venerdì 18 ottobre 2013

Come bambini nelle braccia della loro mamma, per far riposare il nostro cuore nel cuore di Dio.

Rito romano
XXIX Domenica del Tempo Ordinario – Anno C – 20 ottobre 2013
Es 17, 8-13a; Sal 120; 2 Tm 3, 14 - 4, 2; Lc 18, 1-8
La preghiera deve essere insistente e costante

Rito ambrosiano
Dedicazione del Duomo di Milano,
Is 60,11-21; Sal 117; Eb 15-17.20-21; Lc 6,43-48
Uno abita dove è amato.

1) La preghiera deve essere insistente.

Nella prima lettura e nel vangelo di oggi ci sono presentate due persone che “usano” la preghiera1: Mosè che fa vincere la battaglia agli ebrei e ottiene da Dio giustizia contro i nemici, perché prega insistentemente tenendo le mani alzate, e la vedova che con la sua insistente costanza ottiene da un giudice ingiusto che le faccia giustizia.
Il brano evangelico di oggi ci parla del Messia, il quale per dare un insegnamento sulla preghiera si serve della figura di una donna vedova, che per la mentalità del tempo è quasi un'emarginata. In effetti, nella Bibbia si difendono “gli orfani2 e le vedove3”, perché sono le persone più deboli e vulnerabili, le più esposte ad ogni prepotenza, ad ogni ingiustizia: le più indifese. Gesù valorizza questa povertà e racconta di questa donna indifesa, che da tempo soffre delle ingiustizie, ma non si scoraggia e affronta un giudice arrogante, uno di quelli che il grande profeta Isaia stigmatizzava così: “Guai a coloro che fanno decreti iniqui, e scrivono in fretta sentenze oppressive, per negare la giustizia ai miseri, e per frodare il diritto dei poveri, per far delle vedove la loro preda, e spogliare gli orfani...” (Is.10,1-2).
Con stupefacente ostinazione la voce della vedova si leva contro l’arroganza di questo magistrato: “Fammi giustizia contro il mio avversario” (Lc 18,3).
Nelle parole della donna c'è una straordinaria forza di un’“orante” che vuole raggiungere lo scopo a tutti i costi; c'è un'insistenza che sembra importuna, fastidiosa, ma è il segno di una speranza che non muore: è la profonda certezza che, prima o poi, la sua supplica verrà esaudita. E così accade, infatti il giudice iniquo dice: “Anche se non temo Dio e non ho riguardo per alcuno, dato che questa vedova mi dà tanto fastidio, le farò giustizia perché non venga continuamente a importunarmi” (Lc 18, 5).
Se un uomo ingiusto esaudisce una preghiera insistente, infinitamente di più la preghiera instancabile e tenace sarà esaudita da Dio, il Giudice giusto.
Dunque, per la nostra preghiera, Gesù è interlocutore, amico, testimone e maestro. Lui ci insegna a pregare, non solo con la preghiera del ‘Padre nostro’, ma anche quando Lui stesso, oltre al contenuto, ci mostra le disposizioni richieste per una vera preghiera. Questi atteggiamenti sono: “La purezza del cuore, che cerca il Regno e perdona i nemici; la fiducia audace e filiale, che va al di là di ciò che sentiamo e comprendiamo; la vigilanza, che protegge il discepolo dalla tentazione” (Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 544). Oggi il Cristo aggiunge un’altra disposizione: l’insistenza, e chiede una cosa apparentemente impossibile: quella di pregare sempre.
San Tommaso d’Aquino insegna che per ottenere con certezza quello che ciascuno domanda con la preghiera “si richiede il concorso di queste quattro condizioni: 1- che preghi per se stesso, 2- che chieda cose necessarie per salvarsi, e lo faccia 3- con pietà e 4- con perseveranza4.

2) La preghiera deve essere fatta sempre.
In effetti, l’insegnamento a pregare con perseverante insistenza è abbastanza facile da capire ed da mettere in pratica, ma l’affermazione all’inizio del vangelo di oggi “Bisogna pregare sempre, senza stancarsi5 mai”(Lc 18,1), senza scoraggiarsi, non solo sembra difficile, pare impraticabile. Poiché è Gesù stesso a dirlo, noi osiamo dire che ci impossibile mettere in pratica questa indicazione, perché la nostra attenzione non riesce a concentrarsi a lungo in un'azione6 così alta come la preghiera.
C'è un salmo che, più di altri, ci aiuta a capire sostanzialmente cosa sia pregare sempre: è il salmo, in cui l'orante è presentato come un bambino che “compie l’azione” di stare tra le braccia della madre: “Io sono tranquillo e sereno come bimbo svezzato in braccio a sua madre, come un bimbo svezzato è l'anima mia. Speri Israele nel Signore, ora e sempre” (Sal 130 (131), 2-3). Questo bambino è l'uomo di preghiera, cioè l'uomo che spera sempre nel Signore, come un bambino spera sempre in suo padre ed in sua madre. 
E il paragone biblico del bambino è perfetto perché la preghiera, pur essendo l'azione più alta e sublime, è anche la più semplice; anzi, nel pensiero del Salmista, essa è la più naturale, come è naturale che un bimbo ancora piccolo, tra le braccia della madre, contempli sempre e per prima cosa il volto di lei che lo rassicura, e avverta attorno a sé quelle braccia, che lo accolgono, lo proteggono, gli danno fiducia e gli trasmettono amore. 

La preghiera semplice e fiduciosa è la certezza che lo sguardo di Dio è su di noi, come quello di nostra madre. Pregare è fare esperienza dell'amore di Dio, che ci avvolge come le braccia di chi ci ha messi al mondo, che ci tiene per mano e ci guida anche quando ci sembra di essere soli.
Al nostro gesto di preghiera Dio risponde con il suo amore. Lui ci prende in braccio teneramente, quando cresciamo, ci prende per mano, quando cadiamo ci risolleva e ci mette sulle sue spalle, quando sembra che i flutti della vita ci sommergano, lui ci tende la mando e ci salva dalla morte. Come ricorda oggi il Salmista: “Non lascerà vacillare il tuo piede, non si addormenterà il tuo custode, perché non prende sonno il custode di Israele... Il Signore è il tuo custode, il Signore è la tua ombra e sta alla tua destra... Il Signore ti custodirà da ogni male: egli custodirà la tua vita...” (Sal 120 (121) 3).
La preghiera è come respiro della vita ed esprime la certezza indubitabile che Dio è con noi, che Dio è per noi e noi siamo la creatura a lui più cara. Quindi la preghiera va fatta sempre, costantemente.
All’obiezione che è impossibile pregare sempre, risponderei non con un discorso, ma con il consiglio di non essere avari nel dare tempo a Dio. Più si prega e più si rimarrà nella preghiera.
A chi le chiedeva come imparare a pregare Madre Teresa rispondeva: “Pregando”. Per Padre Pio da Pietrelcina “pregare sempre” era diventato “Rosari sempre”, cioè Maria sempre nella sua vita. Don Luigi Giussani spiegava il “pregare sempre” con l’affermazione “pregate più che potete”. Il Beato Stefan, maronita fratello laico, visse ripetendo a sé e agli altri “Dio ti vede”: cioè si santificò, vivendo costantemente nella consapevole certezza che Dio ha sempre il suo sguardo di amore su ciascuno essere umano. Nella tradizione delle Chiese d’Oriente come preghiera incessante è quella usata particolarmente nel movimento monastico esicasta7, che è una preghiera strettamente legata alla preghiera del cuore, è chiamata la preghiera di Gesù e consiste nel dire il più frequentemente possibile “Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio abbi pietà di me peccatore”. Questo modo di pregare usando la preghiera “Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio abbi pietà di me peccatore” come giaculatoria così frequente da farla coincidere con il respiro del corpo è particolarmente pratico ed è, secondo la teologia spirituale orientale, necessario e addirittura indispensabile per l’efficacia della preghiera: esso è alla portata di tutti i cristiani che vivono con pietà e cercano la salvezza, siano essi monaci o laici.
La preghiera è un rapporto. Pregare vuol dire rivolgersi a qualcuno; è vivere questo rapporto, un rapporto che diventa sempre più grande, più intimo e più vero, così da trasformarci in Colui che preghiamo, così da divenire una sola cosa col Cristo.

