” la risposta è “No”, perché anche loro devono faticare e volare per trovare erbe e insetti per nutrirsi. Come, materialmente parlando, non è vero che i gigli del campo non lavorano, perché dentro la pianta c'è un lavorio enorme. 
Anche il mangiare e bere non pare che ci siano dati in aggiunta, perché il cibo e l'acqua non cadono dal cielo. 

Da un punto di vista materiale tutto dipende da noi. In effetti se non ci si dà da fare, non si mangia e non si beve. 
Ma dal punto di vista della fede, tutto dipende da Dio: “Gli uccelli sono nutriti dal Padre celeste”? “Certo”. E i gigli sono vestiti meglio di Salomone? Certamente (cfr. Mt 5, 28.31-33).
Eppure, nonostante i tanti segni della provvidenza amorosa del Padre, l'uomo spesso viene meno nella fiducia in Dio e non si abbandona al Suo amore. Come ci ricorda la Scrittura, fin dall'inizio del tempo, l'uomo sceglie di fare piuttosto la sua volontà staccandosi così dall'Autore Eterno. Creato con una scintilla di divino nel suo spirito profondo, promessa di vita eterna, l'uomo nella sua libertà ha davanti a sè la scelta: “La vita o la morte, a ognuno sarà dato ciò che a lui piacerà” (Sir 15,17).