A questo sono chiamate le Vergini consacrate come il Vescovo prega su di loro durante la preghiera di consacrazione: “Che brucino di carità e non amino niente al di fuori di Te … In Te possiedano tutto perché è Te che loro preferiscono a tutto” (Rito della consacrazione delle Vergini, n. 24). Queste donne sono chiamate a dare testimonianza di fedeltà alla preghiera personale e liturgica perché non ci si lasci prendere dall'attivismo vorticoso.
Con l’esempio di una preghiera non saltuaria, ma costante, piena di fiducia in Dio-Amore “che ci concede quello che ci fa chiedere” (cfr Sant’Anselmo), le Vergini consacrate comunicano alle persone che stanno loro vicine, a coloro che incontrano in parrocchia o sul lavoro, la gioia dell’incontro costante con il Signore, luce per l’esistenza del mondo intero.
Con la fedeltà alla via della preghiera queste persone consacrate aiutano anche gli altri a percorrerla: anche per la preghiera cristiana è vero che, camminando, si aprono cammini di verità e amore infiniti, il cui vertice è il rapporto di comunione che si fa preghiera.


1 Si veda la voce preghiera nel Dizionario critico di Teologia (Roma 2006 – [Paris 2007 3ème édition]) pubblicato sotto la direzione di Jean-Yves Lacoste.

2 dal greco ὀρϕανός (orphanòs), dal latino ŏrphănus, ,affine all'etimologia del latino orbus cioè "privo", colui a cui sono rapiti i genitori dalla morte, quindi indica il bambino senza famiglia, un piccolo essere che non è di nessuno e di cui nessuno si cura.

3 Dal latino viduus/a che propriamente vuol dire “privo”, quindi essere vuoto, mancare di qualcosa o di qualcuno. Anche il termine greco χῆρος, -α, -ον [chéros] vuol dire “privo, vuoto, mancante” e quindi senza marito o moglie. Pertanto “vedova” vorrebbe dire “è senza”, cioè manca della sua parte. Ora siccome la sposa è tale se ha lo sposo, senza sposo è ciò che è niente, la vedova è senza ciò che la farebbe essere ciò che è: “sposa”.

4 Summa Theologica, IIa-IIae, q. 83, a 15 ad 2.

5 Nel testo greco c’è ἐγκακεῖν (egkakeìn), vuol dire essere completamente abbattuto, sfinito, esausto, quindi mè egkakeìn è tradotto senza stancarsi in italiano e senza scoraggiarsi in francese, ma si potrebbe tradurre letteralmente “senza perdersi d’animo”.

6 Ho scritto azione e non discorso, perché la preghiera non è un puro e semplice parlare, è un lavoro (cfr Divo Barsotti, Preghiera lavoro del cristiano, Milano 2005, pp . 144).

7 Gli esicasti praticano la cosiddetta preghiera di Gesù o preghiera del cuore, che consiste nella ripetizione incessante della questa formula, fino a farla coincidere con il ritmo del respiro: “Signore Gesù Cristo, figlio di Dio, abbi pietà di me peccatore”. A condizione che ci si metta al riparo dalle distrazioni e che si custodisca la pace dell’anima, questa pratica permette di avvicinarsi a Dio e di unirsi a Lui.
L’esicasmo (dal greco ἡσυχασμός hesychasmos, da ἡσυχία hesychia, calma, pace, tranquillità, assenza di preoccupazione) è una dottrina e pratica ascetica diffusa tra i monaci dell'Oriente cristiano fin dai tempi dei Padri del deserto (IV secolo). Scopo dell'esicasmo è la ricerca della pace interiore, in unione con Dio e in armonia con il creato. Divulgata da Evagrio Pontico (IV secolo) e da altri maestri spirituali tra cui nel VI secolo spicca San Giovanni Climaco autore della Scala del Paradiso, la pratica dell'esicasmo è ancora viva sul Monte Athos e in altri monasteri ortodossi. Sull'Athos essa ricevette un impulso decisivo dall'opera di Gregorio Palamas (morto nel 1359) e nei secoli successivi dagli scritti di teologi e mistici raccolti nella Filocalia.
Si veda la voce esicasmo nel Dizionario critico di Teologia (Roma 2006 – [Paris 2007 3ème édition]) pubblicato sotto la direzione di Jean-Yves Lacoste.



Lettura Patristica
Sant’Agostino d’Ippona
Preghiere dalle Confessioni

Come invocare Dio?
Tu sei grande, Signore, e ben degno di lode; grande è la tua virtù, e la tua sapienza incalcolabile. E l'uomo vuole lodarti, una particella del tuo creato, che si porta attorno il suo destino mortale, che si porta attorno la prova del suo peccato e la prova che tu resisti ai superbi. Eppure l'uomo, una particella del tuo creato, vuole lodarti. Sei tu che lo stimoli a dilettarsi delle tue lodi, perché ci hai fatti per te, e il nostro cuore non ha posa finché non riposa in te. Concedimi, Signore, di conoscere e capire se si deve prima invocarti o lodarti, prima conoscere oppure invocare. Ma come potrebbe invocarti chi non ti conosce? Per ignoranza potrebbe invocare questo per quello. Dunque ti si deve piuttosto invocare per conoscere? Ma come invocheranno colui, in cui non credettero? E come chiedere, se prima nessuno dà l'annunzio? Loderanno il Signore coloro che lo cercano, perché cercandolo lo trovano, e trovandolo lo loderanno. Che io ti cerchi, Signore, invocandoti, e ti invochi credendoti, perché il tuo annunzio ci è giunto. Ti invoca, Signore, la mia fede, che mi hai dato e ispirato mediante il tuo Figlio fatto uomo, mediante l'opera del tuo Annunziatore ( 1, 1, 1).
Perché invocare Dio?
Ma come invocare il mio Dio, il Dio mio Signore? Invocarlo sarà comunque invitarlo dentro di me; ma esiste dentro di me un luogo, ove il mio Dio possa venire dentro di me, ove possa venire dentro di me Dio, Dio, che creò il cielo e la terra? C'è davvero dentro di me, Signore Dio mio, qualcosa capace di comprenderti? Ti comprendono forse il cielo e la terra, che hai creato e in cui mi hai creato? Oppure, poiché senza di te nulla esisterebbe di quanto esiste, avviene che quanto esiste ti comprende? E poiché anch'io esisto così, a che chiederti di venire dentro di me, mentre io non sarei, se tu non fossi in me? Non sono ancora negli inferi sebbene tu sei anche là, e quando pure sarò disceso all'inferno, tu sei là. Dunque io non sarei, Dio mio, non sarei affatto, se tu non fossi in me; o meglio, non sarei, se non fossi in te, poiché tutto da te, tutto per te, tutto in te. Sì, è così, Signore, è così. Dove dunque ti invoco, se sono in te? Da dove verresti in me? Dove mi ritrarrei, fuori dal cielo e dalla terra, perché di là venga in me il mio Dio, che disse: "Cielo e terra io colmo?" (1, 2, 2).
Cosa sei, Dio mio?
Cosa sei dunque, Dio mio? Cos'altro, di grazia, se non il Signore Dio? Chi è invero signore all'infuori del Signore, chi Dio all'infuori del nostro Dio? O sommo, ottimo, potentissimo, onnipotentissimo, misericordiosissimo e giustissimo, remotissimo e presentissimo, bellissimo e fortissimo, stabile e inafferrabile, immutabile che tutto muti, mai nuovo mai decrepito, rinnovatore di ogni cosa, che a loro insaputa porti i superbi alla decrepitezza; sempre attivo sempre quieto, che raccogli senza bisogno; che porti e riempi e serbi, che crei e nutri e maturi, che cerchi mentre nulla ti manca. Ami ma senza smaniare, sei geloso e tranquillo, ti penti ma senza soffrire, ti adiri e sei calmo, muti le opere ma non il disegno, ricuperi quanto trovi e mai perdesti; mai indigente, godi dei guadagni; mai avaro, esigi gli interessi; ti si presta per averti debitore, ma chi ha qualcosa, che non sia tua? Paghi i debiti senza dovere a nessuno, li condoni senza perdere nulla.
Che ho mai detto, Dio mio, vita mia, dolcezza mia santa? Che dice mai chi parla di te? Eppure sventurati coloro che tacciono di te, poiché sono muti ciarlieri ( 1, 4, 4)
Tu sei la mia salvezza!
Chi mi farà riposare in te, chi ti farà venire nel mio cuore a inebriarlo? Allora dimenticherei i miei mali, e il mio unico bene abbraccerei: te. Cosa sei per me? Abbi misericordia, affinché io parli. E cosa sono io stesso per te, sì che tu mi comandi di amarti e ti adiri verso di me e minacci, se non ubbidisco, gravi sventure, quasi fosse una sventura lieve l'assenza stessa di amore per te? Oh, dimmi, per la tua misericordia, Signore Dio mio, cosa sei per me. Di' all'anima mia: la salvezza tua io sono. Dillo, che io l'oda. Ecco, le orecchie del mio cuore stanno davanti alla tua bocca, Signore. Aprile e di' all'anima mia: la salvezza tua io sono. Rincorrendo questa voce io ti raggiungerò, e tu non celarmi il tuo volto. Che io muoia per non morire, per vederlo ( 1, 5, 5).

La mia anima è la tua casa
Angusta è la casa della mia anima perché tu possa entrarvi: allargala dunque; è in rovina: restaurala; alcune cose contiene, che possono offendere la tua vista, lo ammetto e ne sono consapevole; ma chi potrà purificarla, a chi griderò, se non a te: "purificami, Signore dalle mie brutture ignote a me stesso, risparmia al tuo servo le brutture degli altri"? Credo, perciò anche parlo. Signore, tu sai: non ti ho parlato contro di me dei miei delitti, Dio mio, e tu non hai assolto la malvagità del mio cuore? Non disputo con te, che sei la verità, e io non voglio ingannare me stesso, nel timore che la mia iniquità s'inganni. Quindi non disputo con te, perché, se ti porrai a considerare le colpe, Signore, Signore, chi reggerà? (1, 5, 6).
Signore, che io ti ami fortissimamente
Ascolta, Signore, la mia implorazione: non venga meno la mia anima sotto la tua disciplina, non venga meno io nel confessarti gli atti della tua commiserazione, con cui mi togliesti dalle mie pessime strade. Che tu mi riesca più dolce di tutte le attrazioni dietro a cui correvo; che io ti ami fortissimamente e stringa con tutto il mio intimo essere la tua mano; che tu mi scampi da ogni tentazione fino alla fine! Ecco, non sei tu, Signore, il mio re e il mio Dio ? Al tuo servizio sia rivolto quanto di utile imparai da fanciullo, sia rivolta la mia capacità di parlare e scrivere e leggere e computare (1, 15, 24).
Grazie, Signore, per i tuoi doni!
Eppure, Signore, a te eccellentissimo, ottimo creatore e reggitore dell'universo, a te Dio nostro grazie anche se mi avessi voluto soltanto fanciullo. Perché anche allora esistevo, vivevo, sentivo, avevo a cuore la preservazione del mio essere, immagine della misteriosissima unità da cui provenivo; vigilavo con l'istinto interiore sulla preservazione dei miei sensi, e persino in quei piccoli pensieri, su piccoli oggetti, godevo della verità; non volevo essere ingannato, avevo una memoria vivida, ero fornito di parola, mi intenerivo all'amicizia, evitavo il dolore, il disprezzo, l'ignoranza. Cosa vi era in un tale essere, che non fosse ammirevole e pregevole? E tutti sono doni del mio Dio, non lo li ho dati a me stesso. Sono beni, e tutti sono io. Dunque è buono chi mi fece, anzi lui stesso è il mio bene, e io esulto in suo onore per tutti i beni di cui anche da fanciullo era fatta la mia esistenza. Il mio peccato era di non cercare in lui, ma nelle sue creature, ossia in me stesso e negli altri, i diletti, i primati, le verità, così precipitando nei dolori, nelle umiliazioni, negli errori. A te grazie, dolcezza mia e onore mio e fiducia mia, Dio mio, a te grazie dei tuoi doni. Tu però conservameli, così conserverai me pure, e tutto ciò che mi hai donato crescerà e si perfezionerà, e io medesimo sussisterò con te, poiché tu mi hai dato di sussistere (1, 20, 31).
O mia gioia tardiva!
Assordato dallo stridore della catena della mia mortalità, con cui era punita la superbia della mia anima, procedevo sempre più lontano da te, ove mi lasciavi andare, e mi agitavo, mi sperdevo, mi spandevo, smaniavo tra le mie fornicazioni; e tu tacevi. O mia gioia tardiva, tacevi allora, mentre procedevo ancora più lontano da te moltiplicando gli sterili semi delle sofferenze, altero della mia abiezione e insoddisfatto della mia spossatezza (2, 2, 2).
Tu sei sempre vicino
Tu, Signore, regoli anche i tralci della nostra morte e sai porre una mano leggera sulle spine bandite dal tuo paradiso, per smussarle. La tua onnipotenza non è lontana da noi neppure quando noi siamo lontani da te (2, 2, 3).
Signore, che dài per maestro il dolore
Tu eri sempre presente con i tuoi pietosi tormenti, cospargendo delle più ripugnanti amarezze tutte le mie delizie illecite per indurmi alla ricerca della delizia che non ripugna. Dove l'avessi trovata, non avrei trovato che te, Signore, te, che dài per maestro il dolore e colpisci per guarire e ci uccidi per non lasciarci morire senza di te (2, 2, 4).
Ti amerò, Signore!
Come rimunerare il Signore del fatto che la mia memoria rievoca simili azioni e la mia anima non ne è turbata? Io ti amerò, Signore, ti renderò grazie e confesserò il tuo nome, poiché mi hai perdonato malvagità e delitti così grandi. Attribuisco alla tua grazia e alla tua misericordia il dileguarsi come ghiaccio dei miei peccati; attribuisco alla tua grazia anche tutto il male che non ho commesso. Cosa non avrei potuto fare, se amai persino il delitto in se stesso? Eppure tutti questi peccati: e quelli che di mia spontanea volontà commisi, e quelli che sotto la tua guida evitai, mi furono rimessi, lo confesso (2, 7, 15).
Voglio te
Voglio te, giustizia e innocenza bella e ornata delle tue pure luci e di un'insaziabile sazietà. Accanto a te una pace profonda e una vita imperturbabile. Chi entra in te, entro nel gaudio del suo Signore; non avrà timori e si troverà sommamente bene nel sommo Bene. Io mi dispersi lontano da te ed errai, Dio mio, durante la mia adolescenza per vie troppo remote dalla tua solida roccia. Così divenni per me regione di miseria (2, 10, 18).
Dio mio, sconfinata misericordia mia!
Pure, la tua misericordia mi aleggiava intorno fedele, di lontano. In quante iniquità non mi sono corrotto fino alla putredine! Ti lasciai per seguire una curiosità sacrilega, che doveva precipitarmi nell'abisso infido e nel culto ingannevole dei demòni, cui immolavo in sacrificio i miei misfatti. E tu frattanto non cessavi di flagellarmi. Non osai persino, nelle affollate cerimonie delle tue festività, fra le pareti della tua chiesa concepire voglie impure e brigare per cogliere frutti mortali? Perciò mi hai fustigato duramente. Ma i tuoi castighi erano nulla rispetto alla mia colpa, o sconfinata misericordia mia, Dio mio, rifugio mio dai terribili pericoli fra cui vagai presuntuoso, a testa alta, staccandomi sempre più da te, invaghito delle mie, non delle tue strade, invaghito della mia libertà di evaso (3, 3, 5).
O Verità, Verità!
O Verità, Verità, come già allora e dalle intime fibre del mio cuore sospiravo verso di te, mentre quella gente mi stordiva spesso e in vario modo con il solo suono del tuo nome e la moltitudine dei suoi pesanti volumi. Nei vassoi che si offriva alla mia fame di te, invece di te si presentavano il sole e la luna, creature tue, e belle, ma pur sempre creature tue, non te stessa, anzi neppure le tue prime creature, poiché le precedono le creature spirituali, essendo queste corporee, sebbene luminose e celesti. Ma io neppure delle tue prime creature, bensì di te sola, di te, Verità non soggetta a trasformazione né ad ombra di mutamento, avevo fame e sete. Invece mi si ammannivano ancora su quei vassoi delle ombre baluginanti. Non sarebbe stato meglio rivolgere senz'altro il mio amore al vero sole, vero almeno per questi occhi, anziché a quelle menzogne, che attraverso gli occhi ingannavano lo spirito? Eppure io le ingoiavo, perché le credevo te, ma senza avidità, perché nella mia bocca non avevi il tuo reale sapore, non essendo davvero tu quelle insulse finzioni, e senza trarne un nutrimento, anzi un esaurimento sempre maggiore. Così il cibo dei sogni è in tutto simile a quello della veglia, eppure i dormienti non si nutrono, perché dormono. Ma i cibi che allora mi somministravano non erano nemmeno simili in nulla a te, quale ti conosco ora che mi hai parlato. Erano fantasmi corporei, corpi falsi. Sono più reali questi corpi veri, che vediamo con gli occhi della carne in cielo e in terra, che vediamo come le bestie e gli uccelli li vedono, eppure più reali di quanto li immaginiamo; ed anche immaginandoli li vediamo in modo più reale di quando muovendo da essi ne supponiamo altri maggiori e infiniti del tutto inesistenti, come le vanità di cui allora mi pascevo senza pascermi. Ma tu, Amore mio, su cui mi piego per essere forte, non sei né i corpi che vediamo, sia pure, in cielo, né quelli che non vi vediamo, essendo un frutto della tua creazione, e neppure tra i sommi nel tuo ordinamento. Quanto sei dunque lontano dalle mie fantasie di allora, fantasie di corpi sprovvisti di ogni realtà! Più reali di esse sono le rappresentazioni dei corpi esistenti, e più reali di queste i corpi medesimi, che pure tu non sei. Ma tu non sei neppure l'anima, che è la vita dei corpi, e la vita dei corpi è indubbiamente più alta e reale dei corpi. Tu sei la vita delle anime, la vita delle vite, vivente per tua sola virtù senza mai mutare, vita dell'anima mia (3, 6, 10).