2) La Provvidenza è tenerezza.
Saggezza vorrebbe che noi scegliessimo Dio confidando nella sua Provvidenza. Ma a questo proposito dobbiamo ricordare che Dio è davvero Provvidenza4, ma non nel senso che comunemente si dà a questa parola. E’ troppo poco e quasi offensivo ridurre il Suo rapporto con noi alla sola provvidenza ridotta a “previdenza sociale”. Egli si è impegnato con noi fino alla morte e come dice Gesù non vi è amore più grande che dare la vita per i propri amici. Come possiamo dubitare di questo Amore? Siamo il termine ultimo dell'amore di Dio; Egli nasce, vive e muore per noi, Dio non ci dona solo le cose di cui abbiamo bisogno, ma ci dà Se stesso. Deve essere la nostra massima aspirazione e gioia fare quello che ci chiede.
Se crediamo veramente, non dovremmo essere tristi, perché la tristezza è negazione della fede. Lasciamoci portare da Dio e quello che avverrà in modo non preordinato dalla nostra volontà sarà sicuramente disposto da Colui, che conosce le nostre capacità e agisce per il nostro bene.
A Lui, Sole eterno e luminoso della nostra vita, volgiamoci costantemente come i girasoli lo fanno verso il sole che illumina e dà vita alla terra.
Ogni fiume si dirige necessariamente verso il mare, dove trova il suo sbocco naturale, unendosi e perdendosi in questo. Così avviene per ogni uomo nel mare della misericordia di Dio, la cui provvidenza è come l’alveo in cui il fiume della nostra vita scorre.
Dio è provvidente con la sua Presenza, Lui è il Principio che sostiene ogni essere, da Lui plasmato, nel suo esistere e nel suo agire. La sua Sapienza e la sua Provvidenza governano ogni creatura. L’uomo, però, per scoprire e percepire tale Presenza, deve usare i doni che Dio gli ha dato: l’intelligenza, la volontà e la coscienza, e aprirsi al suo mistero di Amore, nell’umiltà e nella sincerità del cuore. Soltanto se l’uomo riconosce Dio come principio del proprio essere, incontra in Lui la verità luminosa: Il salmo lo esprime molto bene: “E’ in te la sorgente della vita, alla tua luce noi vediamo la luce”. (Sal. 36,10).
Dio è provvidente con la sua tenerezza. Il nostro Padre celeste sa di che cosa abbiamo bisogno (cfr Mt 6.,32) e si prende cura di noi teneramente. Non preoccupiamoci di che cosa mangeremo, berremo o indosseremo. Non dobbiamo aver cura di noi, dobbiamo lasciare che di noi abbia cura il Signore.
La nostra sola preoccupazione sia il Regno di Dio e la sua giustizia e tutto il resto ci sarà dato in sovrappiù (cfr Mt 6, 33). 
Un'ansia eccessiva per le piccole o grandi necessità quotidiane offusca l'interesse e il ricordo per lo scopo, il fine della vita e toglie senso all’esistenza, può perfino annullare il nostro rapporto con Dio, che teneramente ci chiama.
Il cuore del cristianesimo è la croce e la risurrezione di Cristo, vertice della tenerezza della Trinità e rivelazione della tenerezza di Dio all’uomo. Grazie a Cristo, il cui cuore è stato aperto da una lancia, possiamo dire che siamo nel cuore di Dio. Un cuore accogliente, capace di compassione, di benevolenza infinita e di amore davvero gratuito.
Per essere fedele al Vangelo e al Comandamento nuovo, la Chiesa deve presentarsi al mondo come il “sacramento della tenerezza di Dio”, di un Dio di bontà e di grazia e non di punizione e paura. La teologia della tenerezza deve diventare la pratica della tenerezza e questo mette in discussione e in crisi tutto un modo superficiale e mediocre di essere cristiani, un modo di vivere senza slancio ed entusiasmo. Senza il Vangelo della tenerezza non si può vivere pienamente il vangelo dell’amore, che è Cristo in persona, e non si è capaci di portare agli uomini il lieto annunzio della grazia.
Il Dio di Gesù Cristo chiede a tutti noi di farci evangelizzatori della sua tenerezza, facendo la rivoluzione della tenerezza (Papa Francesco, Es. Ap. Post-sin. Evangelii gaudium, n. 88). Solo in Cristo l’uomo ha la possibilità di vincere la tentazione dell’orgoglio e realizzare il senso della tenerezza come evento di grazia per sé, per la Chiesa e per l’umanità.
In modo particolare sono chiamate a questa tenerezza le Vergini consacrate, che si donano interamente a Cristo non rimuovendo o annullando gli affetti umani, ma radicandoli nel cuore di cristo. La verginità consacrata è la ragione di una tenerezza vera e casta e segno della carità di Dio: “Nella verginità liberamente scelta la donna conferma se stessa come persona, ossia come essere che il Creatore sin dall'inizio ha voluto per se stesso(41), e contemporaneamente realizza il valore personale della propria femminilità, diventando «un dono sincero» per Dio che si è rivelato in Cristo, un dono per Cristo Redentore dell'uomo e Sposo delle anime: un dono «sponsale». Non si può comprendere rettamente la verginità, la consacrazione della donna nella verginità, senza far ricorso all'amore sponsale: è, infatti, in un simile amore che la persona diventa un dono per l'altro” (Giovanni Paolo II, Mulieris dignitatem, n. 20.
1 La fede è fondamento - cioè certezza - delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono” (Eb 11,1). Fede vuol dire che la vita è più di quello che si vede. Fede è riconoscere una Presenza e il cristiano è colui che vive o, almeno, tende a vivere i rapporti alla luce della fede, cioè con la coscienza di questa Presenza.

2 Il concetto di preoccupazione. Il termine greco “merimnao” (preoccuparsi, affannarsi, darsi preoccupazione, angustiarsi) ricorre ben quattro volte (Mt 5,25.31.34 (due volte)). Ma il concetto di preoccupazione degli antichi e della Bibbia non è il nostro. 
Noi ci preoccupiamo perché nostro figlio è in ritardo di mezz'ora: poi arriva e la preoccupazione se ne va via. Ci preoccupiamo per l'esame o perché abbiamo degli ospiti e vogliamo fare bella figura, ecc. La preoccupazione riguarda un aspetto della nostra vita. 
Ma quando il Vangelo parla di preoccupazione non intende una parte, un aspetto, ma la totalità. Preoccupazione è qualcosa a cui si pensa sempre, che prende tutto il nostro pensiero e che assorbe tutto il resto. 
Il testo parallelo di Lc 12,22-31, infatti, è proprio preceduto da un uomo che è tutto preoccupato (cioè pensa solo a quello, è sempre lì, è tutto focalizzato lì) dai suoi raccolti “troppo” abbondanti, per cui pensa a come fare e a dove mettere al sicuro i suoi raccolti. Ma vivere così fa morire (cf Lc 12,20) perché esiste solo quello e nient'altro.

3 La radice del termine ebraico “mammonà” è “‘mn” da prendere nel senso di “ciò in cui si ripone la propria fiducia”, si capisce quindi perché Gesù ammonisca i suoi ascoltatori: se l'uomo ripone la sua fiducia, la sua fede nella ricchezza, Dio per lui non significa più nulla.


4 In sé Provvidenza significa il mistero del cuore di Cristo. Ma nel linguaggio cristiano, le parole che contengono il mistero, le energie, le gioie e gli interessi di quell’esistenza, nel corso del tempo, specialmente degli ultimi tre secoli (1700 – 1900), hanno avuto una sorte sfortunata. L’esistenza cristiana è scivolata nella mondanità e ne ha assunto insieme le parole. Ora s’aggirano dappertutto nel nostro linguaggio quotidiano termini che derivano dall’ambito sacro della fede e dell’amore cristiani, ma non hanno più in sé molto della loro origine. Più volte un residuo, una vibrazione, un’aura – per il resto sono divenuti mondani, secolari. Così è accaduto anche alla sacra parola “Provvidenza”, che si è secolarizzata in “previdenza”.


Letture patristiche
San Giovanni Crisostomo
In Epist. I ad Timoth. 3

1. Possesso e uso delle ricchezze

       Disprezza le ricchezze, se vuoi possedere le ricchezze; sii povero, se vuoi essere ricco. Tali sono infatti gli inattesi beni di Dio, egli vuole che non per tuo studio, bensì per sua grazia, tu diventi ricco. Lascia a me - egli dice - codeste cose: tu cura le cose dello spirito, per apprendere la mia potenza: fuggi dal giogo e dalla schiavitù delle ricchezze. Fintanto che le tratterrai in tal modo, sarai povero: allorché invece le disprezzerai, sarai doppiamente ricco; e perché ti perverranno da ogni dove, e perché nulla ti mancherà di quanto invece sono carenti i più. Non è infatti il possedere a dismisura che fa ricco, bensì il non mancare di troppe cose. Perciò, quando c’è l’indigenza, il re in nulla differisce dal povero: la povertà infatti è questo aver bisogno degli altri: proprio per questa ragione il re sia povero, poiché necessita del servizio dei sudditi. Non così per chi è stato crocifisso: di nessuno ha bisogno; al vinto sono sufficienti le proprie mani: "Alle mie necessità, infatti" - egli dice -, "ed a quelle di coloro che sono con me, hanno provveduto queste mie mani" (Ac 20,34). Queste cose dice chi, altrove, afferma: "Quasi come chi non ha nulla, e tutto possiede" (2Co 6,10); proprio lui che a Listra ritenevano che fosse un dio. Se vuoi conseguire le cose del mondo, cerca il cielo se vuoi fruire delle cose presenti, disprezzale: senza equivoci, infatti, dice [Gesù]: "Cercate prima di tutto il regno di Dio, e tutto il resto vi sarà dato in aggiunta" (Mt 6,33). Perché ti soffermi sulle piccole cose? Perché resti a bocca aperta davanti a cose di nessun valore? Fino a quando sarai povero e mendico? Guarda il cielo pensa alle ricchezze di lassù: fatti beffe dell’oro, apprendi quale sia il suo vero uso. Nella vita presente - che scorre come rena -, fruiamo soltanto di esso, perciò quasi goccia in paragone all’immensità dell’abisso, di tanto si differenziano le cose presenti in raffronto alle future. Qui non si tratta di possesso, ma di uso, e non neppure possesso in senso proprio: Come mai, infatti, al momento del tuo estremo respiro, che tu lo voglia o no, altri ricevono tutto, e questi a loro volta danno ad altri, che poi daranno ad altri ancora? Tutti in effetti siamo di passaggio, e il padrone di casa è necessariamente più privilegiato del servo: spesso peraltro, morto quegli, il servo rimane, e si gode la casa molto più a lungo di lui. Ma se questi con mercede, anche quello in precedenza con mercede: costruì infatti, mettendo pietra su pietra con grande fatica e impegno. Solo al Verbo appartengono i domini: infatti nella verità della cosa tutti siamo padroni degli altri. Sono nostre solo quelle cose che abbiamo mandato lassù innanzi a noi: quelle che sono quaggiù, non sono nostre bensì dei viventi; anzi ci lasciano quando siamo ancora vivi. Sono nostre soltanto quelle cose che sono opere d’un’anima nobile quale l’elemosina, la benignità.