Cosa sono io senza di te?
Cosa sono io per me stesso senza te, se non una guida verso il precipizio? e quando anche sto bene, cosa sono, se non uno che succhia il tuo latte e si nutre di te, vivanda incorruttibile? è chi è l'uomo, qualsiasi uomo, come uomo? Ci deridano pure i forti e i potenti; noi, deboli e bisognosi, ci confesseremo a te (4, 1, 1).
Ascolta il mio pianto
Ed ora, Signore, tutto ciò è ormai passato e il tempo ha lenito la mia ferita. Potrei ascoltare da te, che sei la verità, avvicinare alla tua bocca l'orecchio del mio cuore, per farmi dire come il pianto possa riuscire dolce agli infelici? o forse, sebbene ovunque presente, hai respinto lontano da te la nostra infelicità e, mentre tu sei stabile in te stesso, noi ci muoviamo in un seguito di prove? Eppure, se non potessimo piangere contro le tue orecchie, non rimarrebbe nulla della nostra speranza. Come può essere dunque che dall'amarezza della vita si coglie un soave frutto di gemiti, di pianto, di sospiri, di lamenti? La dolcezza nasce forse dalla speranza che tu li ascolti? Ciò accade giustamente nelle preghiere, perché sono animate dal desiderio di giungere fino a te; ma anche nella sofferenza per una perdita, in un lutto come quello che allora mi opprimeva? Io non speravo né invocavo con le mie lacrime il ritorno dell'amico alla vita, ma soffrivo e piangevo soltanto. Io ero infelice e la mia felicità più non era. O forse il pianto è una realtà amara e ci diletta per il disgusto delle realtà un tempo godute e ora aborrite? (4, 5, 10).
Dio, speranza mia
Eccolo il mio cuore, mio Dio, eccolo nel suo intimo. Vedilo attraverso i miei ricordi, o speranza mia, tu che mi purifichi dall'impurità di questi sentimenti, dirigendo i miei occhi verso di te e strappando dal laccio i miei piedi (4, 6 ,11).
Dio delle virtù, volgiti a me
Dio delle virtù, rivolgi noi a te, mostra a noi il tuo viso, e saremo salvi. L'animo dell'uomo si volge or qua or là, ma dovunque fuori di te è affisso al dolore, anche se si affissa sulle bellezze esterne a te e a sé. Eppure non esisterebbero cose belle, se non derivassero da te. Nascono e svaniscono: nascendo cominciano, per così dire, a esistere, crescono per maturare, e appena maturate invecchiano fino a morire. Non tutte invecchiano, ma tutte muoiono... Ti lodi per quelle cose la mia anima, Dio creatore di tutto, ma senza lasciarsi in esse invischiare dall'amore, attraverso i sensi del corpo (4, 10, 15).
Ascolta, anima mia...
Non essere vana, anima mia, non assordare l'orecchio del cuore nel tumulto delle tue vanità. Ascolta tu pure: è il Verbo stesso che ti grida di tornare; il luogo della quiete imperturbabile è dove l'amore non conosce abbandoni, se lui per primo non abbandona. Qui invece lo vedi, ogni cosa dilegua per far posto ad altre e costituire l'universo inferiore nella sua interezza. "Ma io, dice il Verbo divino, mi dileguo forse da qualche parte?". Fissa dunque in lui la tua dimora, affida a lui quanto tieni da lui, anima mia finalmente stanca d'inganni; affida alla verità quanto ti viene dalla verità, e nulla perderai. Rifioriranno le tue putredini, tutte le tue debolezze saranno guarite, le tue parti caduche riparate, rinnovate, fissate strettamente a te stessa; anziché travolgerti nel loro abisso, rimarranno stabili e durevoli con te accanto a Dio eternamente stabile e durevole (4, 11, 16).
Amiamolo, amiamolo!
Se ti piacciono i corpi loda Dio per essi, rivolgi il tuo amore al loro artefice per evitare di spiacere a lui per il piacere delle cose. Se ti piacciono le anime, in Dio amale, poiché sono mutevoli anch'esse, ma in lui si Fissano stabilmente, mentre altrove passerebbero e perirebbero. In lui amale dunque, rapisci a lui con te quante altre anime puoi e di' loro: "Amiamolo, amiamolo: lui è il creatore di queste cose e non ne è lontano, perché non le abbandonò dopo averle create, ma, venute da lui, in lui sono. Dov'è? Dove si assapora la verità? E' nell'intimo del cuore, ma il cuore errò lontano da lui. Rientrate nel vostro cuore, prevaricatori, e unitevi a colui che vi ha creati. Restate con lui, e resterete saldi; riposate in lui, e avrete riposo. Dove andate, alle tribolazioni? Dove andate? Il bene che amate deriva da lui, ma solo in quanto tende a lui è buono e soave; sarà invece giustamente amaro, perché ingiustamente si ama, lasciando lui, ciò che deriva da lui. Quale vantaggio ricavate dal vostro lungo e continuo camminare per vie aspre e penose? Non vi è quiete dove voi la cercate. Cercate ciò che cercate, ma non è 11, dove voi cercate. Voi cercate una vita felice in un paese di morte: non è lì. Come potrebbe essere una vita felice ove manca la vita? (4, 12, 18).
Fino a quando questo peso nel cuore?
Discese nel mondo la nostra vita, la vera, si prese sulle sue spalle la nostra morte e l'uccise con la sovrabbondanza della sua vita, ci gridò tuonando di tornare dal mondo a lui, nel sacrario onde venne a noi dapprima entrando nel seno di una vergine, ove gli si unì come sposa la creatura umana, la nostra carne mortale, per non rimanere definitivamente mortale; poi di là, come sposo che esce dal talamo, uscì con balzo di gigante per correre la sua via, e senza mai attardarsi corse gridando a parole e a fatti, con la morte e la vita, con la discesa e l'ascesa, gridando affinché tornassimo a lui; e si dipartì dagli occhi affinché tornassimo al cuore, ove trovarlo. Partì infatti, ed eccolo, è qui. Non volle rimanere a lungo con noi, e non ci ha lasciati. Partì verso un luogo da cui non si era mai dipartito, perché il mondo fu fatto per mezzo suo, e in questo mondo era, e venne in questo mondo a salvare i peccatori. La mia anima si confessa a lui, e lui la guarisce, perché ha peccato contro di lui. "Figli degli uomini, fino a quando questo peso nel cuore?. Anche dopo che la vita discese a voi, non volete ascendere a vivere? Dove ascendete, se siete già in alto e avete posto la bocca nel cielo? Discendete, per ascendere, e ascendere a Dio, poiché cadeste nell'ascendere contro Dio". Di' loro queste parole, anima mia, affinché piangano nella valle del pianto, e così rapiscili via con te fino a Dio. Lo spirito di Dio t'ispira queste parole, se nel parlare ardi col fuoco della carità (4, 12, 19).
O dolce verità!
Pure tendevo queste orecchie, o dolce verità, alla tua melodia interiore nell'atto stesso di meditare sulla bellezza e la convenienza. Il mio desiderio era di stare ritto innanzi a te, di udirti, di sentirmi preso dalla gioia alla voce dello Sposo; e non potevo realizzarlo poiché le voci del mio errore mi trascinavano fuori di me e il peso del mio orgoglio mi faceva cadere verso il basso. Non davi infatti gioia e letizia al mio udito, né esultavano le ossa, che non erano state ancora umiliate (4, 15, 27).
Tu, ci proteggi e ci sorreggi
O Signore Dio nostro, noi si speri nella copertura delle tue ali, e tu proteggi noi, sorreggi noi. Tu ci sorreggerai, e da piccoli e ancora canuti ci sorreggerai. La nostra fermezza, quando è in te allora è fermezza; quando è in noi, è infermità. Il nostro bene vive sempre accanto a te, e nell'avversione a te è la nostra perversione. Volgiamoci tosto indietro, Signore, per non essere sconvolti. Il nostro bene vive indefettibilmente accanto a te, perché tu medesimo lo sei, e non temiamo di non trovare al nostro ritorno il nido da cui siamo precipitati. La nostra casa non precipita durante la nostra assenza: è la tua eternità (4, 16, 31).