       Queste cose son dette esterne anche tra gli stranieri: infatti sono fuori di noi. Dunque facciamo in modo che stiano dentro. Non possiamo infatti partire da qui portandoci dietro le ricchezze, però possiamo emigrare portando con noi l’elemosina: anzi, a dire il vero, la mandiamo innanzi, per prepararci un abitacolo nella dimora eterna.


2. La fede nella Provvidenza

       Come la retta educazione dell’individuo così anche quella del genere umano, per quanto riguarda il popolo di Dio, progredì attraverso traguardi di tempi, in analogia allo sviluppo delle età, affinché si formasse dalle cose divenienti all’apprendimento delle cose eterne e dalle visibili a quello delle invisibili. Quindi anche in quel tempo in cui da Dio si promettevano ricompense visibili, si inculcava che si deve adorare un solo Dio. Così l’intelligenza umana, anche per quanto riguarda gli stessi beni terreni della vita che fugge, si doveva sottomettere soltanto al vero Creatore e Signore dell’anima. È irragionevole infatti chi nega che tutte le cose, che gli angeli e gli uomini possano concedere agli uomini, sono in potere di un solo Onnipotente. Il platonico Plotino ammette senza esitazione la provvidenza e dimostra dalla bellezza dei fiori e delle piante che essa dal sommo Dio, che ha bellezza ineffabilmente intelligibile, giunge fino alle cose più basse della terra. Dichiara che tutte queste cose spregevoli ed estremamente precarie possono avere i gradi convenienti delle proprie forme soltanto se le ricevono dall’essere in cui permane la forma intelligibile e non diveniente che ha in atto la totalità dell’essere. Gesù lo dichiara con le parole: "Osservate i gigli del campo, non lavorano e non tessono. Ma io vi dico che neanche Salomone in tutta la sua gloria vestiva come uno di loro. Se dunque Dio veste così un’erba del campo che oggi è e domani si getta nel braciere, quanto più voi, uomini di poca fede?" (Mt 6,28-29). Giustamente quindi l’anima ancora legata ai terreni desideri si abitua ad attendere soltanto dall’unico Dio i beni infiniti della terra che desidera nel tempo, perch‚ indispensabili alla vita che fugge, ma spregevoli al confronto con i beni della vita eterna. Così, pur nel desiderio dei beni terreni, non si allontana dal culto a lui che deve raggiungere disprezzandoli e volgendosi in senso contrario ad essi.

venerdì 21 febbraio 2014

Amare nella carità di Cristo.

L’amore è un “dovere” e l’odio non è un “diritto”.

Rito Romano – VII Domenica del Tempo Ordinario – 23 febbraio 2014
Lv 19,1-2.17-18; Sal 102; 1 Cor 3,16-23; Mt 5,38-48
Amare i nemici

Rito Ambrosiano – Penultima Domenica dopo l'Epifania
Bar 1,15a;2,9-15a; Sal 105; Rm 7,16a; Gv 8,1-11
Per Cristo i peccati nostri sono come polvere.