venerdì 11 ottobre 2013

Purificati lungo il cammino: solo camminando si capisce se il cammino vale.

Rito romano
XXVIII Domenica del Tempo Ordinario – Anno C – 13 ottobre 2013
2 Re 5, 14-17; 2Tm 2, 8-13, Lc 17, 11-19
La fede che salva

Rito ambrosiano
VII Domenica dopo il martirio di San Giovanni il Precursore
Is 66, 18b-23; Sal 67 (66), 2-5. 7-8; 1Cor 6, 9-11; Mt 13, 44-52
Ai popoli è rivelata la salvezza
  1) Chi chiede con fede, ottiene.
Nei brani presi dal 2 libro dei Re (prima lettura) e dal Vangelo di questa Domenica è descritta la miracolosa guarigione di malati di lebbra, una malattia che nell’Antico Testamento ed al tempo di Gesù era considerata la più grave delle malattie tanto da rendere la persona “impura1” e da escluderla dai rapporti sociali. Il lebbroso era uno scomunicato dalla vita e dall’umanità. La legislazione (cfr Lv 13-14) riservava ai sacerdoti il compito di dichiarare la persona lebbrosa, cioè impura; e spettava ugualmente al sacerdote constatarne la guarigione e riammettere il malato risanato alla vita normale.
Ora immagiamo di essere al posto dei discepoli accanto a Cristo e guardiamo arrivare questi malati, che implorano: “Gesù, Maestro, abbi pietà di noi” (Lc 17, 14).
Cosa vediamo? Scorgiamo dei miseri spettri sofferenti, che tutti scansano, separati da tutti, che fanno schifo a tutti, ed è grazia se hanno un po' di pane, una scodella per l'acqua, il tetto di una topaia per nascondersi, e a fatica spiacciano le parole da labbra gonfie, tumefatte.
Cosa ascoltiamo? Sentiamo questi morti viventi che chiedono la salute, la guarigione, il prodigio al Maestro, perché sanno che è potente in parole ed opere. Lui è per loro l’ultima speranza, l’ancora a cui appendere la loro disperazione. Come potrebbe Gesù scansarsi da loro come fanno gli altri? Come può il Suo cuore non ascoltarli? Come potrebbe il Salvatore non esaudirli con la sua amorosa onnipotenza? E compie il miracolo.
Cosa facciamo? Seguiamo l’esempio di san Francesco d’Assisi, come egli lo riassume all’inizio del suo Testamento: “Il Signore dette a me, frate Francesco, d’incominciare a fare penitenza così: quando ero nei peccati, mi sembrava cosa troppo amara vedere i lebbrosi; e il Signore stesso mi condusse tra loro e usai con essi misericordia. E allontanandomi da essi, ciò che mi sembrava amaro mi fu cambiato in dolcezza d’animo e di corpo. E di poi, stetti un poco e uscii dal mondo” (Fonti Francescane, 110). In quei lebbrosi, che Francesco incontrò quando era ancora “nei peccati” - come lui dice - era presente Gesù; e quando Francesco si avvicinò a uno di loro e, vincendo il proprio ribrezzo, lo abbracciò, Gesù lo guarì dalla sua lebbra, cioè dal suo orgoglio, e lo convertì all’amore di Dio.
Ecco la vittoria di Cristo, che è la nostra guarigione profonda e la nostra risurrezione a vita nuova, senza la lebbra del peccato che ci è completamente perdonato.
Quindi, un tale prodigio (la guarigione ed il perdono) rappresenta il segno della rinnovata amicizia di Dio con la sua creatura più cara: l’essere umano. Questo miracolo fa di noi non solo dei guariti ma degli evangelizzatori: Gesù fa di noi degli annunci viventi.

2) Un miracolo sotto condizione? L’obbedienza non basta, ci vuole amore e riconoscenza.
A differenza di altre guarigioni, Gesù, in questa circostanza, prima ancora di aver sanato i dieci lebbrosi, ordina loro di andare dai sacerdoti (la legge mosaica prescriveva di presentarsi al sacerdote per la verifica di un’eventuale purificazione dalla lebbra), il che testimonia come tutti e dieci, almeno inizialmente, dimostrarono una profonda fiducia in Gesù (E mentre essi andavano, furono guariti –Lc 17,15). Viene spontaneo chiedersi perché Gesù, al termine del racconto, sembra che attribuisca la fede al solo Samaritano (“Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce; e si gettò ai piedi di Gesù per ringraziarlo. Era un Samaritano. Ma Gesù osservò:“Non sono stati guariti tutti e dieci? E gli altri nove dove sono?” – Lc 17, 18)), l’unico che abbia dimostrato un sentimento di gratitudine per il bene ricevuto. In realtà, il suo (del Samaritano) ringraziamento non fu un semplice gesto di cortesia, ma un autentico “atto di fede” nella potenza salvifica di Dio, manifestata gratuitamente in Cristo Gesù nei confronti di una persona malata e per di più straniera. Lui era ritornato da Gesù per ringraziare e per “rendere gloria a Dio”.
Questi nove lebbrosi si incontrarono con Cristo, ma videro in lui solo un’opportunità per la guarigione del loro corpo, per poi dimenticare tutto.
Invece il lebbroso samaritano, l’estraneo dal popolo eletto, intuì in Cristo il Volto buono del Mistero che lo aveva salvato e rese lode a Dio, e accolse Cristo come l’avevano accolto Zaccaria, papà di Giovanni il Precursore, la Madonna, la Vergine Madre del Figlio di Dio indicato da Giovanni, Simeone, il vecchio dal cuore così giovane che riconobbe Cristo in un bambino portato dal tempio da una povera coppia, che aveva i soldi solo per due colombi per riscattare il figlio, come prescriveva la legge biblica.
Il lebbroso samaritano è ognuno di noi che accoglie Cristo e mette la propria vita nella Sua vita. Quest’uomo purificato dalla lebbra aveva capito che la salvezza è poi la relazione con lui, sorgente della vita, non l’essere mondato dalla lebbra, quindi ritornò2 dal Salvatore. La salvezza non è semplicemente l’essere mondati, guariti. La salvezza è molto di più, non è la buona salute, perché quella presto o tardi se ne va. La salvezza è un’altra cosa, è la relazione con lui, tornare a lui, glorificare Dio a gran voce.
Iniziando la nostra lode in ginocchio come fece questo lebbroso (che “vedendosi guarito, tornò indietro lodando3 Dio a gran voce, e si prostrò davanti a Gesù, ai suoi piedi4 per ringraziarlo5” - Lc 17, 15), preghiamo i cantici di Zaccaria, Maria Vergine e Simeone.
Il Benedictus6 (che si recita alle Lodi del mattino) è il cantico dell’attesa, della rinnovata accoglienza di Dio e accogliere Dio è per l’uomo un impegno e un programma. Nel Magnificat7 (che si recita a Vespro) è il cantico del rendimento di grazie per il compimento del mistero di Cristo: l’aver accolto Dio fa prorompere nell’inno di grazie. Nel Nunc dimittis8 (che è pregato a Compieta) è anch’esso un cantico di ringraziamento per il dono ricevuto, con cui nel scendere della sera il fedele fiduciosamente si abbandona tra le braccia di Dio: l’uomo si scioglie in un atto di puro abbandono a Dio.
La nostra preghiera inizia facendo nostra la preghiera dei lebbrosi, si perfezioni assumendo l’atteggiamento del lebbroso samaritano guarito e grato, infine diventi “lavoro” facendo uso, se possibile, della Liturgia delle Ore. In libro che contiene questa liturgia è chiamato anche Breviario e è giusto considerarlo un lavoro non solo dei monaci e delle monache e dei preti. Esso è un lavoro che santifica il Cristiano e la Chiesa e rende gloria a Dio. A questo “lavoro” di lode e di intercessione sono particolarmente chiamate le Vergini consacrate: “Ricevi il libro della preghiera della Chiesa. Non smettere mai di lodare il tuo Dio né di intercedere per la salvezza del mondo” (Rituale della Consacrazione delle Vergini n. 27). Queste donne lavorano nel mondo non solo per guadagnare di che vivere, ma lavorano per il mondo soprattutto con la preghiera di intercessione. Ci sono di esempio anche perché “lavorano” con la preghiera, testimoniando che la preghiera è lavoro,
il più efficace, perché ci ottiene l'energia per compiere il bene.
Il lavoro è preghiera, partecipazione all’opera di Cristo che redime il mondo, obbedienza alla parola di Dio che questo mondo ha creato e salva.
La preghiera è lavoro, non fuga dal mondo e dalla fatica della vita, ma opera a servizio del mondo intero, perché Dio, unico Signore della storia, voglia trasformarlo nel suo Regno, come Gesù ha promesso e ci ha insegnato a chiedere.



1 Puro, impuro sono per noi nozioni morali. Nella Bibbia, come in tutte le altre religioni, sono invece nozioni assai vicine a quelle di tabù o di sacro. Si è "impuri" quando si entra a contatto con una potenza misteriosa, che può essere buona o cattiva. Bisogna allora praticare un rito che “purifica”, per sfuggire al contagio di tale potenza. Certe malattie, per esempio, possono rendere l'uomo impuro perché si pensa che, in tal modo, egli sia sotto l'influenza di demoni. Al contrario, il contatto con Dio può rendere “impuro”. Così appena qualche tempo fa, si poteva leggere persino nei libri liturgici cattolici questa rubrica: "Dopo la comunione, il sacerdote “purifica il calice” (con un lino chiamato “purificatoio”). Questo calice era, insomma, diventato "impuro" (in senso morale) per aver contenuto il sangue di Cristo? No! Era divenuto “sacro”, perché era entrato nell'ambito divino e la sua “purificazione” era un rito di “desacralizzazione” che permetteva di farne, di nuovo, un certo uso profano. La donna che ha avuto un rapporto sessuale deve anch'essa “purificarsi”. Ci si può domandare se non si tratti, anche qui, di un rito di “desacralizzazione”: poiché è entrata in contatto con Dio, sorgente di vita, donando la vita, o comunque entrando nella sfera sessuale ad essa legata, deve passare attraverso un rito per poter riprendere di nuovo la sua esistenza profana. La questione del puro e dell'impuro è molto complessa e assai discussa tra gli specialisti.
Le semplificazioni rischiano sempre di falsare la realtà. Tuttavia possiamo ritenere almeno due punti: 1- le nozioni di puro e impuro non hanno spesso alcun carattere morale, ma sono piuttosto imparentate alle nozioni di tabù e di sacro; 2- tuttavia, talvolta, queste stesse parole, assumono un senso morale; la confusione tra questi due sensi (purificazione cultuale e purificazione morale) è senza dubbio in parte responsabile del discredito gettato sulla sessualità: là dove la Bibbia parlava di impurità  in senso “sacro” o cultuale, noi abbiamo spesso interpretato impurità in senso “morale”. (cfr E. Charpentier, Per leggere l’Antico Testamento, Roma 1981).
Per una chiara, aggiornata e sintetica presentazione dell’argomento si consiglia di leggere “purezza-impurità” nel Dizionario critico di Teologia (Roma 2006 – [Paris 2007 3ème édition]) pubblicato sotto la direzione di Jean-Yves Lacoste.

2 Nel testo greco c’è epistrèfo che vuol dire voltarsi verso qualcuno non solo verso qualcosa, convertirsi.

3 Nel testo latino c’è “magnificans”= “magnificando”, nel testo greco c’è doxàzon = “glorificando”.

4 Letteralmente dal greco si dovrebbe tradurre così: “cadde sul volto ai suoi piedi”.

5 Nel testo greco c’è eucharistèo che vuol dire ringraziare, fare eucaristia. E’ nell’eucaristia che noi viviamo la fede e l’incontro con Lui che ci ha amati e salvati.

6 CANTICO DI ZACCARIA - Lc 1, 68-79:Benedetto il Signore Dio d'Israele, perché ha visitato e redento il suo popolo,

e ha suscitato per noi una salvezza potente nella casa di Davide, suo servo,

come aveva promesso 
per bocca dei suoi santi profeti d'un tempo:

salvezza dai nostri nemici,
e dalle mani di quanti ci odiano.

Così egli ha concesso misericordia ai nostri padri
e si è ricordato della sua santa alleanza,

del giuramento fatto ad Abramo, nostro padre, di concederci, liberati dalle mani dei nemici,

di servirlo senza timore, in santità e giustizia 
al suo cospetto, per tutti i nostri giorni.

E tu, bambino, sarai chiamato profeta dell'Altissimo
perché andrai innanzi al Signore a preparargli le strade,

per dare al suo popolo la conoscenza della salvezza nella remissione dei suoi peccati,

grazie alla bontà misericordiosa del nostro Dio, per cui verrà a visitarci dall'alto un sole che sorge,

per rischiarare quelli che stanno nelle tenebre 
e nell'ombra della morte

e dirigere i nostri passi sulla via della pace”.



7 CANTICO DELLA BEATA VERGINE - Lc 1, 46-55: “L'anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore,

perché ha guardato l'umiltà della sua serva. D'ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata.

Grandi cose ha fatto in me l'Onnipotente
e Santo è il suo nome:

di generazione in generazione la sua misericordia si stende su quelli che lo temono.

Ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore;

ha rovesciato i potenti dai troni,
ha innalzato gli umili;

ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote.

Ha soccorso Israele, suo servo, ricordandosi della sua misericordia,

come aveva promesso ai nostri padri,
ad Abramo e alla sua discendenza, per sempre”.


8 CANTICO di SIMEONE - Lc 2,29-32:
“Ora lascia, o Signore, che il tuo servo
vada in pace secondo la tua parola;

perché i miei occhi han visto la tua salvezza preparata da te davanti a tutti i popoli,

luce per illuminare le genti e gloria del tuo popolo Israele”




Lettura spirituale
Incontro di San Francesco d’Assisi con il lebbroso,
raccontato da Tommaso da Celano
in Vita prima di San Francesco d'Assisi, nn. 348-349


Poi, come vero amante dell’umiltà perfetta, il Santo Francesco si reca tra i lebbrosi e vive con essi, per servirli in ogni necessità per amor di Dio. Lava i loro corpi in decomposizione e ne cura le piaghe virulente, come egli stesso dice nel suo Testamento: 'Quando era ancora nei peccati, mi pareva troppo amaro vedere i lebbrosi, e il Signore mi condusse tra loro e con essi usai misericordia'. La vista dei lebbrosi infatti, come egli attesta, gli era prima così insopportabile, che non appena scorgeva a due miglia di distanza i loro ricoveri, si turava il naso con le mani. Ma ecco quanto avvenne: nel tempo in cui aveva già cominciato, per grazia e virtù dell'Altissimo, ad avere pensieri santi e salutari, mentre viveva ancora nel mondo, un giorno gli si parò innanzi un lebbroso: fece violenza a se stesso, gli si avvicinò e lo baciò. Da quel momento decise di disprezzarsi sempre più, finché per la misericordia del Redentore ottenne piena vittoria.
Quand'era ancora nel mondo e viveva vita mondana, egli si occupava dei poveri, li soccorreva generosamente nella loro indigenza e aveva affetto di compassione per tutti gli afflitti. Una volta, che aveva respinto malamente, contro la sua abitudine, poiché era molto cortese, un povero che gli aveva chiesto l'elemosina, pentitosi subito, ritenne vergognosa villania non esaudire le preghiere fatte in nome di un Re così grande. Prese allora la risoluzione di non negar mai ad alcuno, per quanto era in suo potere, qualunque cosa gli fosse domandata in nome di Dio. E fu fedele a questo proposito, fino a donare tutto se stesso, mettendo in pratica anche prima di predicarlo il consiglio evangelico: Dà a chi ti domanda qualcosa e non voltar le spalle a chi ti chiede un prestito (Mt 5,42).”