1) Guardare alla Croce.Amate i nemici: un comando realistico?
E’ realmente possibile amare i nemici, e amarli mentre manifestano la loro ostilità e inimicizia, il loro odio e la loro avversione? È umanamente possibile mettere in pratica questo comando di Cristo? L'amore per i nemici alla ragion comune sembra pazzia. Vuol dire che la nostra salvezza è nella pazzia? L'amore per i nemici rassomiglia all'odio per noi medesimi. Vuol dire che arriveremo alla beatitudine solo a patto di odiare noi stessi?
Insomma, perché Gesù chiede di amare i propri nemici, cioè chiede di praticare un amore che eccede le capacità umane?
In realtà, la proposta di Cristo è realistica, perché tiene conto che nel mondo cè troppa violenza, troppa ingiustizia, e dunque non si può superare questa situazione se non contrapponendo un di più di amore, un di più di bontà” (Benedetto XVI).
Non è facile, ma — ha detto Papa Francesco durante la messa celebrata giovedì mattina, 12 settembre, nella cappella di Santa Marta — è possibile: basta contemplare Gesù sofferente e lumanità sofferente e vivere una vita nascosta in Dio con Gesù.
Per capire e fare ciò dobbiamo prendere sul serio l’invito dell’Apostolo Paolo: “Abbiate gli stessi sentimenti di Cristo” (Fil 2,5);“Fratelli, scelti da Dio, santi e amati. Rivestitevi di sentimenti di tenerezza, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di magnanimità sopportandovi a vicenda e perdonandovi gli uni gli altrise qualcuno avesse di che lamentarsi nei confronti di un altro. Come il Signore vi ha perdonato così fate anche voi”(Col 3, 12-17).
Per poter amare nella carità di Cristo tutti, compresi i nemici, la strada è quella di stampare i nostri occhi su Cristo in Croce e così imparare a sentire come sentiva Gesù, conformare il nostro modo di pensare, di decidere, di agire con i sentimenti di Gesù. Se prendiamo questa strada, viviamo bene e prendiamo la strada giusta. In questa contemplazione dell’amore crocifisso avremo la conferma che Gesù, ci vuol bene. Questo bene è tenerezza e una grande consolazione per noi, è un conforto e anche una grande responsabilità giorno per giorno. E’ un bene che ci è donato e che non possiamo ottenere con lo studio o la pratica: è un dono gratuito di Dio da far responsabilmente fruttificare.
Il mondo - e noi nel mondo - condanna e giustizia, cioè elimina ogni nemico. Nel mondo si fa guerra al nemico, fino all'annientamento. Ma Cristo ci dice di amare il nemico, e la Sua Parola è verità. E’ realtà. Questa Parola d’amore qui ed ora si compie in noi, nemici di Dio intenti, ogni giorno, a eliminare i nemici, smarrendo per via pazienza, perdono e amore. Noi, ricchi di peccati, siamo amati e riamati infinitamente da Dio, ricco di misericordia.
Il cristiano è portato dal Vangelo a vedere in se stesso il nemico amato da Dio e per cui Cristo è morto: questa è l’esperienza di fede basilare da cui soltanto potrà nascere l’itinerario spirituale che conduce all’amore per il nemico! Scrive Paolo: “Dio dimostra il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo peccatori e nemici, Cristo è morto per noi” (Rm 5,8-10).
La nostra vita perduta, riscattata e compiuta nel Suo perdono. Le Sue braccia aperte sono anche oggi il nostro rifugio, la nostra perfezione. Siamo dunque perfetti, compiuti solo nascosti tra le Sue ferite d'amore (cfr San Bernardo di Chiaravalle). “È che questa verità può essere contemplata. E partendo da deve ora definirsi che cosa sia l'amore. A partire da questo sguardo il cristiano trova la strada del suo vivere e del suo amare” (Benedetto XVI, Deus caritas est n.12). Trafitti dalla Sua misericordia diventiamo noi stessi le Sue ferite aperte sul mondo, segno di salvezza, vita e perdono per ogni uomo. Le nostre piaghe quotidiane unite alle Sue piaghe sono la perfezione che salva il mondo.

2) Guardare dalla Croce.
Là, inchiodati alla nostra croce siamo perfetti. Là dove nessuno saluta, là dove si cela il sole e si trafuga la pioggia, laddove il mondo cancella gli ingiusti, i figli del Padre celeste offrono la vita, gratuitamente, per fede amorosa.
dove il mondo odia, i discepoli dell'Amore amano. La nostra vita è così compiuta sulla Croce, Crocifissi con Lui. “Chi vuol donare amore, deve egli stesso riceverlo in dono. Certo, l'uomo puòcome ci dice il Signorediventare sorgente dalla quale sgorgano fiumi di acqua viva (cfr Gv 7, 37-38). Ma per divenire una tale sorgente, egli stesso deve bere, sempre di nuovo, a quella prima, originaria sorgente che è Gesù Cristo, dal cui cuore trafitto scaturisce l'amore di Dio (cfr Gv 19, 34)" (Benedetto XVI, Deus caritas est n.7). E’ Lui vivo in noi ad amare ogni uomo, scende in noi all’ultimo posto, servo di questa generazione per aprire il Cielo ad ogni nemico, nel Suo sangue trasformato in amico. Di più, ogni nemico è fratello agli occhi di Cristo. Come lo siamo stati noi, appena un istante fa, o lo fummo ieri, o lo saremo domani. 

Dunque impariamo a guardare all’altro, al nostro prossimo non più soltanto con i nostri occhi e con i nostri buoni sentimenti, ma guardiamo dalla Croce, dal punto di vista di di Gesù Cristo.
Il suo amico è nostro amico. Al di là dell'apparenza esteriore, con una purezza da angeli potremo scorgere nell’altro la sua attesa di un gesto di amore, di attenzione. Se cerchiamo di guardare l’altro con gli occhi di Cristo, possiamo dargli ben più che le cose necessarie materialmente: possiamo donargli lo sguardo di amore di cui egli ha bisogno (cfr Benedetto XVI, Deus caritas est n.18). Gli occhi di Dio, che ama tutti donando a tutti il necessario, senza distinzione alcuna, sono gli occhi di Gesù posati su questa umanità attraverso i nostri stessi occhi.
C’è una bellissima intuizione di Berdiaeff: All'inizio Dio disse a Caino: Cosa hai fatto di tuo fratello Abele? Nell'ultimo giorno non si rivolgerà più a Caino ma ad Abele dicendo:Cosa hai fatto di tuo fratello Caino?. Abele risorgerà non per la vendetta ma per custodire Caino. La terra nuova sarà quando le vittime si prenderanno cura dei loro carnefici. Questo è il cuore di Dio. Con il suo infinito amore per noi, Cristo fece così per noi.
Per imparare da lui, occorre andare al Calvario e guardare il Redentore in Croce, poi occorre salire in Croce accanto a lui, e guardare dal suo punto di vista. A questo amore si arriva attraverso un cammino, una ascesi.
L’amore non è spontaneo: esso richiede disciplina, ascesi, lotta contro l’istinto della collera e contro la tentazione dell’odio. Così si perverrà alla responsabilità di chi ha il coraggio di esercitare una correzione fraterna denunciando “costruttivamente” il male commesso da altri. L’amore del nemico non va confuso con la complicità con il peccatore.
Chi non serba rancore e non si vendica, ma corregge il fratello, è infatti anche in grado di perdonare; e il perdono è la misteriosa maturità di fede e di amore per cui l’offeso sceglie liberamente di rinunciare al proprio diritto nei confronti di chi ha già calpestato i suoi giusti diritti. Chi perdona sacrifica un rapporto giuridico in favore di un rapporto di grazia.

 Ma perché tutto questo sia possibile è indispensabile che accanto al comando di amare i nemici ci sia la preghiera per i persecutori, l’intercessione per gli avversari: “Amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori” (Mt 5,44). Se non si assume l’altro – e in particolare l’altro che si è fatto nostro nemico, che ci contraddice, che ci osteggia, che ci calunnia – nella preghiera, imparando così a vederlo con gli occhi di Dio, nel mistero della sua persona e della sua vocazione, non si potrà mai arrivare ad amarlo. Ma dev’essere chiaro che l’amore del nemico è questione di profondità di fede, di “intelligenza del cuore”, di ricchezza interiore, di amore per il Signore, e non, semplicemente di buona volontà.
Questo amore a cui Dio ci chiama è un amore che non poggia in definitiva sulle risorse umane, è dono di Dio che si ottiene confidando unicamente e senza riserve sulla sua bontà misericordiosa. Ecco la novità del Vangelo, che cambia il mondo senza far rumore. Ecco l’eroismo dei “piccoli”, che credono nell’amore di Dio e lo diffondono anche a costo della vita. Cristo è il primo in questo amore per i nemici e i martiri lo hanno imitato nell’amare fino alla fine. Tuttavia teniamo presente che la vita consacrata è a questo riguardo un martirio incruento, ma quotidiano. Nell’Ordo Virginum le persone sono chiamate alla costante testimonianza, che è un martirio senza spargimento di sangue, perché vivono una esistenza totalmente dedicata alla fedeltà a Dio ed all’intercessione per i peccatori, che si pensano nemici di Cristo, che li ama e che invoca su di loro il perdono del Padre. Nel nascondimento di una vita quotidiana, semplice come quella della Madonna a Nazareth, mostrano che si può imitare l’esempio eminente della Madre di Cristo, nella quale Dio fu il protagonista e la sua verginità fu l’espressione, anche fisica, dell’apertura totale al progetto di Dio. La vocazione di questa donne è di umilmente lavorare e pregare per pacificare la terra, conciliare i fratelli nemici, far risorgere Abele, ricondurre all’amore Caino. (Cfr Due invocazioni della Preghiera litanica nel Rituale della Consacrazione delle Vergini, n. 20 – traduzione letterale dal latino:
O Signore,
  • mantieni e fai crescere nella tua Chiesa la fiamma della verginità beata, ti preghiamo, ascoltaci.
  • Poni tra i popoli una intesa e una pace sincere, ti preghiamo, ascoltaci ).