Preghiera

Padre di tutti gli uomini,
per te nulla è troppo piccolo.
Nessun cuore per te è troppo duro
perché tu non l’ami.
Tu hai voluto aver bisogno di tutti e come,
noi uomini, non potremo aver bisogno degli altri?
Insegnami a scoprire le meraviglie
 di ogni uomo e donna.
La bellezza, la bontà, lo splendore, la luce
anche nel viso più triste e tormentato è la tua luce.
Fammi scoprire che non c’è persona
che non abbia nulla da dirmi o insegnarmi.
Fammi capire da quanti umili lavori
in tanti luoghi dipende la mia vita quotidiana.
Ciascuno dipende da tutti
perché l’umanità sia completa
e il corpo di Gesù tuo Figlio sia intero.
Attendo questa pienezza con lo sguardo
rivolto a tutti coloro che ancora verranno.
Benedici tutti, o Padre,
e permettimi di benedirli con te.
Amen.

venerdì 4 ottobre 2013

La Fede è luce

Rito romano
XXVII Domenica del Tempo Ordinario – Anno C – 6 ottobre 2013
Ab 1,2-3;2,2-4; Sal 94; 2Tm 1,6-8.13-14; Lc 17,5-10 
Fede come granello di senape1

Rito ambrosiano
VI Domenica dopo il martirio di San Giovanni il Precursore
1Re 17,6-16; Eb 13,1-8; Mt 10,40-42
La missione degli apostoli prosegue quella di Gesù.

1) Una questione di qualità non di quantità.
La Parola di Dio proposta in questa domenica indica che l’annuncio missionario ha queste fondamentali caratteristiche: la tenacia e l’umiltà. Infatti, molto chiaramente Gesù indica ai suoi apostoli che il cammino - da percorrere per essere missionari con lui e dietro i suoi passi - deve essere fatto con una fede tenace e una umiltà che gratuitamente si mette a servizio dell’annuncio della lieta ed amorosa verità evangelica: il Regno di Dio è la Misericordia del Padre.
Davanti alla richiesta di mettere le loro vite nelle mani del Redentore, per servire il suo amore, i discepoli si sentono inadeguati e quindi chiedono a Gesù: “Signore, aumenta la nostra fede” (Lc 17, 5).
Con il paragone del granello di senape e del gelso che le tempeste non possono sradicare dalla terra perché è tenacemente radicato, Gesù vuole insegnare che di fede non ne occorre tanta come a volte si pensa. Ne basta poca, purché vera. Ebbene, un briciolo di fede vera può sradicare questa pianta, perché un po’ di fede è più forte di tante radici.
Sviluppando il paragone, possiamo dire che la fede è un radicarsi stabilmente in Dio. E questo radicamento è questione di qualità non di quantità, di autenticità non di sforzo. Questo affidamento autentico a Lui poi si unisce all'accettazione di un progetto calcolato sulle possibilità di Dio e non sulle nostre.
Dopo l'insegnamento non sulla quantità ma sulla forza della fede (ne basta un briciolo per sradicare un albero), ecco una parabola (Lc 17, 7-10) che non è certo priva, a prima vista, di risvolti umanamente irritanti. Forse che Dio si comporta come certi padroni incontentabili, che sempre chiedono e pretendono, e non danno un attimo di pace ai loro servitori, che devono essere sempre e comunque a disposizione del padrone?
No. Con un modo di parlare un po’ paradossale ma chiaro Gesù insegna che la forza del Vangelo risiede nel servizio fedele di coloro, che hanno accettato l'amore di Dio, che si sono radicati nel Figlio e che condividono il Verbo fatto carne nella potenza docile dello Spirito. 
La fede permette un sapere autentico su Dio che coinvolge tutta la persona umana: è un “sàpere2, cioè un conoscere che dona sapore alla vita, un gusto nuovo d’esistere, un modo gioioso di stare al mondo. La fede si esprime nel dono di sé per gli altri, nella fraternità che rende solidali, capaci di amare, senza calcolo e senza pretese: umilmente. Nel vangelo di oggi Gesù ci ridice:“Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà, quando rientra dal campo: «Vieni subito e mettiti a tavola»? Non gli dirà piuttosto: «Prepara da mangiare, stringiti le vesti ai fianchi e servimi, finché avrò mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai tu»? Avrà forse gratitudine verso quel servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti? Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: «Siamo servi inutili3. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare»” (Lc 17, 7-10). Come si vede, Cristo è chiaro con i suoi apostoli (ed oggi con noi), precisa chi è il signore e chi il servo nell'opera da svolgere, quali sono i criteri da adottare nell'eseguire il comando, quale ricompensa spetta a chi compie il suo servizio. Ma non dimentichiamo che nell’ultima cena Gesù fece l’esatto contrario dei padroni della terra. Lui, il Signore del Cielo, invitò ed invita a tavola i servi che sono diventati suoi amici, che stupiti si lasciano lavare i piedi da Lui, l’Amico e Signore. Questo è l’amore stupefacente di Dio per noi.

2) La fede è missionaria.
Ecco il perché:
La fede nasce nell’incontro con il Dio vivente, che ci chiama e ci svela il suo amore, un amore che ci precede e su cui possiamo poggiare per essere saldi e costruire la vita” (Papa Francesco, Lett. Enc. Lumen Fidei, n. 4): un Amore che ci lava persino i piedi e che ci chiede di portarlo nel mondo intero come missionari della Carità.
La fede è un affidarsi a Dio, alla sua parola, alla sua guida sulle strade oscure e impervie dell'esistenza. Quindi come missionari della Verità dobbiamo portarla a tutti gli uomini perché sappiano a chi vale la pena affidarsi e chi dà senso alla vita.
La fede è sapere che all'origine di tutto c'è un Padre, che ci ha tratto dal nulla per amore. Non siamo venuti al mondo per sbaglio, senza che nessuno ci abbia né previsti né voluti. Noi non siamo in balìa di un caso gelido e cieco: siamo nelle mani di Uno che ci vuol bene e non ci abbandona mai, “il quale vuole che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verità” (1 Tm 2,4). Lo scopo per cui Lui è venuto l’ha già definito Cristo stesso: “Sono venuto affinché abbiano la vita eterna: che conoscano Te, vero Dio, e Colui che hai mandato, Cristo Gesù” (Gv 17,3-4).
La fede è luce che fa vedere le cose con gli occhi di Cristo, giudicare le idee e gli accadimenti alla luce del suo insegnamento, diventare capaci di un nuovo modo d'amare gli altri, che è lo stesso modo limpido e disinteressato con cui Lui li ama. La forza dell'annuncio del Vangelo non risiede nell'elaborare nuove strategie d'impatto mediatico nel nord del mondo o nel progettare interventi umanitari nel sud della terra. La forza dell’evangelizzazione è nel nostro essere missionari, che agiamo umilmente, con la consapevolezza di chi si sa “servo inutile”, io tradurrei: servo che lavora gratuitamente (cfr nota 3), ma che cosciente di essere come il lievito nascosto nella farina o come il chicco di senape, che non differisce da un granello di sabbia, pur avendo in sé un’energia vitale così grande da dare origine a un albero, le cui fronde diventano rifugio e conforto per i passerotti che fuggono dalla tempesta della vita.
La fede è rendersi conto che lo Spirito Santo, mandatoci dal Signore risorto, agisce nei nostri cuori, ci aiuta a distinguere il bene dal male, ci sprona a camminare sulla strada diritta, ci induce a comportarci - in un mondo litigioso e duro - da uomini di misericordia e di pace. Lo scopo della fede che ci è data è la missione: e la missione non è per l’Aldilà, ma è per l’Aldiquà.
La fede è la persuasione che ci è data la gioia di appartenere alla Chiesa, Sposa e Corpo di Cristo, Famiglia dei figli di Dio e Luogo certo, saldo e sicuro dell'incontro col Padre.