Lettura patristica
Sant’Agostino, Vescovo di Ippona
“Trattati sulla prima lettera di Giovanni” (1, 9-12)
In questo lo conosciamo se osserveremo i suoi comandamenti. Quali comandamenti? Chi dice di conoscerlo e non osserva i suoi comandamenti è menzognero e in lui non c'è verità. Ma tu torni a chiedere: quali comandamenti? Giovanni ti dice: Chi osserverà la sua parola, veramente in lui è perfetto l'amore di Dio (1 Gv 2, 3-5). Vediamo se questo comandamento non sia l'amore. Ci domandavamo quali fossero questi comandamenti e Giovanni ci risponde: Chi osserverà la sua parola, veramente in lui è perfetto l'amore di Dio. Esamina il Vangelo e vedi se non è questo precisamente quel comandamento. Dice il Signore: Vi un comandamento nuovo, che vi amiate a vicenda (Gv 13, 34). A questo segno noi conosciamo di essere in lui, se in lui saremo perfetti (1 Gv 2, 5). Egli parla di perfetti nell'amore. Ma qual'è la perfezione dell'amore? E' amare anche i nemici ed amarli perché diventino fratelli. Il nostro amore infatti non deve essere carnale. E' buona cosa chiedere per un altro la salute del corpo; ma se questa mancasse, non deve scapitarne la salute dell'anima. Se auguri al tuo amico la vita, fai bene. Se ti rallegri per la morte del tuo nemico, fai male. Forse la vita che auguri all'amico è inutile, mentre quella morte del nemico di cui ti rallegri, può essere a lui utile. Non è certo se questa nostra vita sia utile o inutile, mentre è indubbiamente utile la vita presso Dio. Ama i tuoi nemici con l'intento di renderli fratelli; amali fino a farli entrare nella tua cerchia. Cosí ha amato colui che, pendendo sulla croce, disse: Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno (Lc 23, 34). Non che abbia detto: Padre, costoro abbiano una vita lunga; loro che mi uccidono abbiano a vivere; ma ha detto: Perdona loro perché non sanno quello che fanno. Egli li volle preservare da una morte perpetua con una preghiera piena di misericordia e di forza. Molti tra essi credettero e fu loro perdonato di aver versato il sangue di Cristo. Quando si mostrarono crudeli, versarono quel sangue; quando credettero, lo bevvero. In questo noi conosciamo che siamo in lui, se in lui saremo perfetti. Il Signore ci ammonisce ad essere perfetti quando ci parla del dovere di amare i nemici: Siate dunque perfetti, come è perfetto il vostro Padre celeste (Mt 5, 48). Chi dunque dice di rimanere in lui, deve camminare come lui camminò (1 Gv 2, 6). In quale modo, o fratelli? Che ammonizione è questa? Colui che dice di rimanere in lui - cioè in Cristo - deve camminare come lui camminò. Che ci ammonisca forse di camminare sul mare? No, evidentemente. Ci ammonisce invece di camminare nella via della giustizia. Quale via? L'ho ricordato. Egli, quando era inchiodato alla croce, camminava proprio su questa via, che è la strada della carità. Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno. Se dunque imparerai a pregare per il tuo nemico, camminerai sulla strada del Signore.”