Non c'è nulla di più decisivo per l'uomo, di più gratificante e di più ragionevole della virtù teologale della fede. E non c'è nulla di più prezioso da fare oggetto della nostra preghiera e della nostra missione di evangelizzatori e evangelizzatrici.
La Vergine consacrata è al servizio di questa missione d’evangelizzazione vivendo la sua vocazione alla santità attraverso una consacrazione a Dio fatta a Sua lode e per la salvezza del mondo. Esse non sono chiamate a fare ma a essere e ci ricordano che l’importante non è parlare o fare ma comunicare ciò che siamo.

1 Un granello di senape è piccolo come una pulce, minuscolo, quasi invisibile. Ma una volta seminato velocissimamente cresce, e nell'arco di un anno quel piccolo seme può divenire un albero anche di 3-4 m. 
Il gelso, invece, è un albero secolare che può vivere anche 600 anni, ha radici profonde, che si abbarbicano nella terra. E' un albero molto difficile da sradicare, per questo è il simbolo della solidità, della staticità, dell'inamovibilità
2 Verbo latino che vuol dire: gustare, sentire il sapore, poi in modo figurato avere il gusto delle cose superiori ai sensi, quindi essere saggio, per cui da sàpere derivano anche queste due parole: “sapore”, “sapienza”.
3Inutili” è la traduzione letterale e tradizionale del termine greco “acreios”, ma forse il significato è più da intendersi nel senso di “semplici servitori” o “soltanto dei poveri servi”.
La sottolineatura qui è più sulla gratuità che sulla utilità: non prendiamola “alla lettera”, ma leggiamo la parabola nel senso spirituale. È difficile, infatti, pensare, sempre e in ogni caso, che Dio abbia creato degli uomini “inutili”, ma ancor più se questi dimostrano di aver mantenuto un comportamento giusto e corretto.
In ogni caso, una volta che abbiamo compiuto il nostro dovere e abbiamo detto: “siamo servi inutili”, possiamo aggiungere: “tuttavia abbiamo un amico che ci ama più di quanto noi possiamo immaginare”. Per questo siamo sicuri nelle sue mani. Per questo la Beata M. Teresa di Calcutta diceva di se stessa: “Non sono che una piccola matita nelle mani di Dio”.


Lettura Patristica

Dalle « Omelie » di san Giovanni Crisostomo, vescovo
(Om. 6 sulla preghiera fatta con fede; PG 64, 462-466)

La preghiera, o dialogo con Dio, è un bene sommo. È, infatti, una comunione intima con Dio. Come gli occhi del corpo vedendo la luce ne sono rischiarati, così anche l'anima che è tesa verso Dio viene illuminata dalla luce ineffabile della preghiera. Deve essere, però, una preghiera non fatta per abitudine, ma che proceda dal cuore. Non deve essere circoscritta a determinati tempi od ore, ma fiorire continuamente, notte e giorno.
Non bisogna infatti innalzare il nostro animo a Dio solamente quando attendiamo con tutto lo spirito alla preghiera. Occorre che, anche quando siamo occupati in altre faccende, sia nella cura verso i poveri, sia nelle altre attività, impreziosite magari dalla generosità verso il prossimo, abbiamo il desiderio e il ricordo di Dio, perché, insaporito dall'amore divino, come da sale, tutto diventi cibo gustosissimo al Signore dell'universo. Possiamo godere continuamente di questo vantaggio, anzi per tutta la vita, se a questo tipo di preghiera dedichiamo il più possibile del nostro tempo.
La preghiera è luce dell'anima, vera conoscenza di Dio, mediatrice tra Dio e l'uomo. L'anima, elevata per mezzo suo in alto fino al cielo, abbraccia il Signore con amplessi ineffabili. Come il bambino, che piangendo grida alla madre, l'anima cerca ardentemente il latte divino, brama che i propri desideri vengano esauditi e riceve doni superiori ad ogni essere visibile.
La preghiera funge da augusta messaggera dinanzi a Dio, e nel medesimo tempo rende felice l'anima perché appaga le sue aspirazioni. Parlo, però, della preghiera autentica e non delle sole parole. 
Essa è un desiderare Dio, un amore ineffabile che non proviene dagli uomini, ma è prodotto dalla grazia divina. Di essa l'Apostolo dice: Non sappiamo pregare come si conviene, ma lo Spirito stesso intercede per noi con gemiti inesprimibili (cfr. Rm 8, 26b). Se il Signore dà a qualcuno tale modo di pregare, è una ricchezza da valorizzare, è un cibo celeste che sazia l'anima; chi l'ha gustato si accende di desiderio celeste per il Signore, come di un fuoco ardentissimo che infiamma la sua anima.
Abbellisci la tua casa di modestia e umiltà mediante la pratica della preghiera. Rendi splendida la tua abitazione con la luce della giustizia; orna le sue pareti con le opere buone come di una patina di oro puro e al posto dei muri e delle pietre preziose colloca la fede e la soprannaturale magnanimità, ponendo sopra ogni cosa, in alto sul fastigio, la preghiera a decoro di tutto il complesso. Così prepari per il Signore una degna dimora, così lo accogli in splendida reggia. Egli ti concederà di trasformare la tua anima in tempio della sua presenza."


Tardi ti ho amato ...
(dalle Confessioni di Sant'Agostino Vescovo di Ippona)
Stimolato a rientrare in me stesso, sotto la tua guida, entrai nell'intimità del mio cuore, e lo potei fare perché tu ti sei fatto mio aiuto (cfr. Sal 29, 11). Entrai e vidi con l'occhio dell'anima mia, qualunque esso potesse essere, una luce inalterabile sopra il mio stesso sguardo interiore e sopra la mia intelligenza. Non era una luce terrena e visibile che splende dinanzi allo sguardo di ogni uomo. Direi anzi ancora poco se dicessi che era solo una luce più forte di quella comune, o anche tanto intensa da penetrare ogni cosa.
Era un'altra luce, assai diversa da tutte le luci del mondo creato. Non stava al di sopra della mia intelligenza quasi come l'olio che galleggia sull'acqua, né come il cielo che si stende sopra la terra, ma una luce superiore. Era la luce che mi ha creato. E se mi trovavo sotto di essa, era perché ero stato creato da essa. Chi conosce la verità conosce questa luce. O eterna verità e vera carità e cara eternità!
Tu sei il mio Dio, a te sospiro giorno e notte. Appena ti conobbi mi hai sollevato in alto perché vedessi quanto era da vedere e ciò che da solo non sarei mai stato in grado di vedere. Hai abbagliato la debolezza della mia vista, splendendo potentemente dentro di me. Tremai di amore e di terrore. Mi ritrovai lontano come in una terra straniera, dove mi parve di udire la tua voce dall'alto che diceva: «Io sono il cibo dei forti, cresci e mi avrai. Tu non trasformerai me in te, come il cibo del corpo, ma sarai tu ad essere trasformato in me».
Cercavo il modo di procurarmi la forza sufficiente per godere di te, e non la trovavo, finché non ebbi abbracciato il «Mediatore fra Dio e gli uomini, l'Uomo Cristo Gesù» (1 Tm 2, 5), «che è sopra ogni cosa, Dio benedetto nei secoli» (Rm 9, 5). Egli mi chiamò e disse: «Io sono la via, la verità e la vita» (Gv 14, 6); e unì quel cibo, che io non ero capace di prendere, al mio essere, poiché «il Verbo si fece carne» (Gv 1, 14). Così la tua Sapienza, per mezzo della quale hai creato ogni cosa, si rendeva alimento della nostra debolezza da bambini.
Tardi ti ho amato, bellezza tanto antica e tanto nuova, tardi ti ho amato. Ed ecco che tu stavi dentro di me e io ero fuori e là ti cercavo. E io, brutto, mi avventavo sulle cose belle da te create. Eri con me ed io non ero con te. Mi tenevano lontano da te quelle creature, che, se non fossero in te, neppure esisterebbero.
Mi hai chiamato, hai gridato, hai infranto la mia sordità. Mi hai abbagliato, mi hai folgorato, e hai finalmente guarito la mia cecità. Hai alitato su di me il tuo profumo ed io l'ho respirato, e ora anelo a te. Ti ho gustato e ora ho fame e sete di te. Mi hai toccato e ora ardo dal desiderio di conseguire la tua pace.